1. La scuola negli anni Settanta

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1. La scuola negli anni Settanta

Una scuola media: allegria, incoscienza e momenti di riflessione

Primi giorni di scuola. I ragazzi sono tutti allegri e sovreccita- ti, presi dalla conoscenza dei compagni, delle ragazze più attra- enti e degli insegnanti che suscitano di più il loro interesse o la loro simpatia.

Dietro la porta della seconda gli alunni della terza sillabano in coro «E... mi... lia» (una bella ragazza bruna che polarizza tutta la loro attenzione): fanno a gara per avere un suo sguardo, ma lei non se ne cura affatto.

Un giorno Rodolfo, un simpatico ragazzetto biondo, è intento in classe a confabulare e a trasmettere un bigliettino durante la le- zione. Il biglietto è sequestrato.

«Cara Emilia, mi sono accorto di volerti bene. Tu cosa mi dici?»

E c’è un bel fiorellino abbozzato sul foglietto spiegazzato. Occhi attenti, fissi sull’insegnante che ha in mano lo scritto...

Un sorriso è la risposta: «Forse potresti scrivere su un foglio meno sciupato.»

Una simpatia immediata si crea in classe e la confidenza co- mincia a nascere. Entrare in sintonia con gli alunni! È una mera- viglia!

In un tema sul loro comportamento nei momenti di ricreazio- ne e all’uscita da scuola i ragazzi di terza scrivono: «Ci divertia- mo un mondo quando andiamo ai gabinetti; questi sono separati l’uno dall’altro da una sottile parete che non arriva al soffitto, così possiamo allegramente salire sul W.C. e sputare in testa al nostro vicino intento al suo bisogno, oppure ci divertiamo ancora di più a schizzarci l’un l’altro di pipì. Alcuni non gradiscono questi scher- zi e urlano e protestano e allora la nostra allegria non ha limiti...

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Quando usciamo da scuola ci piace dar fastidio alle ragazze e di- ciamo delle insolenze tali che loro non trovano parole di risposta sufficienti a esprimere la rabbia e riescono solo a diventare rosse dall’ira... e noi ridiamo a più non posso.»

E così via. I ragazzi si esprimono chiaramente, senza alcun im- barazzo e sono sempre allegri.

Valentino è un ragazzo più grande degli altri, magrissimo e alto, buono e spontaneo. È stato assente e il giorno dopo, in corridoio, racconta di aver marinato la scuola andando a spasso con una ra- gazza bionda e carina, sedicenne come lui.

Poi dice guardando fisso e seriamente i suoi compagni: «Lo sa- pete che noi ragazzi, se siamo cortesi e gentili, siamo presi in giro non solo dai maschi, ma anche e soprattutto dalle femmine?!»

I compagni lo guardano e tacciono. Le ragazze si comportano in modo falsato, insincero perfino con loro stesse, perché riten- gono di essere meno apprezzate se non si adeguano a una certa moda che le vuole più “stupide”. Spesso atteggiamenti e compor- tamenti sono contrari al loro modo di pensare.

Valentino è un ragazzo sensibile: fa riflettere.

«Non posso regalare dei cioccolatini. Ho il bar. E così per una ragazza scelgo sempre un bel mazzo di fiori!»

Egli sa donare affetto e preferisce uscire con una compagna piuttosto che andare a rubare o a fare qualche “bravata” di altro genere con quella teppaglia che non manca mai, sempre pronta a fare nuovi proseliti tra i ragazzi.

Claudio è un alunno un po’ troppo sveglio, che è arrivato sol- tanto in seconda media scacciato, sembra per comportamento osce- no, da un collegio religioso. Si è fatto un dovere di risvegliare degli interessi nei compagni, lui più saputo e furbacchione. Ha trovato alcuni seguaci tra i ragazzi più soli, meno educati e più annoiati...

Così un bel giorno la parte anteriore della cattedra viene com- pletamente sfondata e l’insegnante di matematica, una giovane si- gnora, rossa di collera, racconta: «Sapete che mentre scrivevo sul registro mi sono sentita tirare un piede? E poi mi hanno rovescia- to un bicchiere colmo di caffè sul registro. Sono tutti capeggiati da Claudio che, durante la ricreazione, si è perfino arrampicato sulla lavagna e vi si è messo poi a cavalcioni. Non ne posso più!»

«Ti converrebbe usare i pantaloni per venire a scuola» le dico.

E per qualche giorno li porterà e starà in pace.

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L’insegnante di lettere sorridendo dice: «Ragazzi, non ci sono mica le odalische in cattedra che vi date tanto da fare. E poi, con tanto nudismo in giro, che interesse potete avere a fare ciò?»

«Mah, sa, qualcosa di interessante c’è sempre. Quando l’inse- gnante si muove, noi poggiamo subito la testa sui banchi per ve- dere meglio» dice Claudio. E aggiunge: «Non lo facciamo mica per noi, che non ne abbiamo bisogno, ma soprattutto per Bebo che è ancora un ragazzino tonto.»

Bebo è quasi un bambino, ricciuto e svagato, che Claudio e Ro- dolfo, incoscienti e pestiferi, cercano di attirare nel giro dei loro interessi.

Un’altra volta l’insegnante di scienze interviene: «Quei luridi, sapessi cosa hanno fatto in classe! Non basta tutto quello che gior- nalmente combinano, ma oggi ho notato che Claudio e Rodolfo con altri due ridacchiavano e confabulavano accanto al Disco di Newton, che avevano portato come esercitazione di scienze. Sono andata vicino a loro e ho toccato il disco: era tutto bagnato. Indo- vina di che cosa? Di saliva... Quei maiali sputavano a turno e poi facevano girare il disco, mandando in giro quello schifo di spruz- zi. Mi è venuto il voltastomaco e ho sparso un’intera bottiglietta di profumo sulle mie mani, per il disgusto che ho provato nel toc- care quell’arnese bagnato di sputi.»

È inviperita, lo si vede benissimo, e i ragazzi ne sono felicissi- mi e si divertono da matti.

All’inizio dell’anno scolastico, i soliti avevano provato un po’

con tutti i professori a fare i volgari. Specialmente Claudio si met- teva in evidenza tirandosi su tranquillamente la lampo dei suoi sbrindellati calzoni, dopo essersi sistemata la biancheria. E Rodol- fo imitava questo modo di fare.

«Come mai vi comportate così? Pensate di essere una copia dell’Apollo del Belvedere?» li apostrofò l’insegnante di storia dell’arte.

«E chi è?»

«È da secoli l’emblema della bellezza maschile.»

«Ma a noi interessano le donne.»

«Guardate la Venere di Milo, ma anche l’Apollo, ammirate l’ar- te, raffinate il gusto, cercate di dirozzarvi, e fate infine il confronto con voi stessi: vi accorgerete allora quanto, invece di spogliarvi, dovreste coprirvi» fu l’allegra risposta. Rimasero un po’ delusi e

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sconcertati perché tra l’altro i loro spogliarelli erano rimasti sen- za effetto.

«Ma siamo davvero tanto brutti?»

«Siete dei ragazzi normali... Potreste fare tutte le cose più strane e pazze, anche camminare con le mani. Le vostre bravate non su- scitano alcun interesse e perciò non è il caso di sprecare tempo ed energia in questo modo. Mostrate solo mancanza di fantasia.»

Dopo quel chiarimento gli atteggiamenti volgari scomparvero.

Anche per Rodolfo all’inizio si dovette trovare una risposta op- portuna: aveva sempre bisogno del bagno intorno alle 9.00: era solo una scusa per uscire.

«Puoi aspettare. Sei appena arrivato da casa.»

«Ma mi scappa» rispose ad alta voce toccandosi in basso.

«Mi dispiace. Se non sei in grado alla tua età di resistere alme- no un paio d’ore, puoi usare i pannolini dei neonati.»

È tornato al posto senza replicare nulla e non ha più osato es- sere volgare. Quelle sciocchezze finirono. Naturalmente molti di loro sono delle “anime dannate”, come dice una collega spiritosa e spesso rasentano il sadismo, ma sanno anche essere buoni e sen- sibili. Un giorno sono stati suggeriti loro dei titoli di libri. Hanno letto volentieri Niente di nuovo sul fronte occidentale e Tempo di vivere, tempo di morire di Remarque, mostrando una maturità e un interesse insospettati. Hanno trovato perfino nella loro antolo- gia un brano di quell’autore dove dei giovanissimi soldati si chie- devano perché avessero, loro giovani studenti, lasciato la scuola per la guerra e mi hanno letto il brano.

«...eravamo pieni di idee indistinte. Dieci settimane di vita mi- litare ci trasformarono più profondamente che dieci anni di scuo- la. Un portalettere, divenuto un superiore gallonato, ci fece dimen- ticare gli insegnamenti dei nostri genitori, dei nostri educatori e di tutti gli spiriti magni della civiltà, da Platone a Goethe messi insieme. Il classico concetto di patria si realizzò in una rinunzia della personalità...»

E qui i miei alunni si chiedevano: «Vale la pena che la vita ven- ga così umiliata e distrutta? Cosa è più importante della vita?»

E continuano leggendo un brano di Tempo di vivere, tempo di morire quando il soldato Graeber chiede al suo vecchio insegnante di storia e religione “al maestro della sua giovinezza che imper- sonava il passato: bontà, tolleranza, sapere”:

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Rossella

È un’alunna di terza media che soffre tanto. Intelligente, bra- va, da qualche giorno non fa che piangere, triste e amareggiata...

I suoi genitori si sono separati, divorzieranno appena possibi- le e lei vede crollare il suo mondo. La mamma, giovane, dinami- ca e colta, ha sacrificato le sue aspirazioni personali e la sua cul- tura per la professione del marito, il quale non si occupa più né di lei né delle figlie. E Rossella da tempo è in grande pena. Si tenta di aiutarla con affetto...

«A scuola tutti ti vogliono bene; non lasciarti travolgere dal do- lore e pensa con fiducia al tuo avvenire. Tenta di occupare la mente con pensieri diversi; leggi, esci, frequenta amiche affettuose e, se un giorno incontrerai un giovane serio e maturo con sentimenti sani, potrai affrontare un rapporto sentimentale con la maturità e la consapevolezza che ti derivano dalla tua dolorosa esperienza di oggi. Non danneggiare questo momento della tua vita che è deli- cato e prezioso!»

È apparsa un po’ serena: in un momento difficile qualcuno le è stato vicino e la ragazza non si è sentita del tutto abbandonata...

«Forse non sono così sola e disperata. È come se mi avessero dato una carica nuova, un briciolo di speranza.»

Tanto può la vicinanza affettiva? I suoi occhi parlano e gli adulti imparano tanto dai bambini...

Sempre più si evidenzia un problema grave a scuola: l’assenza della figura paterna, il fatto cioè che i ragazzi vedano nel padre non un punto di riferimento, un educatore, ma quasi un estraneo.

Quando noi insegnanti, nell’ora di colloquio settimanale, parlia- mo con i genitori dell’andamento scolastico degli alunni, notiamo che i padri sono rare eccezioni: vengono soprattutto le mamme, sia che abbiano attività lavorative sia che si tratti di donne di casa. Sono pronte a chiedere un permesso in ufficio e ad affrontare delle diffi- coltà, ma i padri rifiutano in genere di fare ciò. Di conseguenza i figli danno sempre meno importanza ai loro padri, che pian piano vengono considerati solo la fonte di reddito della famiglia...

E così il padre, il primo essere a incarnare quella figura in cui i figli vogliono ripetersi, ricercare un modello in cui identificarsi, è scomparso e spesso non ci si rende conto del danno che ne deri-

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va. I figli, privati della figura paterna, cercano altrove delle figu- re da seguire e imitare. Ma chi sono questi idoli?

A volte sono atleti, altre volte sono dei veri e propri delinquenti, visti come ribelli affascinanti...

Per la formazione e la sana crescita dei figli, più che un padre o una madre in carriera, più che la cultura e la ricchezza valgono il colloquio quotidiano, l’affetto sentito e dimostrato e l’esempio onesto di vita ogni giorno, l’amore con cui ci si guarda negli oc- chi nella propria casa, l’affetto che si dà senza riserve e in nome del quale si sa fare sorridendo qualche rinuncia. I pochi fortunati che vivono in questi ambienti sono i ragazzi più sereni, sani ed equilibrati che io abbia mai incontrato. Studiano tranquilli, senza fatica e sono contenti...

La felicità di Elisa: un quaderno nuovo con la copertina azzur- ra, scelta con cura dai genitori... È stata una gioia per i genitori spendere del denaro risparmiato per un quaderno. A casa i soldi sono pochi, ma si mette qualcosa da parte, felici, per acquistare un libro, un album, dei colori che occorrono. Elisa, un esempio per tanti... Occhi vivaci, sereni, desiderio di apprendere...

Gianni

Durante la ricreazione, nello stanzino antistante i bagni, due tre- dicenni bloccano un ragazzo di prima, gli mettono le mani addos- so, frugano nelle sue tasche e gli portano via il portamonete con tutto il denaro risparmiato: seicento lire. Il derubato ne richiede la restituzione, si mette a piangere, ma quelli gli ridono in faccia.

Va allora nella classe dei suoi aggressori, per spiegare tutto al pro- fessore mentre i due continuano a prenderlo in giro, dicendo che si è trattato di uno scherzo, ma alla fine sono costretti a restituire il portamonete.

I ragazzi sono portati in presidenza per un severo provvedimen- to: in un primo momento la vice-preside ammonisce i ragazzi con un linguaggio garbato, per cui loro se ne vanno giulivi dicendo:

«Il preside è occupato, la vice-preside non può far altro che dire due parole.» Poi, rientrando tronfi in classe, si accendono una si- garetta sotto il naso dell’insegnante esterrefatta. Tutto il loro at- teggiamento è in sommo disprezzo per la scuola, gli insegnanti, i compagni più piccoli e l’ordine in genere.

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Subito dopo arriva il preside, che, informato, vuole ascoltare in classe, come in un’aula di tribunale, il ragazzino aggredito da- vanti ai due colpevoli e suggerisce le risposte: «Ma tu lo sai che è stato uno scherzo? Non pensavi mica che volessero derubarti?» E così via.

I presidi non hanno la vita facile in questi anni settanta, quan- do la scuola e i docenti sono attaccati e ridicolizzati da organi di stampa e da una politica denigratoria per quanto concerne studio, cultura e autorità. Mi rendo conto che egli cerca di sminuire la colpa di quei due per evitare la punizione richiesta dai docenti.

Evita perché teme sia la reazione degli alunni, sia quella dei ge- nitori. Ma i ragazzi sono molto attenti a questo genere di preoc- cupazioni e quando gli studenti notano mancanza di decisione e di coerenza nel corpo docente e nell’autorità in genere, non sen- tono più né stima né rispetto per l’insegnante e allora cominciano gli scherzi stupidi, le confidenze volgari, le cattedre sfondate, le parolacce, gli sputi sul “Disco di Newton”... Cercano una infinità di modi per divertirsi in una scuola dove regnano il caos e la noia, dove gli insegnanti devono sopportare la loro indolenza e volga- rità, senza che essi siano sensibili a rimproveri o suggerimenti per migliorare e dove solo una punizione esmplare potrebbe essere ef- ficace.

L’episodio termina con una richiesta di sospensione da parte dei docenti e il preside annuncia: «Siete sospesi per un giorno e tor- nerete a scuola accompagnati dai vostri genitori.» Poi, dopo un attimo soggiunge: «Non occorre che siate accompagnati dai vo- stri genitori...»

E allora come fanno i genitori a sapere che i loro figli sono stati sospesi per comportamento scorretto? Così i ragazzi hanno fatto la vacanza di un giorno in barba a tutti.

Qualche giorno dopo un altro alunno di terza, mandato in pre- sidenza per comportamento volgare e richiesta di sospensione, rientra in classe riferendo che il preside lo avrebbe sospeso la volta successiva e spiega a tutti, ridendo, che era la terza volta che gli veniva ripetuta la stessa cosa. Tra la risata generale che segue, l’au- torità della direzione crolla totalmente.

«Signor Preside, dove va a finire il rispetto per l’Istituzione sco- lastica se lei non appoggia e non ascolta gli insegnanti che cono-

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scono bene i ragazzi e sanno come è meglio agire? Così facendo l’autorità dove va a finire?»

Comincia a difettare la disciplina. In una terza c’erano stati pa- recchi problemi quell’anno. Un giorno Rita, la bidella, è disgustata e sconvolta. Racconta che i soliti ragazzi hanno fatto delle inde- cenze: sono entrati nel bagno dei professori e uno dopo l’altro hanno riempito il water dei loro personali rifiuti, senza scaricare mai l’acqua. Così la brava e onesta Rita si è trovata in una situa- zione umiliante e quanto mai stomachevole. Questi nostri ragazzi non hanno alcun rispetto della fatica e del lavoro degli altri.

Roland

Una mattina, durante la lezione, si sente odore di bruciato: Ro- land ha acceso un fiammifero e lo ha messo tra i folti capelli ric- ciuti di Berto, il piccolo della classe, il quale però è riuscito a spe- gnerlo in tutta fretta. Roland non è un piromane, ma ama questi scherzi discutibili e pericolosi.

Qualche tempo prima aveva portato in aula una cartuccia fab- bricata da lui con del materiale fortunatamente leggero e piena di polvere da sparo. Aveva lasciato una parte della cartuccia aperta e così il danno sarebbe stato modesto, ma intanto era pronto ad ac- cenderla in classe, per spiegare ai suoi compagni il funzionamen- to della polvere da sparo e soprattutto la sua conoscenza in quel campo. Qualcuno, però, si è spaventato e ha gridato mettendo in subbuglio tutti: «C’è una bomba!»

Tutto il Collegio Docenti è stato riunito immediatamente e Ro- land ha avuto una sospensione di sette giorni. Sono stati chiamati i genitori, che hanno spiegato il notevole interesse del ragazzo per la chimica e quindi il suo comportamento a scuola, comportamento che non aveva secondo loro nulla a che vedere con la piromania e l’indisciplina.

Indubbiamente Roland è un ragazzo intelligente, benestante, non gli manca il denaro in tasca, ma è annoiato e si sente solo. Il padre ha in centro un elegante negozio di abbigliamento e la mam- ma, una bella e raffinata signora svedese, insegna danza classica in accademia... Entrambi i genitori sono occupati tutto il giorno con le loro attività, per cui Roland e il fratello più grande Gudrun

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se la devono vedere da soli in ogni cosa; i genitori lasciano loro abbastanza denaro per pranzare al ristorante e così i due fratelli vanno avanti giorno dopo giorno in balia di loro stessi. Ma men- tre Gudrun, ventenne, è un universitario, Roland, in piena adole- scenza, si sente abbandonato a se stesso e ne combina di tutti i colori pur di vincere una certa noiosa routine e quella profonda intima so- litudine che si indovina in lui.

In una prima i bambini stanno facendo un esperimento; in una vaschetta di vetro, posta sul davanzale di una finestra, sono im- mersi dei girini a cui i ragazzi cambiano l’acqua e che alimenta- no regolarmente. Vogliono osservare le fasi della loro crescita e del loro sviluppo sotto la guida dell’insegnante di scienze. Tutti gli allievi sono orgogliosi della loro coltura e ne parlano spesso agli altri...

Ma un giorno mi si avvicinano costernati e pieni di rabbia di- cendomi che “quei delinquenti di terza” hanno distrutto irrimedia- bilmente la coltura che seguivano con tanto amore e fatto sparire tutti i girini.

Non potevano rassegnarsi a una simile crudeltà e chiedevano come difendersi da quei ragazzacci, mettendoli nella condizione di non fare più danni. Gli “eroi” della terza intanto si divertivano a più non posso alle loro spalle e consideravano ridicolo il loro risentimento. Sembravano quasi sadici nel loro modo di fare e di schernire, soprattutto considerando lo scopo per cui avevano fat- to tutto ciò. Avevano preso i girini e li avevano sparpagliati sulla cattedra della loro classe prima che entrasse l’insegnante di tec- nica, una signora di una certa età, con i nervi scossi dai tanti guai e sofferenze della vita.

Questa signora, con la sua espressione stanca e triste suscitava non la pena dei ragazzi, ma la loro ilarità e il desiderio di scanda- lizzarla, spaventarla, indispettirla e umiliarla...

Non si sa se e quanto i ragazzi siano consapevoli totalmente del- la loro malvagità, ma è chiaro che un quattordicenne sa perfetta- mente rendersi conto del bene e del male che fa. Ma, nasconden- dosi nel gruppo, certi sentimenti e capacità di raziocinio si attuti- scono e prevale in molti un gran senso di viltà: il godimento, il piacere di far del male a qualcuno più debole, sapendo di potersi nascondere in un gruppo, in una massa-ombra. Così i soliti tre ra-

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gazzacci, con la connivenza di coloro che sempre seguono come un branco anonimo chi ha l’idea di queste “bravate”, si sono go- duti lo spettacolo della prof. che, schifata da quei viscidi anima- letti sulla cattedra, ha urlato e inveito contro di loro, fuori di sè dalla rabbia. Ma i tre non attendevano altro e lo spettacolo era quel- lo che più speravano di vedere.

Non rimasero delusi, quando l’anziana insegnante si mostrò così sconvolta da far pena. Mise loro dei tali votacci in condotta sul registro per il loro comportamento che infine quei vigliacchi si preoccuparono delle conseguenze che il loro operato avrebbe potuto avere nel giudizio globale. Così, alla lezione successiva, cercarono di recuperare la situazione chiedendo scusa all’inse- gnante, porgendole un bel mazzo di fiori: ma quei ragazzi irrespon- sabili tra i fiori avevano nascosto ancora dei girini, per ulteriore sfregio all’insegnante che urlò e maledisse quelli che definì “de- linquenti”. Solo dopo molto tempo lei li perdonò, quando i ragaz- zi riuscirono a far mostra, per finta, di un pentimento, che, in realtà, erano incapaci di provare, per evitare dei problemi a giugno, agli esami.

Bruno

La viltà nei ragazzi non è prerogativa dei peggiori o dei più in- disciplinati o dei meno intelligenti; in una seconda c’era un alun- no, Bruno, timido, silenzioso e poco dotato per lo studio. Ogni vol- ta che veniva chiamato per una domanda dal posto o per una in- terrogazione alla lavagna, c’erano sempre delle voci in sordina che sillabavano il suo nome e «a-si-no, a-si-no» ed era difficile indi- viduare la provenienza di quelle voci. Invariabilmente umiliato, l’allievo in questione rendeva male. Queste forme di viltà mi ri- pugnavano dal profondo e così un giorno:

«Guai a coloro che insultano Bruno ogni volta che viene chia- mato. Fossero anche le cime della classe, i più bravi nel profitto, fanno talmente schifo per la loro viltà, che, se non la smetteranno in virtù della dignità e del rispetto del prossimo, saranno puniti in un modo tale che, per un basso voto di condotta, non saranno am- messi a fare gli esami. E se il colpevole fosse anche il più bravo della classe non avrà alcuna importanza, anzi, a maggior ragione sarà punito!»

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2. Quell’antico Liceo

Oggi sono occupata con i miei alunni di terza media intenti al compito in classe mensile. Li osservo con affetto e poi, senza ren- dermene conto, i miei pensieri vagano lontano mentre i1 mio sguardo si posa tra i rami di un albero e andando a ritroso nel tempo mi vedo in un antico liceo di Roma e focalizzo un’aula all’ultimo piano. Tante ragazze, sedici anni, volti attenti, grembiuli neri, capelli ordinati, visetti puliti, occhi sinceri dallo sguardo franco e leale, banchi di legno che sanno di storia con tanti cuori incisi da frecce con nomi per esteso o timide iniziali...

Anni diversi, un’altra scuola e una scena lontana. Dalla profon- dità del tempo emerge una voce severa e baritonale: «Queste mica capiscono, non capiscono niente!» Era questo il parlare del pro- fessore settantenne, colto, romagnolo, anarchico e anticlericale che ci apostrofava con un ghigno sprezzante, guardandoci con occhi socchiusi al di sopra degli occhiali dalla montatura dorata... Ci stava leggendo Dante, versi dell’Inferno.

Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente, lasciate ogni speranza voi che entrate...

Eravamo delle nullità senza speranza per lui. «Ricordino, loro signorine, che ora frequentano il liceo classico, e quindi studi un tempo riservati solo al mondo aristocratico, ricordino bene perché qui ora c’è gente che viene ancora con addosso l’odore di pelli di pecora...» Il suo volto si incupì e, stringendo le labbra, con un improvviso scatto d’ira, di colpo scaraventò il registro sulla cat- tedra. Da silenziose diventavamo mute...

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Era il nostro professore di italiano: alto, snello, leggermente curvo, capelli grigi, irti e ricciuti, un ampio impermeabile poggiato con noncuranza sulle spalle, cartella di vecchio cuoio e lo spau- racchio del registro. Eravamo congelate non appena entrava in classe... Una volta tre alunne entrarono alle 8.30 in punto, mentre la campanella suonava l’inizio delle lezioni. Un ritardo. La terri- bile ira nel suo volto.

«Tutte dietro la lavagna! Via! Fuori dalla mia vista! Chi siete?

I vostri nomi?» urlò. Poi aprì il registro e: «Qui i vostri nomi non ci sono!»

E il registro volò di nuovo per l’aula... Qualche imprecazione.

Paura, sudore freddo e, insieme, un nervoso desiderio di ridere.

Non potevamo assolutamente parlare e quindi con tutte le nostre energie controllavamo il desiderio di muovere i muscoli del viso.

L’inizio del nostro primo anno di Liceo. Nominò due segretarie:

io ero la seconda. Poiché odiava il registro, noi dovevamo fare l’appello e scrivere A (assente) nel quadretto apposito. Io suben- travo quando la prima segretaria era assente: in piedi accanto alla cattedra, tremando da capo a piedi, arrossivo e sbagliavo tutte le caselle. Accanto a me il professore ballava sulla sedia, seduto da- vanti all’antica cattedra di legno che poggiava sulla vecchia pe- dana, con le mani in tasca per tenersi più caldo.

Ai suoi occhi eravamo cretine integrali: «Tutte in piedi, tutte là, in fila, accanto al muro!»

Qualcuna aveva riso? E noi, obbedienti, non potevamo fare al- tro, in piedi, appoggiate al muro dove correva il tubo dell’acqua calda che ci scottava la schiena e accanto, a sinistra, la finestra enorme, aperta, con l’aria gelida dell’inverno che ci soffiava in pieno viso. La Basilica di Santa Maria Maggiore era al di là della strada... Il luogo era abbastanza silenzioso, non c’era molto traf- fico.

Il vecchio glorioso liceo, testimone ricco di memorie, sogni, de- sideri e speranze di giovani e adolescenti si stagliava severo ac- canto alla splendida Chiesa. E proprio nella Basilica, lungo la navata sinistra, davanti alla statua marmorea della Vergine con Bambino, andavamo a pregare silenziosamente e con fervore, pri- ma di entrare a scuola e con un’intensità maggiore ogni volta che avevamo un compito di greco o latino o qualche severa interro- gazione.

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I banchi di legno erano ricchi di storia: nomi incisi da studenti decenni prima, cuori trafitti, versi d’amore. Sulla porta di ogni classe era ben visibile una targa rettangolare in ottone ove spic- cavano i nomi degli studenti morti al fronte nel ’15-18, durante la prima guerra mondiale. C’era l’obbligo del grembiule nero e col- letto bianco per le ragazze, camicia bianca, giacca, cravatta per i ragazzi.

L’anziano bidello in grigio scuro con mostrine bordeaux apri- va con rispetto la porta alla fine dell’ora e con signorilità e defe- renza annunciava il termine della lezione con la parola finis. Me- ritava, secondo i docenti, il titolo di “professore” il vecchio bidello Maurizio, elegante, dignitoso, rispettoso e corretto. Serviva la scuola da quarant’anni ormai. La sua collega, Teresa, una donna grassissima e gioviale, con le chiome candide, era il nostro rifu- gio, dopo un brutto voto o un’interrogazione andata male, o quan- do non ci sentivamo bene.

La ricreazione era una passeggiata serena nei corridoi molto ampi, dove a braccetto, chiacchierando, facevamo quattro passi tranquille e contente. I gabinetti alla turca erano frequentati non più dello stret- to necessario. Pochi fumavano. Amavamo quasi tutti la scuola.

Rivedo l’alto e magro professore di filosofia, che passeggiava con il sorriso nel volto mentre tamburellava con le sue dita sottili sul registro, che teneva tra le mani intrecciate sulla schiena... I suoi occhi azzurri da sognatore guardavano con espressione paterna e affettuosa il nostro mondo di prima giovinezza. Coltissimo (ap- parteneva a una famiglia di studiosi), saggio, squisitamente gen- tile e molto povero, discendeva da un doge di Venezia e viveva con le sue tre figlie e i suoceri novantenni, in una casa colma di libri antichi. Aveva perduto sua moglie qualche anno prima. Ave- va grande rispetto e fiducia in noi ragazze ed era innamorato del- la scuola.

In classe, la sua voce serena e paterna: «Figliuola, metta via il rossetto! Ci penserà più tardi.» Stava spiegando Platone, mentre Luisa aveva premura di truccarsi le labbra. In una gelida mattina, con i termosifoni che non andavano: «Loro, figliuole, permetto- no che io tenga il cappello? Oggi ho tanto freddo... Grazie.»

Tutti i professori ci davano del lei.

Non facevamo quasi nulla di matematica e fisica: infatti il no- stro insegnante doveva diventare docente alla Facoltà di Fisica, alla

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storica Università della Sapienza, e studiava sempre in classe. Noi, ben felici di non far nulla, non conoscemmo mai le affascinanti leggi della fisica, i logaritmi né tantomeno imparammo a risolve- re i problemi con l’algebra e la trigonometria cosicché, qualche anno dopo, quando qualcuna, sognando di diventare una scienzia- ta, pensò di frequentare Fisica si accorse di essere un pozzo di ignoranza e abbandonò molti sogni nel campo scientifico.

La mia classe era al quarto piano. Dovevamo salire circa cen- to gradini. Se per caso il tram aveva fatto un ritardo, alle 8.30 inesorabilmente veniva chiuso sia il portone d’ingresso sulla strada, sia le porte d’accesso che, a ogni piano, conducevano ai corridoi dove si trovavano le diverse aule. Solo il secondo piano era accessibile: la porta restava aperta e in quel corrido- io c’era la presidenza. Il preside era sempre pronto come un falco: ritardo significava sospensione... con gravi conseguen- ze disciplinari, come ad esempio la non ammissione agli esa- mi (V ginnasio) o un basso voto di condotta che poteva pregiu- dicare la promozione.

Più di una volta facemmo sciopero (Trieste, la zona B all’Ita- lia!), e il Preside, severissimo, calvo, con il naso all’aria e gli oc- chiali dalla montatura d’oro, disse una volta a noi ragazze: «Le donne che fanno sciopero perdono l’onore!»

E infatti, una volta mentre i miei compagni, maschi, furono rimandati in classe dopo un aspro e duro rimprovero, io e la mia compagna di banco dovemmo restare lì a lungo in Presidenza. Era maggio ed ero terrorizzata, insieme alla mia amica, di non essere ammessa agli esami di V Ginnasio. Avremmo perduto l’anno. Ma tutto andò bene.

In classe, i compagni preoccupati ci chiesero: «Che cosa vi ha detto? Vi ha sospeso? Non potrete fare gli esami?» Erano parteci- pi e preoccupati un po’ anche loro. Ci era andata bene. Un sospi- ro di sollievo per tutti.

Al ginnasio avevamo avuto un’anziana signorina come docente di lettere. Alla cattedra, interrogati in due, una volta ci chiese: «Voi due sapete scrivere, il che significa che sapete pensare. Qual è la vostra opinione sulla congiura che portò all’uccisione di Giulio Ce- sare, in quel 15 marzo del 44 a.C.? Ricordate le famose idi di marzo! Chi di voi ama il potere assoluto e chi la democrazia?»

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E noi cominciavamo a ragionare sugli ideali di giustizia e sui giochi antichi del potere.

L’anziana gentile signorina ci faceva leggere a voce alta i temi migliori: gli scrittori in erba, spesso i più riservati, leggevano con imbarazzo le loro riflessioni con fastidio di alcuni che sbuffava- no al banco.

Quando qualcuno di noi si mostrava poco educato, ella, attra- verso le lenti del suo occhialino d’oro, esclamava: «Dico te esse improbam / improbum!»

Qualcuna piangeva e calde lacrime venivano versate.

Al compito di latino. «Scrivete il vostro nome latinizzato così:

Ego, Maxima, cum essem tam stulta, haec menda feci.»

I nostri strafalcioni più gravi venivano da lei incorniciati dalla matita blu con tante virgolette: erano gli “scarafaggi” con tanto di zampette. «Così, la prossima volta, farete attenzione a non ripe- tere questi errori!» Credeva nel suo lavoro, amava i ragazzi cor- retti e studiosi e non si accorgeva di qualcuno che la prendeva in giro in modo subdolo, non appena lei allentava il controllo. An- che a quindici anni esiste l’ipocrisia o almeno inizia a manife- starsi.

Al liceo, ormai più grandi, eravamo separati. Le classi erano maschili o femminili. I docenti erano quasi tutti uomini, una no- vità per noi. Infatti il nostro severo professore di italiano ci pren- deva in giro: «Le vostre insegnanti al ginnasio erano tutte donne e vi trattavano come se fossero state le vostre mamme...» Ci guar- dava di sottecchi e aggiungeva: «Siete infantili. Non capite. Do- vete maturare!» Con il tempo, in seconda e in terza liceo, diventò più comprensivo.

L’anziano professore di chimica e scienze era gentilissimo; se chiedevamo di uscire, ci mandava fuori sempre in due. C’era una ragione: infatti era rimasta in lui viva l’angoscia di una ragazza, allieva di molti anni prima, che gli aveva chiesto di uscire un momento e invece di andare in bagno si era buttata dal quarto piano per la tromba delle scale. Morì quasi subito, ma si preoccupò di riordinarsi la veste che le aveva scoperto un po’ le gambe, negli ultimi attimi di vita... Fu una tragedia per la famiglia e per l’anti- co Liceo. Perché questo? Si era innamorata, senza speranza, del suo professore.

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