L A CORRISPONDENZA DI B OCCACCIO E P ETRARCA : LA NUOVA PROSPETTIVA DELLA SCRITTURA EPISTOLARE

Nel documento La corrispondenza epistolare tra Petrarca e Boccaccio (1339-1362): edizione, traduzione e commento. (pagine 95-111)

I.1 P ROGETTO DI RACCOLTA DEL CARTEGGIO TRA B OCCACCIO E P ETRARCA : PREMESSE METODOLOGICHE

I.4.2 L A CORRISPONDENZA DI B OCCACCIO E P ETRARCA : LA NUOVA PROSPETTIVA DELLA SCRITTURA EPISTOLARE

Dopo aver delineato un quadro sintetico ed esaustivo del percorso storico compiuto nel genere epistolare dall’epoca tardo-antica al Medioevo, fino ad arrivare all’imprescindibile modello costituito dalle lettere dantesche, in cui vediamo cristallizzati i risultati altamente maturi ormai raggiunti nell’epistolografia, appare necessario adesso osservare come questo processo evolutivo del genere abbia inevitabili ripercussioni anche sul percorso formativo dei nostri due corrispondenti, dal momento che, come sarà possibile dimostrare ampiamente in seguito, la fase giovanile di formazione acquisisce un peso di grande rilievo nella successiva fisionomia dei due intellettuali e nel rapporto che essi istituiscono con la propria produzione epistolare.

Per quanto concerne la figura del giovane Boccaccio, è già stata ampiamente ribadita l’importanza del soggiorno napoletano nel suo percorso di formazione,290

un ambiente quello di Napoli che, a questo punto dell’analisi, presenta un ulteriore elemento di valore; la vicinanza con Montecassino, infatti, sede privilegiata di rinascita della manualizzazione del genere epistolografico, senza dubbio permise al Certaldese di potersi formare su trattati specialistici in ambiente scolastico, dove di certo non mancavano, accanto a tentativi di produzione prosaica e poetica, anche le consuete prove di dictamina epistolari. Nel caso peculiare di Boccaccio, inoltre, abbiamo un’ottica privilegiata attraverso la quale poter studiare gli esiti e i risultati di questa formazione grazie a quel quaderno di appunti, lo Zibaldone Laurenziano XXIX 8, in cui il Certaldese trascrisse e trasmise non soltanto i propri esercizi da principiante in campo letterario, bensì spesso copiò, accanto ad essi, i modelli a partire dai quali questi ultimi erano stati composti. Ciò vale in particolare per la produzione epistolare che sembra occupare un ruolo di primo piano nella riflessione dell’intellettuale fin dai suoi primi esordi letterari, non soltanto durante il soggiorno napoletano ma ancora con il suo ritorno a Firenze e il viaggio in Romagna; all’interno dello Zibaldone XXIX 8, infatti, è

290

Sull’analisi delle caratteristiche culturali, erudite e letterarie che l’ambiente napoletano offrì al giovane Boccaccio, cfr. Introduzione, § I.1.3.

76 possibile osservare non soltanto la trascrizione dei quattro dictamina epistolari risalenti al 1339 – fra i quali compare anche la Mavortis milex291 - con i relativi modelli rappresentati dalle epistole dantesche,

cc. 50v-52r: quattro prove epistolari di Boccaccio cc. 62v-63r: epistole XI, III, XII di Dante

bensì da questo quaderno di lavoro emerge anche un’attenzione molto forte e una riflessione approfondita sul genere epistolare che sembra muoversi di pari passo con lo studio analitico della bucolica, in linea con quella grande novità dantesca rappresentata dalla corrispondenza con Giovanni del Virgilio. All’interno dello stesso Zibaldone, difatti, è possibile rintracciare la trascrizione della corrispondenza dantesca e delvirgiliana, in qualità di modello, accanto al proprio personale tentativo di carteggio bucolico con Checco di Meletto Rossi.

cc. 56r-56v: corrispondenza Boccaccio-Checco di Meletto Rossi cc. 67v-72v: corrispondenza Dante-Giovanni del Virgilio

Tuttavia è interessante notare come, al di là di questi due esempi emblematici, l’intero manoscritto risulti orientato alla trascrizione di testi di genere epistolare e bucolico, proprio a dimostrazione della curiositas che, a partire dall’esperienza dantesca, spingeva Boccaccio a ricercare materiale e a riflettere sulle prospettive offerte da tali generi letterari.

cc. 46v-50r: egloga di Giovanni del Virgilio ad Albertino Mussato cc. 56v-59r: egloga Faunus di Boccaccio

cc. 76v-77r: egloga mutila Argus di Petrarca

c. 75v colonna B: epistola metrica anonima e responsiva di Giovanni del Virgilio

c. 76r colonna A: epistola di Guido Vacchetta a Giovanni del Virgilio

Un ulteriore elemento ci consente altresì di verificare come la presenza di testi di natura epistolare si accompagnasse spesso alla trasmissione di scritture più specificamente bucoliche e pastorali anche nel corso dei secoli XIV-XV e ciò si registra in particolare qualora si osservi la tradizione manoscritta delle epistole e delle egloghe di Dante, che per gran parte si deve far risalire a Boccaccio e Coluccio Salutati, i quali avevano indagato sulla materia dantesca non solo per interesse e origini, ma anche perché ne erano andati a ricostruire il profilo biografico. All’interno della tradizione, difatti, quando i manoscritti non si concentrino esclusivamente sugli specifici generi, ricompare quella commistione che abbiamo trovato in primis nello Zibaldone boccacciano; in particolare risulta significativo a tal proposito analizzare il codice senese H VI 23,292 collegato indirettamente alla cerchia del Salutati e che trasmetteva in modo ormai autonomo le sole egloghe dantesche, il quale, ad un’analisi approfondita, rivela ancora una volta la natura miscellanea della riflessione sulla produzione

291 La Mavortis milex costituisce difatti l’epistola di esordio della corrispondenza tra Boccaccio e Petrarca; cfr.

BOCC. Ep.II (= Corr. I).

77 bucolica ed epistolare. Se dunque questa contaminazione di generi appare ben evidente all’interno della prima sezione del manoscritto,

cc.1r-2v: Boccaccio, epistola a Martino da Signa cc. 3r-33v: egloghe di Boccaccio (I-XVI) cc. 34r-36v: Petrarca, Sen. XV 3

cc. 36v-46v: Boccaccio, epistole XXI, XXII, XX, X, XVII, XVIII, XVI e XIX cc. 47r-48r: egloghe di Dante

la seconda parte si presenta invece come un nucleo esclusivamente dedicato all’epistolografia, dove si trovano affiancati, agli innovativi modelli di lettere offerti da Boccaccio e Petrarca, i più tradizionali esempi medievali di corrispondenze ufficiali tra istituzioni politiche.

cc. 85r-105r: lettere di Petrarca, soprattutto tra le Senili cc. 112v-114v: Petrarca, Sen. XV 3

cc. 115r-124r: lettere di Boccaccio (XXI, XX, X, XXII, XVII, XVIII, XVI, XIX) c. 125r: epistola del Comune di Firenze alla Regina di Napoli Margherita di Durazzo

c. 126r: epistola di Gian Galeazzo Visconti al Comune di Firenze

L’esigenza di analizzare più a fondo il percorso formativo compiuto dal Certaldese sui modelli di scrittura epistolare e soprattutto sui legami e le conoscenze dell’epistolografia dantesca è stata dettata dal tentativo di comprendere la prospettiva culturale a partire dalla quale Boccaccio sviluppa una personale riflessione sul genere, in particolare nel momento in cui decide di intraprendere il rapporto epistolare con Petrarca, una figura che si poneva inizialmente ai suoi occhi nelle vesti di vero e proprio maestro. Attraverso l’analisi della prima parte della corrispondenza tra le due corone del Trecento, qualora si prendano in considerazione con maggior attenzione gli aspetti linguistici e stilistici di cui Boccaccio si fa portavoce, è possibile osservare come questi risultino, allo stesso tempo, anche il frutto più manifesto di un ben preciso valore che il Certaldese attribuisce all’epistola. La ricerca costante di materiale che caratterizza tutta la prima fase della sua formazione, infatti, si rispecchia anche in modo evidente all’interno del carteggio stesso che, per le prove boccacciane, assume i connotati di un acuto sperimentalismo sul genere epistolare, pur rimanendo sempre all’interno della prospettiva più tipicamente medievale e dantesca.

Innanzitutto pare del tutto aderente alla normativa lasciata in eredità dalle artes

dictandi l’esordio con cui Boccaccio apre la corrispondenza, la Mavortis milex, nella quale

occorre sottolineare l’assoluta aderenza dell’epistola alla partizione che le doveva essere convenzionale; la distinzione tra salutatio, captatio benevolentiae, exordium, narratio e

petitio, dunque, trova una sua applicazione anche all’interno di questa prova iniziale della

corrispondenza e si trova ulteriormente confermata nella volontà dimostrata da Boccaccio nel seguire rigorosamente il cursus epistolare. All’interno dell’epistola esordi, inoltre, Boccaccio sfrutta un altro espediente che connotava nello specifico il panorama culturale delle artes

78

dictandi, in cui difatti era pratica diffusa quella che prevedeva l’utilizzo della figura

dell’amicus ymaginarius, dunque di un destinatario illustre e fittizio nelle prove epistolari medievali.293 Assai significativa dell’educazione scolastica ricevuta da Boccaccio in ambiente napoletano, la quale si dimostra poi essere, nell’ Ep. II di Boccaccio, la lista che l’autore svolge al fine di delineare un quadro emblematico delle autorità che dominavano nelle arti del Trivio e del Quadrivio e in cui Petrarca si dimostra essere un insigne rappresentante.

in gramaticha Aristarcus, Occam in logica, in recthorica Tullius et UIixes, in arismetrica iordanizans, in geometria similis Euclidi sive syragusanum sequitur Archimedem, in musica boetizans, et in astrologia suscitat egyptium Ptholomeum294

Un’ulteriore verifica che, inoltre, è possibile compiere sulla Mavortis milex e per cui la si connota come un dictamen epistolare, in linea con le altre tre lettere del 1339 trascritte nello Zibaldone Laurenziano XXIX 8, riguarda il riferimento esplicito ad un doppio modello letterario ampiamente sfruttato nelle scelte di carattere linguistico e stilistico; se da un lato, infatti, appare assai evidente la ripresa di sintagmi o lessico specifico mutuato dalle

Metamorfosi apuleiane - epystolium, crocota, antelucio, gurgustiolum, ambifarie,295 solo per citare alcuni esempi - un testo che aveva profondamente colpito la fantasia del giovane Certaldese, che non a caso lo integra con riprese dalle più classiche Metamorfosi ovidiane,296 allo stesso tempo egli tuttavia non si esime dal collocare, accanto a tali citazioni, una sorta di centone di un’epistola dantesca, la IV a Moroello Malaspina,297

la quale doveva necessariamente essere conosciuta dal nostro estimatore dantesco, se quest’ultimo vi costruisce i paragrafi inerenti l’apparizione della donna amata.298

L’ispirazione dantesca, ad ogni modo, non risulta evidente soltanto dai risultati dell’analisi stilistica e linguistica, ma si dimostra alla base della scelta stessa compiuta da Boccaccio di voler rivolgere un’epistola ad un erudito intellettuale che non conosceva, ma al quale voleva affidare ed affiancare il proprio percorso di formazione letteraria e in cui poteva trovare un modello eccellente già all’interno dell’epistola III di Dante a Cino da Pistoia, in un rapporto che, per quanto di lunga data, si configurava comunque come uno scambio di opinioni su questioni di ambito morale tra due dotti; la struttura circolare con cui, difatti, si chiude la Mavortis milex testimonia il percorso di

293 Cfr. W

ILKINS, Studies, p. 545 e BOCC. Ep. II (= Corr. I), nota 12.

294

Cfr. BOCC. Ep. II (= Corr. I ) § 9.

295 Cfr. B

OCC. Ep. II (= Corr. I), § 1-2.

296 In particolare il riferimento alle Metamorfosi di Ovidio avviene, nell’epistola, nel momento in cui l’autore si

descrive al suo destinatario come una massa inerme, ignorante, priva di qualsiasi qualità, ancora totalmente da plasmare; cfr. BOCC. Ep. II (= Corr. I) § 2 ripresa in § 11.

297 Questa lettera dantesca è conosciuta a Boccaccio probabilmente per il tramite di Senuccio del Bene. A tal

proposito, cfr. anche Introduzione, § I.3.3.

298 Oltre ai § 3, 4, 5 della Mavortis milex in cui la ripresa dantesca si fa veramente pedissequa, è possibile altresì

verificare la presenza di singoli sintagmi particolarmente significativi, come nel caso di caliopeus sermo, ampiamente sfruttato da Boccaccio anche in altri contesti letterari. Cfr. BOCC.Ep. II (= Corr. I), nota 7.

79 conoscenza che il giovane Boccaccio intende compiere sulla scorta del maestro Petrarca per vestire i panni di poeta, un itinerario umano e letterario all’interno di una ben precisa atmosfera culturale medievale.

Anche procedendo nell’analisi della prima sezione della corrispondenza, Boccaccio dimostra di farsi interprete delle diverse soluzioni proposte dal corpus epistolografico, così come codificato nel corso dell’epoca medievale, pur nella consapevolezza, che deve essere sempre tenuta a mente, dell’esigua parte delle epistole boccacciane a noi giunte attraverso la tradizione manoscritta. Tale considerazione risulta particolarmente significativa nel momento in cui, passato il periodo di formazione giovanile, il Certaldese si propone una seconda volta come interlocutore del maestro Petrarca che sta giungendo di passaggio a Firenze e decide di rivolgersi a lui attraverso un’epistola metrica a noi non pervenuta.299

Nonostante la mancanza del testo epistolare redatto da Boccaccio, è possibile tuttavia rilevare che il tentativo della scrittura di lettere in versi risultava inserito pienamente nelle convenzioni epistolari dell’epoca, in cui lo scambio di opinioni di natura letteraria o su questioni di alto profilo fra dotti ed intellettuali avveniva appunto nella forma prescelta in questo caso dal nostro interlocutore; in tal senso appare pertinente anche la decisione petrarchesca di rispondere a tale proposta con la medesima forma epistolare, diversamente dallo scarto compiuto ormai trent’anni prima da Dante in risposta alla metrica di Giovanni del Virgilio.300

Al di là di questi preliminari tentativi con cui Boccaccio tenta di istituire un rapporto epistolare con Petrarca che assuma i connotati di una vera e propria corrispondenza, anche nella scelta di una forma epistolare autorizzata a cui rispondevano precise distinzioni in campo linguistico e stilistico, ad ogni modo la perdita del materiale boccacciano non ci consente di poter eseguire un’analisi condotta in modo preciso ed analitico in merito all’evolversi della sua scrittura epistolare in questi anni, sebbene i pochi esempi che la tradizione manoscritta ci ha conservato risultino estremamente significativi per comprendere il valore peculiare che Boccaccio e la cultura a lui coeva assegnavano all’epistolario. Non è dunque un caso che sia stata conservata l’epistola scritta dal Certaldese per conto della Signoria fiorentina al fine di invitare Petrarca presso lo Studio fiorentino;301 infatti, il carattere ufficiale di questa lettera, la sua veste di epistola redatta per conto di «priores Artium et vexillifer iustitie populi et Comunis Florentie»,302 per quanto appaia comunque riconoscibile la peculiare fisionomia intellettuale del nostro corrispondente, tuttavia inserisce questa prova

299

Mi sto riferendo all’epistola metrica non pervenuta (= Corr. II) , la cui esistenza viene postulata a partire dalla responsiva petrarchesca.

300 Di fronte all’epistola metrica inviata da Giovanni del Virgilio, Dante decise di rispondere con un

componimento in stile bucolico, instaurando così la corrispondenza successiva.

301

In questo caso faccio riferimento a BOCC. Ep. VII (= Corr. VII).

302 Cfr. B

80 letteraria all’interno del canone del genere epistolografico, dove questa tipologia di produzione, manifesto anche di un’ideologia politica, godeva di un’ormai lunga codificazione e tradizione, fatto che ne autorizzava anche la circolazione. Come ho già ampiamente descritto nel precedente paragrafo,303 difatti, il sorgere di organismi politici comunali comportò lo sviluppo di una classe di funzionari i quali godevano di compiti di carattere rappresentativo, ma anche strettamente pratico; è interessante notare, infatti, come all’interno di questa epistola VII Boccaccio non parli in prima persona, per conto personale, ma tenda ad usare una serie di argomentazioni retoricamente efficaci, da «civi et huius operis legato nostro carissimo»304, al fine di persuadere il proprio interlocutore ad accettare la richiesta di cui si fa portavoce. Questa lettera, dunque, non presenta i contenuti e la forma epistolare che le possano consentire di iscriversi all’interno di una corrispondenza privata o comunque intellettuale, bensì essa pare aderire totalmente a quella dimensione di “pubblico colloquio” che caratterizzava gran parte della produzione di lettere di epoca medievale e di cui molti esempi si trovano nelle epistole dantesche.

Infine di estrema importanza risulta l’analisi dell’ultima prova boccacciana contenuta all’interno della prima sezione della corrispondenza,305

dal momento che quest’ultima mostra un profilo ancora diverso dello sperimentalismo che caratterizzò la ricezione da parte di Boccaccio del genere epistolare; il noviziato letterario compiuto dal giovane Certaldese, infatti, si caratterizzò per una commistione della riflessione tra epistolografia e produzione bucolica, in linea con l’originale reinvenzione del genere pastorale ad opera di Dante. La natura miscellanea di questa sua formazione appare trasparire anche all’interno della corrispondenza e l’epistola X sembra costituirne il nucleo più emblematico; date tali premesse non ci può stupire che, nel momento in cui Boccaccio si trova nella difficoltà di dover porre rimproveri al proprio maestro su questioni assai rilevanti, che non concernono solamente la sfera politica, ma anche quella strettamente morale, egli avverta la necessità di ricorrere al velo bucolico, come sottolinea al corrispondente nell’epistola.

tu autem que sub pastorali cortice tecta sunt, si libet ingenio percipe.306

All’interno di questa lettera, dunque, si trovano ampiamente sfruttate le tecniche della bucolica dantesca, a partire dalla necessità di nascondere sotto il velo bucolico la reale identità del destinatario, così come tutti i riferimenti alla realtà politica coeva; se infatti da un lato Petrarca si troverà sdoppiato tra se stesso e il suo alter ego Silvano su cui viene fatta cadere la colpa di aver deciso di dimorare a Milano, allo stesso tempo però anche la dura critica della

303 Un’attenta analisi dell’epistolografia in epoca medievale e del ruolo del funzionario pubblico è stata svolta in

Introduzione, § I.4.1.

304 Cfr. B

OCC. Ep. VII (= Corr. VII) § 23.

305

Mi riferisco a BOCC. Ep. X (= Corr. XI).

306 Cfr. B

81 politica del Visconti, o meglio Egone nell’epistola, avverrà tutta in una chiave di interpretazione che risponde ai dettami pastorali, influenzando così inevitabilmente anche le scelte in materia di lingua e stile. Ecco che dunque in questa ulteriore fase di sperimentazione del genere epistolare da parte di Boccaccio, egli risulta ad ogni modo volersi porre sulle orme del suo duce per eccellenza, Dante, procedendo su quella strada innovativa tracciata dal suo illustre predecessore.

L’analisi finora compiuta sulle varie prove epistolari realizzate da Boccaccio all’interno della prima sezione della corrispondenza rivela, dunque, un quadro piuttosto omogeneo, in cui il Certaldese, seppure mosso dal suo istintivo sperimentalismo, si pone sempre in linea con una produzione epistolare saldamente codificata in epoca medievale, sulla base anche delle nuove prospettive letterarie promosse dall’epistolografia dantesca. Quanto detto finora, tuttavia, non esclude che sia possibile rintracciare, soprattutto negli ultimi esiti di questa prima fase della corrispondenza, una graduale ricezione da parte di Boccaccio degli risultati rivoluzionari che Petrarca stava apportando al genere dell’epistolografia, così come egli l’aveva conosciuta; basti prendere in considerazione l’analisi del cursus dalla Mavortis

milex all’epistola X per rendersi conto di una minore adesione alle strette regole ritmiche

imposte dall’ars dictandi medievale.307

Inoltre la concezione innovativa dell’epistolario da parte di Petrarca ebbe anche ulteriori esiti nella produzione boccacciana, soprattutto se pensiamo che egli tentò, già in questi anni, di instaurare rapporti con dotti ed intellettuali coevi attraverso quella stessa forma epistolare della quale percepiva la legittimazione data dalla produzione del corrispondente.308 Appare comunque indubbio e assai significativo che, per quanto Boccaccio tenti di recepire nella sua portata innovativa la rivoluzione epistolografica che Petrarca stava realizzando, non riesca alla fine, ancora negli anni Sessanta del Trecento, ad aderire pienamente a questa nuova forma epistolare, soprattutto non pensando in alcun modo ad un progetto editoriale volto alla pubblicazione del proprio epistolario, in linea con le Familiari petrarchesche, a riprova della sua concezione della lettera e della raccolta di lettere proiettata in una dimensione ancora del tutto medievale e dantesca.

Dopo aver esaminato nelle sue complesse dinamiche il percorso compiuto da Boccaccio all’interno del carteggio, sia per quanto concerne la sua concezione dell’epistolografia a livello di micro e macrotesto, sia per quanto riguarda l’indagine sulle sue prove stilistiche e linguistiche nella scrittura epistolare, è imprescindibile adesso prendere in

307 Questo dato viene confermato anche da Pier Giorgio Ricci quando opera un’analisi dell’epistolografia

petrarchesca e dei suoi esiti, in RICCI, Petrarca e epistolografia, p. 209.

308 In particolare, infatti, siamo certi che tenne rapporti epistolari dai connotati molto vicini alla corrispondenza

con Petrarca con Barbato da Sulmona (Ep. XII), Zanobi da Strada (Ep. VI, VIII, IX) e Francesco Nelli (Ep. XIII).

82 considerazione anche l’altro corrispondente, Petrarca, il quale, nel corso di questi vent’anni circa di carteggio, non si limitò a riflettere sul genere epistolare durante un percorso di formazione che in parte si allontanò da quello boccacciano, bensì egli, grazie alla scoperta delle epistole ciceroniane nel 1345, iniziò a sviluppare un nuovo sistema ideologico legato alla scrittura di lettere che innescherà una vera e propria innovazione all’interno dell’epistolografia, così come conosciuta fino a questo momento.

Innanzitutto anche per Petrarca appare assai significativo mettere in evidenza il percorso di formazione letteraria da lui compiuto, dal momento che i risultati di tali analisi sembrano confermare un’educazione dell’intellettuale che non esclude assolutamente la conoscenza delle artes dictandi e importanti riflessioni sul genere epistolare; infatti, a differenza dell’immagine che lo stesso Aretino ha voluto costruire di se stesso e lasciare alla

Nel documento La corrispondenza epistolare tra Petrarca e Boccaccio (1339-1362): edizione, traduzione e commento. (pagine 95-111)