1.1. La storiografia medievale.

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Indice

Introduzione

1. La storiografia medievale e l’etnografia nel mondo antico e medievale.

1.1 La storiografia medievale

1.2 La storiografia etnica nel mondo antico 1.3 La storiografia etnica medievale

2. Paolo Diacono

2.1. Il contesto culturale 2.2. La vita e le opere

3. L’ Historia Langobardorum

3.1 L’opera

3.2 Commento al primo libro dell’Historia Langobardorum

Bibliografia

p.2

p.3 p.3 p.13 p.20

p.29 p.29 p.42

p.51 p.51

p.58

p.102

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Introduzione.

Con questo lavoro, nell’ambito della storia del Medioevo, mi sono proposto di analizzare la figura di Paolo Diacono legato alla storiografia etnica ed in particolare di commentare il primo libro della Historia Langobardorum. Per comprendere il procedimento che utilizzavano gli storici nelle loro opere ho ritenuto necessario soffermarmi e far considerazioni sulla storiografia medievale.

Successivamente ho analizzato la storiografia Etnica nel mondo antico, partendo da Erodoto, considerato il capostipite di questa disciplina ed ho preso in esame altri autori importanti tra cui Tacito e Giulio Cesare. Un paragrafo intero è stato dedicato alla storiografia etnica nel Medioevo.

Ho proseguito spiegando il contesto storico nel quale viveva Paolo Diacono ed ho analizzato la situazione culturale italiana e francese, descrivendo poi, in generale la vita e le opere dell’autore.

L’ultimo capitolo è stato dedicato all’Historia Langobardorum ed in particolare ho commentato il primo libro che tratta la grande migrazione dei Longobardi, le loro battaglie e le loro vicende dinastiche. Ho ritenuto interessante commentare questo libro in particolare perché è strettamente collegato con la storiografia etnica, in quanto nel loro percorso i Longobardi sono venuti in contatto con molte popolazioni barbare.

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Capitolo 1

La storiografia medievale e l’etnografia nel mondo antico e medievale

1.1. La storiografia medievale.

Gli argomenti riguardanti la storiografia etnica sono in stretta relazione con la storiografia medievale:

“La difficoltà nel tracciare un panorama per quanto si voglia sintetico, delle tipologie storiografiche nel Medioevo è data soprattutto dalla loro estrema contiguità. Difficoltà di classificazione vengono anche dalle loro diverse finalità, dalla tipologia strutturale, dagli stessi titoli (quasi mai indicativi, soprattutto quando originali).”1

Per comprendere la storiografia medievale e il “modus operandi” con il quale uno storico del medioevo si occupava di storia, bisogna soffermarsi sulle differenti condizioni dell’epoca, gli scopi, la mentalità, gli strumenti a disposizione, decisamente molto diversi da quelli della nostra epoca.

Lo storico, nel medioevo, non era considerato una professionista: la sua era un’occupazione legata al tempo libero e, quando voleva scrivere, lo faceva su commissione o per un potente dell’epoca.

“La protezione da parte di un signore sopravvisse, ma la maggioranza degli autori scriveva su committenza o con il permesso di un’autorità ecclesiastica, piuttosto che per piacere a un principe.

Lo scrivere di storia continuò ad essere considerata un’occupazione destinata al tempo libero.”2 Con la nascita dell’università e delle scuole, si delinea una possibilità di guadagno tramite l’attività della scrittura, ma per uno storico ciò era quasi impossibile principalmente per due ragioni:

la prima deriva dal fatto che la storia nel Medioevo, come nell’antichità, non era una materia d’insegnamento, bensì inserita all’interno di altre quindi, per avere le prime cattedre, bisognerà aspettare il XIV secolo.

Il secondo motivo è legato alla considerazione data opere di carattere storico all’interno del sistema educativo: ciò ci è testimoniato da un elenco di libri redatti dalle autorità universitarie a Parigi nel 1286.

“ I compilatori inclusero tutte le opere necessarie a maestri e studenti come testi- base dei corsi: di circa 140 voci solo tre possono essere considerate come indicanti opere storiche. La prima è un compendio di storia biblica con una certa parte consistente di storia pagana, composto da un maestro parigino, Pietro Comestor, del tardo XII secolo e conosciuta come l’Historia Scolastica;

talvolta essa serviva ai principianti come testo fisso per le letture di teologia. La seconda voce è

“Leggende dei Santi”, la terza è “Vite dei Padri del deserto”; il corso di teologia includeva anche una preparazione alla predicazione e alle cure pastorali, perciò gli studenti avevano bisogno di queste letture come parte del loro bagaglio.”3

1 E. D’Angelo, La letteratura latina medievale, Roma, 2009, Viella, p.175.

2 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.2.

3 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, pp.3-4.

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Bisogna poi considerare l’elevato prezzo dei libri. Essi erano opera principalmente dei monaci, che talvolta ricorrevano all’aiuto di scribi e artisti professionisti. Venivano composti nei laboratori di scrittura o negli scriptoria situati nei monasteri e nelle cattedrali. Nel Medioevo i libri erano oggetti molto preziosi e venivano utilizzati come merci, doni o mezzi di scambio.

L’epoca Medievale presenta poi alcune diversità di cui tener conto nell’approcciarsi alle opere storiografiche.

La prima grande differenza è la concezione del tempo e dello spazio presente nel medioevo.

“ Il tempo dello storico medievale si sviluppa tra la Creazione e il Giorno del Giudizio: esso comincia e finisce, si svolge attraverso periodi chiaramente definiti. Lo spazio è circoscritto dai limiti della storia antica e biblica nel passato e dall’estensione della Cristianità nel presente.”4

Lo storico medievale nel ricostruire il passato aveva a disposizione una quantità inferiore di strumenti rispetto a quelli dei nostri giorni, poteva fare riferimento a fonti letterarie o testimonianze orali e un autore più scrupoloso poteva utilizzare i monumenti antichi come fonti.

Inoltre l’assenza di prospettiva nell’epoca medievale è un elemento chiave per l’arte e la storiografia e costituisce una differenza fondamentale dà tenere in considerazione.

“ L’arte figurativa medievale è bidimensionale. Il pittore dipinge o disegna su una superfice piatta. Lo studioso di arte medievale impara ad accettare la piattezza come una convenzione: essa non guasta la valutazione di una pittura. Allo stesso modo, chi si accosta alla storiografia medievale deve imparare a fare a meno della prospettiva nella rappresentazione storica. Uno scrittore medievale poteva distinguere momenti di sviluppo nella storia della salvazione, ma queste fasi erano religiose;

nella storia temporale, invece, egli non individuava mutamenti o evoluzioni, e vedeva continuità nei costumi e nelle istituzioni, là dove noi scorgiamo diversità”5

Bisogna poi tenere conto dell’influsso esercitato dalle tre importanti eredità culturali romana, ebraico-cristiana e barbarica, che hanno condizionato gli uomini medievali nella loro produzione storiografica e nell’interazione con il pubblico.

“ L’autore medievale presume anche che al pubblico sia famigliare la tradizione all’interno della quale egli lavora. Attraverso di lui parlano i suoi predecessori, e le sue letture ne condizionano le idee su cosa sia la storia e su come debba essere scritta. È necessario comprendere tali presupposti:

risalgono all’Antichità, alla Bibbia e ai Padri. Dobbiamo fare un lungo viaggio a ritroso nel tempo, fino a Cicerone e a Mosè, per cogliere come uno storico medievale si sia accostato al suo materiale e come lo abbia presentato al pubblico. Le tradizioni antica e cristiana si mescolarono, ma è possibile separarle in qualche misura quando consideriamo la loro influenza sullo scrivere storia nel Medioevo.

A dirla molto in breve: l’Antichità latina fornì generi di classificazione per le forme che la storiografia può assumere, offrì norme per scrivere nei vari generi, apprestò modelli da imitare. Gli autori medievali osservarono o modificarono le tradizioni antiche a misura dell’infarinatura di conoscenze classiche che essi ebbero. La loro fede negli antichi sopravvisse ad ogni mutamento delle condizioni fisiche e del clima mentale. La Bibbia e i Padri, d’altra parte, influenzarono contenuto, prospettive e propositi della storiografia medievale.”6

4 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.40.

5 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.40.

6 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, pp. 5-6.

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La prima grande influenza sugli storici medievali è quella derivata dall’eredità romana e riguarda informazioni sui diversi generi di storiografia, il ruolo della storia all’interno del sistema educativo e i modelli e gli esempi offerti dagli storici romani.

Nell’antichità gli annali e le opere storiche erano distinte. Per quanto riguarda gli annali si trattava di opere che riportavano annualmente eventi di vario genere, come per esempio i premi assegnati nelle competizioni sportive locali e i trattati di guerra con città vicine. L’annalista doveva solamente riordinare gli eventi accaduti con lo scopo di farli ricordare e non di presentarli sotto forma letteraria. Le opere storiche, al contrario, erano più articolate e presentavano una compilazione letteraria.

“ Queste distinzioni furono rispettate nel Medioevo. Cronache e annali registravano gli eventi nella loro successione cronologica e i compilatori non avevano come scopo una presentazione elegante. Lo storico, al contrario, curava lo stile e non si sentiva legato ad un rigoroso ordine cronologico, poteva usare digressioni e flash back. Egli individuava una differenza tra la storia e gli altri generi letterari. Ne danno esempio due storici del XII secolo, entrambi lettori di classici. Ottone di Frisinga, in un triste, momento, dice che sta scrivendo «tragedia più che storia». Guglielmo di Tiro esprime il suo disgusto per il comportamento e la morale dei contemporanei sostenendo che descriverli significherebbe scrivere «satira piuttosto che storia.»”7

Nell’educazione romana la storia era solo un capitolo inserito all’interno della retorica, materia molto importante per la formazione dei futuri oratori. Già nello studio della grammatica, che era precedente alla retorica, comparivano riferimenti di storia antica e mitologica. Questo sistema educativo continuò anche durante il Medioevo.

“ Lo studio della storia, incuneato tra grammatica e retorica, ebbe un ruolo secondario nel programma scolastico. Lo studente apprendeva in ampiezza maggiore o minore il contenuto della storia antica, ma non imparava il come scrivere storia quale parte della sua preparazione letteraria.

[…] non abbiamo notizia di saggi scolastici d’argomento storico in sé, sebbene naturalmente un episodio di storia antica o biblica potesse servire come soggetto di un’esercitazione. Il maestro avrebbe dato poi il suo “voto” agli scolari in base alle loro abilità nella elaborazione letteraria. ”8

Per quanto riguarda l’influenza dei modelli e degli esempi degli storici romani scelti dagli storici medievali, incidevano diversi fattori tra cui la conservazione e la sopravvivenza dei manoscritti sui quali venivano conservati i testi degli storici antichi, il gusto degli storici medievali e la loro incapacità, salvo rare eccezioni, di leggere il greco, mancando le traduzioni degli storici classici greci.

Cicerone con i suoi insegnamenti per l’oratore che narrava la storia, ha lasciato un’impronta significativa sugli storici medievali: chi raccontava la storia doveva dire la verità ed essere imparziale.

Lo storico non doveva riferire solo le grandi imprese, ma doveva anche spiegarle dettagliatamente, aggiungendo il ruolo del caso, della saggezza o della follia umana e non tralasciando le vite e i caratteri usando uno stile fluido.

“ Cicerone descrive la storia in termini che lusingano coloro che vi si dedicano: Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”9

Fra gli storici latini Livio era conosciuto ma raramente lo si leggeva e soltanto nel XIII secolo tornerà in auge. Tacito non veniva letto e Sallustio era il preferito. Lo stile e il metodo usato dagli

7 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli,2012, Liguori Editore, p.7.

8 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli,2012, Liguori Editore, pp.8-9.

9 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli,2012, Liguori Editore, p.9.

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storici romani mostra lo stretto legame tra la storia e la retorica. Lo storico, nel rappresentare i dialoghi dei suoi personaggi, aveva per scopo di ornare lo stile del racconto, non di rappresentare i fatti in maniera accurata e inoltre si poteva fare a meno delle date e della documentazione.

Sallustio affronta la storia come parte dell’etica. Secondo l’autore la storia aveva lo scopo di trasmettere insegnamenti morali e lo storico di mettere in evidenza i buoni e i cattivi esempi scoprendo le vere motivazioni dell’agire degli uomini. Sallustio, con l’esempio della monografia storica Bellum Iugurthinum e De Catilinae Coniuratione ebbe una profonda influenza poiché queste rappresentavano un’alternativa alla storia, alla cronaca universale e alla storia locale.

“ La De Catilinae Coniuratione e il Bellum Iugurthinum penetrarono così profondamente nella coscienza medievale che citazioni e ricordi involontari di frasi sallustiane affiorano nelle storie letterarie, per non parlare delle imitazioni dei discorsi e delle scene di battaglia, sovrapposte alla storia del momento.”10

Anche Giulio Cesare ha scritto delle monografie, il De bello gallico e il De bello civili: era però meno citato di Sallustio probabilmente perché i monaci e i chierici che scrivevano la storia si sentivano più in sintonia con un autore civile che con un generale.

Un altro genere storiografico che ha influenzato gli storici nel medioevo è quello della biografia storica. Importante è l’opera di Svetonio De vita XII Caesarum che iniziava con Giulio Cesare e finiva con Domiziano. In ogni vita è raccontato l’inizio della carriera di ciascun personaggio, la vita privata, il carattere, il suo aspetto fisico ed i suoi atti pubblici come capo di stato. Non compaiono giudizi per quanto riguarda i problemi morali.

Secondo Berly Smalley l’ultimo contributo dell’eredità romana alla storiografia medievale è dato dall’opera le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, che costituisce il modello enciclopedico medievale. Nella sua enciclopedia:

“ la storia è vista come una sottosezione della grammatica, che è essa stessa parte della retorica. Isidoro definisce la grammatica come “l'arte dello scrivere” e la storia come “narrazione scritta di un certo tipo”. Distingue la storia dalla favola e dal mito: la favola esprime verità per mezzo della finzione, come nelle Fabulae di Esopo, dove gli animali parlano e agiscono come esseri umani, mentre il mito poetico esprime la verità per mezzo di finzioni sugli dei ( un’interpretazione corrente di “mito” come indicante verità cosmiche o morali). La storia differisce da questi generi di narrazione nell’essere vera in se stessa. È narrazione di fatti accaduti, per mezzo della quale il passato è fatto conoscere. […] Isidoro traccia la rigida conclusione: poiché la storia narra ciò che è visto e conosciuto come vero, allora essa deve presentare il racconto di cose viste direttamente.”11

La seconda eredità da analizzare è quella Ebraico- Cristiana. Lo scrittore medievale trae dalla bibbia lo stile e il contenuto, ma non la forma, i cui modelli sono classici. Chi legge gli storici romani ha già incontrato il soprannaturale nella tradizione biblica: essi infatti hanno registrato l’intervento divino nelle vicende umane sotto forma di presagi e miracoli. Lo stesso Cesare ed anche Sallustio, nelle loro storie, alludono a credenze e pratiche religiose. Molti studiosi della classicità hanno ravvisato nella cultura latina aulica un che di magico e folcloristico, sicuramente di derivazione popolare.

10 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.11.

11 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.13.

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Il soprannaturale, dominava nell’ambito della storia cristiana, dando concretezza all’elemento divino: regolatore della storia e creatore del mondo era Dio che si rivelava nelle scritture.

“ L’abisso che separava Occidente e Oriente era profondo. Si poteva cercare di essere un buon cristiano ma non ci si poteva cambiare in un semita: si frapponeva a ciò la tradizione letteraria classica. Uno studioso latino poneva a confronto due tradizioni di storiografia; da una parte egli vedeva i suoi modelli e canoni classici di composizione, dall’altra ereditava una nuova scala cronologica e una nuova visione del soprannaturale. Le due eredità vennero amalgamate.”12

Nell’antichità il tempo era visto scorrere dal passato al presente verso un futuro di lunghezza indefinita, mentre il cristiano ha dato al tempo un principio ed una fine: il tempo esisteva soltanto tra la creazione ed il giudizio finale.

“Il tempo cominciò con la Creazione, come ricordato da Mosè nel primo capitolo della Genesi. Procedette verso il presente attraverso il Vecchio e il Nuovo Testamento, per finire con la seconda venuta di Cristo e il Giorno del Giudizio; poi il tempo e la storia avrebbero lasciato il passo all’eternità. La storia, vista attraverso occhi cristiani, diviene la storia della salvazione dell’Uomo attraverso il tempo.”13

S. Bonaventura, nel prologo del suo “Breviloquium” del 1257, scrive che Dio ha ordinato la sua narrazione facendola assomigliare ad un canto in cui tutto fiorisce dalla provvidenza.

“Sicut nullus potest videre pulchritudinem carminis, nisi aspectus eius feratur super totum versum, sic nullus videt pulchritudinem ordinis et regiminis universi, nisi eam totam speculetur. Et quia nullus homo tam longevus est, quod totam possit videre oculis carnis suae, nec futura potest per se praevidere, providit nobis Spiritus Sanctus librum Scripturae Sacrae, cuius longitudo commetitur se decursui regimini universi”14

Lo storiografo del medioevo ha preso in eredità una periodizzazione della storia inventata nella tarda antichità: S. Agostino divise la storia del mondo in sei età raffiguranti il passaggio dell’uomo dall’infanzia alla vecchiaia. Nella Genesi i sei giorni della creazione indicavano le sei età dell’uomo e quelle del mondo: il riposo di Dio nel settimo giorno significava la fine del mondo nella settima età.

Il secondo schema cronologico ereditato dagli studiosi medievali è politico-religioso: in esso è presente la lotta degli ebrei per la difesa della religione e per la propria identità nazionale.

“ Gli scrittori ebraici cercano di confortare il loro popolo e di strappare alla disperazione un po' di speranza. Un modo naturale per rafforzare la resistenza era promettere che il successo sarebbe arrivato: gli Ebrei sarebbero stati salvati dall’intervento divino nella storia. Gli scrittori espressero le loro promesse in un genere conosciuto come “Apocalisse”.”15

Eusebio, vescovo di Cesarea rappresenta il primo modello di grande storico cristiano: ha inserito documenti che danno credito al suo racconto, anche quando poteva raccontare gli eventi come testimone oculare: l’inserimento di documenti è molto importante in quanto ha creato una rottura con i precetti della composizione retorica.

12 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.17.

13 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.18.

14 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, pp.18-19.

15 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, pp.21-22.

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“ Svetonio offriva un precedente, ma egli scriveva un genere meno retorico di quello scelto da Sallustio e Livio. L’allontanamento di Eusebio dalla tradizione classica si rivela chiaramente in un particolare discorso incluso nella Historia. Non è un discorso artificiale, inventato come ornamento retorico: Eusebio mette per scritto un sermone reale, che egli stesso ha pronunciato in una solenne occasione, celebrando la ricostruzione della chiesa di Tiro dopo l’autorizzazione del culto pubblico cristiano. Il suo sermone appartiene alla documentazione storica.”16

Gli scrittori medievali, seguendo Eusebio, hanno copiato carte, bolle papali, decreti che gli storici moderni hanno utilizzato essendo andati perduti i documenti originali. Importante è anche l’opera di S. Agostino, che rappresenta non un modello storiografico bensì una visione della storia:

egli ha influenzato gli storici medievali attraverso la mediazione del discepolo Orosio, il quale ha offerto il modello storiografico mancante nel De Civitate Dei.

“ Orosio dipinge un fosco quadro della storia come registrazione dei crimini e delle follie del genere umano, crimini e follie che, commesse soprattutto dai governanti, si risolvono in guerre. Lo storico sale su una torre e da questo favorevole punto di osservazione, guarda giù, alla carneficina che si svolge sotto i suoi occhi. Anche se, per rendere giustizia ad Orosio, bisogna dire che le storie antiche che egli leggeva, avevano quasi tutte, nel loro titolo, la parola “guerra.” ”17

Il punto di vista di Orosio è che le guerre sono crudeli e futili, ma i re non hanno mai cessato di combattere. Egli ha reso la storia utile ad essere raccontata presentandola come universale. Ha insegnato inoltre che la geografia appartiene alla storia. Già Cesare e Sallustio avevano dato importanza alla geografia, ma Orosio la introduce in scala universale offrendo un panorama geografico dell’Europa dell’Asia e dell’Africa.

L’opera di Orosio fu talmente importante che re Alfredo di Wessex decise di tradurla in inglese in quanto fu ritenuta uno dei testi fondamentali per l’educazione del suo popolo. Poiché la geografia di Orosio riguardava solo il Mediterraneo, Alfredo, per ovviare a questo problema, integrò le notizie riguardanti il Mare del Nord e le aree baltiche che gli erano state riportate da un capitano di mare.

Un’opera molto importante è la Consolatio Philosophiae di Boezio che, pur non essendo un libro di storia, introduce un tema fondamentale ossia quello della “Ruota della Fortuna.”

“ La Consolatio presenta la struttura di un dialogo, che si svolge tra l’autore stesso, imprigionato, e Philosophia, personificata da una donna che lo conforta nella sua rovina. Ella spiega allo scrittore che la Fortuna lo ha fatto cadere e prosegue descrivendogli il personaggio di Fortuna, anch’esso raffigurato come una donna. La dea volubile gira la sua ruota ora viziando e vezzeggiando i suoi favoriti, ora facendoli cadere, così quando piace al suo umore: essi vanno dagli stracci alla ricchezza e viceversa. Fortuna, come una donna è “sempre mutevole”: perché, domanda Philosophia, Boezio dovrebbe lamentarsi del suo comportamento normale? Il saggio guarderà invece ai successi come a cose transitorie.”18

La Figura della ruota di Boezio è importante perché, all’interno della civiltà cristiana, s’introduce il concetto della casualità. Il concetto della Fortuna rimarrà un riferimento per gli storici moderni che non si rifaranno più alla figura della dea che gira la sua ruota, ma quando si ritroveranno a commentare eventi, a cui non è possibile dare spiegazioni logiche, faranno ricorso al “caso.”

16 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.26.

17 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.27.

18 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.29.

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Per quanto riguarda la storia di un popolo barbaro, si può notare che non vi sono precedenti nel mondo antico. Nella storiografia sono entrati trionfalmente i barbari invasori dell’impero di Roma, nel momento in cui, nel territorio che era appartenuto all’impero, fondavano i loro regni. A questo proposito vanno citati quattro importanti storici: Jordanes per i Goti, Gregorio, vescovo di Tours per i Franchi, Beda per gli Angli e Paolo Diacono per i Longobardi. Su di loro è stato molto detto da scrittori che se ne sono occupati, ricamando spesso sulle vicende.

“ L’unità della storia rimase intatta: gli invasori, una volta convertiti al Cristianesimo, si adattarono al modello del mondo antico. I Romani avevano dato un esempio di origini inventate:

Virgilio portò Enea e i Troiani nel Lazio per trovarvi un regno e glorificare così i primi Romani.

Jordanes, elaborando una storia perduta di Cassiodoro, vantò per i Goti un’origine mista, biblica e classica: essi discendevano dal gigante biblico Magog e dagli Sciti, un popolo familiare agli storici antichi. Gregorio di Tours si accontentò della leggenda secondo la quale i Merovingi discendevano da una principessa franca rapita da un mostro marino mentre prendeva il bagno. Un’invenzione dotta presto colmò la lacuna e i Franchi rintracciarono le loro origini nel figlio di Noè, Jafet, che si diceva fosse stato il progenitore dei Troiani. Il progenitore troiano dei Franchi aveva vagato, esule da Troia, ed infine si era stanziato in Gallia. Beda, invece, era uno studioso di livello troppo elevato per inventare false origini; raccontò, così, solo quello che sapeva sulla provenienza degli Angli, dei Sassoni e degli Iuti e registrò il loro vanto di discendere dagli dei nordici.”19

Paolo Diacono ha ammesso per i Longobardi un’origine nordica pur avendo accettato che i Franchi discendessero dai Troiani. Ogni città con una sua storia doveva in qualche modo avere contatti con l’antichità. A questo proposito dobbiamo citare l’esempio di Cracovia, di derivazione greca in quanto i Polacchi erano di origine greca.

“ I loro antenati avevano sconfitto Alessandro il Grande e poi si erano aperti il varco con la forza verso il nord per stanziarsi in Polonia”20

Bisogna comunque tenere presente che le origini dei barbari ancora oggi hanno un che di mistero e che alcune ipotesi di moderni studiosi sono sullo stesso piano rispetto a quelle degli storici del Medioevo. È un vero problema capire se le invasioni dei barbari avessero decretato la fine dell’Impero Romano: tale fine avrebbe rotto la continuità e avrebbe preannunciato, come Orosio aveva detto, la venuta dell’Anti Cristo. Gli storici barbari si trovano dunque di fronte a tale problema:

le loro popolazioni avevano distrutto l’Impero Romano in Occidente e si trattava di capire se esistesse una continuità in modo da evitare la rottura con il passato classico e affrettare l’attesa della fine dei tempi. I quattro storici barbari già citati hanno dato delle risposte.

“ Una soluzione fu di guardare ad est, a Bisanzio. Roma sopravviveva ad est. Gli imperatori bizantini regnavano, in teoria, su tutti i territori d’origine dell’antico imperium romano, sebbene, nei fatti, i nuovi regni barbarici fossero indipendenti e avessero perso ogni stretto contatto con i successori dei Cesari. Jordanes, Gregorio di Tours e Paolo Diacono sottoscrissero tutti questa opinione mostrando nel contempo vari livelli di affetto o di freddezza verso l’Impero come istituzione.”21

Un altro serio problema deve essere affrontato dagli storici barbari: benché i loro modelli tendessero a separare la storia sacra da quella profana, bisognava capire se la storia di un popolo barbaro poteva seguire tale divisione o se dovevano essere unificati i due generi.

19 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, pp.33-34.

20 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.34.

21 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.34.

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“ La storia barbara non permetteva la separazione del contenuto in due parti. La conversione al Cristianesimo, sia che fosse scelto il Cattolicesimo o l’Arianesimo, segnò un punto di svolta nella storia dei vari popoli; influenzò il loro modo di vivere, le loro istituzioni e le loro relazioni con i vicini. Jordanes, Gregorio di Tours e Paolo Diacono includono la storia religiosa nel loro racconto, quale parte integrante.”22

Era destino che continuasse a permanere nella storiografia l’unione di elementi sacri e secolari. Bisogna poi tenere presente che gli storici barbari si trovavano di fronte a due tipi d’ideali tra loro in urto. È chiaro che lo scrittore andava fiero delle gesta eroiche del suo popolo e lodava i vari condottieri pagani: essendo però un uomo di chiesa doveva mettere in luce che la conversione dell’eroe vittorioso glorificava la Cristianità. Sta di fatto che difficilmente il Battesimo conduceva l’interessato alla pratica delle virtù cristiane. In considerazione di ciò lo storico si identificava con il suo popolo ed era disposto a perdonare un re che non avesse seguito l’insegnamento della Chiesa se il regno fosse stato fiorente sotto il suo governo. La religione in un re poteva giungere all’eccesso e il suo popolo avrebbe sofferto se quello, per entrare in convento, avesse rinunciato al mondo.

“ Scrivere la Vita di un santo era un incarico meno difficile che raccontare le gesta di un re. Il santo poteva combinare sapienza ed eroismo in una cornice cristiana, ma era spesso un uomo di chiesa. Pochi re furono canonizzati, e sono questi a fare la storia. Vedremo come gli storiografi medievali affrontarono il problema di scrivere di re cristiani. L’olimpica visione della storia di Orosio restava valida solo per l’autore di una storia universale. Raccontare la storia di un popolo significava invece prendere posizione, rallegrandosi delle sue vittorie sui nemici. Allora veniva in soccorso il modello del Vecchio Testamento e uno scrittore poteva adattare al suo popolo il ruolo degli Israeliti.

I nemici si univano così alla schiera dei Gentili che meritavano di essere distrutti. Tutto troppo facile:

il Dio cristiano diveniva un dio tribale che combatteva dalla parte dello storico. La passione di parte dava, tuttavia, vigore a quelle che altrimenti sarebbero sembrate pure spedizioni di secondaria importanza e scaramucce di confine.”23

Durante il VI e VII secolo decisamente peggiorano tutte le condizioni di studio e il profilo dell’alto Medioevo emerge a poco a poco nei regni barbarici, avendo il suo centro nei monasteri e nelle cattedrali. La responsabilità dell’insegnamento compete al vescovo, che, nella propria diocesi deve istruire il clero o insegnare personalmente nella scuola-cattedrale. Verona, Ravenna e Lione sono un esempio di città dove furono costruite molte cattedrali ed ebbero ricche biblioteche. I vescovi promuovevano la copiatura dei testi ed anche il finanziamento privato per gli scribi, in quanto non esisteva più il pubblico commercio dei libri.

Oltre alla cattedrale anche il monastero con la sua biblioteca e il suo scriptorium, fu importante per la conservazione del patrimonio culturale, Fulda, S. Gallo erano a tutti gli effetti dei “monasteri- città” e nonostante i disordini politici e le difficoltà negli spostamenti gli scambi culturali e i rapporti tra i vari studiosi non s’interruppero.

Le nuove esigenze di quest’epoca portarono allo sviluppo di nuove tipologie storiografiche.

Gli Annali furono la forma primordiale per quanto riguarda la registrazione storica medievale. Per la loro compilazione ci si basava sulle tavole che calcolavano la data della Pasqua. Pur essendo una festività il cui giorno non è sempre uguale per tutti gli anni, oggi il suo calcolo è standardizzato.

Nell’epoca antica per questa festività non vi fu un metodo di calcolo universale, vi erano vari modi

22 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.35.

23 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p. 36.

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per calcolarla e gli stessi scrittori a volte ne usarono diversi contemporaneamente. Era comunque una tra le più importanti per il calendario cristiano.

“ La festa mobile della Pasqua, con la successione di feste e di digiuni, determinava l’intero corso dell’anno cristiano, perciò chiese monastiche e cattedrali avevano bisogno di tavole che ne indicassero la data e garantissero la possibilità di organizzare anticipatamente le funzioni religiose.

Vennero così compilate tavole che datavano la festa per un certo numero di anni.” 24

Le tavole contenevano spazi utilizzati dall’autore o da chi se ne serviva per la registrazione di eventi come, ad esempio, un aneddoto di particolare interesse locale, la morte di qualche personaggio importante o il ricordo di una cometa. La fase successiva nel processo di scrittura degli Annali consisteva nel copiarli separatamente dalle tavole per poi aggiornargli in modo sistematico o irregolare. In certi casi i monaci potevano richiedere gli annali di un’altra abbazia in prestito e porvi delle loro aggiunte e continuarne nel tempo la compilazione.

“ Gli Annali monastici, come genere, sono rozzi, non classici (ad onta del nome) e generalmente di derivazione; tuttavia essi mantennero viva la storiografia in circoli in cui nessuno si sentiva disposto a tentare un’ambiziosa storia letteraria dal momento che mancavano l’educazione e una spinta a scrivere”25

Un’altra fonte che ci tramanda eventi storici era il Liber Pontificalis, compilato dagli addetti alla Cancelleria del Laterano, (che nel Medioevo erano anche dei chierici) i quali annotarono la successione dei diversi Papi aggiungendo le biografie.

“ Per comodità ci riferiamo al Liber Pontificalis come ad un “libro”, considerando il nome un collettivo. Esso assomiglia ad un bosco che si infittisce in alcune parti e si fa più rado in altre, piuttosto che a un singolo tronco con i suoi rami. È giunto a noi in differenti versioni: i suoi compilatori furono nell’alto Medioevo soprattutto “uomini di servizio” che, in quanto impiegati papali, scrivevano anonimamente. Alcuni biografi ebbero un fine di propaganda, volendo giustificare la politica papale di fronte ad altre potenze, ma i loro interessi erano soprattutto locali. I papi vi figurarono come vescovi di Roma. ”26

I vescovi appartenevano a famiglie di ricchi proprietari terrieri e si assumevano il compito di rifornire la città nei periodi di carestia e di renderla abitabile curando il sistema di fognature. Certi papi inoltre, fecero costruire e decorare alcune chiese a Roma: ne è un esempio Papa Onorio I.

“ Il biografo di Onorio I (625-38) ricorda le donazioni e i restauri di chiese, registrando l’esatto peso di metallo prezioso speso per ognuno di essi. Un’ aggiunta più tarda alla Vita di Onorio dichiara che questo papa installò un mulino in un luogo chiamato “Acqua di Traiano e che vi restaurò l’acquedotto.”27

Il Liber Pontificalis, era molto noto tra gli studiosi che lo consultavano quando erano presenti alla corte papale e ne copiavano alcune parti, favorendone la circolazione. Le biografie dei papi fecero si che gli storiografi avessero nuove idee e che si dedicassero alla lettura delle Vitae dei Santi. I papi alto medievali, non essendo né santi né martiri, ad eccezione di Gregorio I , si occupavano di problemi pratici. Con il Liber Pontificalis, si vuol fare capire ai lettori l’importanza di ricordare le gesta di

24 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.37.

25 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.37.

26 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli,2012, Liguori Editore, p.38.

27 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.38.

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uomini di chiesa non aventi pretese di santità. Per questo motivo tale libro divenne modello per i Gesta dei vescovi e di abati.

“ Paolo Diacono conobbe il Liber Pontificalis e lo ebbe in mente quando Carlo Magno gli chiese di scrivere una storia del vescovato di Metz. I Gesta Episcoporum Mettensium costituiscono un modello per gli storiografi più tardi. Tale tipo di storia comincia con la fondazione del vescovato o dell’abbazia ( il racconto era spesso leggendario); lo scrittore copia le fonti che riesce a trovare e prosegue descrivendo gli avvenimenti più recenti, usando come struttura cronologica la successione al governo degli abati o dei vescovi. Il modello rende facile a scrittori posteriori di arricchire e aggiornare il racconto.”28

I Gesta dipendevano dall’importanza dei vescovi e degli abati: potevano comprendere un orizzonte più vasto fino ad arrivare a trattare vicende a livello locale. Possiamo vedere come fatti politici universali si mostravano ad un personaggio del luogo oppure si hanno più notizie riguardo a una particolare città e ai suoi dintorni. Il lavoro svolto dallo scrittore dei Gesta è molto importante per la ricostruzione storica in quanto l’autore aveva l’opportunità di raccontare vicende che riguardavano contadini e cittadini, di menzionarne le loro abitudini, le loro rivolte e più in generale quello che concerne la comunità. Gli storiografi locali contribuiscono a realizzare un contatto con la storia sociale ed economica.

“Nessuno scrittore immaginava una storia della “gente comune”, e gli studiosi moderni, infatti, dipendono da testimonianze documentarie, più che da fonti letterarie, nello studio dei contadini medievali. Lo scrittore di Gesta invece aveva occasione di menzionare contadini e cittadini, signori terrieri e viaggiatori, perché le loro abitudini, i loro antagonismi, le loro rivolte, la loro generosità o la loro rapina, riguardava la comunità. La storia locale si aggiunge alla monografia storica come alternativa alla storia universale o a quella di un popolo.”29

I Gesta secolari, conducono alla corte principesca come nuovo centro di attività di studio. In uno di questi luoghi prenderà avvio la “Rinascita Carolingi” sotto Carlo Martello consolidandosi poi sotto Carlo Magno.

“Nella corte franca di Carlo Martello ( 741) si potevano già vedere i deboli inizi della rinascita culturale associata al nipote Carlo Magno. Carlo Magno e i suoi consiglieri lavorarono duramente per costruire un clero colto e porre rimedio alla carenza di libri e insegnanti. I loro sforzi dettero come risultato una grande produzione di scritti colti, che cominciò negli ultimi anni del regno di Carlo Magno e continuò fino alla metà del IX secolo. Sappiamo ora che la “Rinascenza Carolingia” iniziò ancor prima e impiegò ad affiorare più tempo di quanto comunemente si pensi.”30

La rinascita Carolingia fu possibile grazie al contributo e all’unione dei centri culturali più importanti dell’epoca: le cattedrali, le abbazie e la corte imperiale. Un esempio di questo clima di apertura, è visibile con l’accettazione nelle Scuole monastiche e nelle cattedrali di studenti esterni e di laici di classe superiore. Essi potevano prendere parte così all’istruzione e all’attività letteraria dell’epoca: Eginardo e Nitardo due storici d’età carolingia entrambi laici ne forniscono un esempio.

Sul finire del IX secolo con la crisi della dinastia carolingia, assistiamo ad un decadimento culturale. L a fine della rinascita carolingia ha conseguenze culturali evidenti soprattutto per quanto riguarda la popolazione laica, poiché:

28 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, pp.38-39.

29 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.39.

30 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, p.39.

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“ Alla fine del IX secolo il leggere e lo scrivere in latino divennero monopolio del clero e i laici smarrirono l’inclinazione o il tempo per lo studio. Nel migliore dei casi figurarono come ascoltatori o lettori, ma necessitarono di traduzioni dal latino e non scrissero libri.”31

1.2. La storiografia etnica nel mondo antico.

Il concetto di etnografia appartiene al mondo classico e si può fare risalire ad Erodoto di Alicarnasso che, nelle sue Storie, scritte intorno alla metà del V secolo a.C. si dimostra “etnografo”

ed influenzerà le generazioni future.

Erodoto, primo grande storico, nella sua opera, non ha analizzato lo scontro tra Greci e Persiani solo dal punto di vista storico, politico e militare, ma lo ha interpretato come un momento particolare di un lungo incontro / scontro tra Europa e Asia. Per la composizione delle Storie si è servito di tutto ciò che aveva letto, visto o ascoltato nei suoi viaggi nel Mediterraneo orientale e in Asia minore così da costituire quella che oggi potremmo definire una “storia totale” del mondo conosciuto. Alla base di questo mondo vi erano i “popoli” suddivisi spesso in “tribù”, di cui lo storico di Alicarnasso ne descrive, in maniera specifica, le tradizioni religiose, i costumi, la lingua, la cultura materiale e i sistemi economici.

“In generale, secondo Erodoto, i popoli si differenziano da un punto di vista geografico e culturale. Ma se ammette l’esistenza delle migrazioni di popoli da una regione all’altra, nelle sue Storie un determinato popolo generalmente occupa una determinata area geografica cui dà il suo nome. L’Egitto è il paese abitato dagli Egizi, proprio come la Cilicia è il paese dei Cilici o l’Assiria quello degli Assiri. […] Le distinzioni tra ethne (“popoli”) e gene (“tribù”) sono fluide, ma Erodoto ammette senza problemi l’esistenza di gruppi principali e di gruppi minori, differenziati da alcuni tratti culturali più o meno raffinati. Queste categorie appaiono ai suoi occhi come realtà oggettive e lampanti. Analogamente, di rado si domanda come faccia a sapere che una particolare tribù appartiene a tale o a talaltro ethnos, quando capita che alcuni membri della tribù in questione non riconoscano quell’appartenenza. Quando parla degli Ioni, per esempio, che presenta come il più debole dei popoli greci, afferma che la maggior parte dei discendenti degli Ioni non insulari si rifiutava di ammettere le proprie origini ioniche, in quanto se ne vergognava.”32

Erodoto accetta l’esistenza oggettiva dei popoli, ma è cosciente del fatto che come i popoli possono nascere allo stesso possono scomparire. Per quanto riguarda la nascita dei popoli l’autore ricorre sia alle leggende legate ai miti indigeni sia a quelle leggende greche che li associano a Ercole, Minosse o ad altre figure della mitologia greca.

Nelle pagine dedicate agli Sciti ad esempio, Erodoto ci riporta due storie relative alla loro origine. Il primo è un mito indigeno che fa discendere gli Sciti dai tre figli di Targitao: Lipoxais, Arpoxais e Colaxais. Dal primo discendono gli Sciti della tribù degli Aucati dal secondo i Catiari e i Traspi e dal terzo i Paralati. Il secondo mito riferitoci da Erodoto riguarda le tradizioni del Ponto Eusino che fanno risalire i re sciti all’eroe greco Eracle. L’autore però non sceglie uno tra questi due miti, eludendo la questione, sostiene la venuta degli Sciti nella regione del Ponto Eusino dopo la cacciata dall’Asia minore da parte dei Massageti.

31 B. Smalley, Storici nel Medioevo, Napoli, 2012, Liguori Editore, pp.39-40.

32 P.J. Geary, Il mito delle nazioni, Roma, 2016, Carocci Editore, p. 57.

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“ Il primo tipo di racconto riportato da Erodoto fa dunque discendere i popoli da un grande capostipite. Un secondo tipo di racconto riconduce invece l’etnogenesi alle rotture e ai matrimoni, fenomeni senza dubbio ben diffusi tra i colonizzatori greci, ma anche in questo caso proiettati sui non Greci. Così i Lici discendevano dai compagni di Sarpedonte, che erano stati cacciati da Creta insieme a lui da suo fratello Minosse. I Sauromati discendevano dai giovani Sciti che avevano sedotto e sposato le Amazzoni. La scomparsa di un popolo è un fatto meno usuale, nonostante Erodoto riconosca che alcuni popoli occupavano ai suoi tempi regioni un tempo abitate da altri popoli, di cui rimane traccia nei toponimi. I Cimmeri, cacciati dagli Sciti, avevano abbandonato la loro terra per l’Asia, dove erano stati cacciati dai Lidi: soltanto qualche nome di luogo conservava traccia del loro passaggio.”33

Erodoto dimostra per l’epoca grande apertura mentale e neutralità nel raccontare la nascita o la scomparsa o l’assorbimento di un popolo da parte di un altro o il trasferimento dalla propria terra d’origine.

È da notare come i popoli, nonostante fossero assorbiti all’interno di grandi entità politiche, conservassero ugualmente la loro identità e la loro personalità.

“Sebbene nel descrivere i popoli Erodoto faccia talvolta menzione di alcune loro caratteristiche fisiche, queste sembrano essere il prodotto della geografia più che dell’ereditarietà. A dispetto delle metafore biologiche implicite in termini come genos ed ethnos, Erodoto non presuppone l’esistenza di quelle che più tardi sarebbero state viste come differenze razziali o biologiche fra i popoli conosciuti. Se gli Etiopi e gli Indiani hanno uno sperma nero, se i popoli del nord sono alti e chiari di carnagione, queste caratteristiche si spiegano con la maggiore o minore vicinanza all’equatore e non vengono trasmesse per via biologica.”34

La nascita di Erodoto è collocata dalle fonti antiche intorno al 484 a.C. La sua patria era Alicarnasso, antica colonia Dorica aperta ad infiltrazioni dell’entroterra della Caria, di cui faceva parte politicamente sotto il regno di Artemisia, vassalla fedele di Serse. Ha molto viaggiato ed ha stretto rapporti con l’ambiente d’intellettuali raccolto intorno a Pericle, condividendone l’orientamento politico. La data della morte non è attestata ma si pensa che sia rimasto in vita fino agli anni successivi al 430 a.C.

È da notare che quando Erodoto si riferisce a una parte della sua opera, usa il termine logoi, precisandolo in genere come un aggettivo etnico. All’impianto definitivo delle Storie fa riferimento l’introduzione, composta a posteriori, in cui Erodoto espone il proprio intento di tramandare memoria dei grandi fatti compiuti dagli uomini partendo dalle cause dell’ostilità tra greci e barbari.

L’attenzione di Erodoto e le sue osservazioni si estendono anche all’adattamento dei vari popoli alle caratteristiche dell’ambiente naturale in cui vivono, con le risorse e gli intralci che ne derivano e le soluzioni escogitate per riuscire a viverci, quindi con dati sulle coltivazioni, la caccia, la pesca le imbarcazioni, la cucina, le misure terapeutiche, i riti e molto altro. Mostra forte inclinazione a legare gli eventi a singole personalità, alla loro vicenda, alle gesta, alla psicologia, alla casualità di alcune combinazioni di circostanze.

In particolare nel I libro Erodoto fornisce informazioni sulla religione dei Persiani, cui seguono digressioni etnografiche sulle terre conquistate dai Persiani: Eoli, Dori, Cari, Lici ed un excursus geografico ed etnografico sulla civiltà dei Babilonesi. Nel II libro tratta gli usi e i costumi

33 P.J. Geary, Il mito delle nazioni, Roma, 2016, Carocci Editore, p.58.

34 P.J. Geary, Il mito delle nazioni, Roma, 2016, Carocci Editore, p.59.

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dell’Egitto. Nel III compaiono digressioni etnografiche sugli usi e costumi di Arabi ed Etiopi. Nel IV è presente una descrizione geografica della Scizia con un excursus etnografico sulla popolazione locale. Sempre nel IV libro è presente un discorso etnografico e geografico riguardante la Libia.

Abbiamo così dimostrato che la descrizione dei popoli di Erodoto sta alla base dell’etnografia Europea.

“ Le sue categorie, i suoi tentativi di classificazione, i suoi stereotipi sono ancora i nostri. Ciò nonostante, numerosi geografi e storici faticarono ad accettare alcuni dei suoi assunti fondamentali.

Malgrado l’enorme influenza che ha esercitato, o forse proprio per questa sua enorme influenza, Erodoto fu considerato dagli stessi antichi venuti dopo di lui come il “Padre della bugia”. I Greci e i Romani che gli successero erano infastiditi dalla sua sostanziale neutralità nei confronti delle usanze e dei popoli che osservava. Originario, lui stesso, di una città della Ionia in Asia Minore, la cui popolazione era ben lungi dall’essere puramente greca, Erodoto si rifiutò di esprimere giudizi sulle tradizioni e sulle culture che ebbe modo di osservare. Questa apertura mentale, che condivideva con altri Ioni di età presocratica, è forse una caratteristica di una storiografia persiana di cui abbiamo perduto ogni traccia e che avrebbe influenzato Erodoto, nato in una famiglia di lingua greca dell’impero persiano. In ogni caso egli ritiene che i Persiani «accolgano usi stranieri più di tutti gli uomini.»”35

Dopo avere analizzato la figura di Erodoto, fondamentale per la storiografia etnica greca, bisogna soffermarsi su quella romana.

L’importanza data allee usanze, alla collocazione geografica e all’idea di permanenza ha influenzato gli storici e gli etnografi romani nella descrizione dei popoli. Essi hanno utilizzato due criteri diversi per distinguere il popolo romano dalle altre popolazioni: soltanto per il primo si parla di sviluppo storico, cambiamento e complessità.

“ L’etnogenesi del popolo romano, così come ci appare nelle opere di Virgilio e di Livio, crea un populus a partire da diverse gentes. Per Livio, l’identità romana era il risultato di un processo ininterrotto di fusione politica. Inizialmente, Enea aveva unito i Troiani e gli aborigeni cosicché tutti avessero «non solo lo stesso sovrano ma anche lo stesso nome». Romolo «aveva convocato in assemblea il popolo ( multitudine ) » e gli aveva dettato norme giuridiche che gli avevano consentito di fondersi in un solo organismo politico. Il populus Romanus, a differenza dei popoli “stranieri”, era dunque il solo ad avere una storia. Questa storia era quella della nascita del popolo romano, inteso come un insieme di individui che accettava una stessa legge. Non si trattava di una supposta unità d’origine, di geografia, di cultura, di lingua o di tradizione. Lungo tutta la sua lunga storia, l’appartenenza al populus Romanus – una questione di diritto costituzionale, non di diritto naturale- era dunque aperta a tutti, almeno in linea teorica.”36

Cesare nacque a Roma nel 100 a.C. e fu l’intelletto più vasto di tutta la stirpe latina, lasciando anche nella letteratura un’impronta incancellabile. I suoi scritti sono importanti quanto le sue opere:

solo in essi, nei Commentari, sentiamo la voce di Cesare e solo in essi troviamo la ragione di quelle straordinarie imprese ed insieme la forma mentis dello stesso. La sua grandezza si vede nel fatto che era proprio lui il narratore delle sue imprese ( già Senofonte nell’ Anabasi era stato suo predecessore) e le narra, per mantenere la necessaria imparzialità, come fossero di un altro, scegliendo genialmente la terza persona. Raccontò quindi i fatti con distacco e freddezza, separandoli dalle emozioni che

35 P.J. Geary, Il mito delle nazioni, Roma, 2016, Carocci Editore, p.59.

36 P.J. Geary, Il mito delle nazioni, Roma, 2016, Carrocci Editore, p.62.

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certamente gli avevano accompagnati, schietti e senza alcuna retorica, con impassibilità romana. I più grandi avvenimenti sono guardati con distacco, come cose che dovevano fatalmente avvenire e che perciò non destavano la minima sorpresa.

Nei commentari della guerra gallica Cesare volle fare una minuta e obbiettiva relazione delle sue operazioni di guerra per la conquista della Gallia, con lo scopo di illuminare pubblicamente la sua condotta militare. Sono in sette libri e comprendono sette anni di guerra (57-51 a.C.) , uno per ogni libro. Cesare dunque è insieme operatore e interprete mirabile della storia. È suo proposito conoscere bene le genti che deve sottomettere e quelle altre che, pur restando fuori del dominio di Roma, sono a contatto dell’impero. Dei Germani, dei Britanni, come dei Galli, egli indaga i costumi, il territorio, le condizioni di vita, lo spirito e l’indole collettiva delle razze e sente quali elementi di tempo e di luogo, sociali, etnici, economici, stiano dietro al fatto storico.

In particolare nel V libro del De bello Gallico si sofferma sui costumi e i territori dei Britanni.

Nel VI libro dal capitolo XI al XX è presente una descrizione etnografica dei Galli, dal capitolo XXI al capitolo XVIII vi è una descrizione etnografica della Germania. In questo libro lo scrittore trova dunque modo d’inserire, a commento delle azioni di guerra, una interessante digressione di genere etnografico, in cui sono messi a confronto Galli e Germani: i due popoli che massimamente s’imponevano alla sua attenzione e che avrebbero avuto tanta parte nella storia dell’Impero.

Tacito è l’unico autore romano, che, nel descrivere i vari popoli utilizza il concetto di neutralità ereditato da Erodoto. Questo lo si può notare nelle sue due opere storiche- etnografiche:

nell’Agricola in cui vengono descritti gli abitanti della Britannia e, in maniera ancora più evidente, nella Germania, in cui sono trattate le popolazioni europee stanziate al di là del Reno, e la vita dei germani: ci troviamo di fronte allo studio etnografico più approfondito dopo quello che Erodoto ha dedicato agli Sciti. Tacito, nonostante mostri una simpatia per questi popoli a differenza degli etnografi antichi, è influenzato dalla tradizione etnografica che lo rende incline a trasformare i non romani in “altri.”

“Agli occhi di Tacito, i Britanni erano più virtuosi dei Galli, in quanto, a differenza di questi ultimi, perdendo la loro libertà non avevano perso il loro coraggio. Apprezzava il loro nobile desiderio di vendicarsi di coloro che gli avevano asserviti, cioè dei Romani. E fa pronunciare al loro capo Calgaco una definizione molto semplice della politica romana: « là dove hanno fatto il deserto, dicono d’aver portato la pace». Ciò nonostante, numerosi dettagli delle sue commoventi descrizioni dei Britanni dimostrano come non sapesse poi granché di loro e riprendesse molti dei vecchi stereotipi di autori latini che non avevano nei confronti dei Britanni la stessa sua simpatia. Ai Caledoni attribuisce erroneamente un’origine germanica per via dei capelli rossi e della corporatura massiccia. A causa della carnagione scura e dei capelli ricci, suppone che i Siluri mediterranei provenissero dalla Spagna.

Conosceva meglio invece gli abitanti della Britannia sudorientale, che riteneva simile ai Galli per lingua, religione e tradizioni.” 37

Nell’occuparsi della descrizione dei vari popoli, Tacito si sofferma maggiormente sulle distinzioni generali esteriori piuttosto che sulle specifiche usanze, sull’organizzazione e sulle tradizioni delle varie gentes. Ad esempio definisce la loro religione superstitio. Per quanto riguarda le particolari tattiche militari o altre caratteristiche peculiari si affida a luoghi comuni più che a vere descrizioni.

37 P.J. Geary, Il mito delle nazioni, Roma, 2016, Carocci Editore, p. 63.

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Molto ci è incerto della vita di Tacito ma chiara è la sua fisionomia. Nato verso il 55 d.C., forse a Terni, si sposò nel 78 con la figlia di Giulio Agricola, una delle personalità più in vista del tempo. Si suppone abbia avuto incarichi in Germania o nella Belgica, regioni che dimostra di conoscere abbastanza bene. Verso il 120 morì non si sa se a Roma in provincia.

Ad accentuare la desolata considerazione che ha degli uomini contribuì certo la viltà e la servitù di imperatore, aristocrazia e vulgus, la crisi spirituale del mondo antico che già avvertiva e manifestava a lui, indagatore mirabile, la sua fine e la nascita di forze nuove: i popoli barbari (Germani e Britanni) sul terreno politico, il Cristianesimo su quello religioso e morale.

Nei capitoli X-XII dell’Agricola compare una descrizione geografica ed etnografica della Britannia, con notizie della vita politica di quelle popolazioni, del clima e delle produzioni. La parte centrale dell’opera, nonostante il carattere biografico sono dunque le dissertazioni storico- geografiche relative alla Britannia.

Nel 98 d.C. Tacito scrisse anche la Germania. La prima parte può essere considerata una trattazione di carattere generale della situazione territoriale e climatica nonché della vita pubblica e privata dei germani: dopo aver detto dei confini e della consanguineità delle varie tribù, l’autore tratta dei caratteri fisici di quel popolo, delle sue armi, del sentimento guerresco, dei poteri attribuiti ai re e ai sacerdoti, della religione, delle assemblee popolari, i costumi di quelle genti, la loro vita in tempo di pace, la celebrazione dei matrimoni, l’educazione dei figli, i loro cibi, la condizione degli schiavi, la coltivazione dei campi, gli usi funebri. Secondo il Mommsen la Germania è un’opera esclusivamente di carattere etnografico e geografico, un saggio attraverso il quale Tacito avrebbe approfondito le sue capacità d’indagine etno-storicistica, secondo altri critici invece egli si sarebbe prefisso un preciso fine politico-morale, quello di contrapporre alla mollezza e alla corruzione dei romani del suo tempo la rappresentazione delle doti fisiche e morali di un popolo forte, ancora legato alla concezione di una vita semplice e sana.

“ Nessuno degli autori del primo millennio dopo Cristo fu così attento alle distinzioni etniche come Tacito. Tra i suoi criteri c’erano l’apparenza esteriore, l’habitus corporum, la cultura, i costumi, le abitudini e le religioni ( mores; cultus; instituta ritusque), la lingua ( sermo; lingua ) e le armi (patria arma). Si sforzò di mostrare sia ciò che era rilevante ( insigne) per tutti i Germani sia ciò che lo era per parti di loro. Egli si chiedeva spesso se una delle tribù di cui discuteva era germanica o no.

Il linguaggio e la cultura stabilivano che i Marsigni e i Buri appartenevano agli Svevi, mentre il linguaggio e il fatto che essi accettassero di pagare tributi furono le ragioni per cui i Cotini e gli Osi non potevano essere Germani (c.43). Nel caso degli Aesti, che erano « Svevi per costume e abitudini, ma più propriamente di lingua britannica» ( « ritus habitusque Sueborum, lingua Britannicae proprior» ), egli non giunse a una decisione (c.45). Tacito espresse i suoi dubbi anche nel caso dei Peucini, che « si comportavano come Germani per la lingua, la cultura, gli insediamenti e la forma delle case », ma erano sporchi, e la loro apparenza era cambiata dopo l’unione con i Sarmati (c.46). I Veneti erano spesso annoverati tra i Germani anche a causa delle loro case, del loro modo di usare gli scudi e della loro propensione a camminare ( c.46). Tacito era unico per la sua manipolazione flessibile di una serie di criteri utilizzabili per stabilire l’identità etnica, egli comprendeva anche l’assimilazione o addirittura l’emulazione consapevole. Nel complesso egli usò questo metodo etnografico in modo così convincente che gli studiosi moderni hanno spesso accettato i suoi principi, sebbene abbiano provato a migliorare nei dettagli la sua tassonomia.”38

38 W. Pohl, Le origini etniche dell’Europa, Roma, 2000, Viella, p.23.

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Nonostante il fatto che la descrizione di Tacito sui Germani risulti maggiormente dettagliata e con più informazioni, è sempre comunque legata alla tradizione dell’etnografia antica successiva a Erodoto. Lo si evince dal lessico impiegato che non fornisce una distinzione tra i gruppi più importanti e le unità di dimensioni più ridotte, entrambi chiamate gentes. Tacito mostra una certa sensibilità e precisione nel descrivere l’ascesa e la caduta di diversi “popoli”, in particolare distinguendo grandi gruppi come gli Svevi dalle loro svariate gentes e le differenti tradizioni culturali e politiche di queste popolazioni. Bisogna comunque tenere presente che la tradizione etnografica dominante è parte integrante delle opere di Tacito.

“ Pensiamo al racconto delle origini dei Germani, che discenderebbero dai tre figli di Manno, seguito dal racconto dei viaggi di Ercole. Il dichiarato scetticismo di Tacito nei confronti di queste due leggende, così come la sua personale opinione sulle origini dei Germani, riecheggia il passo in cui Erodoto racconta le origini degli Sciti e potrebbe forse averlo tratto da Posidonio, uno storico ellenistico del I secolo a.C. In altri passi di Tacito sui Germani possiamo cogliere echi di Cesare, di Livio e di Plinio il Vecchio. Proprio come nel caso dei Britanni nell’Agricola, nella Germania Tacito trova molte ragioni per lodare i Germani, in particolare quelli che non sono stati corrotti dai vizi romani. Tuttavia, anche in questo caso, egli rimane pienamente nel solco della tradizione etnografica posteriore a Erodoto, in cui sono frequenti i giudizi di valore sulle usanze dei barbari. Se Tacito riscontra più elementi positivi che negativi, rimane comunque ben lontano da Erodoto, il quale era convinto che tutte le usanze dei popoli avessero essenzialmente lo stesso valore. ”39

Benché Tacito sia l’autore latino che ha utilizzato meno stereotipi nel descrivere le popolazioni non romane, la sua opera ha avuto scarso influsso sugli scrittori successivi, tanto che fino alla fine del mondo romano e addirittura oltre, è rimasta presso gli storici una visione del mondo caratterizzata dalla divisione tra i Romani e i barbari.

L’interesse etnografico non riguarda solo gli storici, ma è presente anche in alcune opere di poeti latini quali Virgilio e Ovidio.

Virgilio nel libro III delle Georgiche, dal verso 339 al verso 383, dopo aver trattato del pascolo delle pecore e delle capre, inserisce una digressione sulla misera vita dei pastori nei deserti infuocati dell’Africa e nelle gelide lande della Scizia. Da qui una visione di paesaggi desertici e sconfinati, immobili sotto la violenza del caldo o del freddo e la durezza estrema della fatica che i pastori e gli animali sostengono per sopravvivere. Gli abitanti della Scizia, tuttavia, sembrano non sentire il peso del clima e trascorrono l’inverno in lieto ozio nelle loro tane, giocando e bevendo e partecipando a festose cacce. Vi è un certo gusto del barbarico e del primitivo, frequente nella letteratura latina, che fa guardare con interesse e simpatia ai rozzi e favolosi popoli dell’estremo nord. Ben diversamente configurato e nutrito di civiltà è l’ideale etico del contadino italico, assunto nel paradigma delle Georgiche.

Ovidio, esiliato a Tomi descrive gli usi e i costumi dei tomitani ed anche nel I libro delle Epistulae ex Ponto sono presenti descrizioni di carattere etnografico.

Nella tarda antichità molti storici, tra cui Ammiano Marcellino, Procopio e Prisco, s’accorgono della discrepanza tra la tradizione e la realtà che li pone in contatto con le popolazioni barbariche che hanno trasformato l’Europa tra il III e il VI secolo. Un esempio ci viene fornito da Ammiano Marcellino nel suo racconto delle battaglie contro gli Alamanni da parte dell’imperatore Giuliano nel IV secolo. Lo storico sa che gli Alamanni formano una confederazione complessa.

39 P. J. Geary, Il mito delle nazioni, Roma, 2016, Carocci Editore, p.64.

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sappiamo dalle sue Storie che hanno sette re: i due più importanti sono Cnodomaro e Serapio, con un potere superiore rispetto agli altri. L’esercito degli Alamanni non è composto da una sola gens Alamannorum ma è il risultato di varie nazioni, tenute insieme in parte per avidità in parte per trattati di mutua assistenza. Un altro esempio è quello di Procopio di Cesarea il quale nella sua descrizione dei Goti, narra che nel passato vi erano molte nazioni gote più che nel suo tempo. In seguito elenca le etnie più importanti quali: i Goti, i Vandali, i Visigoti e i Gepidi. Prisco, in seguito alla sua visita presso la corte di Attila, descrive gli Unni come un miscuglio di popoli diversi che parlano unnico, gotico e latino. Nonostante tutti questi autori abbiano avuto un contatto diretto con le popolazioni descritte, sono stati influenzati dagli stereotipi dell’etnografia classica essendo molto forte il peso della tradizione.

“ Ammiano, per esempio, aveva una conoscenza diretta degli Alamanni e degli altri popoli delle frontiere dell’occidente, ma ciò non gli ha impedito di definirli spesso «Germani» o «barbari»;

non annoverava i popoli dell’est, come i Goti, fra i Germani, in quanto il termine aveva un significato geografico, non linguistico. Procopio di Cesarea, dopo aver parlato della diversità dei Goti, rispettò la tradizione dichiarando che anticamente si erano chiamati Sauromati e Melancleni, due popoli menzionati da Erodoto, prima di affermare che i Goti erano anche gli ethne getici. In realtà – ci dice- si differenziavano soltanto nei nomi; per quanto riguardava l’aspetto, le leggi e la religione, erano esattamente identici. Chiaramente, nonostante la precisione delle sue informazioni, Procopio era prigioniero della tradizione etnografica classica.”40

Nonostante l’approssimazione, l’ignoranza e gli stereotipi nei confronti delle popolazioni barbare, queste stesse hanno trasformato nettamente il mondo romano. Se le analizziamo attentamente notiamo che proprio come i Romani erano entità politiche piuttosto che etniche, unenti diversi gruppi culturali, linguistici e geografici. Ne sono esempi gli Alamanni, i Goti, gli Alani, gli Unni, i Franchi, composti da gruppi che non parlavano la stessa lingua, che non avevano le stesse usanze diverse tradizioni.

40 P.J. Geary, Il mito delle nazioni, Roma, 2016, Carocci Editore, p.68.

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