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2. Il problema del metodo

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2. Il problema del metodo

2.1 Lo sviluppo del pensiero filosofico-scientifico tra Cinque e Seicento porta in primo piano il problema del metodo, vero e proprio filo continuo tra vari pensatori che pure si rivolgono a settori e indirizzi di ricerca diversi, da Telesio a Bacone, da Galilei a Cartesio.

L’insoddisfazione per la scarsa efficacia di quello tradizionale, basato sulla logica aristotelica, spinge alla formulazione di un nuovo metodo che sia applicabile all’intero campo del sapere.

Da questa comune esigenza nascono proposte diverse, sia per le caratteristiche proprie del metodo di volta in volta elaborato, sia per il modo più o meno rigoroso con cui ciascun nuovo modello viene giustificato.

La posizione cartesiana si distingue per il proposito di costruire il proprio metodo su basi rigorosamente razionali e di fare di esso non tanto un semplice strumento di indagine scientifica, ma il fondamento di un sapere assolutamente sicuro, che illumina la verità delle cose.

La conquista di un sapere vero e indubitabile, un tema che attraversa l’intera riflessione cartesiana, è già presente nelle Regole per la guida dell’intelligenza (1627-1628), dove la prima delle ventuno regole individuate da Cartesio dichiara nel titolo: “Il fine degli studi deve essere di guidare la mente a giudizi sicuri e veri, intorno a tutte le cose che si presentino”.

2.2 Il progetto di un nuovo metodo

I) Sgombrato il campo dall’ipoteca del passato, Cartesio cerca di delineare i caratteri del nuovo metodo.

Il fine è la costruzione di una scienza universale, deducibile da alcuni principi, allo stesso modo in cui le proposizioni della matematica derivano da assiomi e postulati e sono concatenate fra loro in modo necessario.

Egli intende cioè applicare a tutti i campi del sapere il modo di procedere rigorosamente deduttivo della matematica, sganciando il sapere umano dalle incertezze dell’esperienza e assicurandogli così un valore assoluto.

Le scienze matematiche, pensa Cartesio, sono già pervenute in possesso del metodo, ossia di un procedimento che sia nello stesso tempo rigoroso e alla portata di tutti, affidato a cognizioni certe ed evidenti, non “probabili”, ispirato a esigenze di cautela e concretezza essenziali per l’indagine scientifica.

Preso coscienza di questa verità, si tratta soltanto di astrarlo dalla matematica e formularlo in generale, per poterlo applicare a tutte le branche del sapere. Il problema, quindi, è di dare a tutte le conoscenze scientifiche lo stesso grado di evidenza e certezza delle conoscenze matematiche.

L’ideale di una scienza matematica universale, ovvero di un sistema della filosofia e delle scienze deducibile “matematicamente” da pochi princìpi conosciuti a priori (ossia intuiti con chiarezza e distinzione dalla ragione e a prescindere dall’esperienza), rappresenta uno dei tratti distintivi della filosofia cartesiana.

Nella delineazione del metodo cartesiano viene meno, allora, il ruolo dell’esperienza e della sensibilità nel processo della conoscenza: la conoscenza è propriamente opera della ragione, la quale, grazie alle strutture logiche di cui è dotata, è capace di intuire

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autonomamente i primi principi del conoscere, e di costruire un vero e proprio sistema del mondo a spiegazione dell’intera realtà.

La mente umana è per natura predisposta ad avviare il processo di conoscenza – “ha qualcosa di divino, in cui i primi semi di pensieri utili sono stati immessi in modo tale, che spesso, per quanto trascurati o soffocati da applicazioni disordinate, producono messi spontanee” – e in grado di raggiungere procedendo con metodo il grado di conoscenza qualificata quale è la scienza.

2.3 Caratteristiche del metodo:

• La posizione cartesiana si distingue per il proposito di costruire il proprio metodo su basi rigorosamente razionali e di fare di esso non tanto uno strumento di semplice indagine scientifica, ma il fondamento di un sapere assolutamente sicuro.

• l metodo di Cartesio vuole essere tanto teoretico quanto pratico, cioè deve essere una guida per l’orientamento dell’uomo nel mondo. Deve essere utile alla vita umana.

• Il modello del metodo che emerge dall’esposizione cartesiana è quello matematico-geometrico, dove da assiomi indimostrati, in quanto immediatamente evidenti (cioè chiari e distinti) si ricavano per passaggi successivi i teoremi e le dimostrazioni.

Intuizione e deduzione sono i due momenti principali di un metodo il cui schema generale è desunto dalle parti migliori delle matematiche e della logica.

La certezza della conoscenza si fonda sull’evidenza dell’intuizione e sul rigore della deduzione, procedimenti grazie ai quali la matematica è diventata una scienza rigorosa.

• L’intuizione è l’atto mentale unico, immediato e semplice con cui l’intelletto – ossia la facoltà conoscitiva nella sua distinzione dai sensi – coglie le cose di per sé evidenti, cioè le cose semplici, che possono essere colte per se stesse, indipendentemente dai legami con le altre cose. E’ questo il modo attraverso cui si colgono gli enti matematico-geometrici, i numeri, le figure della geometria.

• La deduzione riguarda invece l’atto con cui si conosce con certezza qualcosa di per sé non immediatamente evidente a partire da altre conoscenze. E’ la connessione delle cose semplici, la quale dà luogo a cose composte, passando dall’intuizione di ciò che è immediatamente evidente alla costruzione di verità via via più complesse.

• A differenza dell’intuizione, la deduzione procede in modo discorsivo, cioè attraverso un ragionamento che giunge alla verità non immediatamente, ma mediatamente, per passaggi intermedi, così che da cose immediatamente evidenti se ne deducono altre la cui evidenza è solo mediata, basata cioè sulla correttezza dei passaggi compiuti.

Intuizione e deduzione sono le due vie della conoscenza certa ed evidente secondo Cartesio.

2.4 Le quattro regole fondamentali del metodo Cartesio doveva dunque:

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1. formulare le regole del metodo, i precetti metodologici da applicare nella ricerca, tenendo soprattutto presente il procedimento matematico nel quale esse già sono in qualche modo presenti;

2. fondare il valore assoluto e universale di questo metodo con una ricerca metafisica. Ciò significa che Cartesio avvia una indagine sui princìpi primi, sul fondamento e sul valore oggettivo delle nostre conoscenze e dell’intera sfera della certezza;

3. dimostrare la fecondità del metodo nelle varie branche del sapere.

Tale fu infatti il compito filosofico di Cartesio.

Sul primo punto, la definizione di che cosa Cartesio intendesse per metodo si trova già nelle Regole per la guida dell’intelligenza (Regulae ad directionem ingenii): “Per metodo – scrive – intendo delle regole certe e facili osservando le quali esattamente, nessuno darà mai per vero ciò che sia falso, e senza consumare inutilmente alcuno sforzo della mente, ma gradatamente aumentando sempre il sapere, perverrà alla vera cognizione di tutte quelle cose di cui sarà capace” (Regola IV).

La formulazione più matura e semplice di tali regole compare invece nella seconda parte del Discorso sul metodo, in cui Cartesio riassume il suo metodo sotto forma di quattro precetti molto generali.

1. La prima regola, o criterio dell’evidenza: chiarezza e distinzione: Il primo di questi precetti (regola dell’evidenza) contiene l’indicazione del fondamentale criterio di verità: devono essere accolte come vere solo quelle idee che si presentano alla nostra mente in modo chiaro e distinto. Chiarezza di un’idea significa che essa è colta dalla mente in forma compiuta ed esaustiva, senza che nessuno dei suoi aspetti resti nell'oscurità; distinzione significa che l’idea è ben delimitata, nitidamente separata rispetto alle altre. E’ manifesto qui il riferimento agli assiomi matematici, princìpi che per la loro evidenza non hanno bisogno di essere dimostrati ma sono intuiti come veri e inconfutabili.

2. La seconda regola, o della scomposizione: Il secondo precetto (regola dell’analisi) suggerisce di dividere ogni problema o difficoltà nelle sue parti elementari. Di fronte a qualsiasi problema ci si presenti nella ricerca, per quanto oscuro e apparentemente inafferrabile, la prima operazione da compiere è quella di scioglierlo (o risolverlo) in problemi via via più semplici, in modo da poterli considerare separatamente, fino a giungere a un problema la cui soluzione sia a portata di mano perché intuitivamente evidente o facilmente deducibile da premesse evidenti. In altre parole: se io cerco le cause di un problema, lo scomporrò nei suoi termini costitutivi, riducendolo a una questione completamente determinata o perfetta.

3. Le terza regola, o della sintesi: Il terzo precetto (regola della sintesi) afferma la necessità di disporre i propri pensieri secondo un ordine che procede da una minore a una maggiore complessità. Si tratta, come è facile vedere, del procedimento opposto al precedente, del quale esso rappresenta la ricostruzione.

4. La quarta regola, o dell’enumerazione: Vi è infine un quarto precetto (regola dell’enumerazione completa): esso raccomanda di “fare dovunque enumerazioni così complete e revisioni così generali da essere sicuro di non aver omesso nulla”.

Si tratta di una regola di verifica – che si avvale di particolari tecniche mnemoniche – sia dell’analisi, sia della sintesi. Semplificando molto, l’enumerazione svolge

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una funzione di controllo: essa si esercita ripercorrendo la catena delle connessioni del procedimento dimostrativo al fine di verificare se i passaggi che legano le premesse alle conclusioni sono stati correttamente compiuti.

L’evidenza è il cuore del metodo cartesiano, analisi, sintesi ed enumerazione costituiscono i metodi indispensabili per il suo conseguimento. Esse infatti sono un complesso di procedure il cui unico scopo consiste nel disporre le nozioni secondo serie lineari che vanno dal complesso al semplice o viceversa.

Dunque il “metodo cartesiano” è modellato sostanzialmente sul criterio dell’“idea chiara e distinta” e sul procedimento deduttivo a partire da primi princìpi di per sé evidenti in una connessione ininterrotta di connessioni o motivazioni.

Le regole che il filosofo francese detta possono essere considerate fin troppo ovvie e facili.

Tuttavia ciò accade perché esse sono ormai da secoli a fondamento del modo di ragionare dell’uomo moderno. “L’uomo che vive in un mondo dove la matematica è ancora a un livello elementare – scrive L. Febvre – non ha la ragione conformata come quella di un uomo che, anche se ignorante, anche se personalmente incapace o incurante di risolvere un’equazione o un problema più o meno complicato, vive però in una società sottomessa, nel complesso, al rigore dei modi di ragionare matematici, alla linearità elegante dei procedimenti dimostrativi.”

In realtà ciò che a noi sembra ovvio e scontato fu un tempo audacemente inusitato e strano, così come per converso ci appaiono oggi strani certi modi di pensare e di argomentare di molti anche illustri contemporanei di Cartesio come ad esempio i maghi o gli alchimisti.

L’uomo di scienza, il dotto, all’inizio del Seicento è essenzialmente un letterato e un erudito. Il suo sapere è un complesso variegato e multiforme di nozioni assimilato mnemonicamente ed esibito con grande abilità retorica. La sua scienza non è ricerca, indagine empirica, osservazione attenta dei fenomeni naturali, le procedure del suo argomentare mancano di linearità e coerenza e spesso sono sostenute unicamente dall’appello alle autorità.

Cartesio traccia, nella prima parte del Discorso, un bilancio impietoso di questo tipo di sapienza che è mera erudizione (noi diremmo “nozionismo”) fondata sulla sterilità dell’apprendimento mnemonico e sull’abilità retorica.

Non basta la pura e semplice dottrina, o erudizione, l’apprendimento di un ordine di conoscenze – anche certe ed evidenti – già costituito, da ritenere a mente con l’esercizio della memoria.

Con la formulazione e la fondazione del metodo egli contrappone al sapere del suo tempo una nuova forma di scienza fondata sulla ragione e sull’uso di procedure semplici, chiare e capaci di mettere l’uomo al riparo dall’errore.

Dichiarando tali procedure Cartesio dunque:

(a) persegue l’idea di una scienza universale (mathesis universalis) cui facciano capo tutte le scienze particolari che costituisce l’atto di nascita della mentalità e della pratica scientifica moderna;

(b) abolisce il principio di autorità indicando quale unico criterio di scientificità il rispetto rigoroso delle regole di un metodo fondato sulla ragione;

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(c) rende la scienza qualcosa di pubblico (tutti devono essere in grado di perseguire le sue procedure), oggettivo e impersonale (vengono posti fuori gioco i saperi eccezionali e misteriosi, infarciti di simboli e di metafore, saperi che della incomprensibilità per il “volgo”

facevano la loro aristocratica divisa).

Le regole del metodo non hanno tuttavia in se stesse la loro giustificazione. Il fatto che la matematica se ne serva con successo non costituisce una giustificazione perché esse potrebbero avere solo una utilità pratica ai fini della matematica stessa ed essere ciò nonostante destituite di validità assoluta e quindi inapplicabili al di fuori di essa.

Le regole del metodo vanno dunque, ora, giustificate filosoficamente, cioè Cartesio deve vedere se sia possibile usarle anche al di fuori della matematica: dimostrare la fecondità del metodo anche nelle varie branche del sapere.

L’indagine di Cartesio si fa ora metafisica: dalla stesura delle norme metodologiche della conoscenza alla domanda sul fondamento, la struttura e l’essenza della conoscenza.

Ossia: cosa è conoscere? Cosa posso conoscere come vero? [troveremo le stesse domande in John Locke, più questa: quali i limiti della conoscenza? Quest’ultima domanda ci porterà a sua volta a Immanuel Kant].

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