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3.5 – ASSENZA DELLO SCOPO DI LUCRO

Esattamente come nella precedente normativa, all’articolo 3, si trova la clausola non lucrativa che deve essere apposta allo statuto dell’impresa sociale seppur il lucro sia inserito fin da subito tra gli elementi definitori dell’impresa stessa.

Il testo previgente, stabiliva: “L’organizzazione che esercita

un’impresa sociale destina gli utili e gli avanzi di gestione allo svolgimento dell’attività statutaria o ad incremento del patrimonio. A tale fine è vietata la distribuzione, anche in forma indiretta, di utili e avanzi di gestione, comunque denominati, nonché fondi e riserve in favore di amministratori, soci, partecipanti, lavoratori o collaboratori”.

Non esistevano margini per assegnare (tra amministratori, dipendenti e volontari) gli utili o gli avanzi di gestione dell’impresa che dovevano necessariamente venir impiegati all’interno della stessa per perseguire lo scopo statutario o al massimo per incrementarne il patrimonio.

L'art. 3 fornisce la definizione di assenza di scopo di lucro, con importanti novità rispetto alla normativa previgente, ampliando la casistica delle attività che saranno considerate “distribuzione indiretta di utili”. Si precisa, in primo luogo, che l'impresa sociale destina eventuali utili e avanzi di gestione allo svolgimento dell'attività statutaria o ad incremento del patrimonio: a tale fine, è vietata la distribuzione, anche indiretta, di utili e avanzi di gestione, fondi e riserve comunque denominati, fondatori, soci o associati, lavoratori e collaboratori, amministratori e altri componenti degli organi sociali, anche nel caso di recesso o di qualsiasi altra ipotesi di scioglimento individuale del rapporto.

102 a) la corresponsione ad amministratori, sindaci e a chiunque rivesta cariche sociali di compensi individuali non proporzionati all'attività svolta, alle responsabilità assunte e alle specifiche competenze o comunque superiori a quelli previsti in enti che operano nei medesimi o analoghi settori e condizioni;

b) la corresponsione ai lavoratori subordinati o autonomi di retribuzioni o compensi superiori del 40% per cento (soglia in precedenza non contemplata) rispetto a quelli previsti, per le medesime qualifiche, dai contratti collettivi di cui all'articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, salvo comprovate esigenze attinenti alla necessità di acquisire specifiche competenze ai fini dello svolgimento delle attività di interesse generale di cui all'articolo 2, comma 1, lettere b), g) o h);

c) la remunerazione degli strumenti finanziari diversi dalle azioni o quote, a soggetti diversi dalle banche e dagli intermediari finanziari autorizzati, in misura superiore a due punti rispetto all’indice ISTAT;

d) l'acquisto di beni o servizi per corrispettivi che, senza valide ragioni economiche, siano superiori al loro valore normale (si tratta di novità rispetto alla corrispondente norma del d.lgs. 155/2006);

e) le cessioni di beni e le prestazioni di servizi, a condizioni più favorevoli di quelle di mercato, a soci, associati o partecipanti, ai fondatori, ai componenti gli organi amministrativi e di controllo, a coloro che a qualsiasi titolo operino per l'organizzazione o ne facciano parte, ai soggetti che effettuano erogazioni liberali a favore dell'organizzazione, ai loro parenti entro il terzo grado ed ai loro affini entro il secondo grado, nonché alle società da

103 questi direttamente o indirettamente controllate o collegate, esclusivamente in ragione della loro qualità, salvo che tali cessioni o prestazioni non costituiscano l'oggetto dell'attività di interesse generale (si tratta di novità rispetto alla corrispondente norma del d.lgs. 155/2006);

f) la corresponsione a soggetti diversi dalle banche e dagli intermediari finanziari autorizzati, di interessi passivi, in dipendenza di prestiti di ogni specie, superiori di quattro punti al tasso annuo di riferimento. Il predetto limite può essere aggiornato con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze (si tratta di novità rispetto alla corrispondente norma del d.lgs. 155/2006).

Il comma 2-bis dell’art. 3, introdotto dall’art. 3, d.lgs. 95/2018, prevede altresì che «non si considera distribuzione, neanche indiretta, di utili ed avanzi di gestione la ripartizione ai soci di ristorni correlati ad attività di interesse generale di cui all'articolo 2, effettuata ai sensi dell'art. 2545-sexies del codice civile e nel rispetto di condizioni e limiti stabiliti dalla legge o dallo statuto, da imprese sociali costituite in forma di società cooperativa, a condizione che lo statuto o l'atto costitutivo indichi i criteri di ripartizione dei ristorni ai soci proporzionalmente alla quantità e alla qualità degli scambi mutualistici e che si registri un avanzo della gestione mutualistica».

Il vero aspetto innovativo della riforma è, però, da rinvenirsi al terzo comma in cui si ammettono, esplicitamente, delle forme di distribuzione di una quota degli utili (se l’i.s. è una società) e degli avanzi di gestione annuali (se è un’associazione, una fondazione o un comitato), in deroga al generale divieto sancito dal primo comma e nel rispetto dei parametri stabiliti.

104 Una prima novità consiste nella ammissibilità, nelle imprese sociali costituite in forma di società, del rimborso al socio del capitale effettivamente versato ed eventualmente rivalutato o aumentato secondo gli indici ISTAT. Altra novità è costituita dalla possibilità di destinare una parte degli utili, comunque inferiore al 50%, dedotte eventuali perdite maturate negli esercizi precedenti:

a) ad aumento gratuito del capitale, purché quello esistente sia stato sottoscritto e versato (in tale senso sembrerebbe doversi leggere il riferimento al “capitale sociale sottoscritto e versato dai soci”), oppure alla distribuzione - anche mediante aumento gratuito del capitale sociale o emissione di strumenti finanziari - di dividendi ai soci, in misura comunque non superiore all'interesse massimo dei buoni postali fruttiferi, aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato (si tratta dello stesso limite previsto dall'art. 2514 c.c. per le cooperative a mutualità prevalente e per le cooperative sociali);

b) nonchè a erogazioni gratuite in favore di enti del Terzo settore diversi dalle imprese sociali, che non siano fondatori, associati, soci dell'impresa sociale o società da questa controllate, finalizzate alla promozione di specifici progetti di utilità sociale. In particolare, come si legge nella Relazione illustrativa, «quest’ultima previsione serve a rafforzare le connessioni tra le varie tipologie organizzative (o “famiglie”) del Terzo settore, rendendo l’impresa sociale un possibile strumento finanziario di crescita e di sviluppo a supporto di enti del Terzo settore a carattere non imprenditoriale». A queste eccezioni alla destinazione delle risorse allo svolgimento dell'attività statutaria o ad incremento del patrimonio, si affianca infine, quale ulteriore

105 novità, la previsione di cui all'articolo 16 circa la possibilità di destinare una quota non superiore al 3% annuale ai fondi per la promozione e lo sviluppo delle imprese sociali.

Il valore delle norme sopra elencate è enorme, si passa sempre di più a considerare l’impresa sociale come una s.p.a. per attrarre capitali come qualsiasi altra società, e raggiungere così una migliore stabilità economica e affidabilità sul mercato.

Il legislatore ha inteso l’i.s., figura imprenditoriale per eccellenza del Terzo settore, come possibile strumento di supporto finanziario del T.s. stesso, cosa peraltro confermata anche dal successivo articolo 16 in cui si menziona la creazione di un “Fondo per la promozione e lo

sviluppo delle imprese sociali205” costituito da una quota di utili

annuali (pari al 3%) che le i.s. possono destinare ad appositi fondi gestiti da enti e associazioni di imprese sociali.

Tali versamenti sono deducibili ai fini del calcolo della base imponibile dell’imposta sui redditi, cioè dell’IRES (Imposta sui redditi delle società, che si applica anche agli enti non commerciali come le associazioni, le fondazioni e i comitati), dell’impresa sociale erogante. Per le cooperative sociali e le altre cooperative che sono imprese sociali resta, invece, l’obbligo della contribuzione ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione previsto dal 4° comma dell’art. 11 della L. n. 59/1992.

3.6 – STRUTTURA PROPRITARIA E DICIPLINA DEI