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Capitolo 5 IL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE. Un percorso di sostenibilità

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Capitolo 5

IL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE.

Un percorso di sostenibilità

5.1 Introduzione

Nel corso di questo capitolo andremo a presentare il Commercio Equo e Solidale (COMES), attraverso una breve collocazione storica della sua origine e della situazione attuale, cogliendo nelle sue caratteristiche molti tratti che sembrano contraddistinguerla dalla maggior parte delle comuni “pratiche commerciali”.

Come verrà messo in evidenza, si riscontrano caratteristiche ben rispondenti alle categorie introdotte nel precedente capitolo. Abbiamo, inoltre, indagato gli aspetti più propriamente ambientali legati all’introduzione di un progetto del COMES, spinti dalla considerazione (come vedremo più avanti) che l’avvio di tali progetti molto spesso permette, o incentiva, un ritorno ad agricolture di tipo tradizionale o ad agricoltura di tipo biologica, talora condotta senza il riconoscimento di una certificazione; ne vedremo più avanti le relative difficoltà.

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Il nostro bagaglio di conoscenze iniziali è legato al lavoro che ho svolto da diversi anni (e che tuttora svolgo) all’interno di una Bottega del Commercio equo e Solidale: esperienza senza dubbio formativa, ricca di esperienze e incontri, tra i quali vanno considerati quelli con operatori del COMES, responsabili dei progetti e con produttori del Sud del mondo venuti in Italia per approfondimenti, per portare le loro esperienze e per lo stringere il rapporto nato con gli importatori, gli operatori del COMES.

Naturalmente tutto ciò sarà reso più chiaro nello svolgersi del capitolo.

5.2 Il Commercio Equo e Solidale. La genesi dell’idea

Il motore fondamentale che ha dato il via al Commercio Equo e Solidale si trova nel voler superare e risolvere gli squilibri e le ingiustizie che dividevano (e dividono) Nord e Sud del mondo. Già verso la fine degli anni ’40 negli Stati Uniti con la creazione dei Ten Thousand Villages, gruppi che avviarono le prime esperienze di commercio equo e solidale con comunità povere del Sud del mondo ci sono i primi tentativi di creare dei legami commerciali con paesi poveri che mirassero a ristabilire una certa uguaglianza nei diritti, in primis di scambio (Pignagnoli, 2004).

Altre forme di scambio diretto, di cooperazione, sebbene in diversa forma, si trovano anche nell’agire di missionari europei, o di laici legati a missioni o progetti d’aiuto, che entrando direttamente a contatto con le difficili situazioni nel Sud del

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mondo cominciarono dapprima a portare con loro nelle città d’origine prodotti dell’artigianato locale delle missioni allo scopo di rivenderli tramite le parrocchie o fiere cittadine, per poi riportare il ricavato nelle missioni stesse. In questo caso, da un lato, resta la forte dipendenza dall’azione nobile, ma “isolata”, circostanziata alla singola persona in contatto tramite la missione o il progetto con quella particolare comunità; dall’altro lato, anche la diffusione dell’artigianato è circostanziata e legata alle reti parrocchiali o di conoscenti diretti della persona che le porta; è forte la base fiduciaria, comprensibilmente ridotta la diffusione.

Soprattutto negli anni ’50 e ’60 si assiste ad una certa ripresa economica (il “boom economico”; si veda in 3.2.1), cui fa seguito un generale miglioramento delle condizioni di vita, con aumento del benessere economico (per i Paesi Europei, Nord americani, etc.); si diffonde parallelamente la percezione dei problemi e della sofferenza di quei Paesi, di quei mondi sembrati sino ad allora estremamente “lontani” per le società di quei Paesi: si svilupparono così diverse campagne di aiuti umanitari a sostegno di tali popolazioni svantaggiate, cui fa seguito la politica degli aiuti alimentari e prestiti ai Paesi in Via di Sviluppo (PVS; per le politiche di aiuto allo sviluppo e questione del debito, si veda in 3.2.2 e 3.2.1).

Parallelamente nascono nuove concezioni sui metodi di intervento nei PVS, che propongono un approccio d’intervento diverso e “alternativo” rispetto ai semplici aiuti umanitari, ponendo l’accento sulla necessità di instaurare vere e proprie relazioni commerciali, secondo termini equi, paritari con i Paesi del Sud (Pignagnoli, 2004).

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I paesi in cui si intravedono i primi tentativi sono le grandi ex potenze coloniali del Nord Europa: Olanda, Belgio, Inghilterra, con ragioni e percorsi vari (Pecorella, 2004; Pignagnoli, 2004).

Una delle prime campagne di commercio “alternativo” fu sostenuta dalla fondazione Stichting S.O.S. Wereldhandel, che nel 1967 sarebbe diventata la Fair Trade Organisatie. Fondata nel 1959 da alcuni membri del partito cattolico olandese di Kerkrade, la fondazione sosteneva la raccolta fondi in favore di una campagna di latte in polvere in Sicilia (che allora apparteneva ancora ai PVS). A questa prima campagna ne seguirono altre, sulla base di nuove prerogative e allargate a vari Paesi, che nel corso degli anni avrebbero costituito quello che sarebbe stato uno dei primi aspetti fondamentali del Commercio Equo e Solidale: convertire gli aiuti in denaro o in generi di prima necessità, in fondi per il finanziamento di progetti a livello di imprenditoria locale al fine di incentivare lo sviluppo di quelle economie rurali prive di indipendenza economica e dipendenti dagli aiuti dei paesi più ricchi (Pecorella, 2004).

Il mercato locale non era però in grado di assorbire l’intera produzione: per dare sbocco a nuovi sviluppi era necessario esportare i prodotti. Ben presto si presentò il problema della figura degli intermediari locali, i quali imponevano i prezzi dei prodotti, costringendo così i produttori ad accettare incondizionatamente i loro termini di transazione. In Olanda un gruppo di giovani del Partito Cattolico Olandese, nel clima di fervore e creatività del mondo cattolico olandese dopo il Concilio Vaticano II, crearono una fondazione, la Stichting S.O.S. Wereldhandel (sostenuta da personale volontario), che decise allora di acquistare i prodotti direttamente dai produttori e di importarli per inserirli poi nel mercato olandese. I primi beni venduti erano essenzialmente di

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artigianato, provenienti per la maggior parte da Paesi in cui erano già stati avviati precedentemente progetti umanitari gestiti da missionari cattolici.

In Inghilterra Oxfam UK, una ONG inglese che dal dopoguerra aveva iniziato ad occuparsi dei problemi della fame nel mondo avviando progetti di cooperazione e sviluppo nei Paesi Meno Sviluppati (PEMS), uno dei più grandi organismi che lavora nel campo della cooperazione allo sviluppo in forma privata e che opera commercialmente con il sud del mondo, già nei primi anni ’60 cominciò a vendere nei propri negozi prodotti dell’artigianato confezionato dai profughi cinesi. Si iniziò con dei puntaspilli imbottiti, poi nel 1964 Oxfam creò la prima Organizzazione del Commercio Alternativo (Alternative Trade Organisation, ATO) consolidando la vendita di oggetti artigianali. Attraverso un programma denominato “Bridgehead” iniziò ad importare beni di artigianato dai Paesi del ”Terzo Mondo”, proponendosi di creare un collegamento tra i produttori del Sud e i consumatori del Nord. Nel 1968 la Oxfam- Tradecraft una centrale di importazione, sviluppando così tecniche di vendita più evolute ed efficienti come hanno dimostrato negli anni le vendite per corrispondenza, che a tutt’oggi assorbono il 20% del fatturato di Traidcraft Exchange.

A dimostrazione della rapida diffusione di una tale idea di commercio più giusto, nello stesso periodo un altro gruppo attento alle tematiche dello sviluppo, Cane Sugar Groups, cominciarono a vendere zucchero di canna con il messaggio, a valenza politica: Comprando lo zucchero di canna , puoi aumentare la pressione sui governi dei Paesi ricchi perché anche i Paesi poveri abbiano un posto al sole della prosperità (Pignagnoli, 2004).

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Contemporaneamente ai movimenti civici, i governi dei paesi in via di sviluppo utilizzarono summit internazionali, come la Conferenza UNCTAD a Ginevra nel 1964, per lanciare lo slogan “ Trade not aid”. Questo slogan auspicava un nuovo orientamento delle politiche di sviluppo volte a favorire un maggior equilibrio nella distribuzione della ricchezza mondiale, mettendo l’accento sulla necessità di creare relazioni commerciali eque con il Sud e di affrontare il problema dell’accesso ai mercati da parte dei Paesi meno sviluppati, piuttosto che politiche di aiuti e prestiti (Pecorella, 2004; Pignagnoli, 2004; e altri).

Il secondo summit internazionale, si concluse a Dehli nel 1968 ribadendo che lo slogan “Commercio, non Aiuti” sarebbe stata la via perseguibile migliore ai fini della cooperazione e dello sviluppo nei paesi poveri. Contemporaneamente, nel corso degli anni sessanta, iniziavano a delinearsi i contorni di quello che successivamente sarebbe stato chiamato “Fair Trade”. Le prime organizzazioni a diventarne promotrici furono per lo più Organizzazioni Non Governative (ONG) e gruppi di volontari legati alla sfera cristiana, come la già citata S.O.S. Wereldhandel, che per prime avevano intuito che l’aiuto inteso in forma caritatevole e assistenzialista, come possibile soluzione a alla fame e alla povertà, possedeva una matrice “passiva”, che non lasciava intravedere alcun modello di sviluppo concreto e al contempo, impediva una presa di coscienza delle proprie potenzialità da parte dei produttori svantaggiati.

Emergeva la necessità di superare la visione unilateralista di raccolta fondi da donare a un interlocutore passivo (che magari pur beneficiandone in un primo momento, si sarebbe ben presto sentito dipendente e annullato; Pecorella, 2004), con l’idea che un semplice “aiuto alimentare” non avrebbe offerto alcuno stimolo di miglioramento e di

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autosviluppo ai beneficiari. Si mostra la necessità di instaurare una relazione che permetta di sviluppare e mantenere una progettualità comune, in termini di pari dignità e di autosviluppo, nel rispetto del potere contrattuale di ciascun attore: caratteristiche proprie delle riflessioni economiche, ma molto meno verificate nella realtà dei fatti, che delineano i primi tratti essenziali del COMES1.

Si arriva così al 1969 a Brekelen, nei Paesi Bassi, dove nacque il primo world shop (Bottega del mondo), il primo negozio “specializzato” nella vendita dei beni importati dal Sud. Successivamente durante gli anni ‘70 il COMES vide un primo modello sviluppo europeo: diverse ONG e imprese private commerciali alternative iniziarono ad importare beni e manufatti dai Paesi del Sud che venivano poi rivenduti attraverso le Botteghe del Mondo, nei mercatini e per posta.

Prima di arrivare ai giorni nostri il COMES ha passato diverse fasi evolutive, risentendo degli avvenimenti storici e delle influenze socio-politiche. Nel ventennio che comprende gli anni ’60 e ‘70 i prodotti del COMES assunsero un forte messaggio

1 Secondo Tonino Perna la matrice culturale del movimento per il commercio equo è

riconducibile a quell’

«onda lunga» che nasce nel ‘68 e lambisce lidi diversi, (…) vedendo riemergere in quegli anni , sia pur in forme diverse, alcuni progetti e istanze del movimento socialista e anarchico che erano stati storicamente sconfitti, ma che non erano scomparsi. (…). In trent’anni di storia il fair trade ha innestato sul nucleo culturale originario, altri contributi provenienti dal movimento ambientalista e dal movimento per i diritti umani.(…). Resta comunque forte il «focus primario» che ha fatto nascere il movimento per un commercio equo: la libera associazione dei produttori e consumatori per la ricerca di un prezzo dei prodotti del lavoro umano che risponda di più ai bisogni vitali e meno alle cosiddette leggi del mercato.” (corsivo dell’autore: Perna, 1998).

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politico legato alla solidarietà internazionale che rappresentava una volontà di rinnovamento politico ed economico1.

Gli anni ‘80 segnarono una prima vera svolta del COMES. A seguito dell’applicazione delle teorie neo-liberiste si verifica l’inizio di un processo di liberalizzazione dei capitali, a cui però non corrispose un effettivo sviluppo nell’economia reale dei paesi coinvolti. In questi anni i Paesi in via di sviluppo mostrano un forte indebitamento e la diminuzione della ragione di scambio, dovuta anche al crollo dei prezzi di alcune materie prime, caffè, cacao, banane, cotone. Il successivo crollo dei prezzi delle materie prime, per i piccoli produttori dei PEMS che dipendevano dall’esportazione di un solo prodotto come lo zucchero o il caffè, la situazione peggiorò ulteriormente.

Era necessario trovare un modello che rispondendo all’emergenza dei produttori, permettesse di pagare prezzi più equi e nel contempo che offrisse loro nuovi sbocchi di mercato, garantendo relazioni commerciali a lungo termine. Per riuscire a sviluppare questo nuovo modello di mercato alternativo, bisognava dare una strutturazione del COMES in grado di raggiungere un numero maggiore di produttori e di consumatori, che avesse in sé anche la capacità strutturale di gestire un volume di scambi ed una distribuzione maggiore.

Si arriva alla fine degli anni ’80 quando nascono i primi marchi di garanzia e i primi coordinamenti a livello internazionale delle organizzazioni del COMES, dalla cui

1 Siamo di fronte al ventennio di protesta che vide, tra gli altri avvenimenti, in Sud

America la Rivolta popolare cubana del 1959 contro la dittatura di Batista, la soppressione del socialismo democratico di Allende agli inizi degli anni ’70 con l’instaurazione del regime

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collaborazione, dagli anni successivi fino ad oggi, scaturirono nuove strategie e sviluppi, tra cui i l’elaborazione di standard comuni e nuovi marchi di garanzia.

Ricordiamo la pionieristica nascita di Max Havelaar la prima Organizzazione di Marchi di Garanzia, nel 1988, per iniziativa di un Frans Van der Hoff (missionario olandese in Messico) e di Nico Roozen (che lavorava per una ONG olandese): il loro intento resta quello di aiutare i lavoratori del sud del mondo, nei cui confronti si sentono anche debitori1, uscendo da un ottica di “aiuto continuo del ricco Nord” per passare a una dimensione di commercio basato su rispetto e pari dignità e potere contrattuale (Roozen et al., 2003); progetto ambizioso di cui abbiamo già visto i precedenti che sfocia nel progetto Max Havelaar, rivolta soprattutto ad una distribuzione su larga scala (mediante la Grande Distribuzione Organizzata già presente in Olanda, e non solo).

Volendo dare una breve rassegna delle successive organizzazioni nate in tutta Europa, ricordiamo: IFAT (International Federation for Alternative Trade), costituitasi nel 1989 a seguito di un convegno di ATOs olandesi e che oggi riunisce le ATOs di tutto il mondo; EFTA (European Fair Trade Association), nata nel 1990, che riunisce oggi 12 importatori europei e che nel 1992 fu il co-fondatore di Transfair International, associazione nata per creare un marchio che identifichi i prodotti del commercio equo; FLO (Fair trade Labelling Organisation International), costituitasi nell’aprile 1997, una grande associazione che riunisce tutti i marchi nazionali del Commercio Equo,

1 Debitori o un po’ “colpevoli” delle condizioni in cui tali lavoratori e i loro Paesi

versano: giogo coloniale prima, finanziario e debitorio poi, di mercato del lavoro in fine (Roozen et al., 2003).

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indipendentemente dal nome e dal logo utilizzato (per un approfondimento a riguardo rimandiamo all’Appendice 5.A.2 su Le Associazioni Internazionali del COMES).

5.3 Principi, criteri e situazione attuale

Dopo aver visto come sia nata l’idea di un commercio equo e solidale, averne ripercorso la storia fino ai giorni nostri, per chiarire al meglio la situazione del COMES così come si presenta oggi, diamo una presentazione riassuntiva dei principi che vi stanno alla base, dei criteri di riferimento, delle strutture nate a sostegno (e garanzia), degli attori che prendono parte al circuito del Commercio Equo e Solidale.

5.3.1 Principi

Abbiamo visto già nella genesi dell’idea del Commercio Equo e Solidale emergere alcuni dei principi che stanno alla sua base, ne ricapitoliamo quelli che sono generalmente comuni alle varie strutture del COMES e alle varie definizioni (si rimanda sin da ora alla Appendice 5.A.1 per la Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale, ivi riportata, per la visione sottoscritta da vari operatori del COMES italiano).

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Equità e giustizia sociale.

Questo principio significa riconoscere nella pratica che tutti i soggetti hanno gli stessi diritti, anche nel momento in cui si instaura un rapporto commerciale, perciò è riconosciuta pari capacità contrattuale tra produttori e importatori, dal cui confronto scaturisca un prezzo per i prodotti che rispecchi i costi e le esigenze reali dei produttori per una equa distribuzione della ricchezza. Il COMES cerca di riequilibrare i rapporti tra il Nord e il Sud del mondo, e ciò viene perseguito partendo dalla base, dai rapporti individuali, riconoscendo i propri partner commerciali come soggetti che hanno pari capacità ed esigenze. Nell’attuare il principio di equità il COMES appare come l’alternativa rispetto al commercio tradizionale, innanzitutto garantendo al produttore una posizione paritaria rispetto all’acquirente.

Riconoscere un prezzo equo significa per il COMES la volontà di porsi sullo stesso piano dei soggetti più svantaggiati, facendo un passo indietro rispetto a tutti i poteri che comporta avere l’accesso diretto al mercato. E’ proprio attraverso il concretizzare relazioni commerciali paritarie, anche se non economicamente massimizzanti, che il COMES si propone di migliorare le condizioni di crescita dei produttori, coinvolgendo in questo processo anche il consumatore finale.

Nel COMES il rispetto dell’uomo e della sua dignità sono presupposti da cui partire. Riuscire a creare le condizioni per una giustizia sociale nel lavoro, significa riuscire a portare la democrazia anche nella vita associativa e della comunità: conferire valore a tutte le parti nell’ambito dell’attività lavorativa comporta coinvolgere l’intera vita comunitaria, rendendo partecipativi anche i soggetti spesso discriminati come donne e disabili.

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Solidarietà e sviluppo.

La possibilità di sviluppo e di autosviluppo economico dei produttori dei paesi più svantaggiati è un punto cardine del COMES, che nasce come volontà di superare le ineguaglianze che si sono perpetuate negli anni in cui il commercio stesso si è sviluppato con la finalità di arricchimento individuale. Il commercio è stato impiegato seguendo regole che hanno favorito chi le poneva, senza valutare gli effetti di ripercussione negativi sui soggetti più deboli e sull’ambiente. Lo sviluppo economico viene favorito pagando un “prezzo giusto” per l’acquisto dei prodotti, instaurando una continuità nelle relazioni commerciali, fornendo l’assistenza tecnica per facilitare l’accesso al mercato internazionale. Al centro del commercio viene posto il raggiungimento o mantenimento di una condizione di vita dignitosa per i soggetti che vi partecipano.

Il COMES persegue inoltre una politica di sviluppo economico che preveda la diversificazione delle produzioni e l’incentivazione al mercato locale per ridurre la dipendenza da un singolo prodotto ed evitare un’economia basata solo sulle esportazioni (Pecorella, 2004).

Attraverso lo sviluppo economico nei paesi più svantaggiati si interpreta la volontà di combattere la povertà, la fame nel mondo, le disuguaglianze economiche e sociali: i principali destinatari di questo rapporto sono i produttori più svantaggiati, appartenenti a Paesi la cui ricchezza si basa su prodotti cosiddetti ex coloniali e materie prime, più atte allo sfruttamento.

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Sostenibilità ambientale.

Rispettare i diritti dell’uomo implica altresì il rispetto della terra su cui egli vive e si nutre, alla quale è legato indissolubilmente. Nell’ ambito del CEeS si devono quindi considerare parte integrante e fondamentale dei sistemi gestionali di produzione la protezione dell’ambiente e delle risorse prime dando preferenza al metodi di produzione sostenibili e attuare processi produttivi e distributivi a basso impatto ambientale.

Il CEeS privilegia l’agricoltura biologica, come metodo di preservazione dell’ambiente, di gestione delle risorse naturali in maniera regolata e oculata, con il rispetto per le diversità biologiche e il divieto di OGM (Pecorella, 2004; Carta dei Criteri in 5.A.1).

Più avanti affronteremo maggiormente in dettaglio quest’aspetto e alcune sue conseguenze anche in considerazione dello studio che abbiamo condotto.

5.3.2 Criteri

Lo sviluppo del COMES è stato accompagnato dallo sforzo di definire i “criteri” di un commercio che si potesse definire equo e solidale e a cui i singoli attori della filiera potessero riferirsi. Si è assistito così alla nascita di diverse iniziative che hanno elaborato criteri e hanno definito i relativi modelli di garanzia. L’incremento conseguito negli ultimi anni dal mercato dei prodotti del COMES e le previsioni di ulteriore sviluppo hanno infatti maturato la necessità del riferimento a criteri comuni e ad un comune sistema di garanzia.

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Gli standard del COMES non sono stati ancora regolamentati a livello legislativo in nessun Paese nel mondo, e non esistono sistemi di controllo e garanzia riconosciuti a livello istituzionale. Si sono però sviluppate soprattutto nel corso degli ultimi due anni diverse iniziative private finalizzate alla definizione di criteri comuni per il commercio e per le relative modalità di garanzia del rispetto degli stessi.

I criteri previsti dalle differenti iniziative di standard privati di COMES generalmente regolamentano i seguenti aspetti1:

Equità nelle relazioni commerciali.

Evitare strutture commerciali, meccanismi, pratiche e atteggiamenti non appropriati dando la preferenza a quelli che favoriscano la cooperazione anziché la competizione. Mirare a salari adeguati per i lavoratori che consentano loro di soddisfare i bisogni primari, incluso la salute, l’educazione e la capacità di risparmio. Stabilire relazioni commerciali basate sul dialogo, la trasparenza, il rispetto dei diritti umani. Effettuare le contrattazioni commerciali in modo diretto, evitando gli intermediari e aggiornando i produttori sui prezzi di mercato.

Pagare un prezzo giusto ai produttori, che garantisca loro condizioni di vita dignitose e permetta di lavorare con progettualità futura. Assicurare inoltre una continuità delle relazioni commerciali e, se richiesto, un pre-finanziamento del 50% sui prodotti acquistati.

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Prezzo.

Nel mercato il prezzo rappresenta l’incontro tra la domanda e l’offerta, ovvero ciò che determina l’equilibrio per l’allocazione dei beni in modo efficiente, ma nella realtà si è ben lontani da un equilibrio che garantisca a tutti, nello stesso tempo, di ottenere una vita dignitosa (Pignagnoli, 2004).

Il prezzo equo viene determinato tra il produttore e l’acquirente, spesso la centrale d’importazione, ogni anno o ogni due anni e per questo periodo di tempo non varia, per garantire al produttore di poter attuare i propri progetti. Il prezzo deve essere tale da garantire “a tutte le organizzazioni (di produzione, esportazione, importazione e di distribuzione) un giusto guadagno”1, tale per cui possano continuare l’attività; in particolare nei confronti dei piccoli produttori il prezzo si basa sui costi delle materie prime, sul costo del lavoro locale (quindi sui costi di produzione), più il costo delle necessità di base dei produttori, quindi quel “di più” che garantisca uno stile di vita accettabile e un margine per gli investimenti futuri.

Il prezzo deve riflettere una gestione economica trasparente, non solo nella retribuzione, ma anche verso il consumatore al quale fornire informazioni dettagliate relative alla formazione dello stesso.

Il COMES, inoltre, si propone di offrire la massima trasparenza, con la derivante coscienza critica per i consumatori: vengono a tal proposito offerte anche informazioni

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sul prodotto e su come ha inciso durante il suo percorso sui soggetti che lo hanno prodotto1.

Lavoro.

Alla base delle relazioni commerciali tra produttori e importatori il CE propone condizioni di lavoro che “rispettino i diritti dei lavoratori sanciti dalle condizioni OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro)”2.

Prefinanziamento.

Se il prezzo equo è un fattore di stabilità per i produttori3, è ancora più importante poter instaurare delle relazioni commerciali che garantiscono loro il pagamento sicuro dei beni. Per i piccoli produttori che vivono in Paesi in cui l’accesso al credito è limitato, un pagamento anticipato significa non dover dipendere dalla domanda di intermediari poco affidabili o di non dover ricorrere all’aiuto degli usurai per sopravvivere. Per questo negli accordi commerciali il COMES richiede che all’atto della conferma dell’ordine della merce, gli importatori paghino anticipatamente i prodotti fino al 50% del pagamento complessivo, garantendo così ai produttori una certa liquidità ancora prima del raccolto. Gli effetti del prefinanziamento dovrebbero

1 Questo porta alla campagna che vede coinvolte centrali di importazione e Botteghe del

Mondo italiane per il Prezzo trasparente: sulle etichette dei prodotti o in apposite schede a lato degli espositori si pubblicano le percentuali del prezzo del singolo prodotto che il consumatore paga ripartito tra produttore, importatore, tasse, Bottega, etc..

2 Sempre dalla Carta dei Criteri, si veda in 5.A.1.

3 La stabilità dei prezzi è un fattore fondamentale soprattutto per i produttore di beni

agricoli, che risentono moltissimo delle fluttuazioni del prezzo e non sono messi in grado di costruire delle prospettive di crescita, diventando soggetti passivi delle contrattazioni degli intermediari. Inoltre, nel caso di beni agricoli, spesso gli importatori pagano il prezzo internazionale, dato dalle borse merci, più un margine addizionale che spesso corrisponde a quel margine che viene assorbito dai vari intermediari nel processo commerciale, ma che le centrali

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assicurare un certo sviluppo per i piccoli produttori, a cui viene data la possibilità di gestirsi in modo autonomo in base alle proprie capacità. Poter disporre di risorse finanziarie permette loro di poter pianificare programmi di sviluppo futuri, come l’acquisto di materie prime, sementi o macchinari e impianti per perseguire il lavoro con maggiore efficienza.

Rapporti commerciali diretti e continuativi.

Si è già evidenziato come fattori che tendono a garantire una certa stabilità (il prezzo e il prefinanziamento) siano essenziali per i produttori al fine di pianificare progetti di sviluppo decisi e gestiti dai produttori stessi. Il COMES si definisce una “partnership commerciale”, per cui i produttori e lavoratori si trovano a lavorare e decidere fianco a fianco, favorendo ai produttori un accesso diretto al mercato tradizionale che altrimenti sarebbe loro impossibile per la presenza numerosa di intermediari; questo si realizza anche per i rapporti che si basano su progetti ad obiettivo di medio-lungo periodo. Da ciò si ottengono una maggior stabilità economica per i produttori, loro maggior capacità progettuale e di autosviluppo, ma anche la realizzazione di rapporti economici basati di fatto sulla fiducia reciproca, sul valore della relazione tra i partecipanti1.

Giustizia Sociale.

Garantire un ambiente di lavoro sicuro che soddisfi almeno le regolamentazioni dello statuto locale; assicurarsi che il lavoro sia svolto in condizioni lavorative umane,

1 Si vedranno più avanti alcune considerazioni (basate anche sui dati ricavati dai vari

operatori del COMES in contatto diretto con i produttori e su quelli emersi dalle nostre ricerche) riguardo la percezione del rapporto commerciale da parte dei produttori all’interno del COMES.

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usando materiali e mezzi tecnici adeguati nell’ambito della produzione di beni e pratiche lavorative. Proteggere i bambini dallo sfruttamento nei processi lavorativi. Offrire pari opportunità lavorative evitando discriminazioni sessuali, razziali, culturali.

Sostenibilità ambientale.

Incoraggiare il commercio di beni prodotti con basso impatto ambientale e, nel caso dell’agricoltura, ottenuti con il metodo dell’ agricoltura biologica. Gestire le risorse naturali in maniera sostenibile e proteggere l’ambiente. Promuovere uno sviluppo che migliori la qualità della vita e sia sostenibile sia nei confronti degli esseri umani che dell’ambiente. Non è inoltre ammessa l’esportazione di materie prime scarseggianti nel paese di origine o di prodotti o manufatti ottenuti da queste ultime.

Democrazia.

Adottare strutture organizzative che garantiscano una partecipazione collettiva ai processi decisionali, favorendo momenti di scambio culturale e privilegiando le finalità comuni rispetto agli interessi privati.

Identità culturale.

Promuovere il rispetto dell’identità culturale dei produttori, incentivare la conoscenza artistica, tecnica e organizzativa dei produttori. Valorizzare le produzioni tipiche e tradizionali in quanto espressione di cultura locale e veicolo interculturale.

Partecipazione e informazione.

Nei rapporti che si instaurano tra i soggetti che appartengono al COMES, viene data una speciale attenzione alla loro partecipazione per quanto riguarda le decisioni che li riguardano. All’interno delle comunità o imprese produttrici si dà spazio alla creazione di organizzazioni o strutture dei lavoratori che favoriscano una loro

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responsabilizzazione e un maggiore coinvolgimento nelle attività produttive. In tutti gli anelli della catena del processo produttivo si cerca di adottare strutture che siano il più possibile trasparenti, perché frutto di una cooperazione tra soggetti che si “riconoscono reciprocamente” e per “garantire un flusso di informazioni multidirezionale che consenta di conoscere le modalità di lavoro, le strategie politiche e commerciali ed il contesto socio-economico di ogni organizzazione”1.

Sviluppare nei consumatori la consapevolezza degli effetti negativi dei meccanismi di sfruttamento del mercato internazionale sui produttori, cosicché possano esercitare il loro potere di acquisto in maniera positiva. Promuovere campagne di informazione e sensibilizzazione presso i cittadini e di pressione nei confronti delle istituzioni, affinché cambino le regole e la pratica del commercio internazionale convenzionale. Le organizzazioni del Commercio Equo, col sostegno dei consumatori, sono attivamente impegnate a supporto dei produttori, in azione di sensibilizzazione e in campagne per cambiare regole e pratiche del commercio internazionale convenzionale.

5.3.3 Definizioni

Nel corso degli anni da cui è nata e poi si è sviluppata l’idea di un Commercio Equo e Solidale sono state date numerose interpretazioni sul suo significato, coi principi e i criteri visti in precedenza, e con la formulazione di varie definizioni.

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Ci limiteremo a darne alcune indicative, come quella enunciata di comune accordo nel Dicembre 2001 da FINE, dopo una revisione di quella precedente:

Il Commercio Equo è un partenariato commerciale basato sul dialogo, la trasparenza e il rispetto, che mira ad una maggiore equità nel commercio internazionale. Contribuisce allo sviluppo sostenibile offrendo migliori condizioni commerciali a produttori svantaggiati e lavoratori, particolarmente nel Sud, e garantendone i diritti.

O come quella espressa nella Carta dei Criteri del Commercio Equo e Solidale (si veda in 5.A.1):

Il Commercio Equo e Solidale è un approccio alternativo al commercio convenzionale; esso promuove giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l’ambiente, attraverso il commercio, la crescita della consapevolezza dei consumatori, l’educazione, l’informazione e l’azione politica.

Il Commercio Equo e Solidale è una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione: produttori, lavoratori, Botteghe del Mondo, importatori e consumatori.

5.3.4 Gli attori

Produttori

Solitamente si tratta di gruppi di contadini o artigiani più svantaggiati, emarginati e poveri dei PVS organizzati in cooperative, associazioni riconosciute, piccole imprese a carattere familiare o organizzazioni statali. Vi sono poi realtà costituite da produttori o organizzazioni di lavoro con laboratori per disabili che operano nell’ambito di progetti di sviluppo con il supporto di ONG, fondazioni, enti religiosi o sociali. Le problematiche dei gruppi di produttori si differenziano molto a

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seconda dei fattori geografici, politici ed economici, in tutti i casi, però, non hanno accesso al mercato internazionale e spesso nemmeno a quello nazionale a causa della forte marginalizzazione o sfruttamento (Pecorella, 2004).

Nel momento in cui produttori diventano attori del COMES, vengono iscritti nei Registri dei gruppi di produttori del COMES e ne devono condividere gli obbiettivi e rispettare i criteri previsti, impegnandosi a partecipare alle attività informative e formative organizzate delle centrali di importazione, finalizzate a far crescere la consapevolezza di essere parte di un progetto che mira ad uno sviluppo economico e sociale sostenibile nel tempo; a raggiungere uno standard qualitativo elevato del prodotto che li renda competitivi sul mercato, sia quello interno che estero, e a non affidarsi unicamente alle esportazioni, a preferire l’utilizzo di materie prime locali, nel rispetto della tradizione e della tipicità, evitando però l’esportazione delle materie prime scarseggianti e i prodotti da esse derivati; a perseguire l’autosviluppo, privilegiando un’attività che oltre al sostentamento favorisca lo sviluppo di una progettualità comune e di lungo termine, mantenendo una base democratica ed evitando il prevalere di interessi particolari.

Esportatori

Gli esportatori sono organizzazioni che acquistano direttamente dai produttori e rivendono agli importatori secondo i criteri del COMES, differenziandosi così dai mediatori tradizionali che molto spesso costringono i produttori a vendere i prodotti a prezzi da usura. Generalmente, soprattutto durante il primo annodi avvio alle relazioni commerciali, la figura dell’esportatore è necessaria per fornire supporto organizzativo e

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tecnico ai gruppi di piccoli produttori indigeni inesperti in materia di relazioni commerciali e di mercato ma anche a “prestare” la licenza di esportazione che molti piccoli gruppi produttori non possiedono. Attualmente la più grande rete di esportatori del COMES è costituita dal Frente Solidario de Pequeños Cafeteleros de America Latina, che rappresenta oltre 200.000 piccoli produttori di caffè (Pecorella, 2004).

Importatori

Le ATOs (Alternative Trade Organizations) sono centrali di importazione1 nate come cooperative, fondazioni o società senza scopo di lucro, che operano seguendo i principi del commercio equo e si occupano principalmente di creare le condizioni per un commercio equo tra Nord e Sud, identificando i produttori delle economie più povere, fornendo loro supporto nell’addestramento professionale e di specializzazione, sviluppando con loro il piano di produzione e di marketing per il/i prodotto/i prescelto/i; di importare i prodotti ad un prezzo equo che sia in grado di offrire ai produttori sostentamento e i mezzi per l’autosviluppo, garantendo allo stesso tempo collaborazione reciproca e rapporti di continuità; di fornire informazioni al consumatore sulla provenienza del prodotto e sui produttori e di garantire la trasparenza del prezzo (Pecorella, 2004).

Attualmente in Europa operano più di 60 centrali di importazione, ma ne esistono diverse anche in Australia, USA, Giappone e Canada; accanto alle ATOs permangono altri importatori esterni al circuito del COMES. Tra questi vi sono

1 Una rassegna delle principali centrali d’importazione vede: CTM Altromercato

(Bolzano); Equoland (Campi Bisenzio, FI); Roba dell’Altro Mondo (Rocco di Camogli, GE); Commercio Alternativo (Ferrara); Equomercato (Cantù CO); Libero Mondo (Bra, CN); Coop.

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cooperative, imprenditori e soggetti privati con scopi sociali o religiosi, ONG che sviluppano microprogetti con gruppi di produttori del Sud, condividendone obiettivi e modalità.

Distributori

I distributori storici dei prodotti del COMES sono rappresentati dalle Botteghe del Mondo, associazioni o cooperative formatesi alla fine degli anni ‘60 in Olanda con il nome prima di UNCTAD, dalla storica conferenza del 1968 delle Nazioni Unite conclusasi con lo slogan Trade not Aid, successivamente denominate prima Third World Shops e poi definitivamente World Shops. Nate da gruppi di volontari sul territorio a sostegno delle centrali di importazione- che allora erano i “gruppi di azione Terzo Mondo”, diventarono ben presto il primo canale di distribuzione al dettagli dei prodotti del COMES, che allora trovavano difficoltà ad essere inseriti nella distribuzione convenzionale. Oggigiorno in Europa si contano oltre 3000 BdM di cui oltre 400 solo in Italia (con stime di crescita).

La realtà delle Botteghe de Mondo è molto variegata, vi sono infatti realtà molto piccole con orari di apertura ridotti, basati sul volontariato, ma anche veri e propri negozi con personale qualificato e stipendiato. La tendenza nazionale è comunque quella di mantenere alta la percentuale di volontariato per non snaturare la filosofia del COMES.

L’operato delle BdM non si limita alla sola commercializzazione dei prodotti importati dalle ATOs, ma anche alla formazione dei volontari, alla promozione di iniziative di economia solidale, al supporto informativo ai consumatori e alla

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partecipazione a campagne di sensibilizzazione. Vi è poi il mantenimento dei contatti con i gruppi di produttori attraverso rapporti epistolari e viaggi di scambio, al fine di approfondire da entrambe le parti la conoscenza interculturale.

Inoltre in alcune Botteghe come attività secondaria, vengono sviluppati dei microprogetti di Commercio equo con importazione diretta, con un’incidenza del 3-4% del totale importato in Italia dai Paesi del Sud del Mondo.

Per una visione più dettagliata della situazione attuale per le Botteghe del Mondo italiane si rimanda in Appendice alla scheda dedicata in 5.A.3.

5.4 L’indagine

svolta

Quando abbiamo cominciato il lavoro volevamo indagare sulla sostenibilità del Commercio Equo e Solidale. In particolare, volevamo indagare se, e come, il COMES rappresenti una strada che concorre alla realizzazione di quella nuova visione dello sviluppo che porta al mantenimento della stabilità della biosfera e alla realizzazione di tutti i componenti dell’umanità (si veda in dettaglio nel Capitolo 4).

Il lavoro è partito dalla conoscenza che già avevamo del COMES come partecipanti attivi, come sostenitori dei prodotti del COMES tramite la loro scelta in termini di consumo. Oltre a questo, è stato nostro bagaglio iniziale anche quanto ricavato dall’esperienza che ho maturato negli ultimi sei anni da volontario presso

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Botteghe del Commercio Equo e Solidale1. In questi anni ho potuto approfondire ancor di più il COMES nella sua struttura, progetti, storie, importatori, produttori, tantissime persone incontrate come volontari o come sostenitori affezionati o “avventori occasionali”, con moltissime occasioni di scambio e confronto.

È stato proprio attraverso l’approfondimento personale che ho svolto, ma ancor di più grazie ai produttori incontrati o agli altri operatori del COMES che si erano recati direttamente sui luoghi d’origine dei prodotti, dalle varie comunità, che si è presentata ai miei occhi una situazione sempre più particolareggiata, pur nella grande complessità del COMES e delle varie persone coinvolte; all’interno del quadro si presentava anche un aspetto molto particolare riguardo i metodi di produzione e il rapporto con la natura e l’ambiente circostante da parte dei produttori.

Si presentava come una caratteristica dei progetti del COMES la particolare attenzione rivolta all’ambiente e al recupero di metodi di produzione maggiormente rispettosi per l’ambiente, in particolare promovendo la conversione a produzione biologica.

Altro fatto significativo che emergeva dalle testimonianze di chi si era trovato a visitare i gruppi di produttori (o dei produttori stessi) era che talora si verificasse una coltivazione biologica senza ottenere, però, una certificazione biologica.

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5.4.1 Obiettivi

Ciò che ci siamo prefissati con questa ricerca era di affrontare il Commercio Equo nell’ottica della sua sostenibilità, rileggendola secondo la nuova ottica emersa di un nuovo modello di sviluppo, che abbiamo visto comprensivo del perseguire la stabilità della biosfera (secondo la “sostenibilità” trattata in 2.3.1 e 2.4 e secondo le nuove prospettive di un nuovo paradigma di sviluppo con il loro approccio comprensivo della centralità della persona trattata nel Capitolo 4).

Secondo obiettivo di questa ricerca era quello di raccogliere dati sull’entità di tali variazioni nei metodi di produzione riscontrati dalle testimonianze ascoltate in questi anni, cercando di riscontrare e monitorare il trattamento fatto nelle varie aree coltivate, etc..

Questo perché da un lato ci si accorgeva che, sebbene una particolare “sensibilità ambientale” fosse propria delle comunità di produttori, abituati al contatto con la natura e a seguirne i cicli (lo vedremo avanti), all’inizio della storia del COMES l’attenzione maggiore era concentrata sugli aspetti sociali ed economici, sulle condizioni di lavoro, sullo stato dell’ambiente di lavoro e di vita, sui rapporti coi produttori, sulla necessità di una diversa informazione, per poi includere gli aspetti ambientali “all’interno” del progetto di Commercio Equo e Solidale, fino a vederli del tutto imprescindibili l’uno dall’altro. Si arriva così fino ai criteri di sostenibilità ambientale espressi in precedenza (si veda in 5.3.2).

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Questo voleva, da parte nostra, andare a monitorare un aspetto che sino ad oggi non presentava una raccolta ordinata di dati, così come vedremo in dettaglio nelle seguenti sezioni.

5.4.2 Metodo

Essendo a conoscenza delle strutture del COMES e del loro funzionamento abbiamo deciso di procedere contattando le varie centrali di importazione italiane e strutture internazionali, onde ottenere direttamente i dati che cercavamo, o ottenere un qualche contatto diretto con i produttori del Sud.

Al contempo abbiamo realizzato una scheda sintetica dei dati da ottenere, la quale è stata rielaborata sottoforma di questionario sintetico da inviare ai produttori o ad operatori specializzati del COMES1.

Ci siamo preparati ad effettuare la raccolta dei dati direttamente presso le centrali di importazione (o altri enti).

In corso di svolgimento (vedremo in 5.4.3), presentandosi la non reperibilità dei dati ricercati in una forma catalogata o raccolta per molte delle organizzazioni contattate, abbiamo proceduto all’elaborazione di un questionario di riferimento per le interviste che saremmo andati ad effettuare direttamente ad alcuni operatori del COMES.

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Per condurre una raccolta dati sottoforma di intervista, infatti, si possono adoperare numerose procedure, diversamente adatte all’obiettivo da raggiungere nel corso dell’intervista.

Nel nostro caso le interviste erano rivolte principalmente a due obiettivi: raccogliere alcuni dati sintetici riguardo le coltivazioni di prodotti del COMES, quali caffè, tè, zucchero, datteri, cacao, quinta, etc., riguardo il loro metodo di coltivazione, il trattamento di pesticidi, fertilizzanti, etc., quali cambiamenti si erano verificati dopo l’avvio del progetto del COMES nei trattamenti, etc. (si veda in Appendice per la scheda sintetica per l’intervista con l’esposizione dei dati richiesti 5.A.4); approfondire quanto appreso dalle diverse fonti riguardo i rapporti tra i partecipanti del COMES e i cambiamenti per i produttori dei singoli progetti.

Per quel che riguarda la forma dell’intervista abbiamo dovuto tenere conto di diversi elementi (oltre agli obiettivi dell’intervista stessa, sui quali l’intervista va modellata; Bruschi, 1999).

Ci saremmo trovati, infatti, a condurre interviste personali, dunque suscettibili dell’interferenza dell’intervistatore, ad una come a più persone contemporaneamente, che avrebbero dovuto essere di tipo misto, ovvero condotte tramite questionario a somministrazione diretta (e trattandosi sostanzialmente di una raccolta dati per questo aspetto non ci sarebbero state interferenze da parte dell’intervistatore), ma sviluppate sul genere della conversazione. Quest’ultimo aspetto è stato particolarmente favorito proprio dalla disponibilità dei vari operatori del COMES con cui siamo entrati in contatto e dalla loro predisposizione ai rapporti informali e familiari, caratteristica

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tipica, come abbiamo detto, dell’importanza della relazione insita nel COMES e verificata nei fatti.

Abbiamo realizzato il questionario nella sua forma più sintetica, ma al contempo più esauriente possibile per gli scopi della ricerca, raggruppandole per aree ben definite per facilitare il nostro compito di catalogazione rapida delle informazioni, ma soprattutto per rendere più fruibile il questionario stesso, così come presenta Alessandro Bruschi nella sezione dedicata alle interviste di una sua opera (Bruschi, 1999).

Abbiamo pensato una scaletta per le varie interviste sufficientemente adattabile per le diverse persone che avremmo incontrato, ma che mantenesse la confrontabilità delle risposte ottenute, cercando inoltre di seguire un filo consequenziale, logico nello svolgersi dell’intervista e di alternare, in tale svolgimento, le parti più “dense” da quelle meno impegnative, così da rendere meno pesante l’intervista per l’intervistato.

Le nostre interviste sono state condotte in modo parzialmente standardizzato (Bruschi, 1999), perché basate su di un filo conduttore e supportate da un questionario, ma aperte all’espressività e le idee dell’intervistato. Pur essendo generalmente più difficile la conduzione di un’intervista secondo tale metodo (per il rischio di divagazioni eccessive, per la tensione necessaria all’intervistatore, per il maggior coinvolgimento e libertà d’azione data ai partecipanti, col rischio di stancarsi prima di aver risposto in maniera esauriente o efficace ai vari punti dell’intervista, etc.; Bruschi, 1999), questo ci ha permesso una maggior spontaneità degli intervistati trovatisi maggiormente a loro agio (condizione condivisa anche da noi che conducevamo le interviste), sperimentando i pregi di conversazioni familiari e le risposte ai vari aspetti della ricerca, nonché, verificato alla prova dei fatti, l’emergere di numerosi aspetti e particolari difficili da

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prevedere e comprendere nell’elaborazione di un questionario o nella preparazione di un’intervista, ma rivelatisi estremamente significativi nella maggior comprensione dei progetti in una loro visione più ampia o più dettagliata1.

5.4.3 Svolgimento e risultati ottenuti

Abbiamo cominciato orientandoci verso gi enti di certificazione internazionale e verso le centrali di importazione italiane, in modo tale da cominciare con le strutture più grosse e, presumibilmente, maggiormente organizzate. Contattando le varie centrali d’importazione si è manifestata da subito la grande disponibilità da parte degli enti stessi, ma la sostanziale difficoltà di reperimento dei dati ricercati.

A questo punto è necessario dare un quadro più approfondito, al di là della struttura in sé e per sé, di come funzionino e siano condotte le centrali di importazione.

Queste centrali sono composte da un numero di operatori che varia dai cinque alle venti persone in base alle dimensioni della centrale stessa. Questi operatori si trovano, alla prova dei fatti, oltre a portare avanti la centrale nella sua amministrazione, gestione degli ordini fatti ai produttori e di quelli dalle Botteghe del Mondo, magazzino, etc. (come le altre attività commerciali), a gestire una grandissima quantità di contatti: difatti, non ci sono pochi fornitori ben organizzati ai quali ordinare le merci (coi quali

1 Soprattutto in riferimento alla percezione dei vari gruppi di produttori del progetto del

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piuttosto interrompere i rapporti rapidamente in caso di inefficienza), ma un numero elevatissimo di piccoli gruppi di produttori tra l’altro sparsi sui diversi continenti, coi quali i rapporti sono continuativi, orientati sul medio o lungo periodo, basati anche sulla condivisione delle informazioni e partecipazione (in vario modo) ai processi decisionali delle centrali stesse (evidentemente non per tutte le decisioni che una centrale deve prendere, ma per le sue politiche e orientamenti principali, ma anche in riferimento al prodotto, la sua qualità, presentazione, etc.); i contatti sono numerosissimi anche con gli operatori delle Botteghe del Mondo, sia per quel che riguarda gli ordini, sia per informazioni su prodotti o campagne (di informazione e altro), sia per invitare alcuni operatori delle centrali a convegni, conferenze, dibattiti, momenti di formazione, o semplici momenti di scambio coi volontari di una singola Bottega; lo stesso flusso di informazioni è rivolto anche alle Botteghe del Mondo, che in gran numero sono socie del Consorzio CTM Altromercato (118 al 2003, Pignagnoli, 2004), e per questo coinvolte a loro volta nei processi decisionali del Consorzio; di per sé, poi , le centrali sono promotrici e coinvolte in numerosissime azioni di informazione su COMES e altro, o sensibilizzazione.

A tutto questo va aggiunto che il COMES ha mostrato un fenomeno di crescita, nel mondo e in Italia, al di là delle previsioni di molti e forse al limite della capacità di carico della sua stessa struttura (Guadagnucci, 20041).

1 Guadagnucci, Lorenzo & Gavelli, Fabio. La crisi di crescita. Le prospettive del

commercio equo e solidale. Feltrinelli. Milano. 2004. Pp.: 168. Ci permettiamo una brevissima digressione su quest’opera, secondo noi significativa. Questo volume ha avuto, infatti, notevole diffusione soprattutto al di fuori della ristretta cerchia di operatori del COMES, col notevole pregio di portare il COMES con alcune sue tematiche al largo pubblico. Parimenti, però, la nostra sensazione è quella di uno sguardo “troppo esterno” alla realtà del COMES e le sue

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Ciò che resta un dato di fatto è che in queste strutture si sia verificato un aumento dei volumi di commercio e un certo ampliamento strutturale, cui talora ha fatto seguito la preparazione di personale indicato proprio alle relazioni col pubblico per informazioni, dati etc..

Ciononostante, i tempi di ricezione delle richieste e loro esaurimento possono variare molto. Proprio per l’esplosione che il COMES ha avuto in questi anni, gli operatori delle centrali di importazione mantengono tutta la loro disponibilità, ma sono, come dicevamo, sempre più soggetti alle richieste più varie e sempre più circondati di impegni: inevitabilmente la loro disponibilità in termini di tempo è limitata soprattutto nel numero di appuntamenti che (pur con tutte le buone intenzioni) riescono a fronteggiare e alla frequenza con cui riescono a sostenerli. Sta di fatto che in una ricerca complessa di questo tipo non ci si possa aspettare che siano gli operatori stessi a condurre autonomamente la ricerca dei dati presso i vari gruppi di produttori, essendone al momento sprovvisti.

È un fatto, inoltre, che siano state fatte numerose tesi di laurea sul COMES in generale o per un singolo progetto in Economia in tutta Italia (e non solo), o su un singolo aspetto di un particolare progetto in Agronomia, ma per quel che riguarda gli aspetti sociali ed economici gli studi cominciano ad essere notevoli, abbondanti e maggiormente reperibili. Per quel che riguarda gli aspetti ambientali, invece, il discorso è più complesso: innanzitutto sia per gli operatori che per chi incontra il COMES per la dinamiche, come si svolgano (e come si siano svolte) alcune dinamiche all’interno del COMES, rischiando così di dare una fotografia imprecisa di alcune delle problematiche esposte: difatti, cambiando alcune delle impostazioni di base, le conclusioni cui giungere possono essere diverse

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prima volta il primo aspetto che desta interesse e sul quale viene generalmente posto l’accento è la diversa condizione di lavoro e di rapporto col produttore (dunque prezzo, rapporti paritari, etc.). Questo perché spesso gli aspetti ecologici, ambientali sono stati valutati in secondo piano rispetto a quelli sociali (ovvero, “è inutile preoccuparsi dell’ambiente se prima non eliminiamo le condizioni di sfruttamento”). Essendo, però, il problema ecologico e la visione ampia dell’uomo parte integranti dei principi ispiratori del COMES, i due aspetti sono portati avanti sempre più assieme.

Ciò che cambia è lo studio e la raccolta dati a livello ambientale o di raccolto: ciò che abbiamo verificato, è che anche laddove si sia conseguita una certificazione biologica per un dato prodotto, nessuno aveva monitorato i trattamenti che venivano fatti in quel dato territorio (e questo non sorprende, basti pensare alle coltivazioni in Italia: anche in quel caso si riscontra difficilmente la sistematica annotazione dei trattamenti fatti alle coltivazioni, a meno di rivolgersi ad un agronomo o voler entrare in un sistema di certificazione di qualità o biologica, etc.). A questo va aggiunto anche che da un lato, i produttori del Sud per la maggior parte non sono motivati a raccogliere in modo sistematico i dati riguardo l’estensione del raccolto, Kg/ha/anno di prodotti dati al terreno, relativa composizione chimica, o altro, perché non ne vedrebbero per loro nessuna utilità.

I controlli fatti da agronomi e altri esperti sul campo, anche qualora si tratti di prodotti a certificazione Biologica, sono sempre stati di valutazione della situazione, di verifica dei requisiti richiesti, ma evidentemente mai rivolti ad raccolta catalogata di dati e soprattutto mai riferita alla situazione precedente all’avvio del progetto.

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In questo modo, ciò che si evince è l’estrema difficoltà di reperire i dati agronomici cui ci riferiamo in maniera catalogata attraverso le centrali di importazione, semplicemente perché va al di là della pratica finora svolta.

Conseguenza di ciò, per avere dati a riguardo si presentano quattro strade: recarsi sul campo e condurre la rilevazione e ricerca dei dati sulla situazione pre-progetto in prima persona; contattare gli operatori del COMES che stanno per recarsi a monitorare un progetto o a trovare una delle comunità dei produttori del Sud prima del loro viaggio, presentargli il progetto di ricerca e fornirgli il questionario appositamente preparato perché possano fare loro la rilevazione direttamente sul posto; contattare direttamente le comunità di produttori nel Sud del mondo per proporre loro la scheda di dati da ricavare; rintracciare quelle persone che si sono recate direttamente sul posto a scopi di ricerca per fare un raffronto coi dati in loro possesso e quelli da noi ricercati.

Nel nostro caso abbiamo cercato di perseguire la prima strada rimanendo vincolati alla mancanza di fondi tali da permetterci i viaggi in questione, anche per il fatto che agli scopi della nostra ricerca era utile fare un monitoraggio su larga scala per trarne utili considerazioni su larga scala, piuttosto che concentrarsi su di un unico progetto.

Abbiamo perseguito la seconda strada, trovando alcuni operatori disponibili e motivati agi scopi della nostra ricerca, coi quali siamo riusciti a combinare il contatto precedentemente alla partenza per i luoghi di progetto, e ne abbiamo ricavato dati pubblicati in Appendice 5.A.4 che commenteremo tra poco in questa sezione.

A questo proposito le difficoltà che abbiamo incontrato sono state legate alla difficoltà di incontrare o contattare in maniera efficace quegli operatori che nell’arco

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della nostra ricerca si sono recati da quei produttori del Sud i cui progetti fossero rilevanti ai fini della ricerca1 e alle difficoltà di tempo legate agli operatori del COMES.

Per quel che riguarda il contatto diretto coi produttori del Sud ci sono vari aspetti da considerare. Innanzitutto la frequenza e le modalità di comunicazione cui sono abituati. Certamente la posta elettronica non è un mezzo diffuso come nei nostri istituti di ricerca, spesso manca anche il collegamento telefonico o mancava fino all’avvio del progetto del COMES, anche se per molti gruppi di produttori l’accessibilità alle loro aree d abitative o di produzione è impervia, difficoltosa e spesso non supportata da interventi statali (manutenzione o realizzazione di strade, collegamenti telefonici, etc.).

Si presenta dunque una situazione complessa e variegata, cui si somma la considerazione che va fatta riguardo la loro interpretazione di una ricerca di dati o un questionario che arrivi loro da una Università o Istituto di ricerca Europeo: difficilmente verrà riconosciuta loro una qualche autorità o importanza (aspetto emerso anche dalle interviste effettuate); inoltre, nella maggior parte dei casi sarà accolta come un’altra perdita di tempo, rispetto alle necessità di produzione e di vita quotidiane della comunità. L’unica possibilità in questo senso è l’invio di tali richieste in maniera contestuale al contatto con tali produttori direttamente ad opera delle centrali di importazione. In questo caso la difficoltà è simile a quella espressa per il caso precedente, con l’aggiunta che tali schede di dati, se inviate ai produttori, devono essere suffragate da spiegazioni verbali sul “come” raccogliere tali dati e accompagnate alla “motivazione” da trasmettere ai produttori perché venga recepita come qualcosa di

1 Per esigenza di maggior evidenze ambientali non abbiamo preso in considerazioni

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importante da svolgere. I tempi, in tal caso, possono dilatarsi notevolmente a causa dei tempi di contatto delle varie centrali di importazioni, variabili in base ai tempi tecnici dei produttori (ad esempio, in alcuni casi sono i produttori a contattare la centrale a scadenze di settimane o mesi allorché si recano nei villaggi o cittadine dotate di telefono) e ai tempi della centrale stessa, che avendo contatti con decine e decine di gruppi di piccoli produttori non può che contattarli con intervalli di tempo sufficientemente frequenti per gli scopi dei progetti e il rapporto coi produttori, ma piuttosto “diluiti” per una ricerca universitaria.

Un’altra situazione, particolarmente curiosa, è quella che si è presentata cercando di contattare la cooperativa Uciri (Union de las Comunidades Indigenas de la Ragion del Istmo), già introdotta in precedenza. Brevemente, tale cooperativa è oggi il primo progetto avviato da Max Havelaar (Roozen et al., 2003) tutt’ora importato in Italia da CTM Altromercato; situata in Messico, produce caffè e si basa su alcuni principi base: le piante utilizzate devono essere di buona qualità, resistenti e adatte al luogo; vengono preferiti concimi organici, mentre quelli minerali possono essere usati solo dopo un’analisi del terreno e nella loro forma naturale; l’utilizzo di diserbanti e pesticidi è vietato. Questo modello di coltivazione va a vantaggio della natura, del produttore e del consumatore, in quanto ne garantisce la qualità. Viene riportata come la più grande area a coltivazione biologica del mondo. In questo caso la situazione che si è venuta a creare è quasi paradossale: la cooperativa si è sviluppata, strutturata secondo i principi del COMES e in modo del tutto autonomo, ha convertito la maggior parte della

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sua produzione verso progetti del COMES (il 98% del suo raccolto1). L’elemento secondario subentrato è rappresentato dal fatto che oggi è senza dubbio la cooperativa di produttori del COMES maggiormente contatta e visitata, anche in considerazione del fatto che è la più famosa al grande pubblico e la più celebrata, sia per i successi che ha conseguito, sia perché la prima, la più grande e, secondo una sorta di “amplificazione del segnale”, anche la più documentata e riportata. Si è arrivati al punto che le visite che la cooperativa Uciri riceve da curiosi, studenti, studiosi, ricercatori, normali cittadini decisi a vedere coi propri occhi uno dei progetti, incontrare i produttori, sono aumentate al punto che per visitare le piantagioni si deve fare una prenotazione con anticipo di un paio di mesi almeno. Inoltre, per i produttori di Uciri l’incredibile frequenza di curiosi e visitatori da cui sono contattati non è ancora del tutto accettata nelle sue possibilità di informazione per quest’altra parte di mondo, per il Nord. Conseguenza di tutto ciò, Uciri è una delle cooperative che abbiamo contattato in prima persona tramite i contatti che ci siamo procurati e dalla quale non abbiamo ottenuto risposta per il questionario o di dati.

Altro caso è stato cercare di contattare operatori delle centrali in visita nei luoghi di produzione per fornirli della scheda dati affinché conducessero la ricerca direttamente sul campo. Tra le difficoltà, talora l’impossibilità di reperire o contattare in maniera efficace l’operatore sul posto, per ragioni già espresse.

Ultima strada che si è presentata, il contattare ricercatori o studiosi recatisi direttamente dai produttori per reperirne i dati ottenuti e valutarli (qualora fossero stati

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ricercati gli stessi dati a noi utili). Anche in questo caso abbiamo ottenuto qualche dato significativo e riscontrato altre difficoltà. Una difficoltà, piuttosto curiosa, è rappresentata dalla notevole frequenza con cui chi ha svolto un lavoro presumibilmente interessante e utile agli scopi della nostra ricerca si trovi all’estero: o nuovamente dai produttori o presso altri enti di certificazione nazionali o internazionali o comunque all’estero per attività lavorative collegate alle ricerche svolte. Di fatto, difficilmente reperibili loro, i loro dati o le loro eventuali pubblicazioni.

Ad ogni modo i risultati che abbiamo ottenuto sono messi a frutto in questo lavoro di tesi e riportati (almeno per i passaggi più significativi) nell’elaborato. Non ne daremo una esposizione estesa, per la loro vastità, ma ne abbiamo riportato le evidenze riscontrate1.

5.5 Il Commercio Equo e Solidale come percorso di

sostenibilità

Andiamo a presentare in questa parte lo studio che abbiamo condotto per valutare la sostenibilità del Commercio Equo e Solidale, ovvero come concorra alla sostenibilità nel suo senso più ampio che abbiamo presentato nel Capitolo 4.

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Dunque presentiamo la valutazione condotta secondo due aspetti: secondo l’aspetto, per così dire, culturale, ovvero di categorie di base sottese al Commercio Equo e Solidale o introdotte dallo stesso; successivamente secondo l’aspetto ambientale1.

L’ esperienza del COMES si inserisce pienamente in quelle forme di mercato alternative da sempre esistite in cui la concezione comune dell’attività economica come strumento per uno sviluppo dell’uomo nel suo senso più ampio e completo, ovvero per tutte le dimensioni dell’umano2 (Pignagnoli, 2004).

Il COMES è, innanzitutto, una partnership commerciale, ovvero promuove lo sviluppo economico e sociale di gruppi di popolazioni particolarmente svantaggiate basandosi sulla partecipazione attiva di produttori, intermediari e consumatori, che pongono alla base delle loro azioni economiche l’attuazione di un bene comune e non solo del proprio bene, attraverso una maggiore equità nei rapporti commerciali (Pignagnoli, 2004). Questa impostazione si discosta molto dal ruolo dominante che il mercato ha assunto nell’odierno ordine sociale, per cui i rapporti sociali sono fortemente basati sullo scambio materiale, dando così maggiore valore alla dimensione acquisitiva che ad altre dimensioni dell’umano come quella relazionale. Si è così portati a pensare, e valutare, che la partecipazione ai rapporti interpersonali sia piuttosto una disposizione personale di alcuni che non una dimensione fondamentale per il benessere di tutti. Tale

1 Ritenuto inscindibile da un’ottica di sviluppo, tutt’uno con essa; si veda 2.3.1, 2.4, 3.3,

3.3.4, 4.3.

2 “La missione aziendale che si è assunta il CE è quella di ristabilire relazioni

economiche che rispettino la persona là dove egli vive e lavora. L’attenzione deve essere rivolta alle comunità interessate dai progetti, più che all’andamento delle performance commerciali nei paesi sviluppati. In altre parole il commercio assume un ruolo strumentale rispetto al fine ultimo della creazione di iniziative di sviluppo che emancipino i produttori del Sud” (Fontana, 1998).

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disposizione può invece trovare spazio anche nel mercato grazie a realtà, come quelle del CE, che creano relazioni sociali attraverso l’attività economica ma che non sarebbe possibile se alla base non ci fossero soggetti motivati dal

ridare centralità all’uomo e all’ambiente, produttori di benessere e garanzia di una società giusta.(…)In questo modo anche il mercato può essere visto come relazione sociale; avere si trasforma in essere (Dall’Ave, 1998).

Nell’economia civile l’uomo utilizza il commercio e il mercato per e a misura dell’uomo, proprio perché vi è a fondamento una concezione dell’uomo inclusiva del rapporto con l’altro: la reciprocità. Lo stesso principio di equità, che tra i soggetti che operano nella catena del CE viene perseguito innanzitutto garantendo una prezzo “giusto” per i produttori, perderebbe tutta la sua portata se non fosse accompagnata da quello di solidarietà. Quest’ultima non si traduce in mero assistenzialismo, ma presuppone il riconoscere uguale diritto a tutti i soggetti di poter operare sul mercato alle stesse condizioni, quindi con un attenzione ai più svantaggiati. Si tratta di una logica, dettata dal principio di reciprocità, che si muove per garantire che i vantaggi di cui tali soggetti beneficiano siano per tutti (da Pignagnoli, 2004).

Ciò che emerge dalla idealità del COMES, dai suoi principi di partenza e di riferimento, da i suoi criteri, dalle modalità secondo cui è condotto, è proprio che nel COMES si riscontra, alla base e in atto, la realizzazione del principio di equità intragenerazionale.

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5.4.1 Il principio di equità e quello di reciprocità

all’interno del COMES

Abbiamo visto nel principio di equità una delle molle del COMES, in cui si riscontra che “la partecipazione alle attività poste in atto non può essere separata dal legame che l’ha motivata, rientrando pertanto in quel principio di comportamento economico che è la reciprocità” (Pignagnoli, 2004).

All’interno del COMES il principio di reciprocità agisce insieme a quello dello scambio di equivalenti. Quest’ultimo avviene perché uno scambio è prerequisito per l’atro, c’è una forte presenza di esecutorietà obbligatoria in tutti gli scambi che per questo sono trasferimenti bidirezionali (Pignagnoli, 2004).

Anche nella reciprocità avviene un trasferimento bidirezionale, in quanto l’atteggiamento di reciprocità produce un bene che viene comunque condiviso da entrambe i soggetti: caratteristico della reciprocità è che i trasferimenti che essa genera sono indissociabili dai rapporti umani. Per questo nella reciprocità un dato atteggiamento non è pre-condizione perché l’altro risponda, in quanto non è tanto nella prestazione di scambio che si determina la reciprocità, ma nella relazione stessa che si instaura con l’altro (si veda in 4.2.2). Tutti questi elementi trovano un fondamento nell’idea che la relazione che si instaura tra uomo e uomo è ben diversa da quella che avviene tra uomo e cosa, per cui non è possibile valutare tali interazioni con lo stesso principio, quello di utilità che presuppone la logica della rational choice, per cui l’altro non ha un valore in sé, ma solo in relazione a ciò che mi permette di ottenere. Invece la

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“logica” della reciprocità si basa su un riconoscimento reciproco, per cui io acquisto valore e identità perché l’altro mi riconosce e ciò determina tra gli individui un legame, un collante essenziale per la società (Pignagnoli, 2004).

Se si rimane solo nella propria individualità, la società è solo una forma di auto-organizzazione tra gli uomini e non espressione della loro umanità, ed il rapporto che si instaura tra di essi ha una funzione strumentale in grado eventualmente di produrre quei risultati antisociali che troviamo nella nostra società. Il mercato per tornare ad essere vincolo di coesione sociale ha dunque bisogno di poggiare sia sul principio dello scambio di equivalenti, che ne assicuri la funzionalità, sia sul principio di reciprocità, che ne assicuri invece un progresso positivo per ogni uomo. Il COMES rappresenta una realtà concreta operante in questo modo che promuove e sostiene uno sviluppo coerente con l’emergere di nuove aspirazioni verso una migliore qualità della vita per un numero sempre più elevato di Paesi (Pignagnoli, 2004).

Il COMES ha così la caratteristica di agire direttamente sulle cause dello sfruttamento commerciale (attuando una forma di relazionale commerciale), inscindibile dall’attuare un sistema alternativo di svolgimento dell’attività economica capace di ridare al mercato il valore, fondamentale per l’ordine sociale, di luogo d’incontro e di scambio tra persone: è proprio la persona a tornare al centro del processo commerciale; trova centralità assieme alla relazione che si instaura tra le parti.

Nelle comunità locali con le quali sono stati avviati progetti di COMES, si riscontra una concezione dei rapporti interumani del tutto rispondente alle premesse fatte per i bei relazionali (nel Capitolo 4 e nelle sezioni precedenti del Capitolo 5 sui beni relazionali nel COMES). Si noti che:

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nell’accezione occidentale le relazioni che più contano sono quelle economiche, e questo fa sì che i rapporti fra le persone siano di fatto improntati alla competitività. (…). I campesinos della Uciri hanno una concezione relazionale dell’uomo. Solo grazie a questa forza unificatrice gli indio si sono potuti difendere per secoli contro le influenze negative provenienti dall’esterno (Roozen et al., 2004).

Non è questa una considerazione isolata: la persona e il suo rapporto con l’altro, abbiamo già avuto modo di mostrarlo, è al centro del concetto e della pratica del Commercio Equo e Solidale.

5.4.2 La persona al centro

Abbiamo visto nelle sezioni precedenti la centralità nel COMES del conseguimento di un rapporto paritario tra le parti in gioco, della dimensione di reciprocità. Adesso poniamo l’accento su alcuni aspetti che evidenziano ulteriormente la centralità della persona in tutto il percorso del COMES.

Il rapporto che le differenti organizzazioni del COMES instaurano con i produttori non si limita all’esecuzione delle condizioni fissate e alla loro verifica, ma tende anche a produrre collaborazione stretta e duratura. Nella realtà tali rapporti non sempre hanno vita facile, dal momento che richiedono non solo una buona capacità di gestione e di risorse finanziarie, ma anche e soprattutto la capacità di sapere intessere rapporti di fiducia.

Figura

Tabella n. 2 – Il commercio equo e solidale in Italia e in Europa

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