Disegni di città e architetture nell'Album di Ignazio Fabroni

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INTRODUZIONE

Tra le innumerevoli opere realizzate tra XVI e XVIII secolo da cartografi, navigatori, uomini d’arme…, quella di Ignazio Fabroni, cavaliere pistoiese dell’Ordine di Santo Stefano nel XVII secolo, ha il potere di catturare la nostra attenzione grazie al bel tratto dei disegni, realizzati palesemente da un dilettante, ma ugualmente in grado di colpirci per la loro buona fattura e le valenze psicologiche di cui le immagini sono cariche. Ignazio infatti dedicò ogni momento libero che la vita militare gli lasciava al disegno, ritraendo ciò che più lo attirava: compagni di galera, ufficiali, prigionieri, uomini e donne nei loro costumi caratteristici e intenti a svolgere i loro lavori quotidiani, i momenti più salienti di uno scontro navale o terrestre, imbarcazioni, città e fortezze..

Vale pertanto la pena soffermarci sull’opera del cavaliere pistoiese che, navigando a bordo delle galere della squadra toscana annotò, senza alcun fine letterario o artistico ma mosso esclusivamente dal bisogno istintivo di registrare le esperienze vissute, aspetti e caratteristiche della vita nei porti, scali e isole del Mediterraneo, vedute e scorci di città, infondendo sempre nelle proprie raffigurazioni un senso schietto del vero.

L'elaborato partirà da una breve ma esaustiva analisi della congiuntura politica ed economica-sociale che portò il granduca di Toscana, Cosimo I de Medici, a fondare nel 1561 il Sacro Ordine di Santo Stefano Papa e Martire; il granduca aveva infatti da una parte la necessità di legare a sé i nobili toscani, dall'altra invece l'esigenza di contrastare l'azione dei pirati nel Mediterraneo ed in particolare sul litorale toscano. Analizzerò la storia, l'organizzazione e le caratteristiche dell'Ordine, le tipologie possibili di cavaliere ed i vari requisiti per poter vestire l'abito di cavaliere Milite, Cappellano o Servente d'armi. Racconterò poi brevemente, a causa della scarsa documentazione a riguardo, la storia della famiglia Fabroni e la vita del cavaliere Ignazio, constatando come fosse una comune strategia politica familiare, nella nobiltà, avviare i propri rampolli alla carriera militare e quindi inserire all'interno di questa prestigiosa organizzazione che era l'ordine di Santo Stefano, il maggior numero di esponenti.

Successivamente affronterò il vero oggetto della tesi, l'album “Ricordi di viaggi e di

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Fabroni durante i viaggi di corsa effettuati tra il 1664 e il 1677, e le spedizioni nella guerra del Peloponneso, tra il 1684 e il 1688, combattuta, con altre marine italiane regionali, in appoggio dell'armata veneta comandata dal Generale Francesco Morosini. In particolare mi soffermerò sulle vedute e architetture di città. A supporto della ricerca, soprattutto per una più precisa e accurata cronologia e rispondenza di luoghi, sarà necessaria anche la consultazione ed il confronto con le descrizioni che delle medesime città fanno il fratello Domenico (per la parte dedicata ai viaggi di corsa), e Domenico Gatteschi (per la parte dedicata alle spedizioni in Levante), cavalieri pistoiesi come il nostro autore e con lui imbarcati. Le opere a cui farò riferimento sono il manoscritto 382 “Viaggi fatti sopra le

Galere della Sacra, et Ill.ma Religione di san Stefano Papa, e martire Del Cavaliere Capitano Domenico Fabroni di Pistoia, e dal medesimo scritti fedelmente”, conservato

presso la Biblioteca Capitolare Fabroniana di Pistoia, e il manoscritto “Breve ragguaglio o

diario del seguito ne 5 viaggi fatti in Levante dalle nostre galere della Religione di Santo Stefano in Haiuto dell'Armata veneta, scritto e notato il tutto giorno per giorno con alcune poche notizie di quei luoghi principali descritte dal C.T.D.G.” di proprietà privata, nonché

del manoscritto 379 conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, redatto dallo stesso Ignazio Fabroni durante la guerra del Peloponneso.

Attraverso l'esame delle relazioni di viaggio dei due fratelli Fabroni e di Domenico Gatteschi, relazioni coeve e che si completano a vicenda essendo l’una l’illustrazione delle altre due, sarà possibile ricostruire l’attività stefaniana della seconda metà del ‘600, uno spaccato di vita a bordo delle galere e consuetudini di navigazione. Le fonti ufficiali, costituite principalmente dal carteggio del Granduca Cosimo I e dei suoi segretari con l'ammiraglio Camillo Guidi, sono documenti estremamente preziosi ed importanti, ma le fonti private prese in esame ci restituiscono immagini estremamente ricche di particolari e con una maggiore libertà di giudizi; ciò permette di avere una visione più ampia ed imparziale degli eventi descritti.

Passerò poi ad un confronto mirato dell'Album con altri due manoscritti, il manoscritto Ricc. 1978 realizzato da Erasmo Magno da Velletri “Imprese delle Galere Toscane” conservato presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze, e il manoscritto King's 40, redatto da Edmund Dummer “A Voyage into the Mediterranean Seas, containing (by way of

Journall) the Viewes and Descriptions of such remarkable Lands, Cities, Towns, and Arsenalls, their severall Planes, & Fortifications, with divers Perspectives of particular

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Buildings which came within the compass of the said Voyage; Together with the Description of 24 Sorts of Vessells, of common use in those Seas, Designed in Measurable Parts, with an Artificiall Shew of their Bodies, not before so accurately done, Finished in the Yeare 1685”, conservato presso la British Library. Il parallelo nasce dall'esigenza di

mettere a confronto le motivazioni che hanno determinato la composizione delle raccolte. Mi soffermerò a confrontare vedute delle medesime città, catturando le divergenze grafiche salienti che intercorrono tra i vari autori, dovute ad una diversa cultura visuale, scopi differenti e diversa sensibilità artistica.

Infine analizzerò in modo dettagliato le immagini prodotte da Ignazio Fabroni, attraverso singole schede contenenti informazioni specifiche circa la datazione, dimensioni, tecnica, iscrizioni e descrizione dei soggetti rappresentati.

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BREVE STORIA DEL SANTISSIMO ORDINE DEI CAVALIERI DI SANTO STEFANO PAPA E MARTIRE

Nel 1557 la politica del duca Cosimo I segnò un importante successo: la conquista dello stato di Siena. Questa annessione confermava la piena validità della politica intrapresa da Cosimo per cui, da un rapporto di completa subordinazione da Carlo V riuscì a passare prima ad una indipendenza controllata mediante la restituzione delle fortezze di Firenze e Livorno, fino poi ad una piena affermazione politico-militare che lo pose tra i più importanti sovrani d’Italia. Questa importante vittoria gli fece ritenere di poter aspirare all’attuazione di progetti più importanti e ambiziosi.

Già nel secolo precedente, con la presa di Pisa nel 1406 e l’acquisto del Porto Pisano e di Livorno dai Genovesi nel 1421, era stata realizzata l’antica aspirazione fiorentina di avere uno sbocco sul mare; ora, con una maggiore disponibilità di risorse umane e materiali dovute all’annessione senese, il settore marittimo è divenuto decisivo per modificare il rapporto con l’Impero e per acquisire il primato nella penisola. Oltre alle valutazioni strategiche, va poi tenuta in considerazione la situazione militare nel Mediterraneo; infatti dopo la vittoria di Prevesa della flotta turco-barbaresca su quella imperiale nel 1538, le sue scorrerie si erano intensificate, interessando anche il litorale toscano. Per garantire la sicurezza dei propri domini, Cosimo I capì che avrebbe dovuto provvedere ad una flotta, inserendosi in un quadro politico, diplomatico e militare di dimensioni internazionali. 1

Doveva inoltre garantire alla sua flotta una serie di basi per la sicurezza della navigazione; da qui l’interesse per Piombino e l’Isola d’Elba, l’acquisto di Castiglion della Pescaia, le mire sull’arcipelago toscano e la ripresa dell’attività cantieristica dell’arsenale pisano.2

È in questo clima politico che maturò l’idea di costituire un Ordine militare-cavalleresco che facesse della lotta sul mare contro gli infedeli la propria ragion d’essere, e questo implicava anche la creazione di un corpo scelto di cavalleria e una squadra navale al servizio del Ducato di Toscana.3

1 ANGIOLINI, 1996, pp.1-7.

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Nel febbraio 1557 Cosimo nominò Piero Machiavelli, figlio di Niccolò, commissario delle galere con il compito di organizzare la flotta ducale e selezionare e addestrare un corpo di ufficiali.4 L’anno successivo, nel dicembre 1558, Chiappino Vitelli venne inviato alla corte

di Filippo II per far valere gli interessi toscani e cercare di far assumere regolarmente, al servizio della Spagna, le galere medicee; egli però si scontrò con la diffidenza del sovrano spagnolo.5 Nonostante la trattativa fallimentare risultò ormai chiaro che, per raggiungere

nuovi ingrandimenti territoriali e sfuggire all’eccessivo controllo spagnolo, l’unico strumento idoneo poteva essere una decisa campagna marittima.

Il nuovo Ordine non avrebbe avuto solamente un ruolo militare, ma anche altre due funzioni: stabilire un rapporto proficuo con lo Stato della Chiesa e legare al Principato i migliori esponenti della società toscana.

L’Ordine fu intitolato al papa e martire Stefano in memoria di due importanti vittorie (Montemurlo contro gli Strozzi nel 1537 e Scannagallo contro Siena nel 1554) conseguite da Cosimo proprio nel giorno consacrato a questo santo.6

Il Sacro Ordine di Santo Stefano Papa e Martire (come venne chiamato) venne fondato nel 1561 da Cosimo I de’ Medici con l’autorizzazione di papa Pio IV, per la lode e la gloria di Dio, la difesa della fede cattolica, la custodia e la protezione del mare Mediterraneo dagli infedeli e a onore dei posteri del duca che lo aveva proposto.7 In realtà Cosimo, da tempo,

stava cercando uno strumento idoneo a perseguire i suoi fini di politica interna ed estera e, dopo la conquista dello stato senese, redasse una Memoria autografa in cui espose tre provvedimenti da perseguire, nell’immediato, da parte sua o del suo successore.8 Il

momento era propizio per il duca, considerato il sovrano italiano più filospagnolo, poiché il pontefice contava sul suo aiuto per superare i contrasti nati con Filippo II in merito alla

cruzada, ovvero l’intenzione del sovrano spagnolo di utilizzare le rendite del clero iberico

per finanziare la guerra contro i Turchi.9 Non solo, l’aumento delle incursioni barbaresche

aveva acuito i timori del Pontefice riguardo ad un possibile espansionismo turco nel Mediterraneo, paure che Cosimo riuscì a sfruttare a suo favore presentandosi come il principe difensore del cattolicesimo.

4 ASFi, Manoscritti, 321, c. 842. 5 ASFi, Mediceo, 648, c. 309. 6 GALLUZZI, 1781, I, p. 252.

7 ASFi, Mediceo, 3472, c. 18. Breve pontificio Dilecte Fili del 1° ottobre 1561. 8 ASFi, Mediceo, 327, cc. 7r-8v.

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Il primo passo, dopo l’autorizzazione del pontefice, fu quello di redigere gli statuti dell’Ordine e Cosimo, come indicato nella Memoria precedentemente menzionata, volle che fossero presi a modello gli statuti dei Cavalieri di Malta e, per alcuni aspetti particolari, quelli dei Cavalieri di Cristo, di S. Iacopo della Spada, di Alcantara e di Calatrava. Il compito venne affidato a Francesco Vinta, Benedetto Varchi e Lelio Torelli.

Pio IV ne approvò lo Statuto e con esso l’Ordine.10

Il passo successivo fu quello di dotare l’Ordine di un patrimonio consistente in modo che potesse provvedere al proprio mantenimento. Il 1° marzo 1562 il duca depositò 2000 scudi sul Monte di pietà di Firenze ad un interesse annuo del 6% e contemporaneamente regalò una gran quantità di beni immobili confiscati ai sudditi colpevoli di ribellione verso il regime mediceo.11

Cosimo, divenuto granduca, riuscì nell’intento di guadagnarsi il favore della Santa Sede, assumendo il ruolo di difensore della cristianità contro le incursioni barbaresche nel Mediterraneo, accorrendo più volte con le galere a protezione del litorale laziale e mettendo a disposizione 12 galere che parteciparono alla spedizione cristiana vittoriosa sull’armata turca il 7 ottobre 1571 a Lepanto.12 Non ebbe invece successo il tentativo di

rendere la sua flotta parte dell’armata navale di Filippo II; Cosimo cercò infatti, non riuscendoci, di coprire parte delle spese di allestimento della squadra navale attraverso un contratto di asiento.

La creazione del nuovo Ordine portò anche alla formazione di una nuova classe dominante costituita da famiglie dell’antica aristocrazia e famiglie emergenti, creando così una classe dirigente legittimata dal sovrano che dell’Ordine era anche il Gran Maestro. Che il principe e non il secondogenito o qualsiasi altro membro della famiglia (come era stato inizialmente progettato) fosse anche a capo dell’Ordine è significativo: da una parte si cercò di far capire l’importanza che l’Ordine ricopriva agli occhi di Cosimo, dall’altra di togliere, fin dalla sua formazione, ogni possibile forma di autonomia. La carica era ereditaria. Nel 1565 Cosimo creò poi, anche per l’Ordine, il ruolo di auditore, nominato e stipendiato dal sovrano stesso e da questo direttamente dipendente.13

10 ASFi, Mediceo, 497, c. 867; 3281, c. 263; 3715, c. 175. Bolla pontificia His quae del 1° febbraio

1562.

11 ASPi, Diplomatico, S. Stefano, 1118, c. 100. 12 BERNARDINI, 2005, p. 3.

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La nuova nobiltà definita imperfetta14 che si venne formando,fu creata mediante l’istituto

delle commende di cui esistevano tre tipologie: commende di grazia (concesse direttamente dal Gran Maestro a chiunque si fosse dimostrato particolarmente utile e fedele, a prescindere dal ceto sociale), commende di anzianità (concesse ai cavalieri conventuali in base ai ruoli di anzianità nell’Ordine) e commende di padronato (fondate da privati o enti, previa autorizzazione del Gran Maestro, disposti ad elargire anche un’adeguata rendita).15 Le commende di padronato risulteranno poi lo strumento politico

attraverso il quale i granduchi riusciranno a costituire una classe dirigente leale e fedele alla dinastia, uno strumento quindi di controllo sociale, volto ad allargare l’area di consenso al potere e aumentare i legami di dipendenza tra sovrano e sudditi. E proprio per le dinamiche con cui Cosimo I assunse il potere, per il processo di rottura netto con il passato, per il passaggio brusco dalla Repubblica al Principato, occorreva circondarsi di uomini nuovi fedeli al suo disegno politico la cui ascesa sociale fosse strettamente collegata a quella del duca. Il ruolo avuto dall’Ordine nel lungo periodo, risiede quindi non tanto nella lotta contro i Turchi, quanto negli equilibri della società toscana, per aver facilitato l’unione delle varie oligarchie toscane, separate tra loro da profonde rivalità, e conferendo loro prospettive nazionali.16

L’ultima questione affrontata da Cosimo nella Memoria era la formazione di una milizia a cavallo, costituita da 200 uomini d’arme e 300 cavalleggeri. La difesa delle coste infatti sarebbe stata assicurata solamente dalla combinazione del lavoro delle galere, delle torri di avvistamento e della cavalleria. A questo scopo esisteva già da anni un gruppo di cavalieri, chiamati lance, con sede a Pisa, che pattugliavano il litorale toscano; il loro numero però, dopo l’annessione dello stato senese ed il conseguente aumento dei chilometri di litorale, era insufficiente a provvedere alla sorveglianza delle coste.17

Il 15 marzo 1562 ebbe luogo, a Pisa, la cerimonia di investitura di Cosimo I a Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di S. Stefano, titolo ereditario. La predilezione per questa città non deve sorprendere in quanto Pisa era stata scelta come sede dell’Ordine insieme all’Isola d’Elba18 progetto, quest’ultimo, lasciato scemare a causa dell'opposizione

spagnola. Ed anche la scelta come sede dell’Ordine non deve stupirci: Pisa era anche

14 ANGIOLINI, 1992, pp. 146-167. 15 D. BARSANTI, 1991.

16 ANGIOLINI, 1996, pp. 44-45. 17 ANGIOLINI, 1996, pp. 22-23 18 ASFi, Mediceo, 327, c.7v

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l’unica città toscana di antica tradizione marinara, e la scelta rientrava nel disegno politico di fare del comprensorio Pisa-Livorno il motore della politica navale e commerciale del Granducato.19

Per quanto riguarda la dislocazione all'interno della città, l’arsenale venne costruito in una zona della città già adibita in passato alle costruzioni navali (cittadella), mentre la sede vera e propria venne posta nella parte più antica della città, modificando l’assetto della stessa con un intervento più articolato sia dal punto di vista culturale che dal punto di vista politico. Come residenza venne designato l’antico Palazzo degli Anziani, ristrutturato da Giorgio Vasari, a cui venne affidata l’intera riqualificazione della piazza delle Sette Vie, da allora Piazza dei Cavalieri. La piazza venne completamente modificata: gli antichi palazzi legati al passato repubblicano vennero distrutti o ristrutturati a tal punto da essere irriconoscibili; Vasari cancellò l'aspetto medievale della città, per sovrapporvi forme più adeguate all'età cosimiana.20 La quasi totalità degli edifici fu destinata all’Ordine e questa

scelta testimonia di fatto l’importanza che la fondazione dell'Ordine potesse avere agli occhi del principe. Ad avvalorare tale tesi vi è anche la soluzione di posizionare di fronte alla residenza dei Cavalieri il Palazzo dei Priori, sede della magistratura cittadina più importante.21

Solo dopo appena tre anni venne aperto il Palazzo della Carovana come alloggio dei cavalieri, nonostante mancassero le scale esterne ed i graffiti sulla facciata; la cerimonia di inaugurazione si svolse il 26 gennaio 1564.22

19 KARWACKA CODINI, 1989, p. 16 20 KARWACKA CODINI, 1989, p.21 21 ANGIOLINI, 1996, pp. 36-37

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Con Francesco I ebbe inizio la vera e propria celebrazione della dinastia Medici attraverso la diffusione di numerosi busti dei principi fiorentini tra cui quello di Cosimo I, posizionato di fronte al Palazzo della Carovana nel 1590.

Il suo successore, Ferdinando I, si occupò di far costruire gli elementi mancanti della piazza come il Palazzo dei Priori, la facciata della Chiesa di Santo Stefano, il Palazzo del Buonuomo ed il Palazzo del Consiglio dei Dodici, senza trascurare elementi dell'arredo urbano come il monumento a Cosimo I ed i busti di Francesco I e di se stesso per la facciata del Palazzo della Carovana.23

Cosimo II e Ferdinando II, a contrario dei loro predecessori, non lasciarono interventi particolarmente significativi sull'assetto urbano della Piazza.

Cosimo III invece si assicurò il pieno possesso e usufrutto della piazza da parte dei Cavalieri, facendo realizzare da Pier Francesco Silvani, il progetto di ingrandimento della Chiesa di Santo Stefano attraverso l'aggiunta delle due ali laterali.24

23 KARWACKA CODINI, 1989, pp. 23-26. 24 KARWACKA CODINI, 1989, p. 32.

1. Palazzo della Carovana, http://www.philobermarck.com/blog/?attachment_id=774, 20 Gennaio 2015.

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Con l’estinzione della famiglia Medici a causa della morte di Gian Gastone, avvenuta nel 1737 senza eredi maschi, il governo della Toscana passò nelle mani dei Lorena. Questo cambiamento ebbe conseguenze anche sull’Ordine di Santo Stefano; la politica pacifista lorenese, l’attenuarsi della guerra anti-turca degli Stati europei, il progresso tecnico delle costruzioni navali, la riorganizzazione dello Stato, resero superfluo l’aspetto militare dell’Ordine tanto che, nel regolamento del 20 agosto 1775, il granduca Pietro Leopoldo abolì per i cavalieri il servizio sulle navi.25

Sotto Leopoldo I ai giovani cavalieri fu richiesto di compiere un corso universitario presso l’ateneo di Pisa, frequentando lezioni di geografia, francese, tedesco, storia, morale e, per chi lo volesse, scrittura di conti; in questo modo l’Ordine venne definitivamente trasformato in una scuola per la futura classe dirigente dello Stato. Impegnato poi anche nelle grandi opere pubbliche avviate dal granduca (soprattutto opere di bonifiche della Val di Chiana e della Maremma), l’Ordine passò da strumento primario per la politica estera a strumento di promozione sociale, condizionando di conseguenza la politica interna.26

25 ASFi, Bandi e ordini da osservarsi nel Granducato di Toscana,1776, VII, LXIX.

2. Piazza dei Cavalieri: planimetria, in KARWACKA CODINI, 1989, p. 4.

A. Palazzo della Carovana; B. Chiesa dei cavalieri di Santo Stefano; C. Canonica; D. Palazzo del Consiglio dei Dodici; E. Collegio Puteano e chiesa di San Rocco; F. Palazzo dell'Orologio. 1. via Consoli del Mare; 2. via Ulisse Dini; 3. via San Frediano; 4. via Corsica; 5. via Dalmazia.

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Nel periodo della Restaurazione, dopo la soppressione dell’Ordine avvenuta nel 1809 e ordinata dal governo francese, venne ripristinato nel 1817, e accolti tra i cavalieri soprattutto gli eredi delle famiglie che si erano messe in evidenza nei secoli precedenti partecipando ad imprese famose.

Il 16 novembre 1859 il Sacro militare Ordine di S. Stefano venne definitivamente soppresso dal presidente del Consiglio dei Ministri Bettino Ricasoli, perché reputato ormai anacronistico.27

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IGNAZIO FABRONI

Anche a Pistoia, dove l’accesso alle cariche pubbliche era favorito dal governo centrale come premio alle famiglie fedeli al regime, l’Ordine di S. Stefano raccolse numerose simpatie (439 cavalieri). Le famiglie che ebbero il numero maggiore di cavalieri furono i Sozzifanti, i Cellesi, i Bracciolini, i Gatteschi, i Tonti, i Baldinotti, i Fabroni, i Rospigliosi, i Panciatichi, i Marchetti, gli Ippoliti. Nonostante la città non avesse un passato marinaro ma si fosse distinta per le attività artigianali e agricole, dette infatti un contributo al numero di cavalieri inferiore solamente a Firenze, Siena e Pisa.28

Come abbiamo appena visto, una delle famiglie che dette il maggior apporto all’Ordine furono i Fabroni, la quale si trasferisce a Pistoia da Carmignano nella prima metà del XII secolo.29

Il loro stemma di famiglia, costituito da tre martelli su campo blu, e il cognome, fa supporre che i primi membri della famiglia si fossero distinti per la lavorazione del ferro, base da cui si accrebbe la loro potenza economica; acquisendo un ruolo via via sempre più importante arrivarono, con Matteo Vanni nel 1355, ad ottenere il gonfalonierato, carica che a Pistoia, contemporaneamente a quella di Operaio di S. Jacopo, conferiva la nobiltà ereditaria; venne quindi ottenuto lo stemma di famiglia, e con esso l’inserimento negli elenchi dei maggiorenti della città.30

28 CASINI, 1997, pp. 15-16.

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Dei figli di Matteo, Piero fu capostipite del ramo che si trasferì nel paese di Marradi, e Jacopo, gonfaloniere nel 1390, fu il continuatore della linea pistoiese.31 All'inizio del XV

secolo i discendenti pistoiesi vivono nel quartiere di Porta lucchese,32 per poi trasferirsi più

vicini al centro, nella prima cerchia di mura, nella zona della cappella di S. Andrea.33

Ignazio era figlio di Atto Fabroni e Anna Sozzifanti. Il padre, figlio di Lorenzo di Niccolò e Diana Castelli, era l’ultimogenito di quattro figli: Benedetto divenuto canonico della cattedrale di Pistoia e successivamente pievano della chiesa di Sant’Andrea, Gio Battista entrato nell’ordine dei Cappuccini, e Niccolò. Non avendo avuto quest’ultimo progenie

31BNCF, Collezione Rossi-Cassigoli, cassetta XII, II, cc. 25-28. 32BNCF, Collezione Rossi-Cassigoli, cassetta XII, II, c. 10. 33BNCF, Collezione Rossi-Cassigoli, Miscellanea 7-10, c. 63v.

3. Ignazio Fabroni, Stemma della famiglia Fabroni, in

Ricordi di viaggi e di navigazioni sopra le galere toscane dall’anno 1664 all’anno 1687 seconda metà XVII secolo, Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, c. 17r.

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maschile, fu proprio Atto il figlio designato naturalmente come continuatore della famiglia.34

Atto nasce il 23 luglio 160935 e muore il 21 luglio 169236 all’età di 83 anni, ricoprendo

nella sua lunga vita la carica di Operaio di S. Jacopo e più volte quella di Gonfaloniere, due tra le più importanti cariche della città di Pistoia. La madre Anna Sozzifanti apparteneva ad una delle più illustri famiglie pistoiesi che vantava una nobiltà di origine antica e molti eletti alle più importanti magistrature cittadine tra i suoi membri. Insieme ebbero quattordici figli, sette maschi e sette femmine. Ignazio, terzo figlio maschio, nacque il 14 settembre 1642 , e venne battezzato lo stesso giorno.37 Con ogni probabilità la scelta

dei coniugi Fabroni, per il nome Ignazio, venne influenzata dal nuovo clima di grande fervore religioso per l’arrivo dei padri gesuiti (il cui fondatore, ricordiamo, fu S. Ignazio di Loyola) stabilitisi nella chiesa di S. Andrea.

Abbiamo scarse informazioni riguardo ai suoi primi anni di vita, mancanza questa che non ne permette una ricostruzione puntuale e continua; la prima notizia concerne la Cresima, sacramento che ricevette nel maggio 1653.38 Sappiamo che frequentò il Collegio dei Padri

della Compagnia di Gesù, la permanenza nel quale dipendeva dall’età dell’ingresso e variava dai 4 ai 5 anni. I giovani frequentanti ricevevano un’istruzione letteraria, addestramento fisico-atletico, e venivano preparati alla vita mondana attraverso lo studio del ballo, della musica, del disegno e attraverso l’applicazione di rigide regole di comportamento.39

Successivamente Ignazio decise di entrare nell’Ordine dei Cavalieri di S. Stefano seguendo la gloriosa tradizione di famiglia che prevedeva appunto di far militare i propri rampolli nell’Ordine, come per esempio gli zii (Niccolò e Giovan Battista), il cugino (Lorenzo), il fratello Antonio, Capitano di galera che in tarda età divenne anche Gran Conservatore40, e

di Domenico, fratello di qualche anno più piccolo che divenne anche lui Capitano di galera.41

34 AGOSTINI, 1992-3, pp. 16-18.

35 ASP, Opera si S. Jacopo, Registro dei battezzati, 1113.

36 AVP, Stati Antichi, S. Andrea, Stati delle anime, battezzati, cresimati e morti della Pieve di S. Andrea,

5, Libro dei morti, c. 2.

37 ASP, Opera di S. Jacopo, Registro dei battezzati, 1113.

38 AVP, II, A, Stati Antichi, S. Andrea, 2 rosso, 3, Stati delle anime, battezzati, cresimati e morti nella

Pieve di S. Andrea, c. 31 .

39 AGOSTINI, 1992-3, pp. 30-33.

40 Il Gran Conservatore era una delle otto supreme autorità; in carica tre anni, aveva il compito

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4. Albero genealogico della famiglia Fabroni, Collezione Rossi-Cassigoli, Cassetta XII, II,5, Albero genealogico e carte riguardanti le famiglie Fabroni di Pistoia e di Marradi.

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Il processo di nobiltà per gli aspiranti cavalieri pistoiesi si svolgeva al cospetto del notaio del commissario o al vicario generale del vescovo della città di Pistoia e Prato, oppure davanti ai notai delle cancellerie dell’Ordine di S. Stefano nelle città di Firenze o di Pisa; a partire dalla seconda metà del Settecento iniziò invece a svolgersi di fronte ai cinque cavalieri deputati dell’Ordine.

Per i cavalieri cappellani doveva essere attestato che avessero un buon grado di intelligenza, che conoscessero il latino, che sapessero suonare uno o più strumenti musicali e avessero buone doti canterine; che frequentassero la chiesa , che non fossero stati frati soprattutto degli Ordini mendicanti e che non fossero stati scomunicati o che si fossero macchiati di infamia; che discendessero da genitori uniti in matrimonio legittimo e che vivessero da buoni cattolici.

Per i cavalieri militi si doveva invece dimostrare che fossero sani e predisposti agli esercizi militari e cavallereschi, che fossero di buoni costumi, fama e condizioni, che avessero già viaggiato sulle galee, che fossero sufficientemente facoltosi per mantenere il titolo di cavaliere; occorreva inoltre che i loro antenati fossero tra i più nobili e antichi cittadini e che avessero ricoperto le più importanti cariche o che avessero a loro volta vestito l’abito di cavaliere degli Ordini di S. Stefano, di Malta o di altri Ordini, che fossero stati investiti di feudi, che fossero in possesso di case, torri, ville, castelli…; che i supplicanti fossero nati in una città nobile.42

Infine i cavalieri serventi d’arme non erano tenuti a fare le provanze di nobiltà; dovevano però dimostrare di essere pratici degli uffici liberali, di non aver svolto esercizi vili e di essere nati da onesti parentati.

Le prove confluivano un fascicolo processuale intestato al nome del cavaliere supplicante, ed i documenti venivano esaminati prima dai cavalieri del luogo e poi sottoposti all’approvazione del Consiglio supremo dell’Ordine di Pisa.

Se i titoli presentati non erano giudicati idonei la supplica veniva respinta con la specifica motivazione del rifiuto.

42 Le città di antica nobiltà erano Firenze, Siena, Pisa, Pistoia, Arezzo, Volterra, Cortona e

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Se invece l’aspirante cavaliere era giudicato all’altezza, l’auditore del granduca inviava ai dodici cavalieri del Consiglio un rescritto con l’ordine della vestizione e le condizioni, indicando il dignitario incaricato alla vestizione.43

I cavalieri dovevano professare tre voti: carità (soccorrere il prossimo), castità (fedeltà coniugale) e ubbidienza (eseguire gli ordini dei superiori).

Tornando al nostro Fabroni sappiamo che poco più che adolescente, nel 1663, venne vestito Cavaliere, e l’anno successivo si imbarcò su di una nave da guerra della marina stefaniana; ma procediamo con ordine.

Nel novembre 1663 Ignazio inoltrò la domanda presso il Priore o Balì di Pistoia Camillo Rospigliosi presentando i capitoli, una lettera costituita da vari paragrafi in cui venivano specificati tutti i requisiti necessari; successivamente avvenne il processo: alla presenza di un cavaliere anziano e delle autorità del luogo vennero raccolte le disposizioni dei testimoni sotto giuramento, precedentemente confessati e comunicati, per controllarne la veridicità. 44

I garanti di Ignazio erano tre cittadini pistoiesi: i canonici Vincenzo Amati e Paolo Fioravanti e il Signor Pietro Melocchi, i quali testimoniarono solamente sulle qualità “de

vita et moribus” e sulle “sue sustanze”.45

Le risultanze del processo vennero poi inviate in copia autentica segreta e sigillata al Consiglio dell’Ordine di Pisa; il 4 dicembre 1663, infatti, i dodici cavalieri del Consiglio inviarono al granduca una relazione in cui esposero che il supplicante aveva giustificato che era fratello utrinque congiunto del cavaliere Antonio Fabroni; che era figlio legittimo di Atto Fabroni e di Anna del priore Lorenzo Sozzifanti; che aveva l’età di anni 21; che era ben disposto e atto per ogni azione e fazione militare e cavalleresca; che era di buona vita e buona fama; che era di buonissimi costumi; che il padre aveva un valsente di 30000 scudi; che davano una rendita annua di 1200 scudi;46 la documentazione presentata da Ignazio era

di un quantitativo inferiore rispetto agli altri cavalieri poiché, grazie ad una modifica degli statuti, se un supplicante aveva dei familiari che appartenevano o avevano fatto parte dell’Ordine, bastava far riferimento a loro per i requisiti di nobiltà e dignità della casata.47

43 CASINI, 1997, pp. 12-13.

44 ASPi, Ordine dei Cavalieri di S. Stefano, 739,n. 16, c. 1. 45 ASPi, Ordine dei Cavalieri di S. Stefano, 739,n. 16, c. 4v. 46 ASPi, Ordine dei Cavalieri di S. Stefano, 739,n. 16, c. 4. 47 ONORI, 1665, p. 276.

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Ignazio venne ovviamente giudicato idoneo ed il 22 febbraio 1664 prese l’abito di cavaliere milite dell’Ordine di S. Stefano per giustizia, nella chiesa delle monache di S. Lucia di Pistoia, per mano del priore Camillo Rospigliosi.48

Entrato a far parte dell’Ordine fu mandato nella città di Pisa per completare le carovane,49

ovvero il periodo di addestramento per i novizi della durata media di tre anni, costituito da un biennio di attività bellico-nautica sulle galere granducali, e da un corso di istruzione teorico-pratico della durata di un anno; a tale proposito è importante sottolineare che questo corso di studi era un vanto esclusivo della marina toscana, in quanto negli altri ordini l’istruzione degli ufficiali era per lo più empirica ed occasionale, senza esser retta da una base teorica. Questo tirocinio era un obbligo a cui dovevano sottoporsi tutti quei cavalieri che desideravano essere iscritti nei ruoli di anzianità o aspiravano a commende. Dopo poco più di mese dalla vestizione, come ogni cavaliere, si imbarcò sulle galere granducali per svolgere i suoi viaggi di carovane; dopo aver trascorso i suoi tre anni di tirocinio sulla galera S. Cosimo, nell’aprile 1667, come possiamo dedurre dalle scritte che accompagnano alcuni disegni, passò come volontario sulla Padrona.50

Nel maggio del 1677 Ignazio Fabroni venne richiamato dal servizio "per non esser di pregiudizio al S. Cav. Domenico suo fratel minore che si tirava avanti per Capitano di Galera";51

venne richiamato in servizio il 2 agosto 1683, in occasione della partecipazione

della squadra stefaniana alla guerra di Morea, a fianco dell'armata veneziana comandata da Francesco Morosini. Dopo il 1688, forse per problemi di salute causati dall'estenuante vita di galera, si ritirò nella villa di famiglia di Celle, morendo poi il 14 maggio 1693 dopo quindici giorni di malattia.52

48 ASPi, Ordine dei cavalieri di S. Stefano, 412, cc. 147v-148.

49 Dal Palazzo delle Carovane oggi sede della Scuola Normale Superiore di Pisa in piazza dei Cavalieri. 50 BNCF, Collezione Rossi-Cassigoli, Ms 199, c. 22.

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IL MANOSCRITTO “RICORDI DI VIAGGI E DI NAVIGAZIONI SOPRA LE GALERE

TOSCANE DALL'ANNO 1664 ALL'ANNO 1687”

I disegni della raccolta, eseguiti su carte volanti “per non haver altra comodità”53, sono

842. Hanno varie misure ma per lo più dimensioni di cm 9x15, e sono disposti a due, tre o sei alla volta su 258 carte in pergamena delle dimensioni di cm 20x27 ricavate da vecchi mastri o inventari di casa, le cui iscrizioni sono visibili ma quasi completamente ricoperte dai disegni del taccuino; sulle parti iniziali spesso possiamo trovare la firma o il monogramma di Ignazio e l’anno di redazione, generalmente corrispondente alla data di un nuovo imbarco. Le carte sono rilegate in cuoio, corredate da brevi didascalie e ordinate dallo stesso Ignazio il quale intitolò l’album Ricordi di viaggi e di navigazioni sopra le

galere toscane dall’anno 1664 all’anno 1687, anni questi che videro una vivace ripresa

dell’attività dell’Ordine. L’album è attualmente conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze (Rossi-Cassigoli, ms. 199) ove è pervenuto grazie all’acquisto della collezione pistoiese Rossi-Cassigoli avvenuta nel 1894 insieme ad altre opere autografe del nostro cavaliere.54

I disegni sono eseguiti a penna, a volte riscaldati da terra rossa o da matita sanguigna, o resi più ricchi dall'utilizzo della matita nera o grigia, talvolta ombreggiati con tocchi di acquerello.55 Dalle prime rappresentazioni degli anni ’60, realizzate quasi a fil di penna, si

passa prima ad ombreggiature che danno rilievo alla figura, per poi impiegare forti campiture acquarellate, che conferiscono al disegno un maggiore vigore espressivo; possiamo notare quindi un potenziamento delle capacità artistiche dell'autore, peraltro non dovuto ad uno studio delle tecniche o della produzione pittorica del periodo in quanto Ignazio Fabroni rimase sempre un autodidatta.56 Egli stesso afferma, nella carta iniziale del

taccuino, sfortunatamente giuntaci mutila, quali siano le sue reali conoscenze artistiche.

53 BNCF, Collezione Rossi-Cassigoli, Ms 199, c. 254. 54 BARONCELLI, 1918, pp. 1-25.

55 CALEGARI, 1955, 4, p. 536.

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Lo scritto, che si apre su un drappo araldico a forma di cartiglio sormontato dallo stemma della famiglia Fabroni poggiante su una faretra con frecce e una bandiera turca con mezzelune,57 è eseguito a colori acquarellati e recita:

NEL TEMPO IN CUI NAVIGAVANO LE TRE GALERE DI S. Stefano comandate la prima S. Vittoria, dal / Sig. Cap.° GAMMURINI D’AREZZO, LA SECONDA S. Cosimo, dal Sig. Cap. Baldassar Sozzifanti di Pistoia e la terza S. Stefano, dal S.C. Morelli di Firenze, che comandò quando andò/ a riposo il Sig. Gen. Sergandi di Siena principiando a navigare in quel tempo. Il C. IGNATIO FABRONI DI PISTOIA SOPRA LA GAL S. Stefano prese subito a dilett-/ARSI ALQUANTO AL DISEGNO AL MEGLIO CHE SA-pesse fare in quel momento/ E SECONDO IL TEMPO E L’OCCASION DISEGN/ò alcuni fogli. Ma di questi/ AVENDONE POI FATTI MOLTI PER LE SUE LON-ghe escursioni, durante i/MESI CONTINUI CHE STETTE A LETTO, IL …/STANDO SECIO A VEGLIA IMPASTarono i più

5. Ignazio Fabroni, Cartiglio iniziale, in Ricordi di viaggi e di navigazioni sopra le galere toscane dall’anno 1664 all’anno 1687 seconda metà XVII secolo, Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, c. 1

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piccoli in/SIEME FUORCHE’ ALCUNI ALTRI-lasciati interi/DI MAGGIORE GRANDEZZA, onde si possa/ MANTENERE LA Memoria, sennò si/PERDE il TU-tto;58 e ancora: “Io Ignatio Fabbroni ben che poco pratico del disegno, ma per un

poco di memoria, e per veder la varietà di ciascheduna Natione nel accomodarsi e disporre le sue armi, ho disegnato al Naturale meglio che habbia saputo […]”.59

Scorrendo le pagine dell'album, notiamo anche come cambino le dimensioni dei fogli e il tipo di carta impiegata per la realizzazione dei disegni; dall'attenta osservazione delle carte possiamo infatti capire il tipo di taccuino da cui il cavaliere pistoiese attinge come riserva di supporti cartacei. Queste diverse caratteristiche e particolarità dei fogli utilizzati sono riscontrabili soprattutto confrontando i primi disegni riguardanti profili di città (a partire dal 1669-1670 fino al 1677), con quelli relativi alle spedizioni in Levante contro l'armata turca (1684-1688). Per i primi disegni, relativi ai viaggi di corsa, la dimensione prevalente risulta essere orientativamente 210/220 x 130/140 mm, mentre per le vedute inerenti le spedizioni in Morea, essi sono ulteriormente divisibili in due sezioni: la prima parte (1684-1686) in cui il formato preponderante è 140/150 x 190/210 mm, e qui Ignazio Fabroni accosta di solito due fogli per raddoppiare le misure del supporto cartaceo per la realizzazione della stessa immagine, e la seconda parte (1686-1688) in cui la dimensione imperante è 290/300 x 200/210 mm. Questa peculiarità è fondamentale poiché ci aiuta non poco nella corretta datazione delle immagini; infatti qualora ci trovassimo di fronte due disegni aventi lo stesso formato, ma dei quali la datazione venga riportata in uno ed invece omessa nell'altro, grazie ad un confronto della tipologia cartacea è possibile ridurre il margine d'approssimazione riguardante la data di esecuzione.

Se nella prima parte della raccolta abbondano disegni riguardanti la vita a bordo delle galere stefaniane, nella seconda parte, oltre a questi, sono presenti anche disegni botanici e faunistici, descrizioni di accampamenti nemici e di alleati, viste di porti e fortificazioni, scene di battaglia;60 in quest’ultime l'autore dimostra sempre un’enorme sensibilità

nell’annotare i disagi e le pene vissute da donne e bambini coinvolti loro malgrado.61

L’esperienza del rilievo architettonico, topografico e cartografico e le nozioni di matematica acquisite durante il periodo delle carovane permettono al Fabroni di restituire, in modo dettagliato e preciso, viste di città e coste, dettagli di mura difensive ed edifici,

58 BNCF, Collezione Rossi-Cassigoli, Ms 199, c. 1. 59 BNCF, Collezione Rossi-Cassigoli, Ms 199, c. 238. 60 LEONI ZANOBINI, 1987, p. 117.

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dando la giusta profondità e le giuste distanze, e descrive con particolare accuratezza episodi di battaglie navali.

La grandissima varietà dei disegni porta ad affermare che l’album conservato alla Nazionale costituisce materiale per i più svariati approfondimenti, dalla vita a bordo delle galere alla storia del costume, dalla storia dell’architettura fino alla storia delle tecniche militari-navali, fornendo un’importante relazione culturale, sociologica e storico-artistica.62

L'opera, per la parte che ci interessa in questo elaborato, può essere suddivisa in due sezioni: la parte relativa ai viaggi di corsa a cui Ignazio Fabroni partecipò dal 1664 al 1677, anno in cui si ritirò a Pistoia per dar modo al fratello Domenico, con lui imbarcato, di poter intraprendere la carriera militare, e la parte relativa alle spedizioni in Levante contro l'armata turca, al seguito della flotta veneziana guidata dal capitano Francesco Morosini,63 a cui il nostro autore partecipò dal 1684 al 1688.

Per la parte riguardante i viaggi di corsa, notiamo che il cavaliere pistoiese non dà immediatamente inizio al taccuino di disegni, facendo trascorrere numerosi anni prima di principiare l'album; la motivazione che si nasconde dietro questo ritardo non è però specificata. Possiamo quindi solamente formulare personali congetture ricavate dall'analisi dei manoscritti 199 e 379,64 conservati entrambi presso la Biblioteca Nazionale Centrale di

Firenze. Come già ho osservato in precedenza, ciò che spinge il nostro autore a fissare i

62 LEONI ZANOBINI, 1987, p. 255. Per un approfondimento circa i vari campi di ricerca e studio che

l'album fabroniano ha stimolato, rimando alla successiva ed essenzialissima bibliografia: DELLA MONACA-ROSSELLI-TOSI, Lo Stato dei Presidi nei disegni del cavaliere Ignazio Fabroni, Monte Argentario, Edizione Libreria Massimi, 1994; LEONI ZANOBINI, M. T., La vita a bordo delle galere del S.M.O di S. Stefano nel tardo Seicento attraverso le illustrazioni grafiche di Ignazio Fabroni, “Quaderni

stefaniani”, VI (1987); LEONI ZANOBINI, M. T., Ignazio Fabroni pistoiese cavaliere di Santo Stefano e

corrispondente navale, “Quaderni stefaniani”, VI, 1987; PESCETTI, L., Livorno secentesca in alcuni

disegni dell'epoca, “Bollettino storico livornese”; MAZZANTI, G., L'Isola d'Elba nei disegni del cavaliere

Ignatio Fabroni, “Bollettino storico livornese”, III (1939), 3; CALEGARI, A., Disegni di un marinaio italiano del '600, “Le Vie d'Italia”, LXI, 1955, 4; BARONCELLI, V. E., La collezione pistoiese

Rossi-Cassigoli nella R. Biblioteca Nazionale centrale di Firenze, “Bollettino storico pistoiese, Pistoia, XX (1918),

1.

63 L'impresa venne affidata a Francesco Morosini poiché negli anni precedenti si era distinto durante la difesa

della città di Candia, nell'isola di Creta, diventando di fatto il capitano più stimato della Serenissima. Per le vittorie riportate durante queste campagne, nel 1687 venne insignito del titolo di peloponnesiaco.

64 AGOSTINI, 2008, p.66. Il manoscritto 379 appartiene alla collezione Rossi-Cassigoli, ed è scritto da

Ignazio Fabroni. “Lettere e relazioni di viaggi sulle galere toscane 19 Agosto 1684-20 giugno 1688” (questo il titolo dell'opera) è un codice di 35 carte di recente numerazione, rilegate in pergamena e così suddivise: cc. 1-2 bianche; cc. 3-5 “Lettera da Corfù del 19 Agosto 1684”; c. 5v bianca; cc. 6-8v “Lettera di Gallipoli del 22 Agosto 1685”; cc. 9-20v “Viaggio fatto in Levante dalle 4 galere di S. A. S., con 4 galeotte e 2 barche con 900 soldatiin sbarco comandati dal signor maestro di campo Sansebastiani veronese, compresovi da 60 cavalieri e lor capitano signor cavaliere Agliata, e le galere comandate dal signor ammiraglio Guidi il dì 7 maggio 1686”; cc. 21-22 bianche; cc. 23-33v “Viaggio di Levante fatto dalle 4 galere di S. A. S. con due vascelli d'infanteria et una barca di fuochi artificiali con 4 mortari a l'assedio di Negroponte”; cc. 34-35 bianche.

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propri ricordi di viaggio, sia in forma manoscritta che grafica, sono la noia e il tedio durante i periodi di navigazione trascorsi senza combattimenti, monotonia che potrebbe essere sopraggiunta dopo diversi anni di imbarchi, non avendo Ignazio, spinto alla vestizione dell'abito da aspirazioni e politica familiare, nessun interesse particolare alla carriera militare.

Per completare il quadro, possiamo poi far riferimento anche alle memorie del fratello Domenico: il suo diario, infatti, può essere considerato come la traduzione testuale delle immagini di Ignazio Fabroni, delle cui didascalie costituisce una sorta di prolungamento. L'opera, conservata presso la Biblioteca Capitolare Fabroniana di Pistoia, è intitolata “Viaggi fatti sopra le Galere della Sacra, et Illustrissima Religione di San Stefano Papa, e

martire Del Cavaliere Capitano Domenico Fabroni di Pistoia, e dal Medesimo scritti fedelmente” (ms. 382). È un codice legato in pergamena recante un meraviglioso

frontespizio a colori65 e contenente descrizioni dettagliate dei viaggi, corredate da date di

partenza e di arrivo, di notizie sugli sbarchi, sulla composizione dell’equipaggio e sulla vita a bordo delle galere.

65 Alcuni studiosi hanno ipotizzato possa essere di mano di Ignazio Fabroni. Personalmente reputo

inverosimile tale attribuzione essendo la miniatura in questione di una fattura troppo elevata rispetto ai disegni contenuti nell’album della Nazionale; disegni molto buoni ma, come non smetterò mai di ricordare, pur sempre eseguiti da un dilettante e autodidatta.

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Passiamo ora ad analizzare in modo più dettagliato la parte grafica relativa a città e architetture.

La città, porto di partenza e arrivo di tutte le spedizioni stefaniane in cui i cavalieri si riunivano per gli imbarchi, e dove spesso trascorrevano il periodo di quarantena al loro ritorno dalle varie spedizioni, era Livorno; le navi venivano costruite nel vecchio arsenale di Pisa, collegato alla città labronica mediante il canale dei Navicelli. Per questo motivo la città è presente nel taccuino sia con una stupefacente veduta in profilo inquadrata da sud, subito fuori dal porto nuovo (c. 91r), che nei suoi particolari di rilievo come la lanterna pisana, che illuminava l'ingresso della nuova costruzione portuale, rappresentata da due diverse angolazioni (c. 84r e c. 157r), o le torri ed i fari dell'antico porto pisano (c. 84r). Nonostante il teatro delle operazioni della marina stefaniana comprendesse l'intero mar Tirreno, arrivando a toccare le coste delle più importanti isole italiane di Sicilia e Sardegna

6. Domenico Fabroni, Frontespizio, Ms. 382, Biblioteca Capitolare Fabroniana, c. 1.

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del Granducato, fra le isole dell'arcipelago toscano. Una sosta obbligata era rappresentata dall'isola d'Elba, in particolare Portoferraio, città presente con una veduta in profilo (c. 89r), nella quale l'Ordine poteva anche contare sull'ospitalità del lazzeretto della sopracitata città, immortalato anche in una veduta (c. 83r).

Dell'isola ci fornisce una descrizione il fratello Domenico:

“Elba isola abitata, e fertile più di minerali e bestiami che di grano e vino, di giro 60 miglia sottoposta la maggior parte al Re cattolico, l'altra al granduca di Toscana, in quanto allo spirituale alla Diocesi del vescovo di Massa delle maremme di Siena città di S.A.S.”66

Continuando con la descrizione di Portoferraio suo porto principale:

“Porto Ferraio, Fortezza munitissima del granduca di Toscana dove risiede un Governatore sergente maggiore e due Capitani , uno che comanda la porta di mare, l'altro quella di terra, stanno di presidio circa 400 soldati con 120 pezzi d'artiglieria montati; vi sono le bande de' soldati paesani intorno a 100 bombardieri e tutt'il porto fa da 2600 anime.”67

Le città marittime toscane sono molto numerose poiché questo è il litorale da difendere, la fascia costiera del Granducato; troviamo così un'illustrazione grafica della battaglia di Piombino (c. 94r) e la veduta di Piombino (c. 102r), nonchè l'isola del Giglio (c.117r). La prima carta mostra la disposizione delle navi bisertine e stefaniane durante lo scontro e l'inseguimento avvenuto il 20 luglio 1675 nel canale di Piombino; le tre galere dell'ordine, accompagnate da due feluche, erano salpate dal porto labronico la sera del 12 luglio 1675, ancorandosi la sera del 13 nel porto di Portoferraio. Il 15 luglio avevano pattugliato le coste di Pianosa ed il 16 il litorale di Montecristo, senza però trovarvi tracce saracene. Due giorni dopo, finalmente, presso l'isola del Giglio, vennero avvistati tre legni islamici; così, dopo una riunione di ufficiali, venne deciso di proseguire la rotta prima verso l'Argentario e gettare l'ancora nei pressi di Porto Santo Stefano, e poi verso il Canale di Piombino. La zona era meta frequente di scorrerie islamiche a causa degli importanti traffici marittimi che vi si svolgevano, e qui la squadra stefaniana giunse allo scontro con le galere bisertine

66 BFP, Ms. 382, c. 2v. 67 BFP, Ms. 382, c. 2v.

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riuscendo a catturarne la Padrona.68 L'immagine si presenta come una veduta aerea dello

scontro.

É nuovamente Domenico Fabroni a fornici la descrizione della città di Piombino:

“il paese di piombino è molto rovinato dalle guerre de francesi et è pochissimo popolato, non tanto per le passate guerre, quanto per l'aria poco salutifera non facendovi che 600 anime; è sotto dominion del Signor Prencipe Lodovisio, presidiato però dalli Spagnuoli, che in poco numero lo guardano e non vi è porto che per piccoli barcarecci;”69

nonché dell'isolotto dello Sparviero, chiamato anche isolotto di Troia ( “Troia, isolotto con torre nel canal di Piombino.”)70 a causa dell'allineamento, su di un lato, di alcuni piccoli

scogli che ricorderebbero dei porcellini intenti a succhiare il latte materno.

Con poche ore di vela potevano poi essere raggiunte tutte le altre isole del mar Tirreno, dalla più importante isola del Giglio:

“isola di S.A.S. montuosa, abitata e fertile, quanto richiede il sito del luogo di giro 14 o 15 miglia, ha una piccola terra in cima della montagna, che farà da 400 anime, et un poco di fortezza per Tramontana; [...] nello spirituale dalla iuristizion di Grosseto;”71

alla disabitata Pianosa presente in due diverse descrizioni realizzate la prima nel 1664 e la seconda l'anno successivo:

“Pianosa isola lontana dalla suddetta circa a 12 miglia disabitata essendovi solamente degl'asini salvatichi di piccola statura, gira 18 miglia in circa et è piana con molte cale in una delle quali si vedono molte case rovinate”.72

“Pianosa isola lontana 12 miglia da Cavo S.Andrea gira 16 miglia da levante, vi sono molti casamenti distrutti dicono anticamente da Barba Rossa, è tutta piana e vi si puole stare a ridosso secondo i tempi”.73

Montecristo era un'altra isola disabitata:

68 Quaderni Stefaniani, 2000, pp. 247-257. BFP, Ms. 382, c. 62v-66v. CIANO, 1985, pp. 93-94. 69 BFP, Ms. 382, c. 67r. 70 BFP, Ms. 382, c. 1v. 71 BFP, Ms. 382, c. 2v. 72 BFP, Ms. 382, c. 1r.

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“isola pure disabitata e montuosa dove non è altro di considerabile che un rivoletto d'acqua dolce squisita, di giro 8 miglia e distante dalla suddetta circa 60 essendo larghe 4 miglia in riguardo del tempo cattivo tornorano all'istesso luogo ove poco discosta è la Torre di Santa Liberata, e alle vestigie e tradizioni antiche, si suppone vi fossero delle populazioni che furon distrutte”.74

Così l'isolotto di Palmaiola, situato nel canale di Piombino a metà strada tra l'isola d'Elba: “isola disabitata da potervi dar fondo per Maestro sotto la Torre, facendo un poco di cala da 2 isoletti da Tramontana se li puol passare di terra dalla parte de 3 isoletti: gira da 32 m.”75

Una parte consistente dei disegni riguarda anche gli approdi del Monte Argentario, “fertile di minerali e d'ogni sorte di semplici che per la bassezza dello stagno d'Orbetello di lontano par Isola”.76 L'autore riesce a fissare i tratti più salienti della bassa Maremma, facendo

emergere con chiarezza l'imponente struttura difensiva dei Presidios spagnoli.77

Le immagini riguardanti lo Stato dei Presidi sono sicuramente la parte più consistente, a partire dal punto posizionato più a nord, nella parte terminale del parco dell'Uccellina, con la veduta di Talamone (c. 126r), la fortezza di Porto Santo Stefano (c. 40r) e di parte del suo porto (c. 106r), la veduta (c. 129r), l'osteria (c. 115r) e la peschiera più importante di Orbetello (c. 128r), la torre delle Cannelle (c. 111r), fino alla punta sud più estrema rappresentata dalla veduta di Porto Ercole (c. 198).78 A queste immagini si aggiunge poi la

veduta di Porto Longone nell'isola d'Elba (c. 97r), paese annesso al piccolo stato nel 1603. Queste vedute, con la loro aderenza alla realtà, aprono una finestra sulla situazione dei Presidios nel XVII secolo, permettendoci di spiare, come dal buco di una serratura, la loro fisionomia.

Ed è Domenico ad annotare le successive descrizioni, esponendo brevemente alcune impressioni e annotazioni riguardanti i luoghi in cui le galere stefaniane sostavano durante i loro viaggi di corsa. Così troviamo Porto Santo Stefano, sul lato occidentale del promontorio dell'Argentario:

74 BFP, Ms. 382, c. 2r 75 BFP, Ms. 382, c. 3r 76 BFP, Ms. 382, c 3r

77 L'esistenza dei Presidios spagnoli viene sancita nel 1559 mediante il trattato di pace di Cateau-Cambrèsis;

voluti fortemente dal re Filippo II, sono il frutto di un preciso calcolo politico che porta alla costituzione di un piccolo Stato, che comprendeva il territorio da Talamone fino a Porto Ercole, e successivamente anche Porto Longone nell'isola d'Elba, dipendente amministrativamente dal viceré di Napoli.

78 Il limite sud dello Stato dei Presidi arrivava fino alla torre costiera di Buranaccio, ai confini con l'ultimo

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“Porto S. Stefano dove è una Rocca per difesa di detto porto, bersagliata, come tutta via si vede da francesi quando andarono sotto la città d'Orbetello, non molto discosta, guardata da alcuni pochi soldati, che comanda un castellano spagnuolo, munita solo con 3 pezzi di poca considerazione; il porto è piccolo, assai buono, è fatto dalla natura con un'Osteria, alcune case, et un giardino d'aranci.”;79

Orbetello, situato al centro dell'omonima laguna:

“Orbetello città del Re cattolico con buone fortificazioni e fortezze, presidiata con spagnuoli e circondata da un lago molto fertile per la pesca.”;80

e Porto Ercole, situato sul lato orientale del promontorio dell'Argentario:

“Porto Ercole fortezza considerabile al Re di Spagna, e prima allo stato di Siena; vi stanno di presidio 1200 soldati spagnuoli de quali 700 nella fortezza di m. Filippo, che si guarda con altra più piccola, e tutte e due guardano il Porto, che non è molto grande e poco sicuro; nello spirituale e dalla giurisdizione di Sorana e Pitigliano; farà circa 400 anime, e vi è poca buon'aria”.81

I viaggi di corsa però, finalizzati a combattere e catturare le navi barbaresche che scorrazzavano indisturbate nel mar Mediterraneo, attaccando i trasporti mercantili e saccheggiando le località poste sulla coste e sulle isole, non erano l'unico tipo di viaggio che la squadra stefaniana intraprendeva: questo genere di attività veniva intervallato da brevi navigazioni per accompagnare ambasciatori e talvolta gli stessi granduchi in missioni diplomatiche in altri Paesi e da viaggi di carattere commerciale. Per quest'ultimo genere di peregrinazioni le galere arrivavano fino alle città site sulle coste sicule, in particolar modo Palermo e Messina, nelle quali le galere si recavano almeno annualmente per il commercio delle sete.

Messina è presente con due carte: la prima è la rappresentazione schematica del porto e del litorale che su di esso si affaccia (c. 184r), e la seconda una bella veduta in prospettiva della città realizzata dai monti circostanti che riesce a darci una visuale completa non solo dell'abitato e delle fortezze, ma anche del porto e delle campagne limitrofe (c. 194v-195r). In particolar modo di Messina Domenico Fabroni ci restituisce questa particolare descrizione di città fiera e ricca, grazie proprio ai commerci di tessuti pregiati, nonché del

79BFP, Ms. 382, c.1v 80 BFP, Ms. 382, c. 68v

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porto naturale dall'inconfondibile fisionomia a forma di falce con i bellissimi palazzi affaccianti sul mare che creano una particolare quinta teatrale sul porto:

“è città antica e pretende d'esser capo di Regno in Sicilia in competenza di Palermo e per questo qualche mese dell'anno vi risiede il Vice Re; è popolata e ricca per il traffico delle sete e molto celebre per il porto fatto dalla natura sicuro e capace di qualsivoglia Armata abbellito da una quantità di Palazzi che formano una bella vista teatrale al suddetto porto.”82

La città di Palermo sfortunatamente non è presente con vedute che la inquadrino nella sua interezza, ma Ignazio Fabroni si dimostra comunque interessato a particolari costruzioni situate lungo il molo e la costa della zona portuale nuova come la lanterna all'estremità del suddetto molo (c. 64r), le quattro fontane (c.67r) e l'arsenale (c.64r). Nelle Memorie, invece, il fratello si mostra attento come al solito a specificarne il ruolo politico svolto, la ricchezza dovuta ai traffici commerciali ma anche la bellezza di chiese, palazzi e strade, descrizione sommaria che conferma la prosperità economica della città:

“palermo è città reale vi è l'Arcivescovo et è antica nobile, situata in Piano, e pretende con Messina d'esser capo di Regno di Sicilia, dove la maggior parte dell'anno vi risiede il vice Re: ricca di molti traffichi e ornata di bellissime chiese e palazzi con bellissime strade, particolarmente il cassero fatto in croce, e dal mezzo si vedono quattro Porti della città, essendovi quattro bellissime fonti su le quattro cantoniere, e popolato da sopra 200 mila anime; essendovi molti titolati, prencipi, duchi, marchesi, con grandissima quantità di carrozze la maggior parte tiri a sei; ma tutte mule. Abondantissima poi ogni cosa: vi sono molte famiglie di nobili Pisani, andate ad abitarvi doppo che Pisa fu presa da fiorentini.”83

Nell'album è presente un'altra città siciliana, Milazzo, con numerose carte che, messe in sequenza, ci restituiscono un'immagine quasi filmica del paese (c. 199v-200r, c. 202v-203r, c. 203r-203v).

“Melazzo è città distante da Messina 50 miglia dove vi è stanza per poche galere e non è troppo sicuro il Porto;”:84queste sono le poche parole con cui Domenico descrive la città

sicula.

82 BFP, Ms. 382, c. 6r. 83 BFP, Ms. 382, c. 5v. 84 BFP, Ms. 382, c.5v-6r.

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Di ritorno dai viaggi in Sicilia, le navi stefaniane facevano spesso sosta a Gaeta, città allora appartenente al Regno di Napoli, sotto il dominio del re di Spagna, di fondazione antica con borghi alla marina e fortificazioni. Sia Ignazio che Domenico risultano particolarmente colpiti non tanto dalla città, quanto da una piccola cappella sita non troppo distante dal centro cittadino, avente la particolarità di essere stata costruita all'interno di una spaccatura del monte (c. 175r):

“poco discosto alla detta città di Gaeta nel Regno di Spagnia posta anch'essa in Monte antica con longhi Borghi alla marina, e forte; ma non esente dall'ingiurie de tempi: si reverisce una montagna alle 3 che si apersero nella morte di nostro Signore, nel mezzo alla quale è una piccola cappelletta fatta con grand'arte e sostenuta per miracolo, scorgendosi di detta apertura dalla sommità fino al mare, che fa stupire e insieme credere e confermarsi che Iddio il tutto può.”85

Nella zona, spesso una tappa obbligata era rappresentata dall'isola di Ponza, sottoposta al dominio del duca di Parma e disabitata ad eccezione della fortezza difesa però da pochi soldati. Entrambi i fratelli Fabroni si soffermano sulla descrizione delle grotte di cui l'isola era particolarmente ricca, lasciandocene quindi testimonianza grafica e manoscritta (c. 88r e c. 116r):

“Ponza Quest'isola gira 45 miglia in circa, e sottoposta al dominio de Duca di Parma; è montuosa e disabitata eccettuati dalla parte di Tramontana ove è posta la torre guardata da pochi soldati; vi è porto capace e quivi intorno vi sono alcune grotte ricetto di pescatori e dalle rovine due sotterranei loggiati vi si vedono, con un bagno alla marina dalla punta della torre. S'argomenta fosse anticamente abitata e vi dimorasse qualche personaggio; vi è ancora una grotticella tuttavia quasi intera, per tradizione di santa Pomitilla.”86

Civitavecchia, facente parte al tempo dello Stato Pontificio, è una città lodata per la darsena e l'efficiente arsenale in cui venivano costruite le galere pontificie, ma poco popolata a causa dell'aria insalubre. Qui spesso le galere granducali si licenziavano da quelle papaline con le quali avevano effettuato viaggi di conserva:

“città di Papa; poco popolata di cattiva aria; vi è un bellissimo arsenale ove si fabbricano le galere di Sua Santità; il porto è piccolo fatto con arte; non molto sicuro

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con i venti di fuora; ma la Darsena è bella assai; siccome la Fortezza, con buon Presidio e governatore.”87

Nel golfo napoletano erano inoltre frequenti soste sia nella piccola isola di Procida (c. 198v-199r), secondo Domenico un'”isola di giro quasi 4 miglia, fertilissima abitata da molti pescatori”,88 che nella città di Pozzuoli, piccola cittadina soggetta al fenomeno del

bradisismo. La bellissima veduta realizzata da Ignazio (c. 195v-196r) in parte riesce a comunicare l'antichità del borgo di cui i romani si servivano per periodi di riposo, ma nel XVII secolo purtroppo già degradato per l'incuria e l'inesorabile trascorrere del tempo. Anche Domenico non dimentica di sottolinearne l'importante passato, ricordandoci anche l'abbondanza di acqua e ottimo vino che quivi è possibile trovare:

“città piccola situata in un colle senza porto. È antica mal trattata dal tempo; vi sono tuttavia alcuni vestigi del ponte fatto faticare da Caligola Imperatore in mare fino a Baia lontana da detto luogo tre miglia, di un anfiteatro, e dalle scuole di cicerone, et altre che autenticano la di lei Antichità, vi è anche non molto discosta una Cava di zolfo, detta Zolfatara, nella quale per tutto ove si mette il piede il terreno fuma, e rimbomba e vescovado che rende circa 6 mila scudi l'anno; il vescovo però risiede a Napoli, vi è un Governatore; ma non Presidio Spagnuolo, servendosi della gente del paese che farà poco più di mille anime, vi è gran copia d'acqua, e buon vino”.89

Nuovi scali erano rappresentati da un'altra piccola isola, Nisita, di cui Domenico Fabroni afferma che fosse:

“isola adiacente al Regno di Napoli di circuito circa un miglio e mezzo, tutta coltivata et abondante di frutta; quale s'appartiene à particolari di Napoli; vi è una torrina che serve per Guardia dell'isola et un'osteria con alcune case per ricovero de pescatori e gente che lavorano i giardini, distante da terra ferma circa un mezzo miglio, et in detto Canale vi è uno scoglio sopra al quale vi è il lazzeretto, e quivi è porto, ove diedero fondo le galere con trattenersi tutta la notte.90

e da Tavolara:

87 BFP, Ms. 382, c. 6v. 88 BFP, Ms. 382, c. 6r. 89 BFP, Ms. 382, c. 12v-13r. 90 BFP, Ms. 382, c. 12v.

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“isola longa e stretta et alta assai di giro circa 8 miglia dove è buona stanza per mezzo giorno per galere dalla punta bassa domandatali spalmatori(?) vi sono fosse d'acqua dolce e molte capre salvatiche messevi già da BarbaRossa”.91

La seconda sezione dell'album di viaggi di Ignazio Fabroni, riguardante le quattro spedizioni a cui parteciparono i cavalieri stefaniani, nella guerra di Morea, si apre con queste parole:

“L'anno […] 1684 i Venetiani rupper la pace con il Turco e Messer in Mare una grossa armata per andar a danneggiarlo in Levante, via andaron le Galere del Papa, Malta e del Gran Duca.”92

Oltre ai già citati ricordi di guerra di Ignazio Fabroni (ms. 372), una preziosa fonte storica è offerta da un altro cavaliere pistoiese, Domenico Gatteschi, nel manoscritto “Breve

ragguaglio o diario del seguito ne 5 viaggi fatti in Levante dalle nostre galere della Religione di Santo Stefano in Haiuto dell'Armata veneta, scritto e notato il tutto giorno per giorno con alcune poche notizie di quei luoghi principali descritte dal C.T.D.G.” .93

“È la Morea prima detta Pelopponeso una gran Penisola, di giro di più di 600 miglia la quale per l'importanza del sito e per la sua gran fertilità tanto ne tempi antichi che ne moderni è stata sempre in grand'estimazione, perché domina la Grecia e perché molto facilita la navigazione et il commercio per tutto il levante; si unisce questa alla terra ferma con uno stretto di terra cioè un ismo di larghezza di circa 4 miglia ma tutto di sasso vivo.”94

Dopo aver fermato l'avanzata turca alle porte di Vienna, l'imperatore d'Austria Leopoldo I, grazie al sostegno del pontefice Innocenzo XI che aveva promosso una santa lega austro-veneta-russo-polacca, aveva progettato una controffensiva per il recupero di alcune importanti città nel Peloponneso, che doveva essere sferrata sia via terra che via mare. In questo progetto la Repubblica veneta, che per secoli aveva lottato contro l'armata turca per il mantenimento dei suoi possedimenti in Levante, occupò ben presto una posizione di rilievo, affidando il comando della flotta al capitano Francesco Morosini. Anche l'impegno

91 BFP, Ms. 382, c. 10v. 92 BNCF, Ms. 199, c. 156.

93 Domenico Gatteschi era un cavaliere milite pistoiese che prese l'abito nel 1670. Il suo manoscritto,

costituito da 111 pagine doppie, è stato pubblicato interamente nel 1938 da Gaetano Bonifacio nel

“Bollettino Storico Livornese”. È una fonte importante poiché ci rivela aspetti militari sulla condotta delle

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della squadra stefaniana fu notevole; essa partecipò con quattro galere sotto il comando del cavaliere comandante Camillo Guidi di Volterra Ammiraglio generale: la Capitana comandata dal cavaliere Benedetto Brancaleoni di Spoleto, la Padrona dal cavaliere Guglielmo Lanfranchi di Pisa, la San Casimiro dal cavaliere Giovanni Francesco Giudici di Arezzo e la Santo Stefano dal cavaliere Domenico Fabroni. Oltre alle quattro galere, il granduca Cosimo III, noleggiò un vascello da guerra, il Grand'Alessandro, affidato al capitano Franceschi di Livorno e carico di truppe da sbarco, poiché in questo modo voleva “mostrare maggiormente il suo zelo,”95 ed il suo “filiale affetto ed ossequio.”96

Le galere stefaniane si riunirono alla flotta veneta presso l'isola di Corfù; oltre alle quattro galere granducali vi erano ventidue galere veneziane, sette galere maltesi, cinque galere pontificie, ventiquattro vascelli quadri, sei galeazze, galeotte e brigantini.97

Primo obiettivo della spedizione fu l'isola di Santa Maura, oggi Leukas, situata a circa sessanta chilometri a sud-est della punta dell'isola di Corfù. La città (c. 177r) è efficacemente descritta da Domenico Gatteschi:

“Santa Maura, già antichissima colonia de Corinti […], circondata tutta dal mare detto Ionio fra l'isola di Leucate e la provincia dell'Epiro e di figura pentagona e sopra gl'angoli fiancheggiata da più torri et il suo castello a doppio recinto di mura fortificato da buone torri con una grossa fossa all'intorno. Si unisce a terra ferma con un ponte di legno fondato e continovato sopra alcuni scogli uno presso dell'altro e si congiunge all'isola lescada con un ponte di pietra formato da sopra trecento archi di una nobilissima struttura, edificato dall'Imperio romano. Risiede questa isola rincontro al Golfo della Prevesa lontano dalla Cefalonia 10 miglia e 30 da Curzolari et è di circuito di miglia circa 65, e vi sono molti borghi e villaggi grossi; et assai popolati.”98

E aggiunge Ignazio Fabroni che “la città con tutta l'isola dicono che giri da 50 miglia: abbondante d'acque e frutti, e molte case di greci.”99

La fortezza di Santa Maura cadde dopo quindici giorni di assedio100 e le truppe, consolidata

la città presa, si diressero verso Prèvesa, insediamento fortificato sulla terra ferma a circa

95 BFP, Ms. 382, c. 126v. 96 CIANO, 1985, p. 99. 97 BFP, Ms. 382, c. 130r. BNCF, Ms. 379, c. 3. 98 BONIFACIO, 1938, pp. 121-122. 99 BNCF, Ms. 379, c. 5. 100 BONIFACIO, 1938, p. 123.

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