I.1 P ROGETTO DI RACCOLTA DEL CARTEGGIO TRA B OCCACCIO E P ETRARCA : PREMESSE METODOLOGICHE

I.2.2 D ANTE TRA B OCCACCIO E P ETRARCA

Per comprendere l’effettivo valore che i colloqui danteschi assunsero all’interno del carteggio tra Boccaccio e Petrarca, appare imprescindibile analizzare sinteticamente gli esordi del noviziato letterario del Certaldese, dal momento che il percorso formativo da lui compiuto risulta manifestarsi come parte integrante e pregnante della questione. È negli anni napoletani (1327-1341), infatti, che Boccaccio intrattiene una precoce ed assidua frequentazione con i testi danteschi, grazie alla presenza alla corte di re Roberto di Cino da Pistoia e Senuccio del Bene, amici e corrispondenti dell’Alighieri; prova evidente ne sono le epistole III, XI e XII trascritte nello Zibaldone Laurenziano XXIX 8, codex unicus per queste lettere, dove si trova contenuta anche la corrispondenza bucolica completa con Giovanni Del Virgilio.189 Già dunque all’altezza del noviziato napoletano è possibile far risalire quella ricerca inesausta e quasi ossessiva di materiali dell’esule fiorentino, il quale diventa così suo primo modello nella scrittura letteraria e fonte imprescindibile per la sua inventio narrativa, lasciando un segno quanto mai evidente nella produzione boccacciana, ma anche inevitabili contributi nel

187

Cfr. PETR. Fam. XI 1 (= Corr. IV) § 1.

188 Cfr. P

ETR. Fam. XI 2 (= Corr. VI) § 6.

189 All’interno dello Zibaldone Laurenziano XXIX 8, infatti, si trovano trascritte le epistole dantesche alle cc.

62v-63r, mentre la corrispondenza bucolica tra Dante e Giovanni del Virgilio è trascritta alle cc. 67v-72v. sull’importanza delle figure di Cino da Pistoia e Senuccio del Bene nella formazione boccacciana, cfr. Introduzione, § I.1.3.

40 pensiero e nell’ideologia letteraria del Certaldese. Attraverso le opere dantesche, difatti, il giovane Boccaccio si confronta inevitabilmente con tematiche di rilievo, quali la responsabilità morale della letteratura, la sua dimensione ludico-consolatoria, la sua funzione esistenziale, grazie alle quali il giovane ha modo di acquisire non soltanto quello sperimentalismo letterario che appare la cifra più originale dell’Alighieri, ma anche un’ormai mutata consapevolezza teorica e poetica. Questi risultati appaiono ben evidenti nella produzione creativa di questo periodo napoletano; basti ricordare il debito che le Rime scritte in questo ambiente devono alla Vita Nova dantesca, piuttosto che i dictamina del 1339, fra cui la Mavortis milex, nati proprio sulla falsariga delle prove epistolari di Dante, senza dimenticare la sperimentazione di nuove forme destinate al successo quali il Filocolo, primo romanzo in volgare, il Teseida, nato sull’impulso di comporre un poema epico classico in volgare, oppure le terzine della Caccia di Diana.190 Ecco che tutta la produzione napoletana di Boccaccio assume i connotati di un’assimilazione per osmosi dell’opera dantesca, ripresa in puntuali elementi lessicali, sintattici, metrici, così come in contenuti ed idee narrative. La continua ricerca di materiale dantesco, peraltro, non viene meno neanche al momento del suo ritorno a Firenze e, soprattutto, quando si reca in Romagna, luogo dantesco per eccellenza in cui la fama del poeta si era diffusa rapidamente, incentivando il mercato libraio ad attingere alla cospicua mole di materiali presenti sul territorio per la pubblicazione ed edizione dei testi, oltre alla possibilità di stringere rapporti con chi aveva conosciuto personalmente il poeta della Commedia, traendo dunque informazioni di prima mano, di cui Boccaccio può servirsi nella loro completezza.

Tuttavia è proprio in questa fase della propria biografia che il Certaldese non si limita semplicemente all’assidua raccolta di materiale dantesco, bensì egli si rende portavoce, diffusore ed editore delle opere dell’Alighieri,191

intraprendendo un percorso con cui intende trasformare quella “leggenda popolare” ormai costruita intorno a Dante in un vero e proprio “mito”, attraverso il riconoscimento del valore letterario ed erudito dell’esule fiorentino anche all’interno del mondo colto ed accademico.

Date tali premesse appare assolutamente naturale il coinvolgimento del maestro Petrarca sulla questione dantesca, partecipazione che emerge in primo luogo in modo emblematico nel momento in cui Boccaccio si reca a Padova dall’Aretino in missione diplomatica per proporgli il posto nello Studium fiorentino; all’interno dell’Ep. VII (= Corr.

190 Le indubbie influenze che a vari livelli le opere dantesche esercitarono sulla produzione boccacciana del

periodo napoletano vengono confermate anche in BATTAGLIA RICCI, Il culto per Dante, pp. 42-54 e in MAZZONI, Boccaccio, pp. 20-31.

191

Questa immagine di Boccaccio raccoglitore, editore ed interprete di Dante viene delineata in PADOAN, Boccaccio fedele di Dante e in BATTAGLIA RICCI, Il culto per Dante, pp. 34-41.

41 VII), infatti, è possibile rintracciare elementi i quali, per quanto non si tratti di vere e proprie evidenze testuali, testimoniano la volontà, da parte del Certaldese, di sfruttare il motivo della triste sorte dell’esilio dantesco per perorare la causa fiorentina all’interlocutore, in una sorta di risarcimento della colpa perpetrata dalla patria, che si configura anche in ideale continuità con l’evidente rimprovero che l’autore muoveva a Firenze per il mancato riconoscimento del valore letterario dell’Alighieri. Si ha come l’impressione, dunque, che Boccaccio, nel farsi portavoce della missione presso Petrarca, intendesse allo stesso tempo risaldare quella rottura che la patria aveva sancito con l’esilio del suo più geniale figlio.

La tematica dantesca, peraltro, appare indubbiamente un argomento discusso durante i colloqui che i due intellettuali ebbero modo di affrontare in quei giorni, tanto che Boccaccio, una volta tornato a Firenze con il rifiuto del corrispondente, decide di spedirgli il codice della

Commedia; quest’invio di materiale dantesco deve essere letto come conseguenza di una

presa di distanza che Petrarca dovette manifestare al corrispondente rispetto al valore letterario di quel capolavoro ed assume, dunque, i connotati di un vero e proprio tentativo di persuasione, come ben dimostra il Carmen V con cui questo dono viene accompagnato. In quest’epistola in versi Boccaccio mette in luce quanto l’opera dantesca sia «gratum…doctis, vulgo mirabile»,192 allontanando così l’accusa di provincialismo e populismo di cui spesso la

Commedia veniva tacciata ed inoltre il Certaldese si preoccupa di dare giustificazione su due

elementi, probabilmente in risposta alle posizioni petrarchesche, addotti per sminuire l’eccellenza letteraria dell’Alighieri: l’uso della lingua volgare e la mancata incoronazione poetica. Per quanto concerne il primo punto, Boccaccio ritiene che la scelta di Dante della lingua volgare non sia dovuta ad una questione di ignoranza da parte del poeta, quanto piuttosto alla volontà di mettere in mostra le potenzialità che anche la lingua volgare poteva espletare.

voluisse futuris quid metrum vulgare queat monstrare modernum 193

Inoltre il Certaldese affronta un secondo motivo di notevole interesse e che trova grande spazio all’interno degli scritti boccacciani, quello della mancata incoronazione poetica dell’Alighieri, sul quale occorre soffermarsi con maggiore attenzione dato che si tratta di una tematica che, di fatto, nasce nella corrispondenza e ivi vi si sviluppa. Innanzitutto in Boccaccio emerge l’idea dell’incoronazione poetica dantesca a partire da alcuni scritti stessi dell’Alighieri, nei quali questa tematica sembra essere mostrata con evidenza e da cui il Certaldese trae dunque la convinzione che Dante desideri e meriti di ricevere la corona d’alloro soltanto in patria; già all’interno di Pd. XXV 7-9, infatti, l’esule fiorentino esclamava

192

Cfr. BOCC. Carm. V (= Corr. IX).2-3.

193 Cfr. B

42 con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta; ed in sul fonte

del mio battesmo prenderò ‘l cappello,

per poi affrontare nuovamente la questione nella corrispondenza bucolica con Giovanni del Virgilio, in cui Dante ribadiva la volontà di ottenere l’alloro soltanto con il ritorno in patria e il riconoscimento dell’alto valore della propria poesia. Questi elementi in possesso del giovane Boccaccio si arricchiscono poi di nuove suggestioni al momento della laurea poetica ottenuta da Petrarca, della quale un primo ricordo si rintraccia già all’interno dello Zibaldone Laurenziano,194 andando a costituire in seguito un momento di digressione rilevante della Vita

Petracchi;195 la tematica dell’incoronazione, infatti, costituisce all’epoca di Boccaccio una questione ancora di forte attualità, soprattutto perché, con la cerimonia dell’alloro petrarchesco, si vedeva ripristinato nel suo splendore, oltre che negli aspetti formali, quest’antico rituale, che niente aveva a che vedere con il riconoscimento ottenuto da Albertino Mussato.196 Quanto il mito dell’incoronazione petrarchesca abbia agito sulla questione dantesca lo si evince già nel Carmen V in cui Boccaccio invita Petrarca «cui tempora lauro romulei cinsere duces»197 a leggere la Commedia di Dante per il quale «meritis tamen improba lauris mors properata nimis vetuit vincire capillos.»198. Tuttavia, se nel finale di questa lettera Boccaccio riconduce la mancata incoronazione dantesca alla morte sopraggiunta prematuramente, all’inizio egli aveva sostenuto che piuttosto questa era motivata dall’esilio e dunque dall’impossibilità di realizzare il desiderio dantesco di ricevere solo in patria l’agognato alloro poetico. Queste distinte motivazioni, inoltre, trovano solo in questa epistola un’evidente compresenza, mentre nelle successive prove boccacciane sulla figura di Dante esse verranno addotte singolarmente; a volte infatti sarà la morte la causa della mancata incoronazione, altre invece il prolungato esilio.199

Ad ogni modo è possibile notare come tale tematica riemerga prepotentemente ogniqualvolta venga affrontato quest’argomento, come in Fam. XXI 15, in cui Petrarca giustifica la sua mancanza di invidia nei confronti di Dante proprio affermando quanto sia impossibile per lui odiare chi non ha ricevuto la gloria e il premio che meritatamente aveva

194

Il ricordo dell’incoronazione poetica di Petrarca è trascritto alle cc. 73r-74v dello Zibaldone Laur. Plut. XXIX 8.

195 Il motivo dell’incoronazione poetica di Petrarca viene ampiamente trattato nella biografia del Certaldese; cfr.

BOCC. Vita Petracchi, 14-16.

196

Albertino Mussato, infatti, aveva ricevuto la laurea poetica nel 1315, ma questa cerimonia era considerata da Boccaccio come il tributo riservato dalla città di Padova al suo eminente cittadino, dunque, non in ideale continuità con la cerimonia di incoronazione come realizzata nell’antichità classica.

197 Cfr. B

OCC. Carm. V (= Corr. IX), 1-2.

198

Cfr. BOCC. Carm. V (= Corr. IX), 21.22.

199 Cfr. B

43 guadagnati.200 Tuttavia occorre anche notare quanto le suggestioni della laurea così differentemente vissuta dai suoi due maestri assumano connotati di rilievo in tutta la produzione boccacciana, costituendo un continuo motivo di riflessione ed indagine poetica ed erudita; basti considerare l’alloro poetico con cui idealmente Boccaccio incorona il suo maestro «dal qual io/tengo ogni ben, se nullo in me sen posa»201 nell’Amorosa Visione,202 fino ad arrivare al capolavoro volgare del Decameron, nel quale tuttavia non mancano i riflessi di questa tematica affidati, non a caso, alle parole di Lauretta. 203

Ad ogni modo, dopo un primo dibattito durante i colloqui padovani, la questione dantesca trova un altro momento di confronto in occasione della seconda visita di Boccaccio a Petrarca ormai residente a Milano, in cui nuovamente il Certaldese deve aver insistito per ottenere il riconoscimento del valore della poesia volgare dantesca da parte dell’interlocutore, non incontrando tuttavia le sperate approvazioni. Ecco che dunque Boccaccio non si tira indietro e, come già fatto in precedenza, invia del materiale a Petrarca; questa volta, però, non si tratta di testi di opere dantesche, bensì egli invia i propri scritti esegetici sulla figura e la poetica dell’Alighieri: la versione revisionata del Carmen V e la prima redazione del

Trattatello in laude di Dante. Non diversamente da quanto accaduto per il Petrarca, infatti,

Boccaccio aveva avvertito il dovere morale di riabilitare, con una biografia elogiativa, la figura dell’esule fiorentino, ma, allo stesso tempo, egli coraggiosamente intende sottoporre il proprio lavoro all’attento vaglio del corrispondente. Una tale operazione culturale appare fortemente indirizzata, dunque, alla ricerca di approvazione da parte di Petrarca, un’esigenza che nasceva dalla volontà, sempre tentata, di riuscire a far convivere le istanze di poetica recepite dai suoi due maestri all’interno della propria anima letteraria. Ciò che si evince dalla risposta petrarchesca, però, sembra deludere le aspettative di Boccaccio; Petrarca, infatti, nella

Fam. XXI 15, si impegna fermamente nella mise en relief della distanza dei propri progetti di

poetica ed estetica rispetto a quelli dell’Alighieri, soprattutto connaturando il loro scarto nella scelta della lingua volgare e della popularitas che ne consegue.204 L’Aretino, dunque, che per

200 Questi contenuti si trovano espressi in P

ETR. Fam. XXI 15 (= Corr. XXV), § 5.

201 Cfr. B

OCC. Am. Vis. VI 2-3.

202

In quest’opera, infatti, Boccaccio immagina che l’Alighieri, circondato dal coro delle arti del Trivio e del Quadrivio e dalla schiera di filosofi e poeti, riceva l’alloro poetico dalla Sapienza stessa; cfr. BOCC. Am. Vis. V 73-88.

203 Nella conclusione della terza giornata, infatti, Lauretta, simbolo per eccellenza della laurea poetica, prende la

parola ed appare evidente riconoscere nell’uomo che la desidera alla stanza 14 la figura dell’Alighieri, così come nel giovinetto che, fiero, la vorrebbe tutta per sé della stanza 15, quella di Petrarca. Per una ricostruzione approfondita della presenza del tema dell’incoronazione nelle opere boccacciane, cfr. ROSSI A., Laurea, pp. 3- 41.

204

Nell’esordio dell’epistola Petrarca distingue, nel giudizio di valore e merito, i contenuti delle opere dantesche dallo stile e la lingua scelti per la divulgazione; cfr. PETR. Fam. XXI 15 (= Corr. XXV) § 1, nota 3.

44 definizione intende essere «carus illustribus, vulgo ignotus»,205 non può accettare la scelta stilistica dantesca che lo porta a ricevere «fullonum et cauponum et lanistarum ceterorum …plausum et raucum murmur»;206

si tratta dunque di posizioni nelle quali non poteva di certo condividere le giustificazioni addotte dal corrispondente Boccaccio,207 il quale difendeva le scelte dantesche dal momento che difenderle significava, di fatto, anche assumere la difesa di una precisa idea di poesia e di letteratura.

Nel momento in cui si analizza la Fam. XXI 15 tuttavia non è possibile non mettere in evidenza come alcune informazioni concernenti anche la questione dantesca rispondano non tanto all’effettivo giudizio dell’autore, quanto piuttosto al progetto di falsificazione della propria biografia, secondo il processo di allineamento di questi dati all’immagine che Petrarca intendeva lasciare di sé e che ben si trova esposta nella Posteritati; nella Fam. XXI 15, infatti, i falsi si concentrano sulla mancata conoscenza della Commedia dantesca e sulla limitazione giovanile della propria scrittura in lingua volgare.208 La finalità con cui Petrarca compie una siffatta operazione culturale appare ben evidente; se da un lato, dunque, egli intende eliminare ogni dubbio sull’influenza della produzione dantesca nella sua formazione erudita, dall’altro egli, collocando le proprie opere volgari in gioventù, ne riconosce implicitamente la minore dignità letteraria. Si tratta, dunque, della precisa volontà, da parte dell’Aretino, di non porsi sotto l’egida della poetica dell’Alighieri, ritenuto un padre fin troppo ingombrante, tale addirittura da giustificare la reticenza del suo stesso nome che non compare mai nell’epistola,209 data l’importanza che Petrarca stesso assegna al silenzio

Saepe hercle silentium artificiosae eloquentiae magna pars est210

al fine di ambientare la propria personale vicenda esistenziale e poetica in una nuova stagione culturale di cui egli ribadisce con forza il primato.

Ciò che quindi si è potuto evincere è che, in fin dei conti, parlare di Dante significa inevitabilmente discutere di poetica e del valore della poesia e, su questa prospettiva, Petrarca e Boccaccio muovono su due binari paralleli che procedono di pari passo senza incontrarsi mai. Queste divergenze di carattere erudito derivano, difatti, da una diversa concezione della poesia connaturata ai due intellettuali dalle diversificate esperienze di natura letteraria ed

205 Cfr. F.P

ETRARCA, Invective contra medicum. Testo e volgarizzamento di ser Domenico Silvestri, ed. critica a cura di P.G. Ricci, Roma 1950, libro IV, p. 93.

206 Cfr. P

ETR. Fam. XXI 15 (= Corr. XXV) § 22.

207 Nell’epistola, infatti, l’Aretino, facendo riferimento a quanto aveva la possibilità di leggere nel Trattatello

inviatogli, non si dimostra in linea con il pensiero boccacciano; cfr. PETR. Fam. XXI 15 (= Corr. XXV), § 22, nota 31.

208 Queste falsificazioni biografiche da parte di Petrarca si rintracciano in Fam. XXI 15 (= Corr. XXV) § 10-11. 209 Tale reticenza è stata spiegata con il ricorso a numerose motivazioni e si è parlato anche di una sorta di

angoscia dell’influenza da parte di Petrarca nei confronti di Dante. Nell’epistola petrarchesca infatti, il nome di Dante o delle sue opere non viene mai citato, come si evince in PETR. Fam. XXI 15(= Corr. XXV), nota 2.

210 Cfr. P

45 esistenziale; se da una parte Petrarca sostiene la propria rigida poetica aristocratica in cui è la forma a consegnare validità ad un’opera che deve muoversi in uno stringente spazio divulgativo, Boccaccio, invece, per quanto tenti su alcuni punti di allinearsi all’ideologia petrarchesca, è altresì consapevole che non si può sempre stare «con le Muse in Parnaso», credendo fermamente anche nel valore civile di una forma poetica che non può prescindere dalla lingua della comunicazione, esito più genuino del clima culturale fiorentino ad anche dantesco.211

Nonostante queste ineludibili divergenze ideologiche e letterarie, però, non si può fare a meno di riscontrare, a seguito di questo secondo momento di dibattito sulla questione dantesca, che vi furono effettivamente alcuni risultati che il dialogo tra i due interlocutori produsse sui rispettivi fronti; infatti nella produzione petrarchesca si rintraccia un deciso incremento delle influenze dantesche, per quanto esse siano ancora sommessamente velate, mentre Boccaccio dimostra di aderire ad alcuni temi contenuti nella Fam. XXI 15 nella propria opera di revisione del Trattatello dantesco, in cui la vis narrativa sembra difatti essere affiancata dalla presenza di toni più squisitamente moralistici, sebbene anch’egli mantenne ferme le proprie più intime convinzioni, come è evidente nella progettazione di un’editio dantesca filologicamente valida ed attendibile,212 la quale si configurava inevitabilmente come ideale risposta allo scetticismo petrarchesco. Al di là di questi reciproci passi compiuti da Petrarca e Boccaccio nella direzione l’uno dell’altro, tuttavia è inevitabile ribadire che Dante e la sua poetica rimasero sempre questioni di un dibattito acceso e sentito, in cui l’appassionato cultore del mito dantesco e il fondatore della nuova stagione culturale dimostravano in modo evidente la diversità delle proprie anime letterarie.

Nel documento La corrispondenza epistolare tra Petrarca e Boccaccio (1339-1362): edizione, traduzione e commento. (pagine 59-65)