Ciao e Rock n Roll!

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BLACK STONE CHERRY

Il 28 giugno del 2012 un caro amico musicista mi diede un cd masterizzato dal titolo “Folklore and Superstition”. Eravamo entrambi a Verona al concerto dell’unico, inimitabile ed immenso Chris Cornell che di fronte a circa 2.000 persone eseguiva in acustico canzoni del suo repertorio e di quello dei Soundgarden di cui è stato il leader fino a circa un anno e mezzo fa (data del decesso 18 maggio 2017, vedasi BetaPress.it del 23 maggio 2017 “La Disperazione del Grunge”; n.d.a.).

Non sapevamo della presenza l’uno dell’altro e all’uscita dal Teatro Romano, splendido monumento archeologico veronese del I secolo a.C. in cui aveva appena terminato l’esibizione Chris, incrociai l’amico Walter, mi salutò e trascinandomi di corsa verso la sua auto (un Pick-up in puro stile “Dixieland”), volle regalarmi un cd di “Post-Southern” come lui lo definì.

I suoi gusti in fatto di musica non hanno mai incontrato i miei, Walter è infatti un super cultore di “Southern Rock”, una miscela di Blues, Country e Rock che attinge dall’orgoglio delle radici proprie del Sud degli Stati Uniti, narrando la vita dei pronipoti dei “Redneck” (contadini che furono i soldati degli Stati Confederati durante la guerra civile statunitense; n.d.a.).

Al netto di qualche brano (chi non conosce “Sweet Home Alabama”?) dei Lynyrd Skynyrd, storica band di Jacksonville in Florida e forse quella più “hard” del circuito “confederato”, io non sono mai riuscito ad entusiasmarmi del genere

“Rock Sudista”, ma accettai comunque il cd e lo ringraziai salutandolo.

Per dovere di cronaca devo dire che la passione per il Southern Rock, fa dell’amico Walter Gatti uno dei massimi esperti del genere ed è suo il primato in Italia per ciò che concerne la ricca collezione di produzioni discografiche di band che vanno dall’Arizona alla Georgia passando per Arkansas, Alabama, Louisiana, Florida e Kentucky.

Proprio del Kentucky era la band che voleva assolutamente che io ascoltassi: i Black Stone Cherry (il nome è stato preso da una marca di sigarette americane;

n.d.a.). Come sarebbe scortesia non leggere un libro che ti viene regalato, così vale anche per la musica, e quindi “vai di casse”! Prima Song…Brividi!

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Inutile dire che ho consumato il cd ed ovunque andassi erano con me i brani di Folklore and Superstition. Dopo pochi giorni ho iniziato a divorare gli album precedenti: l’omonimo Black Stone Cherry del 2006, Between the Devil and the Deep Blue Sea del 2010, e poi quelli successivi: Magic Mountain del 2013, Kentucky del 2015 e l’ultimo lavoro di quest anno che ritengo essere il più maturo della Band di Edmonton: Family Tree.

I BSC sono riusciti a mixare stili differenti che a tratti ricordano le Big Band come Led Zeppelin, AC/DC, ZZ Top ma hanno creato una loro personale linea musicale riconoscibile ed originale.

Il batterista John Fred Young è figlio d’arte: Richard Young (padre) e Fred Young (zio), rispettivamente chitarra e batteria dei Kentucky Headhunters (famosa band South Rock che ha vinto anche un Grammy; n.d.a.) e ritengo che, dopo Stewart Copeland (The Police), Matt Cameron (Soundgarden e Pearl Jam) e Alberto “Alba”

Pertile (Uemmepi… ok sono un po’ di parte!), John Fred sia il miglior batterista in circolazione.

La line-up dei BSC e cioè batteria, basso (Jon Lawhon) e chitarre (Ben Wells e lo stesso Chris Robertson) sostengono la voce graffiante e piena di Robertson consegnando all’ascoltatore tutta la potenza del sound targato BSC lasciandolo molte volte senza fiato. Ma è con i “live” che i BSC danno il meglio di se!

A tal proposito una curiosità: i Black Stone Cherry hanno aperto migliaia di show a Band molto più blasonate e famose, ma moltissimi sono gli spettatori (anche io tra questi) che, notando una netta superiorità di esecuzione, hanno lasciato i concerti poco dopo la fine delle performances dei nostri “Special Guest”.

Per i lettori che vogliono approcciare la musica dei Black Stone Cherry consiglio sicuramente l’album di cui ho parlato all’inizio e cioè Folklore and Superstition…

anzi, per incuriosirvi vi lascio con la First Track dell’album che mi ha fatto innamorare di Robertson & Co. : Blind Man.

Ciao e Rock’n’Roll!

https://www.youtube.com/watch?v=zO1_cpIIzXI

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Perth

“Blue Lou” Marini

Rimini, venerdì 24 agosto 2018 ore 16.30, abbraccio nuovamente dopo alcuni anni

“Blue Lou” Marini in un angolo incasinatissimo dell’area “Piscine Est” della Fiera dove si sta predisponendo il palco per il concerto delle 22.30 dove suonerà la BLUES4PEOPLE (vedi art. maggio 2017 su MUSIC – BetaPress.it) with “Blue Lou”.

Avendo ahimè perso le due uniche date italiane del 2018 del Tour mondiale di promozione dell’ultimo disco dal titolo “The Last Shade of Blue before Black”

della ORIGINAL BLUES BROTHERS BAND (Francavilla al Mare il 01 agosto e Grado il 03 agosto), non mi sono fatto sfuggire l’opportunità, grazie all’amico Carlo “Joliet Jake” Fumagalli, di incontrare Lou e di porgli qualche domanda. E’

passato un po’ di tempo dall’ultima volta in cui assieme a “Blue Lou” ci siamo bevuti un paio di birre (forse più di un paio!) ma sembra passato solamente un giorno. Ho sempre ammirato la sua cordialità e disponibilità che ha palesato anche in quest’occasione, si pensi che terminata l’intervista ha preso il suo inseparabile sax ed ha fatto un pezzo per pochi intimi… grande!

Si è parlato di amicizia, di bellezza, di musica, quella con la “M” maiuscola e si è parlato anche di Alan “Mr. Fabuolus” Rubin, di Aretha Franklin e di Matt “Guitar”

Murphy, suoi amici cari che non ci sono più. Infine una nota: in calce all’intervista ho voluto elencare i membri della ORIGINAL BLUES BROTHERS BAND ed ho voluto proporre ai lettori di MUSIC il video delle “session” di registrazione

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dell’album “The Last Shade of Blue before Black”.

PERTH: Ciao Lou, innanzitutto ti ringrazio del tempo che mi hai voluto dedicare.

Parto da una curiosità: mi colpisce l’amicizia che hai con Carlo e la B4P, che ci ha regalato esibizioni fantastiche come il concerto all’interno del carcere di massima sicurezza di Padova circa 10 anni or sono. (Idea fantastica che mi piacerebbe organizzare di nuovo… stay tuned! N.d.a.).

LOU: Carlo e i ragazzi sono stati per me una vera scoperta. Attorno alla musica e ad un progetto musicale è nata la nostra amicizia e quando posso rispondo sempre agli inviti dei loro concerti… evidentemente condividendo il palco con loro (ride).

PERTH: In “The Last Shade of Blue before Black”, l’ultimo album della ORIGINAL BLUES BROTHERS BAND, hai voluto fare le cose in grande con i tuoi amici di sempre, ho visto che ci sono Steve (Cropper), Tom (Malone), Eric (Udel), John (Tropea)…

LOU: La band è molto armoniosa, ci intendiamo alla grande (“The Last Shade of Blue before Black” è un disco interamente suonato dal vivo in studio, impensabile oggi per la maggior parte degli odierni musicisti e sedicenti artisti! N.d.a.), quel che abbiamo voluto fare è stato onorare la nostra eredità e ritovare le persone che hanno amato la storia dei BLUES BROTHERS per cui assieme a Steve, a Matt e a Tom abbiamo coinvolto molti musicisti che sono stati entusiasti del progetto.

Abbiamo suonato il disco live una prima volta e poi una seconda volta… è stata così perfetta la prima che abbiamo deciso di tenerla e di mandarla subito al mixaggio e masterizzazione.

PERTH: Ho visto che Matt ha suonato nel disco, ora non c’è più (Matt “Guitar”

Murphy, mancato all’età di 88 anni il 15 giugno scorso; n.d.a.) chi era Matt per te?

LOU: Unico! Due cose amo e ho amato di lui: non ha mai smesso di suonare, di allenarsi, ad esempio in aeroporto mentre aspettavamo i voli, lui, che aveva sempre con sè la chitarra, la estraeva dalla custodia e tranquillo iniziava a suonare… provava di continuo! La seconda cosa che amo di lui è che è sempre stato “open minded”, di larghissime vedute sia per quanto riguarda la musica sia umanamente. Mi proponeva spesso diversi tipi di musica, ad esempio mi ha fatto conoscere ed apprezzare la musica scozzese. Io sono molto molto aperto a

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conoscere e sperimentare, ma lui cento volte di più! Era anche una persona difficile a volte, ma unico!

PERTH: Dai Social vedo che siete molto impegnati a livello globale con la turnèe di promozione del disco, avete suoato negli Stati Uniti, in Europa, negli ex paesi sovietici, in Russia etc… Carlo si era offerto di portarmi al Sun&Sounds Festival di Grado a vedervi in una delle due date italiane ma purtroppo non ce l’ho fatta a venire. So che avete un grande seguito qui da noi, come reagisce il pubblico italiano ai vostri show?

LOU: Gli italiani e gli spagnoli sono grandi fans della BBBand abbiamo avuto sempre grande consenso e grandi ovazioni in tutte le città che abbiamo toccato nei 30 anni di attività. Il tour di promozione dell’album “The Last Shade of Blue before Black” ha toccato paesi come Lituania e Moldavia dove non eravamo mai stati prima e anche lì c’è stata una reazione molto importante da parte del pubblico.

PERTH: Nel disco ci sono delle sonorità che rimandano a mio avviso agli arrangiamenti di “O Soul Mio” (progetto musicale della B4P interamente arrangiato da “Blue Lou”, una miscela di rhythm & blues, swing e rock’n’roll che incontra classici motivi della tradizione italiana come “O’ sole mio”, “Ciuri ciuri”,

“O mia bela Madunina”, “Tanto pe’ canta”, “Tammuriata nera” ed altre ancora.

N.d.a.), ci parli di quell’esperienza?

LOU: Sì è vero, alcune sonorità richiamano il “progetto italiano”. Quel disco è un gran disco classico ed ha il potere di suscitare in me forti emozioni ancor oggi.

All’interno della scaletta di stasera ho voluto che ci fossero cinque pezzi di “O Soul mio”. Quando registrammo il disco, oramai più di 10 anni fa, ricordo che John (Tropea, chitarra in tutto il disco; n.d.a.) mi propose un assolo in “O mia bela madunina” e mi chiese se poteva andare e cosa ne pensassi, non riuscivo a rispondergli perché ero commosso ed avevo un groppo alla gola. Gran disco.

PERTH: Conosco Carlo e la B4P da più di vent’anni e sono ancora tra i pochissimi in Italia a portare in giro il “verbo” del Soul&Blues. Ricordo la famosa frase di Elwood nel film “Blues Brothers 2000”: “Mollate se volete, ma ricordatevi una cosa: mollare ora significa fuggire dal vostro talento, dalla vostra arte, dalla vostra vocazione e lasciare alle generazioni che verranno il vuoto di una musica tecno rimanipolata al computer, ritmi ormai sintetizzati, canzoni che inneggiano

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alla violenza e gangsta-rap, pop, spazzatura sdolcinata, slavata e smancerosa”, cosa ne pensi oggi a distanza di quasi vent’anni? Cosa pensi dell’attuale produzione musicale?

LOU: (Ridendo) …devo riguardarmi il film perché questo passaggio lo ricordo poco, quel che posso dire è sì, penso che la musica oggi non riesca più ad aprire il cuore, soprattutto dei più giovani, alla bellezza. Oggi in Hotel ero in piscina con mia moglie ed ascoltavo la musica che suonavano: una cosa orribile! Le canzoni di oggi sembrano tutte uguali, non riesci a distinguere un cantante da un altro.

Quando ascolto i testi di queste canzoni sento solo parolacce e distruttività ed il massimo espressivo di questi finti artisti sarebbe parlare di “shit”? La musica ti deve elevare! Per questo scelgo accuratamente ciò che desidero ascoltare!

Quando vado nei rari negozi di dischi rimasti (a NYC; n.d.a.) sono bombardato da molta musica che viene prodotta in quantità industriale ed ha come unico scopo quello di manipolarti. Non siamo più abituati ad accompagnare i giovani nell’ascolto dell’arte vera che apre la mente ed il cuore al bello! Se un giovane sapesse con quale violenza la macchina pubblicitaria delle “discografiche”

manipola le coscienze… tornerebbe al Blues!

PERTH: Grazie Lou, ci vediamo al Concerto questa sera!

THE ORIGINAL BLUES BROTHERS BAND ARE:

Steve “The Colonel” Cropper – guitar John “Smokin’ John” Tropea – guitar Eric “The Red” Udel – bass

Lee “Funkytime” Finkelstein – drums Leon “The Lion” Pendarvis – organ

Rusty “Cloudmeister” Cloud – clavinet, Wurlitzer, piano and organ Steve “Catfish” Howard – trumpet

Larry “Trombonious” Farrell – trombone

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Lou “Blue Lou” Marini – saxophones Bobby “Sweet Soul” Harden – vocals

Tommy “Pipes” McDonnell – vocals and harmonica

Rob “The Honeydripper” Paparozz – vocals and harmonica Eddie Floyd

Joe Louis Walker Matt “Guitar” Murphy Paul “The Shiv” Shaffer Dr. John “The Nite” Tripper Tom “Bones Malone” Malone

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Perth

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Beatrice Antolini: musica, cuore e anima.

“La musica ? Una questione di cuore e anima”: Beatrice Antolini si racconta a Rockography. (Photo by Alejandro Joaquin)

Allora Beatrice, partiamo dalle origini: la tua passione per la musica viene da molto lontano, considerando che hai suonato il tuo primo strumento musicale, un pianoforte, all’età di tre anni. Da dove nasce la tua passione per la musica ?

“Più che una passione, a farmi avvicinare così piccola al mondo della musica credo che sia stata una necessità, una vocazione, un modo di essere: non ho ricordi di me da bambina senza strumenti musicali in mano. Già da piccolissima, come hai detto tu, avevo qualche strumento in casa, e già allora cominciai a scrivere dei pezzi: avevo una grande curiosità verso tutto ciò apparteneva a questo mondo.”

La tua formazione nel mondo delle arti è stata anche come attrice (Scuola di Teatro Colli, Bologna, ndr); hai inoltre frequentato l’Accademia delle Belle Arti e il conservatorio (sempre a Bologna, ndr). Quanto è stato importante per la tua crescita personale e professionale avere conseguito una formazione così ampia all’interno del mondo artistico ?

“È stato importante tutto: ciascuno dei miei percorsi mi ha lasciato qualcosa che ha contribuito a farmi crescere sia livello professionale, sia a livello personale.

Ricordo, ad esempio, che quando frequentavo la scuola di teatro, spesso scrivevo delle musiche per gli spettacoli. Allo stesso modo però, sono state importanti le situazioni non “istituzionali”, ossia tutte quelle cose che non mi hanno portato ad avere nessun diploma o nessuna qualifica: l’aver suonato qualsiasi genere musicale in qualsiasi situazione, dal punk fino alla musica da camera, credo che mi abbia dato la possibilità di aver vissuto tante vite da un punto di vista artistico, arricchendomi molto. Oltre a quello che ho fatto da sola, anche le collaborazioni con altri artisti hanno avuto per me, e lo hanno tutt’ora, un grande significato: in questo caso, non c’entra più quello che faccio io da solista, in quanto divento una musicista al servizio degli altri, e mettermi al servizio di altre persone, vedere se sono contente del contributo che posso dargli, è veramente bellissimo. La mia vita artistica è stata, ed è tutt’ora, molto variegata.”

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Qual è stato il punto di svolta della tua carriera artistica ?

“Parto con una premessa: credo che parlare di carriera in Italia, in questo periodo storico, sia sbagliato; per i tempi che corrono, è molto difficile riuscire ad affermarsi. A questo proposito, non amo il termine “emergente”, con il quale vengono definiti gli artisti che non sono più di tanto famosi a livello mainstream:

emergente è qualcuno che inizia a fare qualcosa, non è un artista che crea qualcosa da qualche anno e magari con discreti risultati. Mi piacerebbe che, in questo contesto, venisse utilizzato meno il termine “sommerso”, proprio perché è molto difficile, al giorno d’oggi, riuscire ad emergere; se poi un artista riesce a farlo, può darsi che la sua notorietà duri quel tanto che basta per farlo poi sprofondare nel dimenticatoio. Detto questo, per rispondere alla tua domanda, credo che il disco più importante per me sia stato A due, che mi ha portato a fare circa ottanta date live in un anno. Ricordo che per me fu un bel periodo (era il 2008, ndr), molto stancante ma allo stesso tempo molto appagante.”

Proprio come te, molta della critica di settore ha ritenuto il tuo album A due un punto di svolta, ma non pensavo che fossi contraria a parlare di carriera.

“In generale, quando pensiamo ad una carriera nel senso classico del termine, siamo portati a pensare a quest’ultima come se fosse una continua ascesa, intervallata magari da alcuni picchi, positivi o negativi, verso il successo. Adesso, in ambito musicale, non è più così: puoi produrre qualcosa che porta il tuo nome ad essere sulle pagine di tutti i giornali, per poi, come detto prima, essere poco dopo dimenticato da tutti. Credo che un artista, oggi, debba essere sempre in grado di ricrearsi e di pensare a se stesso in termini innovativi: è molto difficile pensare di vivere con una carriera esclusivamente da solista, perlomeno nell’ambito della musica alternativa, che è quello nel quale mi trovo ad operare io.

Visto che lavoro ogni giorno perché voglio che ciò che sogno e ciò che desidero si realizzi, sono disposta a “mutare”, a cambiare, a continuare a fare i miei dischi facendo anche altro.”

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C’è una cosa che mi ha affascinato molto del tuo percorso artistico, cioè la scelta di promuovere proprio il tuo secondo album, A Due, attraverso il progetto liveCASTour: tramite questa piattaforma, hai diffuso in rete un concerto a porte chiuse, che è stato distribuito in 8 clip destinate ad 8 portali generalisti.

Come mai una scelta così non convenzionale per promuovere l’album ?

“Decisi di seguire questa strada con la mia etichetta discografica di allora. La paternità dell’idea non è mia, ma di Michele Faggi della rivista indie-eye, che è stato sicuramente innovatore e influente per quanto riguarda l’aspetto promozionale online: all’epoca (2008, ndr), quando lo sviluppo digitale non era ai livelli di cui fruiamo oggi, si è inventato qualcosa che dopo, nel mondo del web, ha fatto scuola.”

A Febbraio è uscito il tuo sesto album, L’AB, interamente prodotto e composto da te. Che cos’è L’AB per Beatrice Antolini ?

“L’AB vuol dire tante cose per me. Sicuramente, L’AB significa laboratorio, che può essere rappresentato fisicamente da questa stanza, dove ho composto e prodotto interamente il cd (nel suo studio posto al piano inferiore di casa sua, ndr). L’AB è anche un laboratorio di ricerca interiore, di miglioramenti interiori: io credo che la spinta delle persone, in generale, debba andare verso il

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prossimo, cercando di fare tutte quelle piccole cose che, facendo bene a se stessi, possano fare bene anche agli altri. Cerco quindi di essere ogni giorno una persona migliore, e il mezzo attraverso il quale provo ad esprimere questa mia aspirazione ed ambizione è la musica; è, di fatto, il frutto di un grosso lavoro che ho fatto, e sto facendo tutt’ora, su me stessa. Ma L’AB è anche un’analisi, senza giudizio, della realtà di oggi: ecco perché ho deciso di mettere, nella copertina del mio album, una rappresentazione simbolica della femminilità, ridotta in questo caso a parentesi e puntini, che richiamano, a loro volta, il linguaggio delle emozioni ridotte a simbolo, come nel caso delle emoticons, che semplificano una realtà molto complessa da descrivere: io penso che le persone abbiano delle emozioni molto variegate e sfumate, e certi strumenti che possiamo utilizzare oggi per veicolarle agli altri, non sempre sono all’altezza per esprimere tutto ciò che abbiamo dentro. L’uomo è in continua mutazione, e con L’AB ho voluto fare una fotografia parziale alla realtà.”

Come mai la scelta di fare tutto da sola per quanto riguarda la produzione dell’ultimo cd ?

“Io ho prodotto tutti e sei i miei cd da sola, anche se questo non l’ho mai detto chiaramente, per paura di poter passare da presuntuosa e chissà cos’altro agli occhi degli altri. La mia direi quindi che non è stata una scelta: lavoro nel mondo della musica come produttrice e compositrice, ed è quindi per questa vocazione che ho deciso di produrre, oltre che comporre, tutti i miei cd. Al giorno d’oggi, essere produttori significa anche trovare un sound innovativo adatto alle diverse circostanze: molto spesso è ciò che fa la differenza fra un album prodotto bene e un album prodotto male. Di fatto, è ciò che ho cercato di fare con L’AB: adottare un suono che potesse essere innovativo rispetto ai tempi correnti.”

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C’è un brano che mi ha particolarmente colpito di L’AB, ed è il brano Insilence (In silenzio, ndr), all’interno del quale affermi l’importanza del silenzio come strumento di difesa del proprio io rispetto alla società nella quale viviamo. Come mai ritieni il silenzio un’arma così importante e preziosa ?

“C’è una cosa che non ho mai detto, e che voglio dire adesso: fin da piccola, mi sono sempre chiesta il motivo per cui la gente tende a riempire i silenzi di parole, per evitare di creare quella situazione che i più definirebbero, probabilmente, di imbarazzo. Ho sempre pensato, in risposta a queste situazioni, che a volte sarebbe bello guardarsi semplicemente in faccia, oppure interagire senza parlare, come magari siamo portati a fare con gli animali; al perché l’uomo tenda a comportarsi diversamente, ad oggi non saprei ancora dare una risposta, ma posso certamente dirti che nel silenzio ci si può immergere senza aver paura. Insilence racchiude in se tutto questo, ed è anche la canzone “risolutrice”

dell’album, in quanto si trova in apertura, ma in realtà è il pezzo che, razionalmente, “risolve” appunto tutto il mio lavoro: alla fine dei giochi, forse in se stessi si può trovare una via per vivere bene anche in una società come la nostra. C’è una soluzione, e la soluzione è Insilence, uno strumento più che mai prezioso per poter trovare la propria pace interiore.”

A proposito delle tue collaborazioni a cui accennavi poco prima, quanto pensi che siano state importanti per la tua carriera ? Qual è quella che ti ha lasciato qualcosa in più rispetto alle altre ?

“Le collaborazioni più belle che ho fatto sono state quelle con artisti di caratura internazionale: collaborare con Lydia Lunch e Ben Frost è stata un’esperienza pazzesca. Un’altra che rientra in questa categoria, e che posso definire senza dubbio la più importante per la mia carriera, è stata l’ultima arrivata in ordine di tempo: collaborare con Vasco Rossi è stato, oltre ad un grandissimo onore, una delle esperienze lavorative in cui mi sono sentita più a mio agio.”

All’interno delle tue produzioni artistiche, misceli diversi generi musicali:

dal pop classico all’elettronica, dal funk al rock progressivo. Chi è oggi, musicalmente parlando, Beatrice Antolini ?

“Una che non ha mai pensato ai generi. Tutti quelli ai quali sono stata accostata mi piacciono, e anzi, chi più ne ha più ne metta: tendiamo sempre ad etichettare, ma a me piacciono talmente tante cose nella mia vita che, racchiudere in una sola definizione tutto quello che faccio, mi fa sentire a disagio. Per esempio, non ho

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mai scelto uno strumento nel quale specializzarmi: non ho mai avuto le palle di decidere cosa suonare, e quindi ho deciso di suonare un po’ di tutto. Così, non potrei andare avanti con la mia ricerca e le mie sperimentazioni se decidessi di abbracciare un solo genere: visto che nella mia musica sono io, per potermi esprimere al meglio devo rifarmi a più generi, e L’AB, da questo punto di vista, ne è senza dubbio una perfetta sintesi.”

C o m e v e d i i l p a n o r a ma musicale attuale ? È più difficile di un tempo riuscire ad emerger o i social media, ed internet più in generale, hanno messo nelle mani di aspiranti cantanti un’occasione mai vista prima per affermarsi ?

“Io penso che dietro a questi progetti che stanno dominando il panorama musicale contemporaneo, fatti di pochi singoli ma con un’immagine curata al dettaglio del cantante piuttosto che della band, ci sia sempre un investimento, un’organizzazione: non penso che sia tutto così casuale come sembra. Vedo delle cose, soprattutto nel rap, di altissima qualità, che è difficile pensare di improvvisare o di autoprodurre se si è estranei a certe tecniche. Di questo, ne sono anche contenta, così noi italiani possiamo arrivare al livello di produzione musicale di alcuni paesi esteri, che è veramente eccezionale. Tutto questo, non succede però in tutti i generi musicali: per esempio, in uno stile a cui mi sento

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particolarmente vicina, la musica alternativa, la tendenza della produzione non va affatto in questa direzione purtroppo, anzi. Se qualcuno sfrutta con l’artista le possibilità offerte dai nuovi mezzi di comunicazione, si schiudono delle possibilità mai viste prima per quanto riguarda la promozione di se stessi e delle proprie opere, ma, voglio ribadirlo, non credo affatto che alcune cose, ad esempio alcuni video, possono avere una qualità eccelsa se girati in autonomia nella propria cameretta.

In Italia, al di là del fattore promozione, resta il fatto che è una lotta fare dischi, a meno che un artista non decida di compromettersi, cosa che io non ho mai fatto.”

Ho letto in una tua passata intervista che, secondo te, gli artisti dovrebbero essere degli intellettuali. Tu ti ritieni un’intellettuale ? Cosa pensi, al riguardo, dei tuoi colleghi ?

“Ad essere sincera, non credo di aver mai detto una cosa del genere, anche perché penso proprio il contrario. Non solo non penso che per fare gli artisti si debba essere intellettuali, ma più vado avanti con l’età e l’esperienza, e più penso che bisogna andare oltre l'”intellettualismo”: ciò che conta veramente è saper rappresentare la realtà, perché questo è il compito che ogni artista ha, o quantomeno dovrebbe avere. Credo che la musica sia più un discorso di cuore e di anima.”

Tornando ai tuoi lavori, qual è l’album, e qual è il singolo, ai quali ti senti più affezionata ?

“L’album a cui sono più affezionata è probabilmente Big Saloon, che è stato il mio primo disco, nato peraltro come demo, che è quello che mi ha aperto porte molto importanti. Sono particolarmente legata a questo cd anche perché, quando lo ascolto, mi sento come se mi guardassi allo specchio: ogni volta, mi rendo conto che alcune cose che avevo allora non ce le ho più, mentre ne scopro continuamente di nuove dentro me stessa. Io non ho la passione di collezionare fotografie, ma devo dire che i miei album, fissando nel tempo un determinato momento, mi regalano l’emozione di riscoprire, di volta in volta, ciò che ancora mi porto dietro e ciò che invece non fa più parte di me: ascoltare Big Saloon, da questo punto di vista, è l’esperienza più introspettiva che io possa a fare. Come brano, invece, è più difficile sceglierne uno: posso citarti Planet, del mio terzo album Bio Y, che, senza nemmeno saperti spiegare bene il perché, riesce a

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mettermi in collegamento con qualcosa di celeste, di non terreno.”

Quali sono, per concludere, i tuoi progetti futuri a livello artistico ?

“Intanto, spero di riuscire a riprendere in mano la promozione di L’AB, che ho dovuto interrompere per andare in tour con Vasco, e spero di riuscire a farlo il prima possibile. Oltre a questo, sono arrivata ad un punto in cui sento il bisogno di cambiare e di provare qualcosa di nuovo, cercando di fare qualcosa, a livello musicale, che non ho mai fatto prima. Penso proprio che L’AB chiuderà un ciclo, sia mio personale, sia riferito al percorso artistico cominciato a suo tempo con Big Saloon: ho voglia di dedicarmi a cose diverse.

A Settembre dovrebbe uscire il vinile di L’AB: darò notizie più certe tramite i miei social quando ne avrò anche io.”

Alessandro Gaetano:

Nuntereggaepiù tour

“Vi racconto la Rino Gaetano Band”

L’intervista ad Alessandro Gaetano della Rino Gaetano Band

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Alessandro, oggi la Rino Gaetano Band riscuote molto successo ed è un punto di riferimento per tutti coloro che sono orfani di Rino Gaetano:

come nasce questa band e chi sono i componenti attuali ?

“Il progetto nasce dal desiderio di riscoprire Rino, di presentarlo alle persone che non hanno avuto modo di conoscerlo: cerchiamo di farlo sia attraverso la sua musica, sia attraverso i testi, dei quali è stato sia compositore che paroliere.

La line-up attuale è la seguente: Michele Amadori alle tastiere, Ivan Almadori voce e chitarra, Marco Rovinelli alla batteria, Alberto Lombardi alla chitarra elettrica, Fabio Fraschini al basso ed infine io, Alessandro greyVision, voce, chitarra e percussioni. La prima formazione risale al ‘99 e aveva un altro nome.

Ci sentiamo molto vicini al suono di Rino degli anni ‘70”. “

Sarete in tour tutta l’estate ed oggi (4 Luglio, n.d.r.), qui a Cortona (AR), va in scena un’altra tappa del vostro tour: cosa dobbiamo aspettarci da questo Nuntereggaepiù tour ?

“Il Nuntereggaepiù tour è il nostro modo di abbracciare quell’ LP che uscì nel lontano ’78, dando particolare risalto al brano Gianna, il brano che Rino portò in quell’anno a Sanremo, consentendogli di raggiungere la terza posizione. È risaputo che la sua iniziale decisione fosse quella di presentare al Festival proprio il brano Nuntereggae più. Gianna gli consentì però di dare ugualmente quegli “scossoni”, anche in televisione, a lui tanto cari.”

Dietro alla Rino Gaetano Band c’è una vera a propria Associazione, nata per dare valore alla memoria di Rino. Di cosa si occupa, precisamente, l’Associazione culturale italiana “Rino Gaetano” della quale è presidente tua madre, nonché sorella di Rino, Anna Gaetano ?

“L’associazione è nata per organizzare il Rino Gaetano Day, giunto all’ottava edizione. Ciò che ci unisce come band al Rino Gaetano Day è il fatto di portare un grande concerto gratuito in piazza, insieme a tanta solidarietà:

l’Associazione, nel nome di Rino Gaetano, supporta ogni anno associazioni benefiche, attraverso la sua musica.”

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Pensi che, al di là del vostro impegno, ci sia, in generale, un’adeguata sensibilizzazione per quanto riguarda il ricordo della figura di Rino ? A livello istituzionale, per esempio nelle scuole, viene fatto qualcosa in suo ricordo ?

“Penso di si. Recentemente ho avuto modo di andare in una scuola per portare il brano inedito ‘’Ti voglio’’, rivisitato e cantato da Artù (il quale ha ultimato il testo lasciato incompleto da Rino Gaetano, ndr) arrangiato dalla Rino Gaetano Band. I bambini hanno fatto una recita con i brani di Rino e di Artù che abbiamo cantato con loro. Personalmente, non mi piace l’idea di strafare: non penso che sia bello cercare di esserci per forza, ma esserci dove ti chiamano, dove sei benvoluto, che è sicuramente la cosa più bella.”

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(Alessandro Gaetano durante l’intervista di Sacha Tellin; photo credit to Alejandro Joaquin Sotoi)

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Fra le cose che sono state fatte in suo ricordo, c’è la fiction Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu. È stata oggetto di numerose polemiche, dovute in larga parte ad una inesatta ricostruzione dei fatti attinenti la vita del cantautore calabrese. Cosa ne pensi tu al riguardo ?

“Io e mia madre abbiamo già dichiarato in altre interviste che questa fiction non è rappresentativa di Rino: forse può esserlo in una minima percentuale. Nelle tv italiane è apparsa una figura di Rino distorta fino all’eccesso, un’immagine poco realistica per chi lo ha conosciuto in vita.

Era sicuramente un personaggio irriverente e scanzonato, un pò burlesco e sicuramente controcorrente. Claudio Santamaria (attore che interpreta Rino nella fiction, ndr), ci ha regalato certamente un’interpretazione emozionante, è stato davvero bravo, ma il personaggio che gli hanno dato non è Rino Gaetano.”

E secondo te, perché hanno così leso l’immagine di Rino ?

“Probabilmente si tende a voler commercializzare un pò tutto e tutti, credo sia questa la reale motivazione. Direi invece a certi signori di commercializzare se stessi e non l’immagine degli altri.”

Venendo al mondo del cantautorato moderno, cosa pensi che differenzi i cantautori della generazione di Rino rispetto a quelli di oggi ? Ammesso e concesso che tu creda che quest’ultimi ci siano ancora.

“C’è un cantautore che può essere, sotto certi aspetti, accostabile alla figura di Rino, ed è Max Gazzè. Per quanto riguarda il panorama attuale non vedo tanta luce. All’epoca non tutto era prestabilito, nonostante ci siano alcune similitudini circa gli accordi con le etichette di allora come di oggi. Rino, ad esempio, era costretto a fare un LP ogni anno sebbene fosse completamente libero di

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inciderci sopra ciò che voleva, purché ne censurasse alcune parole. Era molto difficile allora creare dei progetti a tavolino, cosa che invece viene fatta oggi.

Lo stesso Rino si batteva per tutto il contrario di ciò che vediamo oggi: quando arrivava al Folkstudio dicevano che era arrivato “lo strano”. Oggi invece, facciamo il commerciale, mercifichiamo e vendiamo tutto.”

Oggi i talent show sono un mezzo che permette, agli aspiranti cantanti, una visibilità che prima non era assolutamente possibile: quale pensi sia il loro contributo alla musica italiana ?

“Non sposo l’idea di questi show, non riesco proprio ad avvicinarmi ad essi. Nel mio piccolo faccio musica strumentale e i talent show sono un mezzo nel quale non credo affatto. Se io fossi un cantautore, me ne terrei alla larga: ti prendono, ti cuciono i panni che vogliono vederti addosso, confezionandoti a loro piacimento. Ho qualche amico che, anche se ogni tanto torna a fare qualche apparizione, si è completamente dissociato dai talent show che lo avevano inizialmente ‘’impacchettato”.

Tornando alla figura di Rino Gaetano, come mai, secondo te, ha conosciuto un’esplosione di popolarità dopo la sua scomparsa?

“Rino era tanto ermetico quanto semplice e diretto, il suo messaggio è come qualcosa che arriva in modo forte soprattutto ai più deboli, agli ultimi. Non nego comunque che ci siano persone che lo apprezzano solo perché, oggi, è una icona di stile al di là del suo messaggio.”

Quanto ha influito sulla tua scelta di fare musica, il fatto di essere il nipote di Rino Gaetano ?

“Iniziai da bambino, mosso da un’estrema curiosità verso il mondo della musica,

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quando ancora non realizzavo affatto che mio zio ne fosse immerso. Penso che la parentela non abbia influito molto: ero già coinvolto dalla musica. A pochi anni avevo già un giradischi che ha poi accompagnato la mia crescita. I miei brani preferiti mi seguono perfino durante il sonno. Non dico, come alcuni ipocriti, che la musica è la mia vita, piuttosto, che è una grande compagnia.”

Per concludere, quali sono i progetti della band per il futuro ?

“Abbiamo in programma di fare, senza però saperti dire ancora quando, un cd della band con alcuni pezzi di mio zio, registrati live o in studio: è una richiesta che ci fanno molto spesso dopo i concerti ed abbiamo quindi deciso di attivarci per realizzarla. Per quanto riguarda invece i live, dopo la fine del tour, sicuramente torneremo in alcuni dei locali che ci accolgono ogni anno calorosamente come l’Auditorium Flog di Firenze, l’Hiroshima Mon Amour a Torino, senza parlare di Roma, dove in alcuni locali ci sentiamo ormai quasi ‘’di casa’’. Questo tour poi ci porterà in giro per l’Italia, dal Sud fino in Piemonte.

Sarà per noi un vero piacere continuare a portare in alto il nome di Rino.

Buona musica!”.

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Pistoia Blues Festival: calore, emozione e musica strepitosa

La magia della musica sotto le stelle: il racconto dell’ultima serata del Pistoia Blues Festival

Dopo l’esibizione, tra gli altri, di artisti del calibro di Alanis Morissette (chiamata ad aprire il festival a sei anni dalla sua ultima esibizione su un palco) e James Blunt (con il suo “The Afterlove Tour”, che dopo la tappa pistoiese, farà visita stasera al Carpi Summer Festival e domani sera all’Auditorium Parco della Musica di Roma), ieri sera è andato in scena l’ultimo atto della manifestazione, particolarmente ricca di ospiti famosi sia a livello nazionale che internazionale.

Piazza Duomo di Pistoia comincia a riempirsi a partire dalle 18.30, per prendere parte ad una lunga serata che comincia alle 19, con l’esibizione dei Seraphic Eyes, gruppo che presenta il suo ultimo lavoro registrato in studio, Hope. Un’ora dopo, è il turno di un’altra band che, con il suo tour, sta portando in giro per la tutta la penisola la loro ultima fatica: sono i Casablanca a dar seguito all’evento, con il suo Pace, Violenza o Costume (album uscito a Marzo di quest’anno), interrotti bruscamente, purtroppo, da esigenze organizzative, quando mancavano due canzoni soltanto alla fine della loro performance. L’atmosfera comincia a scaldarsi, le due band chiamate ad aprire la serata si dimostrano all’altezza del prestigio del festival, mentre il suggestivo scenario medievale di Piazza Duomo si fa sempre più pieno, preparandosi ad accogliere i due protagonisti della serata.

È alle 21 che, tutta la piazza, va in estasi: è infatti arrivato il turno di Mark Lenegan con la sua band (Mark Lenegan Band), che infiamma così tutti i presenti.

L’ex voce di Screeming Tree e Quens of the Stone Age, porta in scena tutte le 10 canzoni del suo ultimo cd, Gargoyle, insieme ad altri successi che hanno segnato la sua carriera: si va da Nocturne a Sister, da Emperor a Goodbye to beauty, senza tralasciare la splendida performance di Blue Blue Sea. L’esibizione è curata e precisa in ogni suo particolare: la voce inconfondibilmente rauca del cantante e

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frontman della band si sposa perfettamente con gli arrangiamenti rivisitati in chiave blues dalla band, che lo seguono alle sue spalle curando ogni passaggio musicale.

Ma il calore delle persone con cui avevano accolto il primo grande ospite della serata, non viene affatto meno, anzi, si moltiplica, quando, intorno alle 22.40 circa, salgono sul palco i Supersonic Blues Machine. Il trio formato da Lance Lopez alla voce e chitarra, Fabrizio Grossi al basso e Kenny Aronoff alla batteria (con due coriste veramente eccezionali a supportarli), porta in scena l’ultimo lavoro, Californisoul, inciso grazie anche alla collaborazione con alcuni pesi massimi come Eric Gales, Robben Ford e Walter Trout, oltre a Billy Gibbons.

Sono tante le canzoni estratte dall’ultimo album che vengono riproposte in versione live: da This is Love a Elevate, da Bad Boys alla splendida Elevate, l’effetto delle canzoni dell’ultimo cd suonate dal vivo, rimanda prepotentemente ad una colonna sonora adatta ad un road trip immaginario degli anni Settanta lungo la costa californiana. Blues, rock e soul si fondono perfettamente in un connubio che invita tutti i presenti ad alzarsi e a ballare sulle note delle canzoni proposte dalla band. Oltrepassato la metà del concerto, sale sul palco l’ospite più atteso, Billy Gibbons (cantante e chitarrista degli ZZ Top), ospite d’onore della serata: è lui, una volta entrato sul palco, a convincere tutti i presenti ad alzarsi e a correre sotto al palco, prendendosi da subito la scena, accompagnando progressivamente il concerto verso la chiusura, non prima di uscire dal palco, per ritornare poco dopo e concedere il tanto sperato bis: La Grange, I’ve got my modjo working e I’m going down, chiudono una performance davvero molto appassionante.

Finisce così questa edizione del Pistoia Blues Festival, manifestazione nata nel 1980 che ha ospitato, negli anni, moltissimi artisti di fama internazionale all’interno della città. L’appuntamento, per tutti gli appassionati di blues e rock, è quindi per l’anno prossimo.

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Calimocho, Nomadi cocktail !

Nell’interessante ricerca della redazione di Betapress di talenti musicali appare il gruppo Calimocho, che si definisce Tribute Band dei Nomadi.

Il nome del gruppo infatti rilancia l’omonima canzone dei Nomadi invece che il cocktail basco da tutti conosciuto.

Ebbene il gruppo armonizza sonorità che ci sono molto piaciute, riuscendo a trasmettere passione e simpatia, bravo Stefano Motti, cantante e leader del gruppo, che è riuscito a coinvolgere il pubblico interpretando magnificamente il mood dei Nomadi.

Alla batteria troviamo Ambrogio, vecchio mito della musica rock con i Dalton, un vero fenomeno ritmico che da solo riesce a ipnotizzare il pubblico con le sue capacità interpretative.

Le tastiere sono gestite da Bebbe Brigatti, che è riuscito a dare un incredibile paesaggio a tutte le canzoni della serata, mostrando bravura e passione, mentre il

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basso è suonato da Federico Mazzola, vero virtuoso dello strumento.

Alla chitarra troviamo Daniele Locatelli, giovane promessa musicale, lo abbiamo visto particolarmente dotato e con un’ottimo timbro vocale, certamente ancora in crescita, ma con una grande passione e con ottima presenza di scena.

Insomma i Calimocho appena nati hanno tantissimo potenziale, certo tutti i componenti vengono da gruppi noti, Stefano Motti dalle Apparenze ad esempio, ma insieme rendono armonia il modo di fare gruppo.

https://www.facebook.com/NomadiOfficial/videos/nomadi-calimocho/10155896498 063734/

KARMA – INTERVISTA AD ANDREA “CONTE” BACCHINI

A metà degli anni ’90 ero un musicista prestato all’Università e passavo il tempo libero con gli amici in sala prove, a vedere concerti e ad organizzarne pure.

Voglio oggi ricordare una delle band che per molte ragioni ha rivoluzionato la musica underground ed influenzato me ed altri centinaia di musicisti nel ventennio successivo allo stop (non allo scioglimento! N.d.a).

E’ un onore per me intervistare il mitico Andrea “Conte” Bacchini, eclettico chitarrista dei KARMA.

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Ritrovarlo è come vivere di nuovo un momento magico degli anni in cui la musica era diretta e non drogata dai falsi miti proposti dagli odierni Talent, ma soprattutto alla portata di tutti.

Milano, 13 aprile 2018, ci vediamo a mangiare un boccone al Ristorante “Il Tronco” ed il “Conte” mi racconta di sé a partire dalla sua vita e dalla sua grande passione per la musica ma anche del rapporto divenuto da alcuni anni controverso con la chitarra, strumento a cui ha dedicato la vita e che forse non gli ha

“ritornato” a pieno quel che erano le attese dell’inizio.

Non vi nascondo che è stato come ritrovare un amico con cui non ci si vedeva da molto tempo e nel dialogo con lui è emersa tutta la forza di una vita a tratti difficile, ma sempre vissuta con coraggio. Il giudizio sul mondo della musica è di una lucidità disarmante, il futuro? Pieno di desideri!

PERTH: Ci racconti come è iniziata l’avventura del “CERCHIO DEL KARMA”?

Dopo più di 20 anni cos’è rimasto di quel mitico combo divenuto semplicemente

“KARMA”?

ANDREA: Ti faccio una premessa: se tu facessi questa domanda ad ognuno di noi 5 (David Moretti – voce, Andrea Viti – basso, Diego Besozzi – batteria, Alessandro “Pacho” Rossi – percussioni e Andrea “Conte” Bacchini chitarra) ti risponderemmo tutti in modo diverso. Con alcuni eravamo amici ben da prima dei KARMA, ad esempio con David. Ci siamo visti un mese fa e con lui è un’amicizia vera, non ti vedi per un anno e basta una sola sera ed è come se non ci vedessimo da un giorno. Tornando alla domanda io sono un po’ l’archivista del gruppo, perché sono molto preciso e metodico (da questo nasce il soprannome “il Conte”; n.d.a.) e potrei dirti per filo e per segno ogni singolo passo fatto con i KARMA. Il gruppo nasce da una telefonata di Andrea (Viti) che conoscevo bene perché abitavamo nella stessa zona, Andrea aveva bisogno di un chitarrista per un concerto in una scuola di Milano. Con Diego (Besozzi) e con Andrea (Viti) abbiamo iniziato quindi a provare sin da subito, e suonavamo anche 5/6 ore al giorno tutti i pomeriggi. Il repertorio non era omogeneo, era molto scompaginato e andava da HENDRIX (di cui il Conte è grandissimo estimatore; n.d.a.), a BILLY COBHAM e i CULT, dando grande spazio all’improvvisazione. David (Moretti) venne a sentirci e ci chiese di cantare con noi. Per un certo periodo suonavamo anche pezzi dei

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DEEP PURPLE ed avevamo pure due cantanti: David e Gianluca Galeazzi (famoso per essere stato campione mondiale di subbuteo; n.d.a.). Un bel giorno poi ci siamo trovati in sala prove con Pacho, invitato da Diego, e dopo il primo pezzo suonato assieme affascinati dal suo assoluto talento, era infatti il miglior musicista di tutti noi, gli abbiamo chiesto di restare. Così è nato “IL CERCHIO DEL KARMA”. Dopo non molto abbiamo cominciato ad inserire qualche pezzo nostro, all’inizio composti quasi solo da David, che ha un istinto pazzesco nella composizione. Essendo lui un estro “fuori controllo”, che scriveva pezzi molto bizzarri, aveva bisogno di Andrea (Viti) e del sottoscritto per “sistemare” il tutto in modo quasi certosino… da qui nascevano i nostri brani, il resto è… KARMA!

PERTH: I giovani di oggi, in questo Paese dilaniato dalla crisi e da uno stato di disagio socio-politico hanno pochissimi sogni da vivere. Ci racconti cosa sentivate e cosa volevate cambiare in quegli anni?

ANDREA: Milano in quel periodo era una città molto frammentata, che potrebbe sembrare una cosa negativa ma non lo è. Molte pulsioni anche distanti tra loro, tanti stili ed un fermento quasi epocale, molti musicisti hanno tenuto a valorizzare aspetti sociali e politici attraverso le loro canzoni. Noi eravamo un gruppo che poneva la musica al primo posto… la musica doveva parlare per noi e doveva tentare di dare uno spunto per il cambiamento. Le nostre aspirazioni erano quelle di avere una carriera musicale che potesse far crescere quel che eravamo attraverso la nostra musica.

PERTH: Nel cuore delle nuove generazioni ci sarebbe ancora spazio per i Karma?

ANDREA: Secondo me sì. Certo non sicuramente ripetendo una formula tipo

“come eravamo belli e giovani… ecco siamo tornati!”… dovrebbe essere un progetto NUOVO! Una naturale evoluzione di quel che erano i KARMA!

PERTH: David Moretti e Andrea Viti hanno continuato con il progetto JUAN MORDECAI ed ora, il primo (“la punta di diamante del cerchio” come lo definisce Diego Besozzi, il drummer della band; n.d.a.) ha fatto carriera ed è Direttore Creativo presso la Apple a Cupertino in California. Per il secondo faccio veramente fatica a dire tutti i progetti musicali, cito solo gli AFTERHOURS di cui è stato bassista per 10 anni – tra l’altro ha suonato con Agnelli&Co. per i 30 anni della band al Forum di Assago il 10 aprile u.s. – ed il progetto YELLOW MOOR, che mi ha colpito particolarmente (https://vimeo.com/87995454). Diego vive nelle

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Marche e si occupa di emergenza sociale con il trip della pittura, Pacho ha collaborato con il Clan di MORGAN ed ora insegna percussioni. Raccontaci un po’

del rapporto con i tuoi colleghi ieri ed oggi.

ANDREA: Tutte persone con cui i rapporti sono rimasti ottimi. Erano la mia band, il mio progetto artistico e di vita! Ormai siamo molto lontani dal punto di vista kilometrico, hai detto bene, David ha fatto una gran carrierona ed ora è negli States, Diego si occupa di sociale e lo sento spesso, Pacho è un grandissimo

“casalingo” (ride) e Andrea veramente non lo sento da un pò.

PERTH: …e tu cosa fai oggi? Ti occupi ancora di musica? Hai mai pensato ad una carriera solista?

ANDREA: Ultimamente ho una certa avversione per la chitarra. Un po’ devo dire che mi sento tradito. Le ho dedicato fin da giovane praticamente tutto! Dal punto di vista lavorativo ho insegnato chitarra per alcuni anni, ma alla fine è risultato frustrante. Ti arrivano genitori che questionano per le tariffe, ragazzi che iniziano di buona lena ma si stufano dopo poco tempo e alcuni che vogliono solo saper tenere in mano la chitarra per far casino… non è più come un tempo, ci sono sempre meno giovani che hanno voglia di suonare impegnandosi e sputando sangue come ho fatto io da giovane. Ho lavorato in alcuni negozi di dischi di Milano ed ho fatto altri lavoretti cercando di stare molto vicino a quel che volevo fare nella vita: il musicista. Mi hanno chiesto in molti di suonare in Band Tribute o Cover e, capiamoci, ho rispetto per quelli che lo fanno di mestiere, ma l’idea di finire in un pub a guadagnare 50 euro per suonare cover di altri è una cosa che…, è più forte di me, non ce la faccio! La musica è per me passione e la passione la puoi mettere in una cosa che hai scritto e che ti rappresenta, una sfera artistica e creativa che è un investimento emotivo per cui vale la pena suonare. Per quanto riguarda un progetto solista, io purtroppo non canto! Sono stato spronato da molta gente che mi diceva di provare a cantare e mi piace pure, ma non ho mai sviluppato l’indipendenza tra voce e strumento… non riuscirei neanche a fare “il Gatto e la Volpe” (famoso brano di EDOARDO BENNATO, struttura molto semplice in Fa, Rem, Solm e Do7; n.d.a.) suonando e cantando. Ma mi piacerebbe!

Chissà…

PERTH: JUAN MORDECAI voleva perpetuare la fiammella iniziale di un Rock- Grunge, quello dei KARMA, che si sarebbe comunque evoluto in qualcosa di diverso. Cosa ti è piaciuto di quel progetto targato “Moretti-Viti”?

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ANDREA: Il suo respiro internazionale come sono stati i KARMA, è stato la naturale evoluzione dei KARMA. Il Rock deve “suonare” anglosassone, non italiano!

PERTH: Molti sostengono che la scena italiana, legata al Rock “duro e puro” di fatto, non esista; troppe tribute band, pochi locali per la musica indipendente e l’underground portato solo da finti alternativi. Cosa ne pensi di tutti questi aspetti che negli ultimi dieci/vent’anni hanno portato ad un impoverimento dei talenti veri?

ANDREA: Urca! Questa è una domanda complicata… c’è mai stato qualcuno che in Italia ha fatto del Rock “duro e puro”? Ci sarà mai? (Ride). Ci hanno sempre detto che noi KARMA cavalcavamo l’onda Grunge… no! Avremmo fatto sicuramente parte dell’onda di Seattle fossimo nati in America, ma cosa vuol dire

“cavalcare”? Noi in quegli anni ci siamo ritrovati in “qualcosa”! Ci siamo trovati dentro a quel “qualcosa” che emergeva nuovamente come movimento Rock!

Semplicemente eravamo stufi della “plastica” degli anni ’80. E come noi altre centinaia di band. Da allora è aumentata esponenzialmente la possibilità di creare musica, anche con i Social, e qualche talento vero c’è, ma oggi il circo dell’industria musicale cerca bravi esecutori quindi non emergerà mai nessun talento che non sia disposto ad assoggettarsi alle logiche del potere discografico e mediatico… connubio diabolico! Oggi è sempre più difficile per le band promuovere la propria musica. Si fanno a tavolino album per lanciare dei bravissimi interpreti e non c’è più la seria passione per la costruzione di un disco che possa essere solo alla fine promosso con la tournèe. La vera questione è che la discografia è morta e non c’entra più nulla con il Rock. Una volta era illuminata ora assolutamente mercantile, interessata a tenere in vita i 4/5 artisti che fanno milioni di copie in tutto il mondo, ma interessata a scoprire nuovi talenti proprio no!

PERTH: I nomi di spicco della scena musicale alla fine degli anni ’90 erano RITMO TRIBALE, CASINO ROYALE, AFTERHOURS, LA CRUS, SCISMA, EXTREMA, TIROMANCINO, MOVIDA, ALMAMEGRETTA, MARLENE KUNTZ ne dimentico sicuramente molti ma voglio però aggiungere anche i TIMORIA dell’amico Omar, con chi ti piacerebbe oggi collaborare?

ANDREA: Che domandona! Sono amicizie storiche e alcuni che hai citato sono proprio amici cari come Mario Riso dei MOVIDA e REZOPHONIC. Qualche

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progetto con alcuni membri dei RITMO TRIBALE l’ho fatto pure… sicuramente se ci fosse un’idea artistica che esula da un imbarazzante amarcord ti direi che mi piacerebbe collaborare con molti nomi che hai elencato ma, per quel che ti ho detto prima, è comunque difficile rispondere oggi!

PERTH: Ho ascoltato fino allo sfinimento il groove di Karma ed Astronotus, noto che la tua chitarra ha un posto di primo piano e, da chitarrista, ti chiedo quali set up hai usato per un suono che ancor oggi risulta modernissimo?

ANDREA: Io sono fondamentalmente per un suono meno “orpelloso” possibile a patto che la fonte sia eccellente e poco “lavorata” successivamente (la “fonte” sta per chitarra+amplificatore; n.d.a.). Dopo anni sono diventato estimatore MESA BOOGIE, dal vivo ho usato sempre Rectifier 50/100 o Trem o Verb, in studio sempre quelli, ma con dei finali di potenza, sempre MESA tipo Strategy 400 per spingere ancora di più. Distorsione dell’ampli e pochissimi effetti, pedale del volume con cui controllo anche la distorsione, delay e il cry baby (wha wha), ma sono molto “dry”, molto basic. Chitarre? Essendo io pro pickup “single coil”

(dispositivo elettrico, in grado di trasformare le vibrazioni delle corde di uno strumento musicale cordofono in suono, il single coil è ad una singola bobina mentre l’humbucker è a doppia bobina; n.d.a.), la mia chitarra preferita è sempre stata la Fender Stratocaster, una chitarra “che non perdona”, come la Fender Telecaster d’altronde. Sono chitarre che più di altre riescono a portare il chitarrista a trovare il suo suono, più delle chitarre a doppia bobina (humbucker).

In tutto ho 15 chitarre, in studio uso anche la Gibson Les Paul e oltre all’amore viscerale per la Fender Stratocaster amo anche la Paul Reed Smith McCarty.

PERTH: Personalmente sono legatissimo a “Lo Stato delle Cose”, “Terra” ed

“Atomi”, hanno fatto da sottofondo a centinaia di giornate. Qual è invece la canzone dei KARMA di cui vai più fiero?

ANDREA: Ce la potremmo giocare tra Avorio e Samsara… le mie preferite!

PERTH: A risentirli due decenni dopo, i dischi rock anni ‘90 suonano ancora bene, ricordo come ci fosse la sensazione di poter veramente cambiare i clichè della musica contemporanea. Poi c’è stato il fenomeno dei Social che ha portato artisti (e non!) ad autoprodursi e a chiedere “like” agli amici e sostenitori, che solo nella minoranza dei casi ha portato successo ai pezzi proposti. Non trovi che ci debbano essere delle regole per poter definirsi artisti? Mi riferisco alla gavetta,

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ai live in locali semisconosciuti e alle case discografiche che dovrebbero passare il loro tempo a scovare talenti anziché farsi “passare” giovinastri da Maria De Filippi & Co. che ne pensi?

ANDREA: Qui mi provochi… potrei iniziare e non fermarmi più. Sono assolutamente d’accordo con te. Ciò che fa grande un gruppo è suonare tutto il giorno, massacrarsi di concerti, provare allo sfinimento fino a raggiungere una specie di telepatia dove tu fai una cosa e gli altri membri rispondono. Questa cosa succede solo con l’interazione continua, desiderata e fortemente voluta tra i membri del gruppo. Se non c’è questo allora ci si trova di fronte ad un prodotto costruito. Questo è il demonio! Il prodotto preconfezionato! Prodotto pilotato…

creazione di un fenomeno momentaneo che viene spremuto e poi nella maggior parte dei casi gettato via. Una volta ci si costruiva una carriera componendo e portando nei live le proprie song. Ora la logica della carriera di una band è difficilissima. Manca una discografia illuminata e manager che credano nella band. Domandiamoci perché la figura del produttore stia scomparendo! Anche noi KARMA non abbiamo avuto un vero e proprio produttore che si è imposto, eravamo 5 musicisti litigiosissimi, delle teste calde e di cazzo (ride) e volevamo ognuno imporre le nostre idee. Fabri (Fabrizio Rioda; n.d.a.) è stato il nostro produttore ma, pur riuscendo ad indicarci una strada, non riusciva a fare molto di più con noi, spesso Fabri diceva che i KARMA sono stati il gruppo che più gli ha fatto venire il mal di testa… grandissimo! La scomparsa di queste figure sono segnali che dimostrano come vi è una frammentazione totale della musica. Per la discografia è più importante avere interpreti che autori. I gruppi scrivono! Forse bisogna fare i conti con il nuovo corso della discografia dei nostri tempi, ma io ho il dente avvelenato con il fenomeno dei Talent… è la morte!

PERTH: Un’ultima domanda è d’obbligo. Nel 2010 avete organizzato una reunion e, sinceramente, noi tutti pensavamo ad un nuovo album, poi nulla. Non avremo la fortuna di assistere ad un nuovo lavoro?

ANDREA: Noi ufficialmente non ci siamo mai sciolti: L’idea di fare “Karma III”

non l’abbiamo mai abbandonata. Materiale ce n’è tanto anche se la vedo complessa da organizzare a breve, perché siamo tanto distanti… David è negli States, Diego in centro Italia… ma mai dire mai! L’unica cosa che non voglio è

“reunion-effetto-nostalgia”, un greatest hits di noi stessi. No! Il mio desiderio sarebbe quello di un progetto creativo di cui andare fiero, un’opera che, guardando avanti e non indietro, possa essere accolta da un pubblico anche

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differente da quello dei KARMA. Io non voglio prendere per il culo chi ci ha amati!

PERTH: Grazie Conte!

youtube

Perth

Apparenze: finalmente i Nomadi.

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I Nomadi sempre con Noi.

Oggi a Bassano Bresciano si svolge la manifestazione incontro con i Nomadi, grazie alla Tribute Band Apparenze, capitanata da Stefano Motti, voce, Carlo Corti, Basso, Fabrizio Bresciani, tastiere, Gianluca Papani, chitarra e Carmine Carbone, batteria.

La manifestazione ha visto il saluto del Sindaco di Bassano Bresciano che si è dichiarato fan dei Nomadi da sempre, mentre l’organizzatore Piergiorgio Brichese con orgoglio rappresenta l’ottima riuscita di questa terza edizione dell’incontro con i Nomadi grazie alla tribute band apparenze, con l’occasione sono arrivati anche Yuri Cilloni e Bebbe Carletti che hanno rallegrato la giornata di centinaia di fans presenti.

Il nuovo lavoro dei Nomadi, Nomadi dentro, è veramente entusiasmante, carico di echi emotivi e di particolari essenze musicali.

Il pomeriggio è stato rallegrato dalla performance della Band Apparenze che ha magistralmente interpretato le migliori canzoni della storia dei Nomadi, entusiasmando i presenti con l’interpretazione di Tutto a Posto, che ha scatenato un applauso infinito.

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FISH

Chi non ricorda Torch Song o Keyleigh enormi successi degli ultimi anni ’80 firmati Marillion? Gruppi immortali come Pink Floyd, Genesis, Jethro Tull, Yes e tutti i pionieri del Prog Rock hanno “lanciato” circa un decennio più tardi una band inglese capitanata dal mastodontico Fish (quasi due metri d’altezza ed un peso che si aggira sui 140 kg; n.d.a.): i Marillion.

Una voce particolare, molto calda che a tratti ricorda Peter Gabriel, Fish ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della musica Prog fin dai tempi dei primi quattro capolavori: Script for a Jester’s Tear, Fugazi (acronimo di

“Fucked Up, Got Ambushed, Zipped In”, “fottuto, preso in imboscata, bloccato”, espressione slang dei soldati statunitensi durante la guerra del Vietnam; n.d.a.), Misplaced Childhood e Clutching at Straws.

Compositore e Songwriter raffinato che ha tratto spunto dalla realtà personale

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cantando l’infanzia difficile, gli insuccessi amari e gli amori impossibili, con accurata introspezione ha rifiutato sin dagli albori della carriera i clichè da Rockstar e le imposizioni metriche delle etichette discografiche.

Durante un’intervista una decina di anni fa, durante la promozione di 13th Star, nono album da solista di Fish, alla domanda: «…da trent’anni lei scrive, produce e canta, come si è evoluta la scena rock in tutto questo tempo? » la risposta, una perla: «E’ evoluta, si, ma in negativo…c’è così tanta merda musicale (testuali parole “Shit Music”; n.d.a.) che passa per radio, musica fatta di plastica senza che batta un cuore all’interno di essa. Io continuo ad amare la musica degli anni 70, quella con la quale sono cresciuto».

Fish ha prodotto da solista 10 album di uno spessore compositivo eccezionale.

La sofferenza per le alterne vicende sentimentali e per la salute cagionevole mostrano una sensibilità fuori dal comune che nel corso degli anni ha portato ad una maturazione evidente nei lavori in studio, album unici ed irripetibili pieni di poesia e supportati dall’ugola inconfondibile e dal carisma di un’autentica leggenda del progressive rock.

Mi permetto di consigliare ai lettori di BetaPress.it due album in particolare:

Vigil in a Wilderness of Mirrors del 1990, forse l’unico di matrice Marillion e Fellini Days del 2001, tributo al famoso regista ed alla sua Roma.

Per quanto riguarda l’antica band di Fish, i Marillion, dal 1990 hanno continuato a suonare dal vivo ed a produrre album con Steve Hogarth alla voce ed il resto della formazione originale (il chitarrista – e leader della band – Steve Rothery, Pete Trewavas al basso, Mark Kelly alle tastiere e Ian Mosley alla batteria) ed hanno recentemente pubblicato il loro diciottesimo album in studio “Fuck Everyone and Run (F E A R)”.

Ho seguito “a singhiozzo” l’attività degli ultimi decenni della band forse anche a causa della simpatia e della stima che ho avuto e nutro tuttora per Fish e… per l’antipatia provata in più occasioni per Steve Rothery!

Un esempio? Due recenti interviste a Fish e a Rothery!

Steve (Rothery), cosa accadde quando vi separaste da Fish? «Non so

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perché, ma non ci preoccupammo per nulla quando Fish se ne andò, anzi! ».

Fish, che rapporto hai oggi con Steve Rothery e gli altri tuoi ex compagni dei Marillion? «Preferisco solitamente non rispondere perchè vengo spesso frainteso. Scherzi a parte sono in buoni rapporti con Steve e i ragazzi! »

Perth

Malcolm Young

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Perth

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