Brexit ed effetti sul tasso di cambio della sterlina

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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PISA Dipartimento di Economia e Management

CORSO DI LAUREA IN

BANCA, FINANZA AZIENDALE E MERCATI FINANZIARI

“BREXIT ED EFFETTI SUL TASSO DI CAMBIO DELLA STERLINA”

Relatore: Candidato:

Prof.ssa Maria Laura Ruiz Tommaso Viviani

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Indice

Introduzione...7

Capitolo 1 ...11

Regno Unito ed Unione Europea: evoluzione del rapporto dall’adesione fino al rischio Brexit...11

1.1 Prologo Storico ...11

1.1.1 L’adesione del Regno Unito alla CEE ...11

1.1.2 I rapporti recenti ...13

1.1.3 Il Regno Unito e l’impatto economico dato dall’adesione a CEE ed UE ...16

1.2 Brexit e le conseguenze nel rapporto con l’Unione Europea ...20

1.2.1 Nuove politiche Commerciali...21

1.2.2 Opzioni per le relazioni commerciali tra Uk ed UE...22

1.2.2.1 Norway Option ...23

1.2.2.2 Swiss Model ...25

1.2.2.3 Canada option ...25

1.2.2.4. WTO Option ...26

1.3 Elementi di analisi per le differenti soluzioni ...26

1.3.1 Cenni alle analisi pro Brexit ...33

1.4 L’impatto sugli Investimenti Diretti Esteri (FDI) in UK...34

1.5 Conclusioni ...35

Capitolo 2 ...37

Brexit: le conseguenze per i paesi dell’Unione Europea e per altre economie rilevanti ...37

2.1 L’impatto sul bilancio UE e sull’economia dei paesi membri ...37

2.1.1 Gli effetti sulla contribuzione al bilancio UE ...38

2.1.2 Le conseguenze per il commercio ...42

2.2 Il Brexit Sensitivity Index (BSI) ...45

2.2.1 Paesi UE ...46

2.2.2 Paesi non-UE ...50

2.2.3 Commonwealth...51

2.3 Conclusioni ...51

Capitolo 3 ...54

Politica monetaria e tassi di cambio ...54

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4

3.2 Il Tasso di cambio ...55

3.2.1 Come si legge il tasso di cambio ...55

3.3 Le diverse tipologie di tasso di cambio...59

3.3.1 Il tasso di cambio nominale ...59

3.3.2 Il tasso di cambio reale ...63

3.4 I diversi regimi di tasso di cambio ...64

3.4.1 Tasso di cambio flessibile ...64

3.4.2 Tasso di cambio fisso ...64

3.5 Tasso di cambio ed analisi fondamentale ...66

3.5.1 Dati fondamentali che influiscono sul tasso di cambio ...67

3.5.1.1 Primo Livello ...69

3.5.1.2 Secondo livello ...69

3.5.1.3 Terzo livello ...70

3.5.2 La politica monetaria ...71

3.5.3 Tasso di cambio e tassi di interesse ...73

3.5.3.1 Differenziale fra tassi di interesse ed effetti sul tasso di cambio...76

3.6 Bank of England e politica monetaria ...78

3.6.1 L’inflation target...79

3.6.2 Quantitative Easing ...82

3.6.3 La politica monetaria UK dopo Brexit...83

3.7 Conclusioni ...85

Capitolo 4 ...89

Il mercato valutario e la sterlina: analisi del periodo precedente e successivo al referendum su Brexit...89 4.1 Introduzione...89 4.2 Il mercato Forex ...90 4.1.1 La sessione asiatica ...93 4.1.2 La sessione europea ...93 4.1.3 La sessione americana ...94

4.2 Gli operatori del mercato Forex ...94

4.3 Il mercato Forex nel triennio 2013-2016 ...95

4.4 La sterlina... 100

4.5 Commento all’andamento dei cambi GBP/EUR e GBP/USD nei mesi precedenti al referendum del giugno 2016 ... 103

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5

4.5.2 Il secondo periodo: marzo 2016 – giugno 2016 ... 106

4.5.3 Il terzo periodo: 23 - 24 giugno 2016 ... 108

4.5.4 Il quarto periodo: giugno 2016 – inizi 2017 ... 111

4.6 La debolezza della sterlina poteva essere prevista? ... 114

4.7 Conclusioni ... 121

Conclusioni ... 123

BIBLIOGRAFIA ... 126

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Introduzione

Nel gennaio 2013 l’allora primo ministro UK David Cameron annunciò un referendum per lasciare al popolo britannico la possibilità di scegliere se il Regno Unito dovesse continuare o meno a far parte dell’Unione Europea. Questa decisione ha dato il via ad una catena di eventi che ha consegnato alla storia la data del 23 giugno 2016, giorno in cui l’esito del referendum ha mostrato per la prima volta la volontà di uno stato membro di uscire dall’Unione Europea. Nonostante l’importanza epocale di questa decisione, allo stato attuale, è l’incertezza a regnare sovrana sulle conseguenze che essa avrà sul futuro sia del Regno Unito che dell’Unione Europea; rimane la consapevolezza che qualsiasi previsione sul futuro rischi di diventare mera speculazione pronta ad essere smentita dagli eventi e che le uniche certezze di cui disponiamo siano riconducibili alle radici storiche del confronto e alle reazioni dei mercati finanziari alla decisione stessa.

Ecco perché questa tesi è idealmente suddivisa in due parti principali: la prima, composta dai capitoli 1 e 2, si occupa di contestualizzare la decisione emersa il 23 giugno 2016 all’interno del rapporto quarantennale tra UK ed UE attraverso un’analisi dei presupposti storici e delle principali conseguenze economiche che potrebbero derivare dalla decisione di lasciare l’Unione Europea, non solo per il Regno Unito ma anche per i restanti paesi dell’UE. La seconda parte della tesi, composta dai capitoli 3 e 4, sposta l’attenzione ai mercati finanziari entrando nel merito degli accadimenti che la decisione del 23 giugno 2016 ha determinato sul mercato valutario e non solo, mediante l’analisi dei movimenti

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del tasso di cambio della sterlina nei periodi precedenti e successivi al referendum.

Il primo capitolo valuta come la decisione del 23 giugno 2016 arrivi al culmine di un rapporto tra Regno Unito ed UE durato oltre quattro decenni e caratterizzato da frequenti scontri sul piano politico, economico e sociale. Sebbene sia dimostrato come l’appartenenza alla Unione Europea abbia contribuito a migliorare il benessere dei cittadini britannici negli anni, questi ultimi ed i governi succedutesi alla guida del Regno Unito sono sempre stati caratterizzati da una generale insofferenza verso le regole e le imposizioni europee. La decisione emersa dal referendum ha certificato questa insofferenza e ha inserito il Regno Unito in un percorso pieno di dubbi ed incertezze che dovrebbe portare nei prossimi anni alla definitiva uscita dall’Unione Europea e alla necessaria definizione di nuovi rapporti politici, economici e sociali con l’Europa ed il resto del mondo.

Il secondo capitolo si occupa di valutare le possibili conseguenze future della Brexit per i paesi che continueranno a far parte dell’Unione Europea, per alcuni paesi non-UE ed altre economie rilevanti. Emerge come la necessaria ridefinizione delle regole commerciali di scambio con il Regno Unito, seconda economia europea e quinta economia mondiale, sia destinata a determinare una serie di effetti diretti ed indiretti sull’Unione Europea stessa, sui paesi europei e sui principali partner commerciali.

Il terzo capitolo introduce le caratteristiche generali dei tassi di cambio, i dati economici fondamentali e le decisioni di politica monetaria che normalmente impattano sulle quotazioni determinando apprezzamenti e deprezzamenti delle valute sui mercati. Nello specifico si accenna alle caratteristiche della politica monetaria della Bank of England prima e dopo Brexit.

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Infine, il quarto ed ultimo capitolo, dopo aver fornito alcuni dati e statistiche riguardanti il mercato Forex aggiornate all’ultimo rapporto Survey 2016 della Bank for International Settlements, analizza il periodo precedente e successivo al referendum del 23 giugno 2016 mediante l’utilizzo di grafici che mostrano l’andamento dei cambi GBP/USD e GBP/EUR nei giorni precedenti e successivi al voto, nonché le reazioni in tempo reale del mercato valutario nella notte del 23 giugno 2016 e l’andamento dei principali mercati europei il giorno successivo.

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Capitolo 1

Regno Unito ed Unione Europea: evoluzione del

rapporto dall’adesione fino al rischio Brexit

1.1 Prologo Storico

1.1.1 L’adesione del Regno Unito alla CEE

La creazione della Comunità Economica Europea (CEE) avvenuta nel 1957 con la firma dei Trattati di Roma, non vide il Regno Unito rientrare tra i firmatari al contrario di Francia, Germania dell’Ovest, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. I britannici non solo declinarono l’invito a prendere parte alle tre comunità europee (CEE, CECA ed EURATOM) ma diedero vita ad un progetto parallelo che prese il nome di EFTA1. La preoccupazione era quella di danneggiare i rapporti con gli altri componenti del Commonwealth ed il desiderio ideale quello di dare vita ad un sistema economico mondiale che avesse la Sterlina quale valuta di riferimento2.

Ma dopo l’iniziale reticenza da parte britannica fu subito chiaro che questo atteggiamento poneva il rischio di un progressivo isolamento economico e politico rispetto al resto d’Europa. Ciò portò quindi il Regno Unito a presentare una prima domanda di adesione alla CEE nel 1961 ed una seconda nel 1963, entrambe respinte a causa del veto posto dalla Francia. Fu solo nel 1969,

1 European Free Trade Association

2http://ukandeu.ac.uk/fact-figures/why-did-the-united-kingdom-not-join-the- european-union-when-it-started/

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dopo il cambio al governo francese che vide Pompidou succedere a De Gaulle, che gli ultimi ostacoli vennero rimossi e si poté quindi dare inizio a delle contrattazioni durate oltre tre anni e conclusesi portando finalmente nel 1973 all’ingresso del Regno Unito nella CEE insieme a Danimarca e Irlanda.

L'estensione del diritto europeo sul quadro normativo del Regno Unito fu regolamentata con l'approvazione della legge sulle Comunità europee del 1972; già nel 1975 si tenne il primo Referendum sulla permanenza del Regno Unito nella Comunità europea che approvò l'adesione con la vittoria del SI3.

L’integrazione politica venne ratificata nel 1993 quando il trattato di Maastricht istituì la UE che incorporò, dopo il Trattato di Lisbona, la CEE. Quale stato membro il Regno Unito è legato dai Trattati UE che ne definiscono diritti ed obblighi. Il Regno Unito è quindi rappresentato all’interno delle istituzioni europee e detiene diritti di voto all’interno delle stesse.

Cittadini ed imprese britanniche sono liberi di viaggiare, vivere, lavorare negli altri paesi membri cosi come i cittadini e le imprese provenienti dagli altri paesi UE sono liberi di farlo nel Regno Unito.

In generale le leggi europee hanno priorità su quelle degli stati membri in alcune aree chiave in cui tali leggi trovano applicazione, come ad esempio nel commercio. Si tratta di un principio basilare che nonostante sia stato chiaramente esplicitato sin dagli albori non ha mancato di creare contenziosi tra gli stati membri e le istituzioni europee.

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Da sempre i britannici si sono caratterizzati per la difesa delle proprie tradizioni e della propria sovranità, nonostante ciò, un necessario pragmatismo, intuendo le enormi potenziali opportunità derivanti dall’appartenenza al Mercato Unico e dalla partecipazione ad una delle aree di libero scambio più grandi al mondo, ha fatto sì che una parte di questa sovranità dovesse venire sacrificata in nome dell’adesione alla Comunità Europea,

Vi sono indiscussi benefici economici nella partecipazione al Mercato Unico Europeo, ma questi benefici possono essere ottenuti solo pagando il costo politico di una parziale cessione di sovranità, si tratta di un elemento imprescindibile che ha però da sempre rappresentato un elemento di frizione nel rapporto tra Regno Unito ed Unione Europea: le prime tensioni esplosero nel 1984 quando il Primo Ministro conservatore Thatcher si lanciò nella battaglia per la riduzione dei contributi da parte del Regno Unito al bilancio CEE (c.d Rebate), e con la sola eccezione dei governi a guida Blair (1997-2007), impegnatosi fortemente per ricucire i rapporti durante il suo mandato4, una reciproca diffidenza ha sempre caratterizzato questo legame.

1.1.2 I rapporti recenti

L’insofferenza verso le imposizioni derivanti dall’appartenenza all’Unione caratterizza anche i governi più recenti tanto che nel 2012 all’interno del partito conservatore inglese comincia a farsi largo l’idea di indire un possibile referendum sull’Unione Europea, idea che divenne certezza nel 2013 quando il primo ministro Cameron promise che se il suo partito avesse vinto le elezioni in programma nel 2015 avrebbe proceduto prima ad una

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rinegoziazione più favorevole del rapporto tra UK ed UE e poi alla indizione di un referendum che avrebbe deciso una volta per tutte la permanenza o meno del Regno Unito all’interno dell’UE. Quella che fu una semplice promessa elettorale fatta per rinsaldare la coesione del partito in un momento in cui i Conservatori non erano nemmeno sicuri di vincere si rese più tardi ipotesi assolutamente necessaria anche per intercettare il crescente sentimento antieuropeista dilagante nel paese di cui si stava facendo portavoce il partito UKIP.

Nel 2015, dopo la vittoria del partito Conservatore, l’atto parlamentare “European Union Referendum Act 2015” rese possibile indire il referendum entro e non oltre il 31/12/2017; nel frattempo già dal 2014 erano partite le contrattazioni per l’ottenimento di una rinegoziazione profonda e più favorevole dei trattati fondamentali del rapporto UE-Regno Unito5, rinegoziazione basata su richieste suddivise in quattro punti principali: maggiore potere decisionale in tema di governance economica e competitività, più sovranità e maggiori controlli sull’immigrazione. Gli esiti di tale rinegoziazione videro per il Regno Unito esaudite gran parte delle richieste.

Nonostante l’esito favorevole, come promesso, il 22 febbraio 2016 il Primo Ministro Cameron annunciò che il referendum si sarebbe tenuto il 23 giugno dello stesso anno6 palesando l’intenzione, se necessario, di attivare la procedura di recesso volontario ed

5 BBC, David Cameron sets out EU reform goals, in BBC.com, 11.11.2015. 6 UK PARLIAMENT, “Prime Minister sets out legal framework for EU withdrawal”, House of Common debates,

http://www.publications.parliament.uk/pa/cm201516/cmhansrd/cm160222/debtex t/160222-0001.htm

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unilaterale previsto dall’Articolo 50 del Trattato di Lisbona subito dopo la conoscenza di un esito referendario favorevole al Leave7.

Il 23 giugno 2016 i cittadini britannici si sono recati alle urne per decidere il futuro del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea: continuare come negli ultimi quarantatré anni o lasciare l’unione ed imbarcarsi in un percorso pieno di incertezze, soprattutto dal punto di vista delle implicazioni per il futuro economico del Paese. Ai cittadini è stato sottoposto il seguente quesito: “Should the United Kingdom remain a member of the

European Union or leave the European Union?”; almeno il 72%

degli aventi diritto si è recato alle urne ed il 52% degli stessi ha votato Leave8.

Figura 1.1, Esito finale del referendum. Fonte: The UK Electoral Commission

7 GOV.UK. Foreign and Commonwealth Affairs, HM Government. “The process

for withdrawing from the European Union”, 24 June 2016, available at

https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/50 4216/The_process_for_withdrawing_from_the_EU_print_ready.pdf

8 Uk Electoral Commission, http://www.electoralcommission.org.uk/find- information-by-subject/elections-and-referendums/upcoming-elections-and-referendums/eu-referendum/electorate-and-count-information

48% 52%

ESITO FINALE REFERENDUM

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Una decisione importante ed inaspettata che ha inasprito ancora di più un dibattito già aperto sulle possibili conseguenze di questa scelta: gli effetti di breve, medio e lungo periodo sui mercati finanziari e sulla sterlina, gli effetti sui mercati obbligazionari europei, i futuri accordi economici UK-EU, sono solo alcuni degli interrogativi posti sia prima ma ancora di più dopo l’esito del referendum.

Quale sarà il futuro del Regno Unito al di fuori dell’Unione Europea è avvolto nell’incertezza; sebbene infatti sia stato chiaro fin dall’inizio contro cosa i cittadini britannici stessero votando la stessa certezza non poteva aversi per capire su cosa gli stessi cittadini stessero votando e quali le implicazioni di tale voto (Baldwin, 2016).

1.1.3 Il Regno Unito e l’impatto economico dato dall’adesione a CEE ed UE

Al momento del suo ingresso nella CEE nel 1973 il Regno Unito presentava un’economia in crisi rispetto a quelle di Italia, Germania e Francia.

Tra la firma del Trattato di Roma nel 1957 ed il 1973 il PIL pro capite in queste tre economie crebbe infatti del 95% contro il solo 50% della Gran Bretagna9. Dal suo ingresso in poi la situazione si è invece ribaltata ed il Regno Unito è cresciuto molto più velocemente di Italia, Germania e Francia fino ad arrivare nel 2015 ad essere il paese con la crescita più alta del pil tra quelli appartenenti al G710. 9https://www.ft.com/content/202a60c0-cfd8-11e5-831d-09f7778e7377, 24 febbraio 2016. 10https://www.ft.com/content/95c6322a-1f05-11e5-ab0f-6bb9974f25d0, 30 giugno 2015

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Figura 1.2, Andamento del PIL pro capite Uk a confronto con Italia, Germania e Francia. Fonte: Financial Times

Nauro Campos (2014) stima che l’economia del Regno Unito nel 1973 potesse essere paragonabile ad una sorta di ibrido tra le economie di Argentina e Nuova Zelanda, entrambe molto inferiori in termini di sviluppo rispetto sia agli Stati Uniti che alle maggiori economie europee. Negli ultimi quarant’anni invece la crescita dell’economia britannica ha superato queste due di oltre il 40%, e sebbene il dato non possa essere considerato quale segno inequivocabile del beneficio portato dall’adesione alla UE, molti economisti11 sono concordi nel considerare che proprio quella scelta si sia tradotta in una crescita nel commercio molto superiore rispetto a quella che si sarebbe rilevata in caso di non adesione.

Unirsi alla CEE ha sicuramente avuto un effetto più che positivo sul livello di PIL reale pro capite rispetto all’alternativa

11https://www.ft.com/content/202a60c0-cfd8-11e5-831d-09f7778e7377, 24 febbraio 2016

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rappresentata dal rimanere nell’EFTA (Crafts, 2016), tale che Frankel e Romer (1999)stimano per ogni anno di appartenenza un aumento di almeno il 10% del PIL annuo a fronte del costo in termini di contribuzione al budget europeo stimabile in un 1,5% annuo del PIL.

Tabella 1.1 Incremento del PIL pro capite nei primi 5 e 10 anni successivi al momento di adesione individuale di ogni paese all'UE. Fonte: Campos

(2014)

Allargando l’orizzonte di analisi anche ad altri paesi che nel tempo hanno aderito all’UE la tabella 1.1 mostra come nei primi 5 e 10 anni dall’adesione individuale per ogni paese si sia sperimentato un beneficio in termini di crescita percentuale del PIL pro capite e della produttività, con la sola eccezione della Grecia (Campos e al. 2014)

Nonostante gli innegabili benefici tratti dall’appartenenza all’Unione Europea, oltre alle motivazioni di scontro storiche che da sempre hanno caratterizzato il burrascoso rapporto fra UK ed UE, negli anni precedenti al referendum era cresciuta soprattutto

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l’insofferenza relativa alla contribuzione da parte del Regno Unito al bilancio UE, cresciuta continuamente nel corso degli anni ed arrivata nel 2015 alla cifra di 18,2 miliardi EUR (0,72% in termini di Reddito Nazionale Lordo). Il Regno Unito infatti è stato ed è ancora uno dei maggiori contribuenti al bilancio dell’Unione Europea e rappresenta insieme a Germania, Francia ed Italia un “contribuente netto”, ovvero un paese membro che a fronte del contributo al bilancio UE ottiene indietro un ammontare di finanziamenti inferiore rispetto a quanto pagato e che nel caso del Regno Unito è stato nel 2015 pari ad un importo di 7,5 miliardi EUR (0,30% in termini di RNL)12 rispetto ai 18,2 miliardi EUR

versati13.

Figura 1.3, Contribuzione netta del Regno Unito al budget UE (Miliardi di sterline). Fonte: House of Common library

12 Fonte https://europa.eu/european-union/about-eu/countries/member-countries/unitedkingdom_it

13 https://europa.eu/european-union/about-eu/countries/member-countries/unitedkingdom_it#bilancio-e-finanziamenti

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La figura 1.3 mostra l’andamento denominato in sterline della contribuzione netta annua del Regno Unito al budget UE: nel tempo è continuamente cresciuta raggiungendo livelli tali da molti considerati eccessivi, cosicché il tema della contribuzione al bilancio europeo è divenuto molto sentito dall’opinione pubblica arrivando a costituire uno dei punti di forza della campagna referendaria del fronte Leave.

1.2 Brexit e le conseguenze nel rapporto con l’Unione Europea

L’Unione Europea è composta da un gruppo di nazioni che ha ceduto parte della propria sovranità in merito a vari temi, con un minore o maggiore grado di cessione che varia in funzione delle diverse aree. In alcune di queste aree come commercio, concorrenza, agricoltura e politiche di sussidio, i paesi membri hanno ceduto totalmente il controllo diretto alla UE e ciò significa che un paese membro potrebbe trovarsi a dover accettare cambiamenti nelle regolamentazioni votate a maggioranza dagli altri stati membri senza avere possibilità di replica.

Il punto chiave è quindi che molte delle politiche, regole ed accordi nella maggior parte delle aree di interesse dell’economia del Regno Unito sono state decise negli ultimi decenni a livello di Unione Europea ed adesso, alla luce della decisione emersa dal Referendum, lasciare l’unione significherà per il Regno Unito rimpiazzarle con regole, accordi e politiche decise a livello nazionale14.

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L’appartenenza all’UE non solo garantisce l’accesso al mercato comune ma permette all’UE stessa di contrattare e definire accordi commerciali con paesi terzi in nome ed in rappresentanza dei suoi membri. Brexit quindi implicherà per il governo britannico la ridefinizione e ricostituzione di accordi e collegamenti commerciali che al momento dell’effettiva uscita diverranno privi di valore.

Quale membro dell’UE il Regno Unito ha stretto implicitamente accordi di commercio e scambio con centinaia di nazioni ed altri accordi sono in divenire. Tra i più importanti vi sono quello con l’ACP Group15, con la Corea del Sud e con il Canada.

Tuttavia, fino a che le procedure definite all’articolo 50 del TUE non saranno completate, il Regno Unito rimarrà a tutti gli effetti un membro dell’UE mantenendo l’accesso al mercato comune in forza delle politiche commerciali definite ed implementate dalla Comunità Europea16. Anche tutti gli accordi definiti con gli altri

membri del WTO rimarranno in piedi fino a quel momento, cosi come l’import/export da e per il Regno Unito riceverà lo stesso medesimo trattamento ricevuto fino ad ora.

1.2.1 Nuove politiche Commerciali

L’obiettivo principale degli accordi e delle politiche commerciali definite a livello di Comunità Europea è quello di porre una serie di regole base che impediscano ai paesi membri di applicare delle misure autonome come dazi, tariffe o sussidi che potrebbero in qualche modo distorcere la concorrenza a loro favore

15 ‘African, Caribbean and Pacific Group of States’, include 79 paesi in via di sviluppo, molti dei quali ex colonie di paesi appartenenti alla UE.

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danneggiando l’economia degli altri paesi membri. Ciò significa che le politiche commerciali britanniche sono state definite sotto la guida dell’Unione Europea sin dal momento dell’adesione e che quindi la quasi totalità di queste regole dovrà essere ripensata. Lasciare l’Unione Europea significa infatti l’inizio di un periodo caratterizzato da negoziazioni continue e prolungate che avranno l’obiettivo di assicurare nuovi accordi commerciali con l’UE e non solo.

Al momento attuale infatti vi sono tre classi di partner commerciali principali:

1. I 27 paesi dell’UE;

2. Paesi che hanno negoziato o stanno negoziando accordi commerciali preferenziali con l’UE17;

3. Paesi che hanno una relazione preferenziale con l’UE sulla base di tariffe negoziate con il WTO18.

Tre sono quindi le sfide che il Regno Unito si prepara ad affrontare e che verosimilmente sono individuabili nella necessaria negoziazione di una nuova relazione commerciale con l’UE, nel districamento dagli accordi WTO a cui automaticamente partecipava quale membro UE e nella definizione di accordi e collegamenti con potenziali nuovi partner commerciali.

1.2.2 Opzioni per le relazioni commerciali tra Uk ed UE

Abbiamo appena visto come al momento attuale tre siano le classi di principali interlocutori dal punto di vista commerciale per i paesi appartenenti all’Unione Europea. In questo contesto la

17 Turchia 18 Usa

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maggiore importanza è rivestita dalla definizione delle relazioni future da intrattenere con l’UE, prioritaria è l’analisi di quelle che sono principali opzioni dal punto di vista delle relazioni commerciali e di investimento che potrebbero essere percorribili per definire il futuro del rapporto tra Regno Unito ed Unione Europea. Si tratta di modelli attualmente in essere che non verranno applicati cosi come sono al nuovo rapporto Uk-UE ma che potranno essere presi ad esempio quale base di partenza per le contrattazioni e che porteranno presumibilmente ad un modello ad hoc, caratterizzato da elementi ed accordi peculiari che emergeranno quale mediazione degli interessi e delle richieste delle due parti in causa.

I modelli principali in essere sono: - ‘Norway Option’;

- ‘Switzerland Model’; - ‘Canada Option’; - ‘WTO Option’.

1.2.2.1 Norway Option

L’Unione ha firmato nel corso degli anni una serie di accordi con i paesi vicini che non ne facevano parte come ad esempio Norvegia, Islanda e Lichtenstein, paesi membri dell’EFTA che fanno parte anche della European Economic Area (EEA). Questa opzione, c.d ‘Norway Option’, garantisce una partecipazione quasi piena al Mercato Comune, con ciò intendendosi la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone. Allo stesso tempo però non include la libera circolazione dei prodotti alimentari, il diritto ai sussidi all’agricoltura e non richiede l’adozione di accordi commerciali con paesi extra UE.

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Si tratta di un’opzione che non sconvolgerebbe gli attuali rapporti che le imprese britanniche intrattengono col resto d’Europa e sarebbe particolarmente importante per garantire il c.d ‘Mutuo Riconoscimento’ ai prodotti made in UK, ovvero il riconoscimento automatico degli standard validi e necessari per l’export verso i mercati dell’UE. Altro fattore importante sarebbe il mantenimento dei c.d ‘passporting rights’ che permettono ad esempio alle banche inglesi, regolamentate sul suolo britannico o alle loro succursali di potersi stabilire liberamente all’interno di un qualsiasi paese UE svolgendo attività cross-border senza la necessità di ottenere una ulteriore autorizzazione dallo stato in cui andranno a stabilirsi.

Allo stesso tempo la Norway Option potrebbe implicare alcune barriere al commercio nel caso in cui il Regno Unito decidesse di non rientrare nell’Unione Doganale UE, sottoponendo in questo modo il made in UK alla c.d ‘Origine Preferenziale’ (Rule of

Origin), necessaria per accertare che l’export sia realmente

prodotto in UK e libero quindi dalla possibile applicazione di dazi.

Non solo, la Norway Option richiederebbe al Regno Unito di contribuire comunque al bilancio UE garantendo inoltre l’accettazione di tutte le nuove regole relative al Mercato Unico, pena il rischio di perdervi l’accesso.

Infine l’attuazione di un modello simile a quello norvegese richiederebbe comunque il rispetto di tutta la legislazione UE in alcune aree quali occupazione, ambiente e protezione dei consumatori, senza però naturalmente dare la possibilità di partecipare attivamente al processo decisionale relativo alla definizione delle stesse regole.

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25 1.2.2.2 Swiss Model

I membri della EFTA ma non della EEA, come la Svizzera, possono accedere al mercato UE in virtù di una serie di accordi bilaterali che coprono gran parte delle aree commerciali. È un’opzione che richiede un contributo minimo al bilancio UE e l’implementazione di alcuni regolamenti necessari per accedere al Mercato Unico come la libera circolazione dei lavoratori. È un modello però che non garantisce il pieno accesso al mercato per due dei settori maggiormente strategici per l’economia britannica quali quello bancario e dei servizi.

Un modello simile comprende accordi che spaziano dall’accesso al Mercato Unico fino alle politiche relative al controllo dei confini (Schengen) e per usufruirne la Svizzera deve aggiornare continuamente le proprie leggi ai regolamenti UE, cosi come ogni disegno di legge presentato dal Governo federale Svizzero deve essere prima esaminato per valutarne la compatibilità con la legge Europea.

1.2.2.3 Canada option

Consiste nella definizione di un free trade agreement che garantirebbe il libero scambio per la maggior parte dei beni industriali ed una parziale liberalizzazione dei servizi e degli investimenti ma non il riconoscimento automatico dei ‘passporting rights’ e del diritto alla libera circolazione dei lavoratori. Garantirebbe un accesso preferenziale al Mercato Unico con l’eliminazione di tariffe su molte tipologie di beni ad eccezione di quelli alimentari e dei servizi, richiedendo la

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necessità di certificare il luogo di produzione e la provenienza dei beni stessi.

La definizione di un accordo di questo tipo porterebbe ad una riduzione dell’integrazione economica tra le due realtà e una possibile spinta alla delocalizzazione di industrie e servizi dal Regno Unito all’UE per non perdere i benefici derivanti dall’appartenenza al Mercato Comune.

1.2.2.4. WTO Option

Opzione che implicherebbe l’imposizione di tariffe sui prodotti made in UK, limitando anche l’export dei servizi ed implicando la perdita dei diritti di passporting. Secondo una recente stima un accordo di questo tipo potrebbe significare che almeno il 16% dell’export britannico verso l’UE sarebbe sottoponibile a tariffe comprese tra il 7 ed il 10% (Rollo - Winters 2016).

1.3 Elementi di analisi per le differenti soluzioni

L’Unione Europea è il principale partner commerciale del Regno Unito, rappresentando oltre il 40% del commercio totale. L’appartenenza all’Unione Europea infatti consente di ridurre i costi connessi al commercio tra i paesi membri facilitando quindi sia l’import che l’export tra le due entità. L’esistenza dell’Unione Doganale consente la completa eliminazione delle barriere tariffarie all’interno dell’UE facilitando fortemente lo scambio di

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beni e servizi tra i paesi membri.

Figura 1.4: Volumi di import/export del Regno Unito. Fonte Uk Office for National Statistics

Il volume di beni made in UK esportati verso paesi UE e non-UE è stato variabile negli ultimi anni. La figura 1.4 mostra il volume dell’export verso entrambi i mercati indicizzato al livello del primo trimestre dell’anno 2008 (valore 100): subito dopo il crollo avvenuto negli anni 2008-2009, gli anni successivi hanno visto un incremento nel volume di export verso i paesi non-Ue superiore a quello avvenuto verso i paesi UE. Il valore dell’export verso i paesi Ue rappresenta comunque il 47% del totale al 201519.

(28)

28

Figura 1.5: UK Export di beni e servizi verso paesi Ue e non-Ue; Fonte Oxford Economics.

Come deducibile dalla figura 1.5 negli ultimi anni la dipendenza del Regno Unito dal Mercato Comune è andata diminuendo continuamente e la percentuale del totale dell’export di beni e servizi verso le destinazioni UE è scesa e sembra destinata a scendere anche in futuro.

In merito alla questione è importante citare il c.d “Rotterdam

Effect” ovvero il caso di beni che vengono esportati solo

temporaneamente in un paese UE per poi essere distribuiti da lì verso altre destinazioni non-UE. Nel caso del Regno Unito una delle principali prime temporanee destinazioni dell’export made in UK è il porto di Rotterdam in Olanda ed un articolo pubblicato nel 201520 valuta che almeno il 50% di questi beni venga poi

successivamente indirizzato verso paesi non-UE stimando

20 ONS,

http://webarchive.nationalarchives.gov.uk/20160105160709/http:/www.ons.gov.u k/ons/rel/uktrade/uk-trade/december-2014/sty-trade-rotterdam-effect-.html

(29)

29

l’ammontare del c.d “Rotterdam Effect” in almeno il 4% dell’export totale di beni dal Regno Unito.

Su quali basi dovrebbero reggersi quindi le future relazioni tra UK ed UE? Da un punto di vista strettamente economico le contrattazioni portate avanti dal governo britannico dovranno avere il solo ed esclusivo obiettivo di capire quale delle soluzioni danneggerà in modo minore l’economia britannica nel medio-lungo termine e naturalmente l’ulteriore obiettivo di ridurre al minimo questo impatto negativo. Non è da escludere che il governo britannico cerchi di definire un accordo personalizzato con l’UE che possa mediare un accesso parzialmente ridotto al Mercato Comune in cambio di un maggiore controllo sui flussi migratori provenienti dagli altri paesi UE21. Tuttavia, visto il precedente che un tale accordo potrebbe segnare, portando anche altri paesi ad avanzare le proprie richieste specifiche, e ponendo quindi una seria minaccia alla tenuta dell’intera Unione Europea, l’effettiva fattibilità di una tale soluzione non sembra plausibile. Varie ricerche si sono occupate di valutare e stimare l’impatto delle differenti possibili opzioni sul futuro economico del Regno Unito e generalmente la maggior parte delle analisi sono state concordi nel prevedere un impatto sostanzialmente negativo sull’economia britannica in caso di Brexit22. Qualsiasi sia lo

scenario post contrattazione analizzato tra Regno Unito ed Unione Europea23 tutte le stime mostrano un PIL destinato a scendere nel medio lungo periodo, e come si vede dalla tabella 1.2 la soluzione dell’ingresso nell’Area Economica Europea (EEA – Norway Option) danneggerebbe comunque l’economia britannica risultando comunque preferibile sia ad un Free Trade Agreement

21 BALDWIN, (2016) 22 IFS, (2016)

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30

(FTA) sul modello svizzero/canadese sia rispetto alla WTO option. Fonte Scenario Stima (%PIL) CEP EEA -1,3 WTO -2,6 HM Treasury EEA -3,8 FTA -6,2 WTO -7,5 OCSE WTO/FTA -5,1 NIESR EEA -1,8 FTA -2,1 WTO -3,2 PwC/CBI FTA -1,2 WTO -3,5 Oxford Economics FTA -2

Tabella 1.2 Riassunto dei principali studi sull'impatto della Brexit. Fonte: Emmerson et al. (2016)

Accedere alla EEA (Norway Option) comporterebbe minori barriere al commercio rispetto ad altre alternative, mantenendo inoltre l’accesso al Mercato Unico. Uno scenario che non innalzerebbe barriere tariffarie con l’UE però non escludendo del tutto un possibile incremento nelle attuali barriere non tariffarie,

(31)

31

causato dal necessario obbligo di rispetto della Rule of Origin, e di potenziali applicazioni di regole anti-dumping.

Allo stesso tempo il Regno Unito sarebbe però libero di definire in autonomia nuovi accordi commerciali con paesi terzi nel resto del mondo.

Uno scenario molto più pessimistico si verificherebbe invece nel caso in cui il Regno Unito non riuscisse ad accordarsi in tempi brevi con l’UE richiedendo l’applicazione temporanea di regole commerciali rientranti nella WTO Option, esse infatti determinerebbero l’innalzamento di barriere sia tariffarie che non tariffarie sul proprio export.

Per l’analisi degli effetti sul commercio, in particolare Dhingra et al. (2016) costruiscono un modello quantitativo di previsione ipotizzando due scenari differenti: uno positivo rappresentato dalla

Norway Option ed uno negativo consistente nella WTO Option. Il

modello mostra, come riassunto nella tabella 1.3, che la Norway Option comporterebbe per il Regno Unito una riduzione dell’1,3% del reddito pro capite, mentre la WTO Option una riduzione doppia del 2,6%. Sempre la prima opzione comporterebbe il mantenimento della contribuzione al bilancio UE portando il costo medio per famiglia ad 850 sterline per lo scenario ottimistico e a 1700 per quello pessimistico.

Tabella 1.3, Stima degli effetti della Brexit sullo standard di vita delle famiglie britanniche. Fonte: CEP calculations

(32)

32

Naturalmente gli effetti negativi non sarebbero limitati ai soli cittadini del Regno Unito, e gli autori valutano anche la riduzione del reddito pro capite che si sperimenterebbe in altri paesi appartenenti o meno all’Unione Europea.

Figura 1.6: Riduzione percentuale del reddito pro capite nei due scenari. Fonte: Dhingra et al. (2016)

La figura 1.6 mostra come i cittadini di Irlanda, Olanda e Belgio sarebbero quelli a soffrire gli effetti più negativi sul loro reddito; al contrario i cittadini di alcuni paesi extra-UE quali Russia e Turchia, potrebbero invece beneficiare di nuovi accordi commerciali che potrebbero dirottare risorse economiche al di fuori del mercato unico europeo.

Infine, un modello alternativo è rappresentato dall’ipotesi di adozione di un free trade agreement simile a quello stretto con la Svizzera (Swiss Option) che comporterebbe il parziale accesso al mercato unico, la necessaria adozione delle regolamentazioni relative e la libera circolazione dei lavoratori più un risparmio

(33)

33

nelle contribuzioni fiscali al bilancio UE a discapito però del libero scambio dei servizi, vero vantaggio competitivo per l’economia Uk, e quindi un impatto sul reddito pro capite del -1,3%, simile alla Norway Option.

1.3.1 Cenni alle analisi pro Brexit

Generalmente il dibattito accademico e non sulle possibili conseguenze della Brexit è stato caratterizzato dalla carenza di studi economici con conclusioni che, stimando effetti economici positivi per il PIL britannico, supportassero il fronte Leave. Sono solo due infatti gli studi accademici che stimano aumenti del PIL del Regno Unito negli anni successivi alla Brexit: Open Europe24 e Minford (2016).

Tabella 1.4 Riassunto dei principali studi favorevoli alla Brexit

Fonte Scenario Stima (%PIL) OPEN EUROPE FTA +0,6 /1,6

MINFORD WTO +4

Per Open Europe lo scenario migliore implicherebbe la definizione di free trade agreements con l’Unione Europea e con paesi del resto del mondo, che, uniti ad una forte deregulation della propria economia, porterebbero l’economia britannica a crescere tra lo 0,6 e l’1,6% entro il 2030.

24

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34

Più particolare ed interessante l’analisi di Minford (2016)25che propone un modello economico che mostra come l’uscita dall’UE si tradurrebbe in un aumento del 4% del PIL del Regno Unito entro l’anno 2020. Il modello implica l’adozione della WTO Option senza la ricerca di nuovi accordi commerciali con l’Unione Europea e la cancellazione totale di ogni barriera tariffaria sull’import dall’estero. Il beneficio per l’economia deriverebbe quindi dall’approvvigionamento di prodotti esteri al minor costo possibile con un effetto simile ad un imponente taglio dell’imposizione fiscale per famiglie ed imprese. Ulteriori effetti positivi deriverebbero poi dall’abbandono delle severe regole imposte dall’UE e dalla maggiore libertà conseguente nella definizione di una propria regolamentazione in ambito commerciale ed economico.

1.4 L’impatto sugli Investimenti Diretti Esteri (FDI) in UK

Dal punto di vista degli investimenti diretti esteri (FDI)26 Bruno et al. (2016) stima che l’appartenenza alla UE comporti un incremento degli stessi di almeno un quarto rispetto al solo avere in essere un accordo di libero scambio con l’Unione Europea o nel caso gli scambi avvenissero sotto le regole WTO.

A questo bisogna aggiungere che il Regno Unito è il terzo paese al mondo per capacità di attrarre FDI, in questo giocando naturalmente un ruolo importante il fatto che il Regno Unito sia per vari motivi considerato piattaforma ideale e strategica dove porre base per poi accedere successivamente anche al mercato UE. Lo stock di investimenti esteri nel Regno unito al 2015 ammontava

25 Economists for Brexit, (2016) 26 Foreign Direct Investment

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35

a 1 trilione di Sterline, circa metà delle quali provenienti dagli altri paesi dell’Unione Europea27. Parte di questo successo è dovuto

all’appartenenza all’UE che facilita l’accesso al Mercato Unico ed è quindi lecito aspettarsi dopo Brexit una riduzione degli investimenti dovuta all’aumento dei costi legati al commercio28: le

minori libertà di scambio, l’imposizione di tariffe e/o di nuove barriere non tariffarie risulterebbero in una forte riduzione dell’attrattività e dei vantaggi attualmente riscontrati nell’investimento nel Regno Unito da parte soprattutto dei soggetti extraeuropei. Dhingra et al. (2016) mostrano attraverso un’analisi empirica che lasciare l’UE si tradurrebbe in una riduzione del 22% dell’ammontare di FDI diretti verso il Regno Unito nella prossima decade, con effetti negativi soprattutto in quei settori quali la produzione di auto e dei servizi finanziari, che oltre ad essere settori trainanti dell’economia britannica, sono quelli ad aver goduto maggiormente delle esternalità positive derivanti dall’appartenenza del Regno Unito all’UE.

1.5 Conclusioni

Il presente capitolo tenta di ripercorrere l’evoluzione storica del rapporto tra Regno Unito ed Unione Europea, sin dall’inizio rivelatosi difficile e contraddistinto da quattro decenni di tensioni e contrapposizioni. Nonostante le evidenze empiriche dei benefici economici che sono derivati dall’appartenenza all’Unione Europea il rapporto in questione si è concluso nel peggiore dei

27 Fonte UKTI, UK Trade & Investment, 2015 28 Dhingra et al, (2016)

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36

modi, con un referendum che ha sancito la volontà popolare di separarsi politicamente dal resto d’Europa.

Il divorzio non è comunque ancora effettivo ed in attesa dell’applicazione finale dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona lo spazio rimane aperto per speculazioni su quali saranno le conseguenze, soprattutto economiche, per il futuro del Regno Unito.

Nel prossimo capitolo verrà spostato lo sguardo al contesto nel quale si inserisce questa decisione ed a ciò che Brexit potrebbe significare per gli altri stati membri dell’UE. Questa decisione infatti non solo implicherà delle ricadute sulle economie dei principali partner commerciali del Regno Unito, ma determinerà anche dei cambiamenti in alcune dinamiche del rapporto di appartenenza all’Unione Europea per i 27 membri rimanenti.

(37)

37

Capitolo 2

Brexit: le conseguenze per i paesi dell’Unione Europea e

per altre economie rilevanti

2.1 L’impatto sul bilancio UE e sull’economia dei paesi membri

Nel capitolo precedente il focus dell’analisi è stato incentrato sugli effetti e sulle conseguenze che la Brexit potrebbe avere sul Regno Unito. Adesso è necessario spostare lo sguardo ed analizzare quelle che potrebbero essere le conseguenze economiche per l’Unione Europea, sia a livello di istituzione che a livello di singoli stati membri, ma anche per alcuni paesi non-UE rilevanti per l’economia britannica.

È infatti possibile stimare preliminarmente effetti su due livelli: un primo effetto che avrà conseguenze a livello di Unione Europea come istituzione, in particolare sul bilancio europeo, e che richiederà verosimilmente ai paesi membri di aumentare la propria contribuzione così da colmare il gap contributivo conseguente all’uscita del Regno Unito; un secondo effetto con conseguenze a livello di singole economie dei paesi membri, i quali sono destinati a subire contraccolpi che varieranno di intensità in funzione delle specifiche relazioni economico-commerciali intrattenute col Regno Unito e che potranno modificarsi in funzione dei nuovi accordi che verranno definiti in futuro.

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38

2.1.1 Gli effetti sulla contribuzione al bilancio UE

L’Unione Europea dispone di un proprio bilancio che nel 2015 ammontava a 142 miliardi di EUR, pari all’1% della ricchezza annuale generata dai paesi UE. Il bilancio è finanziato attraverso varie fonti e ad ogni stato membro viene richiesto di contribuire mediante una quota pari allo 0,7% del proprio Reddito Nazionale Lordo (RNL), con una quota dello 0,3% dell’ammontare di IVA prelevata nel corso dell’anno e con una quota dei dazi doganali calcolata sull’import avente provenienza extra-UE.

Figura 2.1: Bilancio UE, dati 2015. Fonte: dati Unione Europea Come visibile in figura 2.1 la parte preponderante delle entrate del bilancio è rappresentata dal contributo calcolato sul reddito nazionale lordo (69%), seguita dalle quote IVA e sui dazi che contribuiscono per un 12% ciascuno. La voce relativa alle altre entrate, che contribuisce per un 7%, include entrate relative alle tasse, agli interessi sui depositi, ai pagamenti da parte di paesi

non-12%

69% 12%

7%

FONTI DI FINANZIAMENTO DEL

BILANCIO UE

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39

UE, ai risparmi di spesa e qualsiasi altro surplus derivante dal precedente bilancio29.

In relazione al totale del bilancio UE i paesi che contribuiscono con una quota maggiore sono Germania (19,9%), Francia (17,76%), Italia (13,57%) e Regno Unito (10,7%).

Tabella 2.1: Quote percentuale di contribuzione al bilancio UE da parte di ogni stato membro. Fonte: Wikipedia

QUOTA SUL TOTALE DELLE CONTRIBUZIONI AL BILANCIO UE (%) GERMANIA 19,9 FRANCIA 17,76 ITALIA 13,57 REGNO UNITO 10,7 SPAGNA 9,15 OLANDA 3,78 BELGIO 3,16 PORTOGALLO 3,07 SVEZIA 2,68 AUSTRIA 2,5 DANIMARCA 2,1 GRECIA 1,99 FINLANDIA 1,65 IRLANDA 1,27 Rep. CECA 1,24 ROMANIA 1,11 UNGHERIA 0,81 SLOVACCHIA 0,55 BULGARIA 0,32 SLOVENIA 0,32 29 https://en.wikipedia.org/wiki/Budget_of_the_European_Union

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40 LITUANIA 0,26 LUSSEMBURGO 0,26 LETTONIA 0,18 CIPRO 0,15 ESTONIA 0,14 MALTA 0,05 TOTALE 100

Il costo diretto di partecipazione all’Ue è relativamente facile da calcolare mentre il beneficio in termini di risparmio per il Regno Unito che deriverà dalla cessazione alla partecipazione dipenderà da quello che sarà l’accordo che verrà infine stretto con l’UE. Una maggiore o minore contribuzione al budget dell’Unione infatti sarà comunque richiesta in funzione di quale relazione verrà definita, cosi come accade per Norvegia e Svizzera, che contribuiscono al budget in maniera diversa in funzione di diritti e doveri differenti.

Con la Brexit l’Unione Europea perderà il secondo contributore netto al suo budget ed il quarto contributore in senso assoluto, determinando un gap contributivo che richiederà una successiva ricopertura che potrebbe avvenire in due modi:

1. riducendo le spese generali del bilancio;

2. richiedendo ai paesi membri di aumentare la loro quota di contribuzione.

Nel caso più probabile della seconda soluzione, l’aumento della quota di contribuzione degli stati membri rimanenti è stimabile in funzione dei differenti scenari post contrattazione tra UK ed UE. Ferrer e Rinaldi (2016) indagano come si modificherebbe la contribuzione di ciascuno dei 27 paesi membri rimanenti effettuando dei calcoli basati su due scenari differenti: lo scenario

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41

A assume una contribuzione del Regno Unito portata a zero mentre lo scenario B ipotizza per il Regno Unito una situazione simile a quella vissuta attualmente dalla Norvegia, in cui l’accesso al Mercato Unico avviene in cambio di una contribuzione al bilancio UE. Come mostrato nella seguente tabella 2.2, con riferimento al budget 2014 lo scenario A determinerebbe un impatto maggiore per la Germania con un incremento della contribuzione di 2.56 miliardi di EUR (+9%), seguita dalla Francia con 1.47 miliardi di EUR (+7%).

Tabella 2.2: Simulazione delle modifiche nella contribuzione lorda al bilancio UE (Budget 2014). Fonte: Ferrer e Rinaldi, (2016)

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42

In generale la maggioranza dei paesi membri vedrebbe aumentare la propria contribuzione, mentre paesi come Grecia, Bulgaria e Olanda beneficerebbero di risparmi relativamente piccoli derivanti principalmente dalla redistribuzione dei fondi prima destinati all’economia britannica sotto forma di rebate. Lo scenario B invece vedrebbe un aumento generalizzato della contribuzione simile allo scenario A ma con effetti naturalmente mitigati dal fatto che, come già accennato, una simile soluzione richiederebbe al Regno Unito di contribuire al bilancio per poter continuare ad accedere al mercato unico. Prendendo come riferimento il caso norvegese, se il Regno Unito dovesse contribuire per una quota del PIL simile a quella attualmente pagata dalla Norvegia, il suo contributo al bilancio europeo ammonterebbe a 3.5 miliardi di EUR.

2.1.2 Le conseguenze per il commercio

L’economia britannica equivale a circa 1/6 del totale dell’economia UE e com’è intuibile gli effetti post Brexit saranno tali da ridurre il commercio o innalzare il costo dello stesso arrecando direttamente danno sia al Regno Unito che in parte anche agli altri paesi membri dell’Unione. Il 10% dell’export dei paesi dell’Unione Europea ha come destinazione il Regno Unito mentre una percentuale vicina al 50% è l’export che lascia il Regno Unito con destinazione un paese membro UE.

Il Regno Unito rappresenta una fonte di domanda di beni molto importante per le economie di molti stati membri, con un livello di importazioni stabilmente superiore al livello delle esportazioni verso questi stessi paesi. Nella tabella 2.3 è possibile individuare i paesi maggiori esportatori verso il Regno Unito, e come possiamo

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43

vedere dalla successiva figura 2.2 tra questi vi sono alcuni paesi come Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Belgio, Ungheria, Lettonia, Lithuania e Slovacchia in cui il surplus commerciale nei confronti del Regno Unito supera l’1% del PIL.

Tabella 2.3: Export verso il Regno Unito in termini di % del PIL 2015. Fonte S&P

EXPORT VERSO UK (% del PIL)

IRLANDA 10,6 CIPRO 7,5 NORVEGIA 7,4 MALTA 7,1 BELGIO 6,8 OLANDA 6,7 LUSSEMBURGO 5,3 LITUANIA 3,9 UNGHERIA 3,5 GERMANIA 2,8 SPAGNA 2,7 SVEZIA 2,7 DANIMARCA 2,7 LETTONIA 2,5 FRANCIA 2 FINLANDIA 1,8 ITALIA 1,6 AUSTRIA 1,5 SVIZZERA 1,3 CANADA 0,8

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44

Figura 2.2: Surplus commerciale verso il Regno Unito di alcuni paesi UE (% del PIL, 2013). FONTE: ONS.

Prendendo in considerazione i 27 paesi appartenenti all’Unione Europea il valore del surplus commerciale nei confronti del Regno Unito equivale allo 0,6% del PIL UE.

Visti i dati si deduce facilmente come gran parte delle considerazioni precedentemente fatte in merito alle strade percorribili per la definizione di nuove relazioni commerciali con l’UE acquisiscano importanza anche per molti dei paesi membri, i quali potrebbero veder ridotto o comunque ostacolato l’interscambio commerciale con il Regno Unito in misura variabile in funzione dell’accordo che verrà sottoscritto.

Sebbene risulti chiaro come nel breve termine il Regno Unito sarà il paese che subirà i maggiori contraccolpi conseguenti al risultato del referendum, altrettanto chiaro è il fatto che non sarà l’unico. Infatti il livello di integrazione economica, regolamentare, politica e sociale raggiunto con gli altri paesi membri in oltre quarant’anni di appartenenza comune all’Unione Europea è stato tale che gli effetti di questa scelta finiranno per impattare su tutti, con una

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45

gravità più o meno intensa in funzione del grado di integrazione delle diverse economie con quella britannica.

Nei prossimi paragrafi verranno brevemente riassunti i principali dati che caratterizzano le relazioni tra il Regno Unito e le economie dei paesi membri UE ed extra-UE. La base di partenza sarà l’analisi condotta dall’agenzia di rating Standard & Poor’s che ha elaborato un indice di esposizione denominato Brexit

Sensitivity Index per valutare la scala di impatto della Brexit su un

campione di 20 paesi rilevanti.

2.2 Il Brexit Sensitivity Index (BSI)

L’indicatore denominato “Brexit Sensitivity Index” misura l’esposizione di 20 paesi ai rischi determinati da Brexit. La valutazione si basa su una serie metriche suddivise in quattro fattori principali tra le quali le esportazioni di beni e servizi verso il Regno Unito, i flussi migratori bidirezionali, i crediti nel settore finanziario e gli investimenti diretti esteri effettuati in UK.

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46

Figura 2.3: Esposizione al rischio Brexit secondo il BSI. Fonte: S&P, (2016) La figura 2.3 mostra come tra i 20 paesi analizzati Standard & Poor’s individui Irlanda, Malta, Lussemburgo e Cipro quali paesi più esposti e tra questi 20 solo due, Canada e Svizzera, sono al di fuori dell’Unione Europea.

2.2.1 Paesi UE

- Irlanda: è lo stato membro maggiormente integrato con il Regno Unito in termini non solo economici e commerciali ma anche culturali e linguistici. È l’unico stato membro a condividere un confine diretto con l’UK e nel 2013 ha esportato verso il Regno Unito beni e servizi per un valore pari al 12% del suo PIL registrando, nonostante ciò, un deficit commerciale pari a 10 miliardi di EUR. Gli investimenti da parte di imprese britanniche in Irlanda sono ammontati nel 2013 a 51 miliardi di EUR, pari al 30% del PIL Irlandese. I settori finanziario e bancario dei due paesi sono fortemente integrati con molte banche, hedge funds e fondi

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47

di private equity che portano avanti le loro operazioni con sedi sia a Dublino che a Londra.

Brexit avrà impatti significativi sull’economia Irlandese sperimentabili a partire dal breve termine e stimati in una riduzione del PIL compresa tra 1,2 e 2,7 miliardi di EUR30 (0,5-1,6%) ed una riduzione del commercio del 20% rispetto ai livelli attuali.

- Malta: legato al Regno Unito da fattori storici e culturali nel 2013 l’export verso l’economia britannica è stato pari al 7% del PIL e gli investimenti pari all’11% del PIL. Il settore finanziario risulta altamente dipendente da quello britannico.

- Lussemburgo: il Regno Unito rappresenta il secondo partner per l’export ed il primo per l’import di beni e servizi, nel 2013 l’export verso il Regno Unito è stato pari al 4,1% del PIL e gli investimenti esteri effettuati in UK hanno raggiunto l’equivalente del 142% del PIL.

- Cipro: nonostante si tratti di uno stato piccolo e lontano dal Regno Unito risulta legato a quest’ultimo da fattori storici e culturali che ne fanno uno dei paesi potenzialmente più esposti ai rischi derivanti dalla Brexit. Nel 2013 ha esportato beni e servizi verso il Regno Unito per un valore di 1,3 miliardi di EUR € pari al 7% del PIL31. I settori finanziario e bancario sono quelli che

mantengono il maggior grado di integrazione e collegamenti con molte banche cipriote operanti sul suolo britannico svolgendo in esso anche attività di raccolta depositi. Le banche stabilite nel

30 Fonte Department of public expenditure and reform, Republic of Ireland - http://www.budget.gov.ie/Budgets/2017/Documents/SES/Summer-Economic-Statement-2016.pdf

31 Fonte Office for National Statistics

https://www.ons.gov.uk/economy/nationalaccounts/balanceofpayments/compendi

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48

Regno Unito hanno contratto prestiti per un controvalore pari al 40% del PIL cipriota e concesso finanziamenti per oltre il 30%32.

- Olanda33: lo stock di investimenti diretti effettuati in UK da parte di imprese Olandesi ammonta a 177 miliardi di EUR, pari all’1,5% del PIL. Unilever, Royal Dutch Shell e Philips sono alcune tra le principali multinazionali mondiali svolgenti operazioni sostanziali sul suolo britannico. Nel 2013 l’Olanda ha esportato verso il Regno Unito un ammontare di beni e servizi pari a 49 miliardi di EUR generando un surplus commerciale di 6,8 miliardi di EUR34. Molto intensi sono anche i collegamenti nell’ambito del settore finanziario, in quello bancario in particolare, con un ammontare di prestiti effettuati da banche del Regno Unito verso i Paesi Bassi pari a 236 miliardi di EUR nel 201435.

L’impatto della Brexit sull’economia olandese è quindi atteso molto severo con un effetto stimato in una decrescita del PIL compresa tra l’1,2 ed il 2% entro il 2030.

- Belgio: ha dei forti collegamenti commerciali col Regno unito, nel 2013 ha infatti esportato beni e servizi per 27 miliardi di EUR, cifra pari al 6,8% del PIL. Ha inoltre uno dei maggiori surplus commerciali verso la Gran Bretagna pari all’1,8% del PIL. Anche nel settore finanziario vi sono collegamenti importanti con banche britanniche che detengono crediti verso controparti belghe per 31 miliardi di EUR, una cifra che corrisponde però solo ad un terzo del livello massimo raggiunto nel 2007 prima della crisi finanziaria36.

32 Fonte dati della Bank of England -

http://www.bankofengland.co.uk/Pages/home.aspx

33 Fonte dati CPB, Netherland Bureau for Economic Policy Analysis, 2016 34 ONS Pink Book 2014 -

https://www.ons.gov.uk/economy/nationalaccounts/balanceofpayments/compendi

um/unitedkingdombalanceofpaymentsthepinkbook/2014-10-31/unitedkingdombalanceofpaymentsthepinkbook2014referencetables

35 Bank of England - http://www.bankofengland.co.uk/Pages/home.aspx 36 Bank of England - http://www.bankofengland.co.uk/Pages/home.aspx

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49

- Germania: il surplus commerciale tedesco verso la Gran Bretagna ammontava ad oltre 28 miliardi di EUR nel 2013, pari all’1% del PIL. L’export di beni e servizi è stato di 71,6 miliardi di EUR nel 2014 mentre il livello di FDI ammonta a 68 miliardi di EUR. - Spagna: gli investimenti delle imprese spagnole effettuati nel

Regno Unito ammontavano a 63 miliardi di EUR nel 2013, uno stock di FDI simile a quello della Germania ma cresciuto esponenzialmente a fronte di un valore di soli 7 miliardi di EUR nel 2004. L’export di beni e servizi è stato di 25,8 miliardi di EUR, con un surplus commerciale vicino all’1% del PIL.

- Svezia: ha una serie di relazioni commerciali e di investimento abbastanza importanti con il Regno Unito mentre i collegamenti nel settore finanziario e bancario sono meno sviluppati rispetto ad altri paesi. Nel 2013 ha esportato 11 miliardi di EUR di beni e servizi nel Regno unito e gli investimenti diretti hanno raggiunto i 9,6 miliardi di EUR37.

- Italia: insieme all’Austria viene considerato il paese meno esposto ai rischi diretti derivanti dalla Brexit. Nel 2013 ha esportato verso il Regno Unito 23 miliardi di EUR di beni e servizi e lo stock di FDI è ammontato a 8,1 miliardi di EUR. Vanta infine nei confronti della Gran Bretagna un surplus commerciale di 5 miliardi di EUR. I maggiori rischi per l’Italia sono quindi indiretti ed elementi di preoccupazione potrebbero derivare dall’impatto destabilizzante per le altre economie europee e per l’Unione Europea intesa come istituzione, con un possibile effetto contagio che potrebbe indebolire un’economia che ancora non si è ripresa del tutto dagli effetti nefasti conseguenti la crisi economica.

(50)

50 2.2.2 Paesi non-UE

- Svizzera: tra quelli considerati è l’unico paese sito in Europa a non essere membro dell’Unione Europea; l’esposizione verso il Regno Unito deriva principalmente dall’importante stock di FDI (36 miliardi di EUR nel 2013) e dalla presenza di sussidiarie operanti nel settore finanziario. La Svizzera è esposta anche ad effetti indiretti che potrebbero originare dal mercato valutario, infatti il Franco Svizzero potrebbe subire pressioni al rialzo per un effetto

flight-to-quality38 conseguente sia al clima di incertezza generale che alla svalutazione della Sterlina. Ciò potrebbe avere effetti negativi sull’economia rendendo relativamente più cari i beni destinati all’export riducendone così la domanda proveniente dall’estero.

- Canada: il Regno Unito rappresenta per il Canada la terza maggiore destinazione del proprio export dopo Usa e Cina, con un controvalore intorno ai 15 miliardi di EUR, a fronte di un import di prodotti made in UK pari a 8,5 miliardi di EUR. Una volta conclusa la procedura attivata con l’articolo 50 del Trattato di Lisbona il Regno Unito cesserà di far parte dell’Unione Europea e verrà così esclusa anche dagli attuali trattati commerciali tra Canada ed Ue, come ad esempio il Canada-European Union

Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA), il free

trade agreement tra Canada ed Unione Europea che dovrebbe entrare in vigore nel corso del 2017. Nel brevissimo termine non si aspettano modifiche sostanziali nelle relazioni commerciali tra i due paesi, almeno fino a che il Regno Unito non completerà l’iter

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51

per l’uscita dall’Unione Europea che richiederà la definizione di accordi commerciali ex novo.

Lo stock di FDI canadesi nel Regno Unito ammontava nel 2015 ad oltre 80 miliardi di EUR, molte imprese canadesi hanno nel tempo utilizzato il Regno Unito quale punto di accesso per la distribuzione dei propri beni e servizi anche nel resto del mercato comune europeo ed è quindi lecito aspettarsi una diminuzione degli investimenti nei prossimi anni39.

2.2.3 Commonwealth

Anche se non inserito nell’analisi relativa al BSI merita un cenno particolare il Commonwealth: un’organizzazione internazionale fra stati che abbiano fatto parte in passato dell’Impero Britannico. Per l’export dei 53 paesi che lo compongono infatti il Regno Unito è il quarto mercato dopo Usa, Cina e Giappone. La svalutazione della sterlina sperimentata dopo il referendum su Brexit potrebbe ridurre la domanda di importazioni proveniente dal Regno Unito, con un conseguente rischio a carico soprattutto Botswana, Belize, Seychelles, Mauritius, Bangladesh e Sri Lanka40, paesi per cui il mercato UK rappresenta la destinazione di oltre il 10% dell’export totale.

2.3 Conclusioni

In questo capitolo abbiamo dato una panoramica di quelle che potrebbero essere le conseguenze della Brexit allargando il punto

39 https://www.bdc.ca/en/articles-tools/entrepreneur-toolkit/publications/monthly-economic-letter/pages/brexit-what-will-the-impact-be-on-canadas-economy.aspx 40 https://www.ft.com/content/ec5a4cfe-8a4b-11e6-8cb7-e7ada1d123b1

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52

di vista all’Unione Europea e ad altri paesi rilevanti per il Regno Unito.

Anche se l’impatto monetario non è ancora definibile con certezza, Brexit avrà sicuramente un primo effetto sui restanti paesi dell’Unione Europea consistente nel necessario aumento della contribuzione al budget UE al fine di colmare il gap lasciato aperto dall’uscita del Regno Unito.

Un secondo effetto, più aleatorio nella valutazione delle sue conseguenze, è quello che invece si riscontrerà sull’economie dei vari paesi con effetti sui settori colpiti che varieranno da caso a caso ed in funzione delle specificità delle relazioni economiche intrattenute con il Regno Unito; oltre all’incertezza, che rappresenta in generale il minimo comune denominatore che amplifica la trasposizione degli effetti negativi e che caratterizza e caratterizzerà i prossimi anni di contrattazione e definizione del futuro relazionale tra Regno Unito e resto dell’UE, in generale è possibile individuare alcuni driver attraverso cui gli effetti della Brexit potranno trasferirsi sulle altre economie. Tra i principali è possibile citare:

• Il livello delle relazioni economico-commerciali:

l’interscambio commerciale con il Regno Unito potrebbe subire contraccolpi derivanti dai diversi accordi commerciali futuri e dall’imposizione di barriere tariffarie e non tariffarie impattando negativamente sui paesi con un livello di export considerevole verso l’economia britannica;

• Le relazioni reciproche nel settore finanziario e bancario: molte istituzioni finanziarie e bancarie extra-UE hanno scelto il Regno Unito quale sede per poter operare anche nel resto dell’Unione; la possibile perdita dei passporting rights che permettono alle istituzioni finanziarie e bancarie di operare in

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tutta l’UE ai sensi della direttiva MIFID rappresenta un elemento di rischio per il settore finanziario di molti paesi; • Il livello degli investimenti diretti esteri: molti dei FDI

vengono effettuati nel Regno Unito non solo da paesi UE ma in gran parte da paesi extra-UE che vedono nel Regno Unito un gateway per l’Europa. La riduzione di tali investimenti rappresenta un problema in misura maggiore per l’economia britannica ma anche parzialmente per gli investitori esteri che dovranno investire in economie meno competitive ed efficienti del Regno Unito;

• Effetti sulla valuta: la svalutazione della sterlina rende relativamente più costoso per i cittadini britannici acquistare prodotti esteri, ciò riduce la domanda di importazioni del Regno Unito determinando conseguenze negative per le economie di alcuni paesi esportatori;

• Effetti indiretti: il rallentamento della crescita economica generale che si stima derivare da Brexit potrebbe determinare contraccolpi negativi indiretti anche in economie che non intrattengono rapporti commerciali intensi con il Regno Unito.

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