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2. “LIBERTÀ” DI STAMPA

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Academic year: 2021

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2. “LIBERTÀ” DI STAMPA

Riviste e fumetti per adulti a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta

A questo punto, dunque, si può tentare di abbozzare un quadro delle variabili sociali, economiche e culturali che, intrecciandosi, hanno acceso la miccia del boom dell’erotismo sulla scena mediale italiana a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.

In una situazione di generalizzato riassetto del sistema dei media (provocato dall’influenza della televisione), lo spettro di una crisi del cinema parrebbe avere spinto produttori e registi verso l’utilizzo del nudo e del sesso come espediente emergenziale per tamponare l’incipiente emorragia di pubblico.

D’altro canto, il benessere generale derivato dal cosiddetto “miracolo” economico, e il tortuoso cammino di modernizzazione dei costumi che ne era conseguito, avevano influito sia sui gusti degli spettatori che sulla condotta delle istituzioni. Da una parte, infatti, si erano verificate le condizioni per un indebolimento progressivo del potere della censura, rendendo di fatto possibile la moltiplicazione di rappresentazioni fino a quel momento assolutamente proibite. Dall’altra, si era venuto a creare nel pubblico un terreno fertile perché questi materiali trovassero la concreta opportunità di un consumo effettivo.

I film sexy, fenomeno eclatante dell’inizio degli anni Sessanta, avevano avuto l’importantissimo ruolo di registrare (con tutte le complicazioni del caso) alcune istanze di cambiamento che venivano larvatamente espresse a livello sociale. Si erano inoltre rivelati un potente strumento di affermazione identitaria (insieme alla musica leggera) per una nuova fascia sociale, i giovani, che nella visione di tali pellicole trovavano una sorta di “affrancamento generazionale”.1

Nella seconda metà del decennio, l’affermazione del film erotico vero e proprio (insieme alla contemporanea propagazione del nudo e dell’erotismo negli altri generi “popolari”), aveva portato a compimento un’effettiva liberalizzazione dei contenuti sessuali a livello cinematografico, con pesanti ricadute anche sul comparto dell’editoria.

1 M. Fanchi, La trasformazione del consumo cinematografico, op. cit., pp. 348-353; F. Casetti e M. Fanchi, Le

funzioni sociali del cinema e dei media: dati statistici, ricerche sull’audience e storie di consumo, op. cit, pp. 157-159.

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In particolare, l’anno 1966 parrebbe rappresentare una sorta di “annus mirabilis” per quanto riguarda l’erotizzazione della stampa popolare italiana. L’uscita nelle edicole di un settimanale come «Men» e, qualche mese prima, di due testate a fumetti come «Goldrake» e «Isabella» costituiva, di fatto, una sorta di punto di non ritorno per quanto riguarda lo sdoganamento del sesso nelle nostre abitudini culturali, uno di quegli «strappi successivi, ciascuno carico di suoi significati simbolici, oltre che portatore di esigenze concrete»,2 che secondo Peppino Ortoleva avrebbero portato, nel giro di qualche anno, al compimento del processo «erosivo»3 di “normalizzazione” dell’immagine pornografica.

2.1 Sesso e attualità: le riviste maschili

Prima degli anni Sessanta, in effetti, la stampa d’intrattenimento italiana aveva manifestato una decisa reticenza nell’affrontare apertamente determinati temi e nel rappresentare esplicitamente la carica sensuale del corpo femminile.4 Fino a quel momento, sulle riviste italiane di largo consumo veniva mostrata un’immagine della donna piuttosto “castigata” e dal potenziale erotico solo velatamente sottinteso.

Ad esempio, un’icona sexy degli anni Trenta come la Signorina «Grandi Firme», disegnata da Gino Boccasile per le copertine della nota rivista,5 incarnava il non plus ultra del lavoro di immaginazione erotica a cui erano abituati i lettori maschi di quegli anni. Come nota anche Stephen Gundle nel suo saggio sulla bellezza femminile italiana, la Signorina era, infatti, raffigurata graficamente con una particolare cura nell’evidenziare alcune parti del corpo, dando vita a un capolavoro assoluto di feticismo evocativo:

2 P. Ortoleva, Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie, op. cit., p. 168. 3 Idem, p. 164.

4 In questo computo, ovviamente, non si tiene conto dei materiali pornografici (fotografie, disegni, vere e proprie

“riviste”) che circolavano illegalmente tramite distribuzione postale. Sulla storia e la morfologia di questo tipo di pubblicazioni, si veda: A. Gilardi, Storia della fotografia pornografica, Bruno Mondadori, Milano, 2002. Sui metodi utilizzati in passato per la distribuzione di prodotti pornografici vietati dalla legge, si veda: P. Bakker e S. Taalas, Il business dell’adult content. Una rilettura del concetto di innovazione, in E. Biasin, G. Maina, F. Zecca (a cura di), Il porno espanso. Dal cinema ai nuovi media, Mimesis, Milano-Udine, 2011, pp. 143-165.

5 Nel secondo dopoguerra, Boccasile avrebbe creato una nuova donnina “da copertina”, modellandola stavolta sul

tipo fisico della pin-up: la Signorina Sette, per il settimanale di varietà «Sette». Questa rivista faceva della venustà femminile e delle curiosità dal mondo la propria caratteristica editoriale, come sarebbe avvenuto di lì a poco con le riviste di attualità “al maschile”.

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Il suo stile era dinamico, gioioso, eroticamente allusivo. Era ben vestita e curata in stile moderno, con rossetto e tacchi alti, fasciata in abiti stretti che suggerivano una prorompenza fisica bilanciata dall’innocente espressione sul viso. […] In un certo senso, la «signorina Grandi Firme» era un ideale per i feticisti. Ogni parte del suo corpo riceveva un’attenzione particolare. D’Annunzio era stato il primo a erotizzare le parti del corpo femminili nella letteratura italiana, con la sua attenzione particolare alle mani e in misura minore ai piedi. Boccasile da parte sua si dedicò alacremente alle braccia, al busto e soprattutto alle gambe.6

Mutatis mutandis, l’appeal dell’allusione era il perno centrale anche delle cosiddette riviste “di varietà” o “di attualità cine-teatrale” di fine anni Quaranta o inizio anni Cinquanta, come «Mascotte» o «Alta Tensione», che, tra una notizia di gossip, la recensione di un film e il resoconto di uno spettacolo teatrale, mostravano le attrici più in voga vestite con abiti aderenti o castigatissimi due pezzi.

A livello strettamente tematico, poi, il sesso era un argomento tabù in questo genere di pubblicazioni; a esso si preferiva, caso mai, la passione amorosa, quando non addirittura la magnificazione aproblematica della vita matrimoniale, soprattutto laddove si trattava di periodici destinati a un pubblico femminile. In realtà, alcune temerarie riviste di divulgazione scientifica (con un chiaro orientamento politico progressista) avevano tentato di introdurre, già dai primi anni Cinquanta, un dibattito più aperto sulla sessualità, includendo anche discussioni su temi scottanti come il divorzio, la parità della donna, l’omosessualità maschile e femminile. Si trattava di «Scienza e vita sessuale» (poi «Scienza e sessualità»), pubblicata dal 1950 al 1953, e «Sesso e libertà», uscita nel 1953 sotto la direzione dell’antropologo Bernardino del Boca di Villaregia, collaboratore di Alfred Kinsey, nonché attivo promotore dell’educazione sessuale e della “liberazione” omosessuale.

Quest’ultima rivista, in particolare, suscitò un certo clamore per aver pubblicato (nel numero 10, datato dicembre 1953, che non a caso fu l’ultimo a uscire) una rubrica di corrispondenza tra i lettori, senza preoccuparsi troppo di “vigilare” sull’eterosessualità delle richieste di amicizia pervenute. Comunque, nonostante la sua breve vita editoriale, questo esperimento aveva avuto delle ricadute evidenti sulla

6 S. Gundle, Bellissima. Feminine Beauty and the Idea of Italy, Yale University Press, New Haven, 2007, trad. it.

Figure del desiderio. Storia della bellezza femminile italiana dall’Ottocento a oggi, Laterza, Roma-Bari, 2009 (2007), pp. 147-148.

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scena culturale italiana, almeno in termini di visibilità della questione omosessuale: nello stesso anno, «Il Borghese» metteva “gli omosessuali” in copertina e «Ulisse» dedicava loro addirittura un numero monografico.7

Il discorso sul sesso era tollerato (e quasi “regolamentato”), invece, all’interno delle pubblicazioni di taglio umoristico. Per la maggior parte, si trattava di opuscoletti “anonimi”, che spesso circolavano pericolosamente al limite della legalità,8 ma esistevano anche vere e proprie riviste “di freddure”, improntate al doppio senso, quando non alla battuta greve e all’aperto turpiloquio, spesso incentrate su temi come l’adulterio e gli appetiti sessuali “eccessivi” delle donne. Una delle più longeve, il settimanale “umoristico-satirico-politico” «Calandrino»,9 già dal 1952 raccoglieva “il meglio dell’umorismo mondiale” e presentava, sulle copertine disegnate, le immancabili donnine dai grossi seni e dalle lunghe gambe, decisamente ammiccanti nei loro vestiti aderenti o provocanti costumi da bagno. In generale, la rappresentazione dei corpi femminili all’interno di queste riviste era improntata a una stilizzazione molto simile a quella che caratterizzava le barzellette illustrate: pochi, semplici tratti “esplicativi” e uno scarno bianco e nero, ovviamente più strumentali alla risata maliziosa che non alla vera e propria evocazione erotica.

Per accedere a contenuti più dichiaratamente “spinti” (e scevri da chiare rivendicazioni politico-identitarie o da finalità esplicitamente umoristiche), i lettori italiani avrebbero dovuto attendere la metà circa degli anni Sessanta, quando il sesso avrebbe fatto la sua comparsa sulle pagine dei periodici, sia a livello tematico che, soprattutto, sotto forma di immagini da guardare.10

7 Si veda: D. Petrosino, Crisi della virilità e “questione omosessuale” nell’Italia degli anni Cinquanta e

Sessanta, in S. Bellassai e M. Malatesta (a cura di), Genere e mascolinità. Uno sguardo storico, Bulzoni Editore, Roma, 2000, pp. 322-326.

8 Un esempio di questa tipologia di riviste (reperibili, con una certa difficoltà, unicamente presso i collezionisti) è

rappresentato da «Viva la libertà», piccolo opuscolo uscito negli anni Cinquanta per i tipi della Nuova Aurora Edizioni (Milano), casa editrice specializzata in fumetti d’avventura. Ad esempio, il numero in mio possesso (significativamente senza indicazioni di periodicità, come la data o semplicemente l’anno di uscita), presenta una copertina a colori con il disegno di una pin-up in abiti molto aderenti, intenta a imbrattare un muro con scritte quali “W Nenni”, “W Togliatti”, “W i partiti” e “W le bionde”. Sempre sulla copertina, un lancio recita: «Qui si parla di: donnine… “libere”, donnine… “con-turbanti”, disegni senza...colori, battute in “libertà”, “concentramento di freddure”». All’interno, storielle umoristiche, barzellette, una poesia a doppio senso, tutte firmate da pseudonimi (Elefante, Il Picchio, Francone).

9 La rivista usciva per le Messaggerie Primo Parrini (Roma). La sua pubblicazione era continuata anche negli

anni Sessanta, per la Editoriale Albatros (Milano), con il nome «Super Calandrino» e periodicità settimanale.

10 Non esiste, a tutt’oggi, uno studio sistematico (né di taglio storico, né di altro tipo), riguardante le riviste per

adulti italiane. Le notizie che si riescono a trovare sull’argomento sono poche e frammentarie, e non rendono assolutamente giustizia alla reale portata (economica, soprattutto, ma anche sociale) del fenomeno. Anche il reperimento delle riviste stesse è piuttosto difficoltoso: la materia di cui trattano e la qualità spesso non eccellente delle pubblicazioni le hanno di fatto estromesse dalla conservazione nelle biblioteche (a parte i cineromanzi che

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2.1.1 Le sexy cronache

Già dall’inizio del decennio, si erano viste delle modelle in costume da bagno o biancheria intima (ritratte in pose velatamente sexy e allusive) sulle copertine di settimanali di attualità e politica come «ABC»,«Il Borghese» o «L’Europeo».

In particolare, nella prima delle tre riviste veniva adottata una strategia basata sulla commistione tra articoli piccanti di “costume sessuale”, foto di ragazze discinte, inchieste su tematiche scottanti riguardanti politica, economia, ecologia, insieme a una rubrica di cinema piuttosto “spregiudicata” (curata proprio da Callisto Cosulich).11

Prendendo ad esempio alcune copertine in bianco e nero d’inizio decennio, si nota il tono scandalistico e di esibita trasgressività con cui erano trattati gli argomenti legati alla sfera del sesso. Sul numero 30, del 28 luglio 1963, campeggiava una fotografia in lingerie nera dell’attrice Stefania Careddu, inginocchiata, con le labbra dischiuse e gli occhi rivolti al lettore in una sorta di provocante appello diretto. Sulla destra, una scritta a caratteri cubitali, annunciava il contenuto di uno degli articoli: verranno trattati in seguito, o riviste più “colte”, come «Playmen», «Playboy» e «King», nessuna di queste riviste è, ad esempio, indicizzata sul catalogo nazionale periodici, ACNP). Oltre ai materiali in mio possesso, tra cui alcune annate complete di «Playmen», «King» e «Kent», e numeri sparsi di altre riviste del periodo, una preziosa fonte di informazioni iconografiche su questo tema ci è (indirettamente) fornita da una ricca selezione di immagini femminili tratte dalle riviste italiane uscite tra il 1960 e il 1979, raccolte dal disegnatore Roberto Baldazzini con materiali ricavati dalla propria immensa collezione privata. Grazie a questo “florilegio” di esemplari di sensualità vintage, abbiamo la possibilità di scoprire un buon numero di pubblicazioni di cui non è facile reperire traccia in altro modo, o di visionare delle parti di riviste di arduo reperimento, almeno fuori dall’ambito del collezionismo specializzato. R. Baldazzini, Sexyrama. L’immagine della donna nelle copertine dei periodici dal 1960 al 1979, Coniglio Editore, Roma, 2008. Altre informazioni essenziali sulle riviste dell’epoca si possono ritrovare in: R. Morrocchi e S. Piselli (a cura di), Esotika, Erotika, Psicotika. Kaleidoscopic Sexy Italia 1964-1973, Glittering Images, Firenze, 2000; e nelle preziose schede presenti all’interno di: A. C. Quintavalle (a cura di), La bella addormentata. Morfologia e struttura del settimanale italiano, catalogo della mostra (aprile-maggio 1972, Salone dei Contrafforti in Pilotta, Parma), Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Parma, 1972. Un’altra fonte, seppure estremamente lacunosa, è rappresentata ovviamente dai negozi on line dei collezionisti, dove spesso compaiono delle schede descrittive delle riviste in questione, oltre ad alcune fotografie. Si vedano inoltre: G. Battistini, Cosa leggono gli italiani. Contributo ad una documentazione sui consumi editoriali, Publiepi, Milano, 1973; V. Castronovo e N. Tranfaglia (a cura di), Storia della stampa italiana. Volume V – La stampa italiana del neocapitalismo, Laterza, Roma-Bari, 1976. La ricostruzione che si tenta di operare in questa sede non ha pertanto pretese di completezza. Il solo scopo è quello di fornire alcune indicazioni sulla vastità della diffusione delle riviste maschili nel periodo in questione e, allo stesso tempo, di delineare una sommaria tipologizzazione di questi prodotti, in modo da descrivere un contesto per la rivista «Cinesex», principale oggetto di questa ricerca.

11 F. Colombo, Foto di gruppo con terremoto. Lo scenario multimediale, op. cit., p. 468. La rivista «L’Europeo»

era stata fondata nel 1945 da Arrigo Benedetti e Gianni Mazzocchi, diventando proprietà della casa editrice Rizzoli dal 1953; nel periodo in questione era diretta da Tommaso Giglio. «Il Borghese», fondata nel 1950 da Leo Longanesi, era all’epoca pubblicata dalle Edizioni Il Borghese e diretta da Mario Tedeschi. «ABC», edita prima dalla S.E.A. (Milano), poi dalla SO-GE.PE. (Milano), aveva iniziato la pubblicazione nel 1960; fu fondata da Gaetano Baldacci, ex direttore de «Il Giorno». In quel periodo costava 100 lire. La rivista è stata attiva almeno fino alla metà degli anni Settanta.

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«Ho lavorato per il re dello Yemen. Storia di un film segreto raccontata dalla protagonista».12 In questo caso, l’evidente appeal del proibito si sommava, come spesso accadeva anche nel cinema erotico dell’epoca, a suggestioni legate all’esotismo e al cosmopolitismo. Sul numero 49 del 6 dicembre 1964, accanto a una foto di Elsa Martinelli senza veli (le cui nudità erano occultate soltanto da una coperta), si leggeva «Storia dell’amore in Cina». Sulla stessa copertina, tuttavia, altri lanci ci restituiscono un’idea del tono degli articoli di politica all’interno: «La rivolta di Milano (articolo di Gaetano Baldacci)» ed «Elezioni 1964. Parlano i “trombati”»; mentre, sul numero 52 dello stesso anno, datato 27 dicembre, a fianco di Ursula Andress in un succinto bikini bianco, un titolo “stuzzicante” invitava a fantasticare sul libertinaggio all’interno del bel mondo: «Cortina: quando i ricchi si scatenano».13

Il settimanale, nonostante il sensazionalismo dei toni, si poneva comunque in un’ottica dichiaratamente progressista: in materia di politica interna, in generale l’approccio era spesso decisamente critico nei confronti della Democrazia Cristiana e dei vari potentati industriali, di cui soprattutto si cercavano di smascherare gli “intrighi”, mentre si condannavano allo stesso modo gli opposti estremismi di destra e di sinistra; sulle questioni estere, similmente, la linea della rivista prendeva sovente posizione contro l’imperialismo americano e a favore dei “popoli oppressi”.

Il tema dell’erotismo veniva affrontato da più punti di vista, privilegiando, come si diceva, le notizie pruriginose e le curiosità sulle “devianze” da tutto il mondo, non disdegnando anche la cronaca nera (con frequenti servizi su violenze carnali e omicidi a sfondo passionale). Tuttavia, anche altre tematiche più “serie”, come la salute sessuale o problemi di moralità legati alla sfera del corpo, venivano trattati in rubriche di posta dedicate o in articoli specifici. L’impressione è che il sesso fosse in realtà l’argomento principale della rivista, tra l’altro in un’ottica del tutto favorevole (almeno nominalmente) alla liberazione sessuale. Questa tendenza si sarebbe andata radicalizzando soprattutto nelle annate successive: ad esempio, dal 1971 Cristina Leed (al secolo la giornalista e sinologa Renata Pisu, improvvisatasi sessuologa per l’occasione) proponeva articoli sulla pillola anticoncezionale e dispensava ai lettori consigli di vario genere sugli argomenti più disparati, con particolare insistenza su questioni riguardanti la verginità, la liceità o meno di determinate pratiche (come la

12 R. Baldazzini, Sexyrama, op. cit., p. 42. 13 Idem, p. 50.

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fellatio) e, naturalmente, gli eterni problemi di “dimensioni” e d’impotenza maschile. In quegli anni la rivista prendeva anche apertamente posizione in favore del divorzio, ospitando settimanalmente articoli a cura di Loris Fortuna (autore, con Antonio Baslini, della legge 898) e una speciale rubrica chiamata “La posta del divorzista”.14

Sempre intorno al 1964-65, un altro periodico impiegava una simile commistione tra erotismo e attualità, spostando tuttavia l’asse d’interesse dalla cronaca e dalla politica al vero e proprio gossip, in questo senso rappresentando una peculiare evoluzione (orientata evidentemente a un pubblico soprattutto maschile) delle pubblicazioni femminili di “pettegolezzo”, alla «Eva Express». Si tratta di «NAT. Nuova Alta Tensione. Quattordicinale fotografico d’attualità cine-teatrale musica leggera»,15 le cui copertine a colori erano molto simili, a livello iconografico,

a quelle di «ABC» (attrici semisvestite, in pose ammiccanti, sovente con lo sguardo diretto al lettore), mentre più apertamente scandalistici erano i lanci che accompagnavano l’immagine femminile principale. Sulla copertina del numero 25 (4 maggio 1965), Grazia Maria Buccella mostrava la schiena nuda traboccante dal vestito slacciato, e una frase perentoria dichiarava che «I ‘ragazzi di vita’ sono infetti»; mentre, sul numero successivo, una foto di Rosemarie Dexter, avvolta unicamente in una pelliccia nera, accompagnava un lancio dal titolo molto indicativo: «Inchiesta sulla prostituzione. Libero amore solo per gli ‘anormali’». O, ancora, sulla copertina del numero 27, datato 1 giugno 1965, a sinistra di Stella Monclar (vestita solo di un reggipetto di pizzo nero, con un asciugamano a cingerle i fianchi) troneggiava la scritta «Una grande inchiesta: erotismo nel mondo».16

Protagoniste assolute di questa rivista erano loro, le attrici, fotografate in costume da bagno o in déshabillé, oppure in abiti alla moda, raccontate nella loro “quotidianità” di donne, prima ancora che stelle del cinema. Da un sommario del 1965 (numero 48, datato 3 novembre) apprendiamo infatti che Linda Veras aveva deciso di prendersi una pausa dalle scene, che Rosemarie Dexter era stata in vacanza, che Stefania Sandrelli si dedicava al cinema di taglio “sociale”, che Lea Massari

14 Si veda: A. C. Quintavalle (a cura di), La bella addormentata. Morfologia e struttura del settimanale italiano,

op. cit., pp. 3-9.

15 La prima uscita della rivista risaliva al gennaio 1964, per le Edizioni CE. RE. (Roma). Il direttore responsabile

in quel periodo era Carlo Cecchini. Il costo era di 250 lire.

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stava girando Made in Italy,17 e via dicendo. Da un articolo estratto dal numero 37, veniamo a sapere che Raffaella Carrà stava per partire nuovamente per Hollywood, per girare un altro film accanto a Frank Sinatra,18 mentre sul numero 41 Ann Smyrner annunciava di voler abbandonare il cinema per dedicarsi alla pubblicità.19 Come già succedeva comunemente nella stampa d’intrattenimento femminile, la starlette veniva cioè in un certo qual modo “normalizzata”, attraverso la sua omologazione a un orizzonte esperienziale comune a quello dei lettori (in fondo anche un’attrice famosa può avere bisogno di riposo e prendere una pausa, ad esempio). Allo stesso modo si faceva leva sulla curiosità per la vita privata e i progetti personali delle “dive” del cinema, personaggi già fortemente connotati da una sovrapposizione di immagine pubblica e vita privata, al fine di mettere in atto le consuete strategie di fidelizzazione di lettori e lettrici. La novità, per quanto riguarda «NAT», è che questi contenuti fornivano soprattutto degli esili pretesti per mettere in mostra le forme procaci delle attrici in questione. Ad esempio, un articolo intitolato «Uno scorpione per Margaret», sul numero 53 del 13 gennaio 1966, raccontava di una disavventura occorsa a Margaret Lee sul set di Operazione Paradiso (Kiss the Girls and Make Them Die, Henry Levin e Arduino Maiuri, 1966), dove uno scorpione l’avrebbe quasi morsa. Le fotografie di corredo al pezzo, lungi dal documentare l’accaduto, ritraevano invece l’attrice in una scena del film, ovviamente in una posa velatamente osé, ovvero nuda in un letto, coperta unicamente da un lenzuolo nei punti “strategici”.20

Di taglio molto simile era anche un’altra rivista interamente dedicata al mondo del cinema, «Vedettes mondiali», un quindicinale che pubblicava articoli su attrici e attori, con un corredo fotografico in cui venivano accentuati gli aspetti sexy dei personaggi “raccontati”.21

In ogni caso, si può dire che l’impostazione di tali riviste fosse di tipo sostanzialmente generalista, con un interesse più spiccato per l’attualità culturale e politica in «ABC» e per il gossip e le curiosità dal mondo cinematografico in «NAT»

17 Il riferimento è al film a episodi del 1965 diretto da Nanni Loy.

18 Raffaella Carrà aveva affiancato Sinatra ne Il colonnello Von Ryan (Von Ryan’s Express, Mark Robson, 1965). 19 R. Baldazzini, Sexyrama, op. cit., p. 62-63.

20 Idem, p. 78.

21 Inizio pubblicazione il 5 giugno 1967; diretta da Ettore Corvaglia e stampata dalla tipografia Apollon, Roma.

Si veda: D. Turconi e C. Bassotto (a cura di), Il cinema nelle riviste italiane dalle origini a oggi, Edizioni Mostracinema, Venezia, 1973, p. 281.

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e simili. In esempi come questi, cioè, il nudo parziale nelle fotografie, oppure gli articoli apertamente concernenti la sfera sessuale, erano soltanto un ingrediente (per quanto fondamentale) all’interno di una rosa di contenuti comunque piuttosto variegata.

2.1.2 A testa alta

Per avere, in Italia, una rivista apertamente dedicata alla “cultura erotica”, e dichiaratamente rivolta a un pubblico di lettori maschi, bisognava aspettare il 196622 e l’audacia imprenditoriale dell’editrice Adelina Tattilo e del marito Saro Balsamo. Che la precisa settorializzazione del pubblico fosse una tecnica commerciale piuttosto redditizia, era cosa chiara a Tattilo e Balsamo già dall’anno precedente, quando insieme avevano lanciato una delle prime riviste italiane “per i giovani”, «Big. Il settimanale giovane», che aveva ottenuto immediatamente un discreto successo, raggiungendo una tiratura media di 400-500 mila copie.23 Ma con «Men. Il settimanale degli uomini»24 avevano decisamente alzato la posta in gioco, tentando di introdurre nel nostro Paese una formula già comunemente diffusa nei paesi scandinavi e negli Stati Uniti, quella della rivista sexy vera e propria. Fino dalla sua comparsa nelle edicole italiane il 2 dicembre 1966, «Men» scopriva chiaramente i propri intenti, già a partire dal titolo e, ovviamente, dal tenore della prima copertina, nella quale Rosemarie Dexter lacerava un enorme numero 1 di carta (bianco su sfondo rosa) con una coscia, lasciando immaginare le proprie nudità, celate soltanto dai brandelli laterali dello strappo. Il clamore suscitato dalla comparsa nelle edicole

22 Il 1966 è anche l’anno del noto scandalo suscitato da «La zanzara», rivista del Liceo Parini di Milano, che

aveva pubblicato un’inchiesta sui costumi sessuali delle adolescenti, intitolata Cosa pensano le ragazze d’oggi?. Questa pubblicazione, il processo e il movimento d’opinione che ne seguì vengono spesso considerati come i prodromi di una liberalizzazione dei temi sessuali che avrebbe avuto luogo nella cultura italiana di lì a poco. Si vedano: G. Nozzoli e P. M. Paoletti, “La Zanzara”. Cronache e documenti di uno scandalo, Feltrinelli, Milano, 1966, consultabile online all’indirizzohttp://www.liceoparini.it/pariniweb/giornalini/zanzara/zanzara1.pdf (ultima visita 25 febbraio 2011); G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Donzelli, Roma, 2003, pp. 205-207; T. Tarli, Beat Italiano. Dai capelloni a Bandiera Gialla, Castelvecchi, Roma, 2005, pp. 86-90.

23 M. Emanuelli, 50 anni di storia della televisione attraverso la stampa settimanale, Hoepli, Milano, 2004, p.

195-198. Si veda inoltre: T. Tarli, Beat Italiano. Dai capelloni a Bandiera Gialla, op. cit., passim.

24 Edito inizialmente dalla coppia Tattilo-Balsamo per la Confeditorial (Roma), divenuta in seguito Balsamo

Editore. Il settimanale sarebbe poi passato alla Tattilo Editrice e infine alla Edizioni Produzioni Periodici. Il costo iniziale era di 250 lire. La pubblicazione era stata attiva per tutti gli anni Settanta; i contenuti si erano andati progressivamente spostando verso l’hard fotografico, fino alla gestione della E. P. P., durante la quale il settimanale aveva addirittura assunto la significativa denominazione «Men. Il mio settimanale intimo» e aveva prodotto una “costola” mensile «Supermen».

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di questo scandaloso settimanale è ben descritto da Gianfranco Calligarich nel suo tempestivo dossier sull’esplosione del sexy giornalistico, pubblicato nel marzo 1967 su «Vie Nuove»:

Non è un capostipite. L’editoria italiana ha già prodotto di questi giornali, ma discretamente, sottobanco. Sono Mascotte o Alta Tensione, ultima evoluzione di testate che si chiamarono Sette, Sette e Mezzo, Otto volante. Più che altro si tratta di rivistine con vecchie foto di dive scollacciate, un paginone centrale, a colori, da appendersi sul finestrino del camion o nascondersi sotto il cuscino, in caserma. I lettori non sono molti ma ostinatamente affezionati. Venti, trentamila copie settimanali. Più che sufficienti agli editori, grazie al basso costo del prodotto. Men è diverso. È in grande formato, le foto sono nuove, a tutta pagina, le ragazze nude come non si era mai visto. Il giornale non vuole discrezione, anzi esce con un certo

battage pubblicitario. E viene sequestrato. Il secondo numero subisce la stessa

sorte. Così il terzo e il quarto. Ma agli editori non importa. Si è sparsa la voce e la gente lo compera la mattina stessa in cui esce nelle edicole e quando arriva l’ordine di sequestro c’è poco da sequestrare.25

Non era soltanto, dunque, la maggiore quantità di nudi a impressionare l’opinione pubblica e la censura. Quello che più colpiva era la spregiudicatezza di un’operazione compiuta “a testa alta” e con la forte consapevolezza di stare creando una breccia, nel mercato editoriale tanto quanto nella morale comune. Anche rispetto a pubblicazioni come «ABC» e «NAT», infatti, «Men» presentava un’inusitata franchezza di propositi, finalmente mettendo senza mezzi termini al centro della propria identità editoriale l’erotismo e un immaginario inequivocabilmente connotato al maschile.

Tra le riviste che abbiamo precedentemente descritto, certamente è «ABC» quella che, nel tono cosmopolita degli articoli di attualità erotica, si avvicinava maggiormente al nuovo settimanale di casa Tattilo.26 Anche su «Men», infatti, buona parte dei servizi era dedicata alla descrizione dei “pazzi” usi e costumi sessuali

25 G. Calligarich, Rotosexy, «Vie Nuove», anno XXII, 16 marzo 1967. Calligarich, tra l’altro, era stato un

collaboratore della rivista «Kent», fino dal primo numero.

26 Un’altra caratteristica che univa le due riviste era l’orientamento ideologico, dichiaratamente ostile nei

confronti della Democrazia Cristiana e vicino al Partito Socialista (anche a causa delle propensioni politiche della stessa Adelina Tattilo).

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diffusi nelle più disparate parti del mondo, con particolare interesse per le deviazioni sessuali dell’alta borghesia e della nobiltà, secondo una prassi che sembrava derivare direttamente dagli pseudo-documentari sexy d’inizio anni Sessanta. Mancava tuttavia quasi totalmente la cronaca nera, a testimonianza di un’attitudine più giocosamente libertina della nuova rivista, non assoggettata del resto alla stringente necessità di dimostrare un qualsivoglia interesse giornalistico di altro tipo.

Anche l’aspetto del gossip cinematografico (spesso non disgiunto da un tentativo di approccio critico ai film) era fortemente presente, soprattutto nelle prime annate, forse a dimostrazione del fatto che il cinema occupava ancora una posizione preminente nell’immaginario, anche erotico, degli italiani. Man mano che ci si avvicinava agli anni Settanta, comunque, il rapporto col cinema si era progressivamente ridimensionato, privilegiando quasi esclusivamente le notizie su film censurati o rifiutati dal mercato italiano, nonché sostituendo sempre più frequentemente, all’interno dei servizi fotografici, le attrici nostrane con sconosciute modelle straniere.

Agli articoli principali, a cui venivano solitamente dedicate almeno due pagine, si affiancavano rubriche di posta ad argomento sessual-amoroso (Il divano di Lady Chatterley) o riguardanti la politica editoriale della rivista (Al Direttore, quando il direttore responsabile era Marcello Mancini; poi Sul tavolo di Battistini, all’epoca di Attilio Battistini), servizi di moda e savoir faire maschile, automobilismo, psicologia, recensioni (libri, dischi, cinema, teatro, televisione), oltre a racconti27 o libri a puntate (I libri di Men) e fumetti.28 Dall’inizio degli anni Settanta, un corposo numero di brevi notizie piccanti di “costume internazionale” erano raccolte in un’apposita rassegna, denominata Sexy Mirror.

Intorno al volgere del decennio, la fisionomia della rivista si era inoltre andata ulteriormente sfaccettando, con l’aggiunta di una sezione espressamente dedicata ai lettori omosessuali maschi, composta da una specifica rubrica di posta, chiamata Il salotto di Oscar W., rispolverato da Giò Stajano (significativamente curata da un

27 Sulle pagine dei primi numeri di «Men» faceva la sua comparsa, in una serie di racconti tratti dal fantomatico

libro The Adventures of Supersex (dell’altrettanto fantomatico scrittore statunitense Alan Ferguson), il personaggio dell’alieno erotico Supersex, che avrà in seguito moltissimo successo come fotoromanzo. Si veda: infra, p. …

28 Nei primi numeri, compariva su «Men» una traduzione del fumetto erotico francese «Jodelle» (di Gui Pellaert e

Pierre Bertier), storia di sexy spie ambientata in una Roma Imperiale futuribile e iconograficamente ispirata alla Pop Art.

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personaggio di spicco della “mondanità scandalosa” italiana), e ben due pagine dedicate al nudo maschile, intitolate Lo specchio di Adamo.29

In quello stesso periodo comparivano anche una rubrica di annunci personali (Il giornale dei cuori solitari), contenente soprattutto richieste e offerte di prestazioni sessuali di varia natura, e una di fotografie amatoriali (con la precisazione che si trattava di mogli ritratte senza veli dai legittimi mariti). L’inserimento di questo tipo di materiali segnava decisamente un punto di svolta importante, costituendo una tappa nel graduale passaggio “evolutivo” dalla produzione di riviste di attualità sessuale (con ancora qualche pretesa di ordine culturale), a quella di periodici pornografici tout court, che sarebbero prosperati durante la seconda metà degli anni Settanta. All’interno dei cosiddetti “giornaletti porno”, materiali di questo tipo rappresentavano uno dei principali elementi di richiamo, insieme alla componente fotografica, nettamente preponderante; riviste come «Men», al contrario, erano ancora contraddistinte da una notevole quantità di “parola scritta”, pretestuosa, forse, ma pure significativamente presente.

Oltre all’intellettuale Franco Valobra, uno dei più importanti collaboratori della casa editrice di Balsamo e Tattilo, nelle prime annate scrivevano sulla rivista anche alcuni nomi di rilievo della pop culture italiana dell’epoca,30 come il giornalista e “faccendiere” Francesco Cardella, lo stilista Lino Lo Pinto (per i servizi di moda) e il commentatore sportivo Marcello Sabbatini; in seguito, sarebbero state presenti sul settimanale le firme dello scrittore ed editore underground Angelo Quattrocchi, del critico cinematografico e teatrale Ettore Zocaro, del giornalista Gian Carlo Fusco e così via.

In ogni caso, lo scalpore suscitato dal settimanale in questione non riguardava tanto gli argomenti trattati quanto, appunto, l’apparato iconografico, che presentava

29 Sul rapporto di «Men» e delle altre riviste dell’epoca con il pubblico omosessuale, si veda: A. Pini, Quando

eravamo froci. Gli omosessuali nell'Italia di una volta, Il Saggiatore, Milano, 2011, pp. 60-62 e passim.

30 Molti erano, comunque, gli articoli scritti dietro pseudonimo. Ad esempio, nelle prime uscite della rivista, un

non precisato “Il Playboy” dispensava consigli (nella rubrica 7/no 7/sì) su cose da fare o da non fare nei giorni della settimana, mentre Lady Chatterley rispondeva alla posta del “cuore”. Una giornalista chiamata unicamente Alexandra intervistava le grandi attrici (sul numero 4, del 23 dicembre 1966, ad esempio c’è un’intervista ad Anna Magnani). Anche altre firme, come quelle di Max Piquet e Johanna Breviglieri, ad esempio, sembrerebbero essere legate a dei nomi inventati.

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una spregiudicatezza senza precedenti per le riviste circolanti legalmente sul mercato italiano.31 Così ricorda lo stesso Valobra:

Si tratta di rendere via via meno “caste” le foto delle ragazze […] sempre tenendosi nei limiti del buon gusto e delle strette maglie comandate dai corruschi magistrati. E allora, nel corso del tempo, addirittura degli anni, molte attrici famose, italiane e no, accettano di posare “senza veli” per la nostra rivista. In più, si combattono e si vincono due guerre fondamentali che oggi appariranno ridicole ma che allora erano reali. Prima la guerra del capezzolo (un seno nudo era accettato purché non si vedesse il capezzolo). La stessa cosa con il pelo pubico: il ventre femminile doveva essere assolutamente glabro…32

Si deve, infatti, proprio a «Men» il primo servizio fotografico con una modella a seno nudo apparso nel nostro Paese (nel luglio del 1967), al quale avrebbero fatto seguito i primi nudi integrali femminili (dal 1968 in poi). Le foto più osé erano verosimilmente acquistate da agenzie scandinave, anche se non mancavano i “grossi nomi” di fotografi italiani e internazionali, come Angelo Frontoni, Francis Giacobetti e Sam Haskins, tra gli altri. L’attrattiva voyeuristica principale era comunque rappresentata dall’inserto centrale, denominato «La ragazza del venerdì» e ricalcato sul noto “paginone” di «Playboy», che nelle prime uscite portava la prestigiosa firma del fotografo glamour James Baes, per i cui set fotografici era stato addirittura allestito ex novo un apposito teatro di posa.33

Il tentativo era stato quello di creare un periodico fortemente orientato in senso maschile, rendendo esplicita (soprattutto per quanto riguarda l’apparato fotografico) la tendenza alla settorializzazione già presente in un settimanale di attualità e cultura come «ABC». Il successo di una tale operazione è dimostrato sia dai dati relativi alle

31 Nei primi numeri del settimanale si possono leggere, all’interno della rubrica «Al Direttore», numerose lettere

esprimenti lo sconcerto dei lettori per i continui sequestri a cui la loro rivista preferita andava costantemente incontro. Vere o false che fossero queste missive, rappresentano comunque una testimonianza attendibile del fatto che effettivamente le uscite iniziali di «Men» dovevano essere state sovente funestate da problemi di questo tipo.

32 Dichiarazione di Franco Valobra, riportata in: F. Giromini, O tempora o mores, in F. Giromini e R. Roda (a

cura di), Gli anni che svestirono l'Italia. Tentazioni e desideri di carta 1962-1973, catalogo della mostra (9 novembre 2003-15 febbraio 2004, Palazzo Ducale, Revere), Editoriale Sometti, Mantova, 2004, pp. 25-26.

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tirature,34 sia dalla proliferazione di imitazioni e variazioni “sul tema” che si sarebbe verificata negli anni immediatamente successivi.

In ogni caso, la fortuna dei periodici maschili era effettivamente cominciata. Dal 1967 una pletora di pubblicazioni si sarebbero susseguite, spesso con minimi elementi di differenzialità tra le diverse testate, fino almeno alla metà degli anni Settanta,35 quando il mercato sarebbe stato invaso (e pressoché saturato) dalla liberalizzazione dell’hardcore in campo editoriale, che avrebbe segnato la progressiva scomparsa (o la riconversione) di una produzione di fatto soft come quella che stiamo descrivendo.

2.1.3 Il gioiello di Adelina Tattilo

È stato soprattutto il mensile «Playmen», creato nel 1967 dallo stesso team editoriale che aveva dato origine a «Men», a rendere particolarmente fruttuosa sul piano economico la peculiare commistione di nudi femminili e attualità culturale che aveva caratterizzato il settimanale capostipite. Anche in questo caso, tuttavia, le strategie della Balsamo (poi Tattilo) Editore avevano puntato su un deciso salto di paradigma, dedicando ampio spazio alla trattazione di argomenti afferenti all’alveo della cosiddetta “cultura alta” e spostando verso il glamour più patinato i servizi fotografici.36

“Ospiti” del mensile, oltre ovviamente ad attrici, cantanti e modelle, erano i personaggi di spicco del panorama intellettuale internazionale. Ad esempio, nella

34 Si parla di 520.000 copie per l’anno 1969 (e 500.000 per «ABC»), almeno secondo i dati riportati in: G. Dal

Pozzo, L’industria del sesso uccide l’amore, «Noi Donne», 2 novembre 1969. Un’altra fonte, il bollettino dell’Iad (Istituto per l’accertamento della tiratura e della diffusione dei quotidiani e dei periodici) dell’aprile 1971, riporta tuttavia dati piuttosto differenti. La tiratura media di «Men», nel periodo tra il 1 settembre 1969 e il 31 agosto 1970, sarebbe stata di 273.062 copie (con una diffusione di 220.222 copie, e quindi una media resa piuttosto alta, pari al 18,89%); per «ABC» si parla invece di 414.596 copie di tiratura (con una diffusione di 353.442) nel periodo tra il 1 febbraio 1969 e il 31 gennaio 1970. Si veda: A. C. Quintavalle (a cura di), La bella addormentata. Morfologia e struttura del settimanale italiano, op. cit., pp. XC-XCI. In ogni caso, i dati Iad sono da considerarsi non del tutto affidabili, «a causa dei metodi di rilevazione che lasciavano un buon margine di discrezionalità alle aziende editoriali interessate. Tali dati potevano al massimo servire per rilevare lo scarto proporzionale fra la vendita d’un giornale e quella degli altri». N. Ajello, Il settimanale di attualità, in V. Castronovo e N. Tranfaglia (a cura di), Storia della stampa italiana. Volume V – La stampa italiana del neocapitalismo, op. cit., p. 244.

35 Con un picco tra il 1967 e il 1969, periodo in cui erano usciti più di cinquanta nuovi titoli. Si veda: R.

Morrocchi e S. Piselli (a cura di), Esotika, Erotika, Psicotika. Kaleidoscopic Sexy Italia 1964-1973, op. cit., p. 83.

36 Da un’intervista rilasciata da Adelina Tattilo al quotidiano «L’Unione Sarda» apprendiamo che nel 1980 la

Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva riconosciuto a «Playmen» il valore di rivista culturale. Si veda: La Signora del porno soft, «L’Unione Sarda», 6 maggio 1997, consultabile on line all’indirizzo http://edicola.unionesarda.it/Archivio.aspx (ultima visita 20 agosto 2010).

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rubrica delle interviste, oppure nelle pagine dedicate alla narrativa (entrambe affidate alla supervisione di Franco Valobra), comparivano nomi decisamente altisonanti,37 come ad esempio quello di Eugène Ionesco, con un racconto pubblicato sul secondo numero (luglio 1967), di Allen Ginsberg e Tennesse Williams sul numero di agosto 1967 (rispettivamente il primo intervistato, il secondo con un racconto), o ancora di Françoise Sagan, intervistata sul numero di novembre dello stesso anno, e così via.

La testata manifestava, in particolare, una propensione per le esperienze letterarie più “alte” e sperimentali, o per quelle considerate scandalose agli occhi dell’opinione pubblica. Il padre del Nouveau Roman, Alain Robbe-Grillet, ad esempio, veniva intervistato nel febbraio 1968 e sullo stesso numero compariva anche il capitolo finale del libro di Henry Miller Big Sur e le arance di Hieronymus Bosch, in concomitanza con l’uscita nelle librerie della versione italiana. Il mese successivo, marzo 1968, sulla rivista veniva pubblicato un brano tratto dal secondo romanzo di Carmelo Bene, Credito Italiano V.E.R.D.I., corredato da un servizio fotografico sul suo Arden of Feversham. Herbert Marcuse veniva invece intercettato da «Playmen» nel maggio del 1968, in quella che è passata alla storia per essere stata la prima intervista italiana rilasciata dal filosofo tedesco; nello stesso numero, un racconto di Italo Calvino e un capitolo de L’uomo di Kiev, di Bernard Malamud. Il numero seguente (oltre a un’intervista allo stilista Pierre Cardin) ospitava un racconto di Mario Soldati e alcune parti de Le leggi dell’ospitalità di Pierre Klossowski. Alberto Moravia veniva intervistato nell’agosto del 1969. Goffredo Parise nell’aprile del 1970 (numero in cui compariva anche un racconto di Dacia Maraini) e Giorgio Bassani nel numero del mese successivo. Nell’uscita di agosto del 1971, Fernanda Pivano incontrava Richard Neville, alla vigilia del processo per oscenità in cui il guru della controcultura era stato coinvolto a causa della sua rivista «OZ», mentre nel gennaio 1973 la stessa Pivano intervistava il «guerrigliero dell’edonismo»38 Timothy Leary. E così via, fino addirittura a una sensazionale intervista a Jorge Luis Borges nel numero del decennale (luglio 1977).

37 Sebbene la rivista avesse inaugurato la propria storia con una conversazione, diciamo così, “fatta in casa”: nel

primo numero, infatti, veniva intervistato lo scrittore erotico Homerus Salomon Zweitag, che altri non era se non lo stesso Franco Valobra.

38 F. Pivano, Timothy Leary. Conversazione senza complessi con un “guerrigliero dell’edonismo”, «Playmen»,

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Un simile atteggiamento era adottato nei confronti del cinema. Si privilegiavano, infatti, le interviste a personaggi in qualche modo scomodi, provocatori e “alla moda”, come ad esempio Jean-Luc Godard (intervistato nell’ottobre 1967), Alfredo Bini (luglio 1969), Luis Malle (settembre 1971), Christopher Lee (intervistato da Michael Pergolani nel novembre dello stesso anno), William Friedkin e Alain Resnais (intervistati rispettivamente sui numeri di novembre e dicembre del 1974), e così via. I servizi e le recensioni, analogamente, riguardavano prevalentemente il cinema d’autore o i film erotici più “censurati”, senza disdegnare ovviamente la nostrana produzione di genere: sul numero di giugno del 1968, ad esempio, posava nuda per «Playmen» Sylvie Bréal, una delle protagoniste di L'uomo che mente (L’Homme qui ment, Alain Robbe-Grillet, 1968); nel numero di settembre dell’anno successivo, la rivista dedicava un ampio servizio fotografico (di Mario Orfini) a Vento dell’est (Vent d’est, Gérard Martin, Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Gorin, 1969), ma allo stesso tempo utilizzava le recensioni di due film, Una sull’altra (Lucio Fulci, 1969) e Così dolce, così perversa (Umberto Lenzi, 1969), come escamotage per mostrare nude le due protagoniste (rispettivamente, Elsa Martinelli, fotografata da Frontoni, e Carrol Baker, fotografata da Pierluigi, al secolo Pierluigi Praturlon); nel febbraio 1970 veniva pubblicato il reportage realizzato dal noto fotografo della Magnum, Bruce Davidson, sul set di Zabriskie Point (Michelangelo Antonioni, 1970); Barbara Bouchet e Rosalba Neri, invece, venivano ritratte in atteggiamenti saffici da Angelo Frontoni nel numero di settembre 1971, in un servizio che anticipava l’uscita del «thrilling erotico all’italiana» di Silvio Amadio, Il passo dell’assassino;39 sul numero di ottobre dello stesso anno, alcune foto shock tratte da Addio Zio Tom (Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, 1971) e un servizio su Nadia Cassini e Pia Giancaro cavernicole in Quando gli uomini armarono la clava e... con le donne fecero din-don (Bruno Corbucci, 1971),40 mentre nel numero di novembre 1971, un servizio su Salomè di Carmelo Bene (con foto di scena di Claudio Abate) metteva in mostra copiosi nudi integrali di Veruschka e Donyale Luna.41

39 In realtà il film usciva l’anno successivo col titolo Alla ricerca del piacere. 40 Nel servizio il film viene però chiamato Quando le donne facevano din don. 41 Il film sarebbe uscito nelle sale italiane quasi un anno dopo questo articolo.

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Rispetto alle altre riviste menzionate finora, si ricorreva molto meno di frequente agli articoli di attualità erotica, e lo si faceva, semmai, tentando di fornire una sorta di attendibilità “scientifica”, spesso anche con il contributo di autori in qualche modo blasonati: sul numero di agosto del 1968, ad esempio, compariva uno speciale sulla rivoluzione sessuale e sulla crisi dei rapporti uomo-donna, intitolato Il disordine del sesso, firmato niente meno che da Vance Packard; mentre sul numero di agosto del 1971 veniva pubblicato un dossier alquanto progressista, intitolato Il diritto di aborto, a cura di Pier Francesco Pingitore (il futuro inventore del “Bagaglino”), nel quale si affermava l’inconsistenza di ogni dilemma morale a fronte dei rischi per la salute delle donne causati dalla pratica dell’aborto clandestino. Inoltre, si privilegiavano le inchieste semiserie sull’industria del porno scandinava (gennaio 1970) o statunitense (dicembre 1970), piuttosto che i consueti servizi su “usi e costumi sessuali nel mondo”, che caratterizzavano settimanali come «Men» ed epigoni. Nella cronaca, si rifuggiva dalle piccole storie di violenza provinciale, pruriginose e del tutto romanzate, come quelle che costellavano «ABC», per dedicarsi a clamorosi casi di rilevanza mondiale (ad esempio, sul numero di agosto del 1970, uno speciale sul processo per il delitto Sharon Tate, con un’intervista a Charles “Satana” Manson e le lettere dal carcere di Susan Atkins, una degli esecutori materiali della strage).

Tra i collaboratori fissi delle prime annate di «Playmen», oltre alle vecchie conoscenze dell’editore, come Valobra e a Gian Carlo Fusco, e ai già nominati Pingitore e Pivano (la quale scriveva però solo saltuariamente sulla rivista), si potevano trovare anche Luciano Bianciardi, che si occupava delle recensioni televisive (sostituito, in seguito, dallo scrittore e giornalista Ugo Moretti), il critico d’arte di «Paese Sera» Marcello Venturoli, il giornalista e poeta Paolo Bernobini (che seguiva le recensioni teatrali a alcuni articoli di critica letteraria e di costume), il critico teatrale e musicale Ugo Leonzio, il regista Piero Vivarelli che scriveva delle novità in campo musicale, lo psicanalista e parapsicologo Emilio Servadio, che curava una rubrica intitolata Psiche e sessualità, e molti altri. È interessante notare come a queste figure, accomunate da un côté genericamente progressista42

42 Anche lo stesso Piero Vivarelli, sebbene all’età di sedici anni avesse aderito come volontario alla X Mas, in

nome della lotta contro l’imperialismo (incarnato dagli Alleati), aveva poi compiuto la scelta di iscriversi, dopo la fine della guerra, al Partito Comunista.

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(ricordiamo, inoltre, le simpatie dell’editrice Tattilo per il Partito Socialista),43 si affiancasse un personaggio dell’estrema destra quale Enrico de Boccard, ex gerarca della Repubblica Sociale, collegato a inquietanti formazioni cattoliche oltranziste, feroce anti-comunista, nonché implicato nella genesi “ideologica” della cosiddetta strategia della tensione.44 Una composizione piuttosto bizzarra, in effetti, che aveva dato luogo, in alcuni casi, a dei forti cortocircuiti di senso capaci di far emergere le ambiguità profonde che spesso caratterizzavano la rivista dal punto di vista ideologico. Ad esempio, in un’intervista dello stesso Boccard a Julis Evola (sul numero di febbraio del 1970), il filosofo esprimeva la propria opinione, fortemente negativa, sulle insidie della rivoluzione sessuale «in chiave democratica» e sul suo portato di “banalizzazione” del sesso (intesa anche come proliferazione del nudo nel cinema e nelle riviste), sulla tendenza all’unisex e sulla diffusione dell’omosessualità come sintomi di una direzione regressiva della società contemporanea, sulla necessità di riconoscere la naturalità e “normalità” di una intrinseca forma di masochismo sessuale nella donna e così via, gettando una luce sinistra sui presupposti di gioiosa liberazione sessuale che (almeno sulla carta) avevano sostenuto la creazione della rivista stessa.

In ogni caso, anche per quanto riguarda «Playmen», il principale interesse del mensile risiedeva nei servizi fotografici, che si avvalevano delle migliori firme internazionali della fotografia di nudo (oltre ai già citati Frontoni e Baes, attivi anche su «Men», collaboravano di frequente con la rivista anche Mimmo Cattarinich, Roberto Rocchi, Fabrizio Zampa, Mario Dondero e Frank Horvat, solo per citare alcuni nomi).45 Un tale apparato iconografico era improntato alla ricercatezza e alla “provocazione”, secondo un meccanismo di estrema valorizzazione dell’aspetto

43 Quello delle implicazioni partitiche (e, più in generale, ideologiche) di riviste come «Playmen», e del ruolo, a

mio giudizio non marginale, che queste pubblicazioni possono avere avuto rispetto alla creazione di un immaginario determinante per quanto riguarda le evoluzioni future dell’assetto socio-politico del nostro Paese, sarebbe un interessantissimo tema di indagine, che purtroppo deve (per ragioni di spazio) restare fuori da questo lavoro.

44 Ricordiamo, infatti, che De Boccard aveva tenuto la relazione introduttiva al famigerato convegno sulla “guerra

rivoluzionaria” all'Hotel Parco dei Principi a Roma, organizzato dall’Istituto di Studi Militari Alberto Pollio (di cui Boccard era anche co-fondatore) il 3 maggio del 1965.

45 In generale si trattava di nudi femminili. Minoritari erano i nudi maschili e sempre con un’indicazione di

fruizione esplicitamente indirizzata a un pubblico di donne, a differenza di quanto avveniva invece su «Men», che dedicava espressamente alcune rubriche al lettore omosessuale; degna di nota la serie Gli eroi nudi, sensazionali servizi di nudo (quasi integrale) che ritraevano alcuni sex symbol del cinema italiano o appartenenti alla nostrana pop culture in generale, tra cui ad esempio: Helmut Berger (novembre 1971), Jean Sorel (dicembre 1971), John Phillip Law (marzo 1972), Mal (aprile 1972), Luc Merenda (ottobre 1972), e altri.

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estetico che veniva messo in atto tramite l’utilizzo di tecniche fotografiche particolari (sovraesposizione, effetti di stroboscopia, e altri “trucchi” simili) o la profusione di riferimenti mitologico-letterari, artistici e cinematografici, sia nella composizione delle immagini, che nelle didascalie e nei testi di commento.

Tale procedimento doveva servire a differenziare questa rivista (così come altre testate affini, che vedremo tra poco) da prodotti derivativi o di qualità più scadente, ma finiva spesso per far cadere i servizi fotografici in una sorta di (cattivo) gusto sovraccarico e auto-giustificatorio che, già all’epoca, Ugo Volli aveva definito come pornokitsch, in opposizione alle rappresentazioni genuinamente pornografiche.46 Con questo termine, l’autore si riferiva, infatti, a quel particolare «fenomeno di depravazione del gusto»,47 in virtù del quale si mirava a togliere alla messa in scena

sessuale ogni crudezza sconcia e licenziosa, «mediante l’uso costante e sistematico delle tecniche dell’eufemismo»,48 fenomeno che in effetti sembra essere

perfettamente esemplificato da alcuni dei servizi fotografici presentati soprattutto nei primi anni di vita della rivista.49

In ogni caso, la rivista contemplava anche servizi dedicati all’arte figurativa (con una decisa preferenza per gli autori d’ispirazione surrealista, come Paul Delvaux, Victor Brauner e Clovis Trouille; degna di nota, in ogni caso, l’intervista a Giorgio De Chirico sul numero di ottobre del 1974), e concedeva ampio spazio alla ricerca di opere di “giovani” artisti che avevano, ovviamente, al centro della loro poetica il corpo femminile e l’erotismo. In alcuni casi, venivano pubblicati i contributi di importanti e riconosciuti “maestri”: nel settembre del 1967 comparivano sulla rivista le celebri fotografie di Werner Bokelberg che ritraevano una performance erotico-necrofila di Salvador Dalì insieme all’attrice danese Lotte Tarp,50 e nel maggio 1970

46 U. Volli, Pornografia e Pornokitsch, in G. Dorfles (a cura di), Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto, Mazzotta,

Milano, 1976 (1968), pp. 223-250.

47 Idem, p. 224. 48 Idem.

49 Non è, infatti, un caso che tra gli esempi utilizzati da Volli a dimostrazione della sua tesi si riconoscano, in

particolare, alcune foto tratte da due servizi pubblicati su questa rivista. Alle pagine 232-233 del suo saggio, Volli analizza il servizio La svedese di mezzanotte (fotografie di Marco Glaviano, febbraio 1968), in cui la modella Mimmo Lisa (sic), vestita di un bizzarro abito che le lasciava scoperti i seni, veniva descritta nelle didascalie utilizzando metafore ricercate tratte dall’alveo della mitologia e della favola. Mentre alle pagine 243-245, l’autore definisce come «il colmo del pornokitsch contenutistico» un reportage intitolato Rodin Vivo (fotografie di Jean Kerby, sul numero di gennaio 1968), in cui modelli e modelle posavano nudi mimando le composizioni di alcune statue molto note dello scultore francese.

50 In realtà le fotografie fanno parte di un servizio datato 1965, quindi di due anni precedente alla pubblicazione

sulla rivista. Inoltre, nemmeno queste opere, nonostante l’illustre presenza del pittore spagnolo, vengono risparmiate da Ugo Volli, che, a pagina 240 del saggio sopra citato, così commenta l’operazione: «Il tema della

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veniva dedicato un articolo ai disegni erotici di Pablo Picasso.51 Addirittura, nel febbraio 1981, erano stati presentati al pubblico “in esclusiva” alcuni schizzi pornografici realizzati dall’ex beatle John Lennon. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, la rivista vantava sulle proprie pagine anche la presenza di Crepax e Manara (di cui venivano pubblicate alcune opere a puntate) e di Jacovitti, del quale venivano proposte ogni mese le tavole erotico-surreali denominate Jacoerotikon.

«Il mensile degli uomini» (questo il sottotitolo della rivista, che esprimeva sia una precisa destinazione, che una sorta di più complessa “appartenenza” di gender) aveva riscontrato da subito un buon successo, nonostante il prezzo piuttosto elevato.52 Le tirature iniziali, 150.000 copie,53 erano praticamente triplicate dopo tre

anni di vita editoriale, arrivando a 450.000 nel 1970.54

Nel 1967, comunque, altre pubblicazioni avevano fatto la loro comparsa sulla scena editoriale italiana, riproponendo la formula “nudi più attualità” che aveva preso piede dopo l’uscita di «Men», sull’esempio del comune prototipo statunitense.

2.1.4 Variazioni sul tema

morte e quello dell’amore (o del sesso) sono riuniti da Dalì secondo un modulo tipicamente tardo-romantico, e Kitsch, in un’atmosfera che del surrealismo conserva solo le forme più banali e vuote».

51 Una raccolta di 12 disegni erotici di Picasso (in edizione “deluxe” su cartoncino) sarebbe stata inoltre regalata

ai lettori della rivista come supplemento al numero di gennaio del 1973.

52 Nel 1967 il costo della rivista era di 500 lire; un quotidiano all’epoca costava in media 50 lire. Il prezzo era già

aumentato l’anno successivo (600 lire), per arrivare a 1.000 lire nel 1970 e 2.000 lire nel 1977, e così via fino alle 12.000 lire (6.20 euro) del 2001, anno in cui venne terminata la pubblicazione.

53 La stessa Adelina Tattilo aveva dichiarato questa cifra in un’intervista, raccolta nell’articolo: C. Medail,

Trent’anni d’Italia messi a nudo. Una mostra su Playmen, la rivista che ha cambiato il costume, «Corriere della Sera», 27 settembre 1997, p.21 (consultabile on line all’indirizzo http://archiviostorico.corriere.it; ultima visita 20 agosto 2010).

54 Dato desunto dall’articolo: The Press: Women, not Girls, «Time», 18 gennaio 1971 (consultabile on line

all’indirizzo http://www.time.com; ultima visita 20 agosto 2010). Secondo Giuliana Dal Pozzo, nel succitato articolo di «Noi Donne», la tiratura della rivista per l’anno 1969 sarebbe stata di 500.000 copie. Secondo i dati Iad, nel biennio 1971-1972 aveva avuto una diffusione di 357.776 copie mensili. A. Sfardini, Gli anni Settanta: dati di scenario e di consumo, in F. Colombo (a cura di), Gli anni delle cose. Media e società italiana negli anni Settanta, «Comunicazioni Sociali», 1, gennaio-aprile 2001, p. 80 e p. 82. Secondo i dati dell’Ads (Accertamenti Diffusione Stampa), pubblicati su La stampa periodica in Italia. Mezzo secolo di riviste illustrate, la rivista aveva avuto una diffusione di 97.599 copie nel primo semestre del 1979; 86.763 copie nel secondo semestre dello stesso anno; 87.326 nel 1980; 87.568 nel 1981; 84.281 nel 1982; 72.691 nel 1983 (per lo stesso anno, secondo le stime dell’Ispi, «Playmen» raggiungeva mensilmente una media di 458.000 lettori). Si veda: M. Lombardo e F. Pignatel, La stampa periodica in Italia. Mezzo secolo di riviste illustrate, Editori Riuniti, Roma, 1985, p. 192 e p. 201. La popolarità del mensile era andata calando dal 1985 in poi, almeno secondo un’affermazione della stessa Tattilo nella sopra citata intervista a «L’Unione Sarda».

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Il mensile «Kent»55 aveva anticipato di qualche mese il tentativo “elitario” messo in atto da «Playmen», proponendo racconti e interventi di Luciano Bianciardi, Dino Buzzati, Mario Soldati, Allen Ginsberg, Francis Scott Fitzgerald, Milena Milani e così via, e avvalendosi della collaborazione di firme importanti, come quella di Gian Carlo Fusco, di Uberto Paolo Quintavalle, del comico Marcello Marchesi (che curava ogni mese due pagine di umorismo erotico “colto” intitolate Vademecum Satana. Agenda nera di un play-boy italiano) e dello psicologo Luigi De Marchi (che si occupava di cultura sessuale, nella rubrica Sesso e civiltà), tra gli altri.

Tra le sezioni fisse, oltre alle consuete pagine culturali, si potevano trovare su «Kent» preziosi consigli riguardanti il lifestyle maschile, sia dal punto di vista del benessere psico-fisico (in Vivere bene, a cura di Francesco Conti), che da quello della “vita mondana” più in generale. Ad esempio, all’inizio del 1968, una rubrica di moda era curata dallo stilista Osvaldo Testa, mentre quella sulle tendenze in fatto di drink (Cosabere) portava la firma del “re del cocktail” Franco Zingales. Un’altra sezione proponeva suggerimenti sull’impiego fruttuoso delle proprie finanze e forniva risposte ai più frequenti quesiti di natura economica (I nostri soldi, anonima), e ovviamente non poteva mancare il servizio mensile che valutava i nuovi modelli di auto sportive di lusso (Kent Auto).

Rispetto al “gioiello” di casa Tattilo, su «Kent» si dava molto più spazio all’attualità erotica e alle curiosità dal mondo, con frequenti dossier sui campi nudisti, sulla prostituzione, sull’“astrologia sessuale”, sulla Scandinavia o la Swinging London come terre promesse degli scandali, sui suicidi nelle università americane, e così via. Una particolare attenzione veniva dedicata alle grandi epopee della mafia internazionale, e del crimine organizzato in generale, con serie intitolate, per esempio, ai più famosi “banditi” del dopoguerra italiano (a cura di Fred Spencer, probabilmente uno pseudonimo) o alla malavita marsigliese (la serie I miei amici neri, di Gian Carlo Fusco).

Erano certamente presenti anche degli articoli di taglio specificatamente culturale, sebbene spesso connotati da un ruolo chiaramente secondario rispetto alle immagini di nudi femminili che li accompagnavano. Sul numero di aprile del 1968,

55 «Kent» (primo numero marzo 1967; dal febbraio 1968 si sarebbe chiamato «New Kent») era stato pubblicato

dalle seguenti case editrici milanesi: prima le Edizioni Kent, poi la Edip e infine le Edizioni del Giglio. Il costo iniziale era di 500 lire. La pubblicazione della rivista è probabilmente cessata intorno al 1972.

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ad esempio, veniva pubblicato un contributo sullo strip-tease, intitolato I messaggi dello strip, firmato addirittura da Roland Barthes, la qual cosa sembrerebbe perfettamente in linea con gli intenti intellettualistici à la page dichiarati dalla rivista. L’ambiguità di tale operazione, tuttavia, è palese da diversi punti di vista. Innanzitutto, nell’introduzione redazionale al breve saggio lo studioso veniva presentato come «noto giornalista francese», laddove un pubblico di presunti lettori “preparati” avrebbe forse dovuto già conoscere perfettamente il personaggio in questione (e, dunque, sapere che non si trattava di un famoso “giornalista”).56 In secondo luogo, non si faceva menzione in nessun modo del fatto che l’articolo era, in realtà, un brano ripreso da Miti d’oggi, lasciando quindi intendere che si trattava di un testo originale, scritto appositamente per le pagine di «Kent».57 Da ultimo, le

immagini che corredavano il servizio, con relative didascalie, avevano assolutamente poco a che spartire con le parole di Roland Barthes, anzi finivano in pratica per creare una specie di dissonanza di senso con esse: il reportage fotografico sugli spettacoli di Alain Bernardin al Crazy Horse di Parigi e i brevi commenti incentrati sulla legittimità dello strip-tease come fatto artistico costituivano, infatti, un esempio patente proprio di quelle tecniche di esorcizzazione del sesso nello strip-tease analizzate dallo stesso Barthes nel suo saggio.

Parrebbe quasi di trovarsi di fronte a una delle strategie di “pirateria intellettuale” tipiche della nostra industria dell’entertainment (basti pensare al cinema decamerotico e alla sua genesi pasoliniana), tesa innanzitutto alla legittimazione socio-culturale e alla salvaguardia giuridica di un prodotto costantemente sottoposto a pesanti pressioni censorie per i suoi contenuti moralmente sanzionabili.58 Resta

56 E, in ogni caso, la “creazione” del personaggio di Roland Barthes nelle vesti di “noto giornalista” doveva forse

essere funzionale a garantirne l’autorevolezza presso un pubblico tendenzialmente generalista, cui evidentemente poco importava di esimi docenti universitari e influenti semiologi.

57 Ricordiamo che la prima traduzione italiana di Mythologies (Seuil, Parigi, 1957), a cura di Lidia Lonzi, era

uscita in Italia già nel 1962, per la casa editrice Lerici (Milano).

58 È interessante notare come gli stessi autori di «Kent» dessero esplicitamente un’importanza decisiva alla

separazione di ambiti tra la loro rivista e la “pornografia” di basso livello. In particolare, negli editoriali dei primi quattro numeri del 1968 (scritti in seguito alla condanna a tre mesi di reclusione inflitta il 18 dicembre 1967 al primo direttore responsabile della rivista, Francesco Paolo Conte, per violazione dell’articolo 528 del codice penale), si affermava con forza la necessità di reprimere la pornografia in modo da permettere al pubblico di poter liberamente fruire di prodotti raffinati e culturalmente validi. In questo contesto, veniva pubblicata nel marzo dello stesso anno, un’interessante (e lungimirante) missiva di Luciano Bianciardi, che, nel condannare l’idea stessa di “comune senso del pudore” e nel porgere il proprio sostegno alla rivista, metteva però in guardia gli autori dalle distinzioni “di gusto” e dal pericolo di spostare la censura dal piano morale a quello estetico. Bianciardi, cioè, sosteneva la necessità di considerare la pornografia come genere letterario, e come tale degno di esistere, al di là di tutte le possibili questioni qualitative.

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