T RA ARTES DICTANDI ED EPISTOLOGRAFIA DANTESCA : MODELLI TARDO ANTICHI E MEDIEVALI

Nel documento La corrispondenza epistolare tra Petrarca e Boccaccio (1339-1362): edizione, traduzione e commento. (pagine 89-95)

I.1 P ROGETTO DI RACCOLTA DEL CARTEGGIO TRA B OCCACCIO E P ETRARCA : PREMESSE METODOLOGICHE

I.4.1 T RA ARTES DICTANDI ED EPISTOLOGRAFIA DANTESCA : MODELLI TARDO ANTICHI E MEDIEVALI

Al fine di comprendere quale sia l’effettiva eredità di modelli, canoni e precetti che la precedente produzione epistolografica consegnò agli albori del Trecento, occorre innanzitutto ripercorrere in sintesi gli sviluppi che si realizzarono nel genere epistolare a partire dall’epoca tardo-antica, dal momento che, in tal modo, saremo in grado di constatare l’importanza che questo iter storico assume all’interno della corrispondenza tra Boccaccio e Petrarca, sia per quanto concerne come e con che finalità l’epistola veniva concepita, che per quanto riguarda il rilievo assunto da alcuni centri italiani all’interno del percorso formativo dei nostri due intellettuali. Appare necessario, difatti, chiarire in primo luogo come, in epoca tardo-antica, la pratica epistolare fosse ampiamente diffusa, sebbene occorra fin da subito compiere una precisa distinzione; da un lato, infatti, si collocava la corrispondenza che noi definiamo privata, vale a dire con la quale venivano mantenuti rapporti e legami familiari, intimi e quotidiani, per i quali non si percepiva assolutamente l’esigenza di una raccolta e di una conservazione, come ben dimostra a tal proposito la scarsissima tradizione manoscritta che ci è giunta, mentre, invece, la raccolta di lettere rivolte alla divulgazione e, dunque, frutto di un progetto editoriale, si configurava nella prospettiva di un “pubblico colloquio”, così come è stato definito da Pastore Stocchi,279 vale a dire nell’ottica di un dialogo instaurato da un singolo, rappresentante delle istituzioni, e la collettività oppure tra le stesse istituzioni su tematiche considerate di interesse pubblico.

In questa prospettiva è possibile tracciare alcuni esempi che consentono di concretizzare quanto detto finora e che si propongono come veri e propri modelli per tutta l’epoca medievale; in primo luogo Cassiodoro con le Variae, raccoglitore e formulario per lettere e documenti redatti o per conto dei sovrani o a proprio nome, ma nello svolgimento delle funzioni pubbliche, che diverrà punto di riferimento rilevante soprattutto per le scritture epistolari curiali e cancelleresche, mentre, anche sul versante cristiano, non si disdegnava di adottare schemi e formule tratte dalla tradizione pagana, grazie ai quali si andarono ad affiancare al già importante modello dell’epistolario paolino, le lettere di S. Gerolamo e S. Agostino, anch’esse configurate come atto di predicazione e dunque di colloquio con la comunità cristiana. Accanto a questa produzione tardo-antica, inoltre, occorre anche ribadire l’importanza che alcuni modelli classici mantennero ancora per tutto il Medioevo ed in

279 Cfr. M.P

70 particolare ciò vale per le Epistulae ad Lucilium di Seneca, il quale, consapevole dell’operazione culturale compiuta, aveva dato grande impulso all’epistola morale intesa nella sua veste di scritto esemplare.

Se dunque appare assai diffusa la pratica epistolare in quest’epoca, è necessario altresì rilevare anche la pressoché totale mancanza di una codificazione sistematica del genere e la presenza soltanto di sparse osservazioni teoriche, fra le quali un posto di rilievo occupano la sezione De epistolis dell’Ars rhetorica di Giulio Vittore ed il frammento De epistolis tràdito dal manoscritto Pd. lat. 7530.280

Già in età carolingia comunque fu possibile assistere ad un’evoluzione della scrittura epistolare, arrivando anche a concepire la conservazione delle epistole in vere e proprie collezioni, in assonanza con quella rinascita culturale che caratterizza questa specifica epoca; basti pensare alle lettere di Alcuino, Rabano Mauro, Lupo di Ferrières, per citare soltanto alcuni esempi illustri.

Tuttavia occorre attendere i secoli XI-XII per verificare un’ormai matura consapevolezza sulla riflessione in merito alla teoria epistolare e sulla necessità di una produzione manualistica che fissasse per scritto regole e norme già ampiamente diffuse in ambito scolastico; fu, infatti, l’esigenza dettata dall’istruzione che prevedeva l’esercitazione su testi in versi e prosa e, dunque, anche sui dictamina epistolari, ad incentivare una prima manualizzazione del genere epistolografico ad opera di Alberico281 nell’importante centro culturale di Montecassino, un tentativo che si ispirava ai precetti dottrinari offerti in particolare dalla Rhetorica ad Herennium, costante punto di riferimento all’epoca assieme al

De inventione ciceroniano. L’operazione di Alberico costituì quindi un primo passo di grande

importanza nel percorso evolutivo del genere epistolare, come testimonia il fatto che un suo probabile allievo, Giovanni da Gaeta, trasferitosi a Roma e divenuto papa con il nome di Gelasio II, sarà indicato quale principale restauratore del cursus, elemento tecnico costante e caratterizzante della pratica epistolare nel Medioevo; non fu dunque un caso se questa manualistica epistolografica trovò ampio spazio di diffusione e utilizzo soprattutto all’interno degli ambienti curiali ed imperiali, in cui la classe dei funzionari doveva possedere una vasta tipologia di competenze, fra le quali non ultima l’abilità nella composizione di epistole, come ben dimostra l’esempio dei Decretales pontifici, testi redatti sotto forma di lettera in cui venivano fornite disposizioni giuridiche per la comunità ecclesiastica.

280

Cfr. ALESSIO, Storia ars dictaminis, p. 34 e MORENZONI, Epistolografia, p. 446.

281 Alberico, monaco e maestro di grammatica a Montecassino, è difatti noto per la composizione di due

trattatelli: i Flores rhetorici (o Dictaminum radii) che si esaurivano nella presentazione dei colores della retorica agli studenti e il Breviarum de dictamine in cui, sebbene in forma sintetica, si tentava un primo contributo rivolto esclusivamente all’epistolografia. Cfr. ALESSIO, Storia ars dictaminis, pp. 35-38 e MORENZONI, Epistolografia, pp. 446-448.

71 A partire dal XII secolo l’asse di evoluzione delle artes dictaminis si trasferì in un altro centro culturale di grande rilievo, Bologna, dove assistiamo a realizzazioni più mature e più rapidi sviluppi del genere epistolare, favoriti dal rinnovamento degli studi giuridici, considerati anche nel loro risvolto utilitaristico; non dobbiamo dimenticare, infatti, la crescita e lo sviluppo in questo periodo dei primi organismi comunali che contribuirono indubbiamente al realizzarsi di una classe di funzionari cancellereschi ai quali venivano richieste anche competenze di carattere pratico. L’emergere di una diffusa richiesta di studenti esperti non soltanto nelle più generiche artes notariae, ma anche capace pragmaticamente di sapere redigere un atto ufficiale o una lettera, incentivò dunque il processo tramite il quale l’epistolografia raggiunse uno status di autonomia di genere; a tal proposito assai rilevante appare l’operato di Adalberto Samaritano282

il quale compose la prima vera e propria ars

dictandi interamente rivolta alla trattazione della normativa epistolografica, con attenzione

all’utilizzo di definizioni e terminologie tecniche per designare le varie parti che componevano l’epistola e facendo seguire la sezione manualistica da un corpus di modelli. Un ulteriore contributo in ambiente bolognese appare inoltre quello rappresentato dalle

Rationes dictandi prosaice di Ugo da Bologna283 il quale fu il primo a dichiarare in maniera esplicita il carattere eminentemente pratico dell’arte di redigere epistole, configurando questo studio come necessario al termine di un percorso formativo di ambito grammaticale e illustrando considerazioni più precise di natura retorica; ecco che dunque lo sviluppo dell’epistolografia si accompagnava anche ad una necessaria ridefinizione dei rapporti tra questo insegnamento ormai specialistico e le arti del Trivio.

Nel corso del XII secolo si assistette poi ad una consistente diffusione della teoria e della manualistica epistolografica nel Nord Italia, ambiente da cui queste riflessioni passarono anche oltralpe, verso Germania e Francia, in cui, in particolare, è possibile osservare l’accelerazione di un percorso evolutivo del genere che si realizzò anche in ambiente italiano a partire soprattutto dalla prima metà del XIII secolo, con un’accentuazione più evidente della necessità di integrare l’epistolografia con la materia strettamente retorica, di cui costituisce un eccellente esempio il Libellus de arte dictandi attribuito a Pietro di Blois e che trovò fin da subito largo impiego anche negli ambienti nord italiani e bolognesi.284 Ritornando quindi al

282 Adalberto diede vita ai Praecepta dictaminum, un manuale dedicato all’epistolografia, suddiviso in una prima

parte di natura teorica, in cui si distinguevano le varie parti dell’epistola e la complessa questione della salutatio, la quale doveva essere adeguata a seconda dello status sociale del mittente e del destinatario, e una seconda sezione di modelli epistolari. Cfr. MORENZONI, Epistolografia, pp. 448-449.

283 A quest’opera di Ugo da Bologna è possibile affiancare anche un altro scritto, Rationes dictandi, di un autore

anonimo del XII secolo, in cui la precettistica epistolografica sembra aver raggiunto una piena maturità tanto da potersi dire conclusa una prima fase dell’ars dictandi. Cfr. MORENZONI, Epistolografia, p. 451.

284

Sul rilievo che la riflessione in merito all’epistolografia assunse nelle scuole francesi, cfr. MORENZONI, Epistolografia, pp. 452-456.

72 centro culturale di Bologna nel corso del XIII secolo, ecco che dunque si fecero più pressanti le richieste volte all’utilizzo, all’interno delle artes dictandi, che mantenevano ancora il loro particolare utilizzo pratico, di elementi tecnici e contributi derivati dagli importanti manuali di retorica classica; questa esigenza si fece molto forte non soltanto per le influenze di origine transalpina, ma in particolare perché, come già detto, gli studenti delle scuole giuridiche erano gli stessi che si trovavano a frequentare quelle retoriche e questo a causa dell’imponente sviluppo delle entità comunali le quali facevano sempre maggiore utilizzo di una corrispondenza di carattere ufficiale, incentivando dunque la domanda di una classe notarile e cancelleresca preparata e competente.

Da quest’analisi consegue chiaramente che nel corso del Duecento le artes dictandi presentavano una fisionomia molto più complessa rispetto a ciò per cui questi insegnamenti si erano caratterizzati nel corso dei secoli precedenti. In primo luogo, difatti, la necessità di elaborare stilisticamente la sezione dell’epistola definita narratio, richiedeva la conoscenza e l’uso dei colores retorici, che non potevano essere se non mutuati dai manuali di epoca classica, in particolare dai libri I e IV della Rhetorica ad Herennium, e questo necessario ricorso alla retorica contribuì ad accendere un dibattito sul riconoscimento delle artes dictandi in quanto produzione normativa valida per qualsiasi tipologia di composizione prosastica; ecco che dunque questi manuali divennero luoghi collettori di regole e teorie della composizione letteraria, rappresentando di fatto i testi per la formazione di base dei funzionari pubblici e, dunque, anche degli scrittori di quest’epoca. Se però da un lato le artes dictandi demandavano il compito di apprendimento retorico ai commenti della manualistica classica, incentivando anche la scrittura di ulteriori opere esegetiche, come ben dimostra la Rettorica di Brunetto Latini,285 un volgarizzamento-commento dei primi diciassette libri del De inventione ciceroniano, o il suo Tresor, con cui l’autore tentava nel terzo libro di operare una ridefinizione delle funzioni della retorica, dall’altro però questa tendenza si accompagnava al contrapposto recupero, da parte di queste arti, della finalità specialistica che le era più propria, vale a dire quella che riguardava precipuamente l’insegnamento delle tecniche di composizione dell’epistola.

Questa duplice caratterizzazione dell’epistolografia, che trova già i suoi esordi nel XII secolo, si realizza tuttavia pienamente nel corso del Trecento, in cui difatti è possibile osservare fenomeni culturali assai variegati, che trovano il loro centro propulsore in Toscana, ma soprattutto in Romagna. È infatti alla fine di questo secolo che nasceva a Padova quel movimento preumanistico che vide nelle figure di Lovato Lovati e Albertino Mussato i suoi

285

Sull’importanza della figura e delle opere di Brunetto Latini in merito all’evoluzione sul genere epistolare, cfr. WITT, Ars dictaminis, pp. 16-20.

73 più insigni rappresentanti; si trattava dunque di illustri giudici e notai che ricoprivano numerosi incarichi di carattere pubblico, ma che coltivavano altresì, nella loro dimensione privata, un ardente interesse letterario in cui manifestarono la volontà di comporre opere, in particolare di carattere storico e poetico, volte a riproporre, in una prospettiva ancora medievale, gli esempi rappresentati dalle opere dell’antichità classica, in parte fatte riemergere dalle biblioteche della cattedrale di Verona e dell’abbazia di Pomposa.286

Tuttavia questa loro operazione culturale, sostenuta e resa possibile proprio grazie alla duplice connotazione, grammaticale e retorico-giuridica, della loro formazione professionale, non portò alcun risultato innovativo nello specifico settore dell’epistolografia, dove si registra la composizione di epistole metriche per il colloquio con la collettività culturale ed intellettuale, che erano però pratica già ampiamente diffusa nel Medioevo.

Al di là di questo gruppo padovano di notai-letterati, è possibile allo stesso tempo rintracciare la presenza di alcune personalità che svolgono ancora l’unico e preciso ruolo di

dictatores, con esiti che, in alcuni casi, dimostrano di voler rompere con la moderna pratica di

scrittura epistolare, come si può osservare in Geri d’Arezzo, figura di dettatore poco conosciuto, il quale cercò di sviluppare un nuovo approccio stilistico nell’epistolografia cercando di venir meno alla rigida formalizzazione precettistica medievale, soprattutto attraverso l’abolizione della suddivisione in cinque parti della lettera e dell’assoluto rispetto del cursus ritmico; si tratta, ad ogni modo, di una proposta innovativa di cui non si comprende a fondo l’intenzionalità programmatica e che non ebbe comunque esiti successivi. Ciò è ben evidente dal fatto che gli insegnanti di ars dictandi si dedicavano ancora nel XIV secolo alla composizione di manuali normativi in cui veniva sostanzialmente ribadito il modello tradizionale medievale, con manifeste evoluzioni teoriche date dalla lettura della produzione retorica classica; un esempio estremamente rilevante è difatti rappresentato da Giovanni del Virgilio, bolognese, che compose un’Ars dictaminis287 in cui veniva operata una distinzione tra stile prosaicum epistolare e non epistolare, mantenendo invariata la suddivisione in parti della lettera e la complessa problematica legata alla salutatio che doveva variare a seconda dello status sociale di mittente e destinatario.

La figura di Giovanni del Virgilio ci consente, inoltre, di mettere in evidenza l’importanza che il centro bolognese occupò negli studi dell’epistolografia e di come tale dato culturale risulti altrettanto rilevante nel percorso formativo di un intellettuale fondamentale

286 Un’analisi più approfondita del gruppo preumanistico concentratosi nella città di Padova, cfr. W

ITT, Ars dictaminis, pp. 21-26 e G.BILLANOVICH, Il preumanesimo padovano, in Storia della cultura veneta I, Vicenza, 1976, pp. 19-110.

287

Questo testo di Giovanni del Virgilio è stato presentato e discusso in P.O.KRISTELLER, Un 'Ars dictaminis' di Giovanni del Virgilio, in «Italia medioevale e umanistica» 4, 1961, pp. 181-200.

74 per la comprensione della corrispondenza tra Boccaccio e Petrarca, anche per quanto concerne il suo modello di scrittura epistolare. Sto ovviamente facendo riferimento a Dante, che si dimostrò ampiamente ricettivo nell’ultimo periodo di esilio vissuto in Romagna e che, attraverso l’analisi della sua produzione in ambito epistolare, ci permette altresì di delineare una summa esaustiva in merito alla concezione dell’epistola e della raccolta e collezione di lettere così come poi venne ereditata dalle due successive corone del Trecento. La produzione epistolare dantesca, difatti, consente di verificare quanto questo autore si inserisca ancora in un ambiente culturale saldamente ancorato alle concezioni ideologiche e letterarie del Medioevo; se infatti la corrispondenza privata dell’esule fiorentino non era considerata in alcun modo meritevole di essere trascritta e conservata, in quanto facente parte della dimensione privata ed intima dell’intellettuale, di cui dunque non appare traccia nei manoscritti tràditi, allo stesso tempo però le epistole che ci vengono consegnate dalla tradizione risultano totalmente aderenti ai canoni programmatici e normativi fissati e stabiliti dai manuali sui quali anche Dante aveva svolto la sua formazione di scrittore. Il nucleo di tredici lettere che ci sono giunte, dunque, appare estremamente omogeneo proprio a causa della sua ineccepibilità tecnica e dell’obbligata aderenza a una struttura, uno stile e dei lineamenti ben definiti, nei quali è comunque possibile rintracciare la genialità caratteristica dell’esule fiorentino. Una tale rigida formalizzazione inoltre risultava anche svolgere una funzione non secondaria, soprattutto nelle epistole dal carattere più marcatamente impegnato, in cui il rigido rispetto della forma e del cursus si rivelava pure garante intrinseco della legittimità di quell’esemplare, autenticandone anche la divulgazione erudita. Ecco che, dunque, accanto a una ricca produzione fortemente legata alla dimensione pubblica, vale a dire in cui il dotto, anche in quanto funzionario, si confrontava su tematiche di pubblico interesse con le istituzioni civili ed ecclesiastiche – vedi in particolare le epistole I, II, IV, V, VI, VII, XI e XIII288 – si affiancava una corrispondenza retorica con dotti e intellettuali a lui vicini su questioni squisitamente di carattere morale o biografico – come nei casi delle lettere III e XII.289 Questa seconda tipologia di produzione epistolare rappresenta tuttavia una porzione esigua all’interno della tradizione manoscritta, dal momento che essa era considerata di minor interesse e dunque non così meritevole di essere copiata e trasmessa; la corrispondenza fra intellettuali ed eruditi su tematiche di carattere più strettamente letterario e poetico, infatti, veniva realizzata attraverso la scrittura di lettere in versi, il cui stile alto risultava più idoneo alla rilevanza delle questioni trattate, come è ben manifesto nell’esordio del carteggio bucolico tra Dante e Giovanni del Virgilio.

288 Per una sintesi dei contenuti di queste epistole, cfr. M.P

ASTORE STOCCHI, Epistole, in ED, pp. 707-710.

289

75 Questa necessaria analisi del percorso che si è realizzato nel genere della scrittura di lettere e nell’epistolografia dall’epoca tardo-antica al Trecento risulta di grande interesse, soprattutto dal momento che, nel successivo paragrafo, apparirà evidente quanta parte ebbe nei distinti e diversi percorsi intrapresi in campo stilistico e linguistico da Boccaccio e Petrarca l’eredità ricevuta dai trattati di artes dictandi, così come dall’importante modello che in materia di lingua e stile offriva la produzione epistolare dantesca.

I.4.2 LA CORRISPONDENZA DI BOCCACCIO E PETRARCA: LA NUOVA PROSPETTIVA DELLA

Nel documento La corrispondenza epistolare tra Petrarca e Boccaccio (1339-1362): edizione, traduzione e commento. (pagine 89-95)