I L RAPPORTO CON IL PASSATO : COPIA , IMITAZIONE E PLAGIO

Nel documento La corrispondenza epistolare tra Petrarca e Boccaccio (1339-1362): edizione, traduzione e commento. (pagine 65-69)

I.1 P ROGETTO DI RACCOLTA DEL CARTEGGIO TRA B OCCACCIO E P ETRARCA : PREMESSE METODOLOGICHE

I.2.3 I L RAPPORTO CON IL PASSATO : COPIA , IMITAZIONE E PLAGIO

Risulta di particolare interesse comprendere ed approfondire l’evolversi di questa tematica all’interno della corrispondenza tra i due autori, dal momento che il rapporto che essi dimostrano di intrattenere con il passato e con le auctoritates classiche appare costituire un altro rilevante motivo di dibattito del carteggio, grazie al quale si ha la possibilità di far emergere e sviluppare ulteriori dati culturali sui quali è opportuno riflettere. In questa specifica prospettiva letteraria, infatti, Petrarca e Boccaccio sembrano assumere inizialmente posizioni divergenti, dal momento che esse si manifestano come frutto pressoché inevitabile

211 Queste diverse posizioni in merito al valore da assegnare alla poesia e alla letteratura trovano conferma in

TANTURLI, Petrarca e Firenze e in PAPARELLI, Due modi opposti, pp. 84-88.

212 Boccaccio, infatti, pare applicare la scienza filologica petrarchesca nel proprio progetto di costruzione

dell’edizione delle opere dell’Alighieri; ciò viene confermato anche da MAZZONI, Boccaccio, pp. 38-42 e da G. Boccaccio, a cura di G. Padoan, in Enc. Dant., pp. 647-650.

46 del diverso percorso formativo e culturale compiuto dai due intellettuali. Le prime prove epistolari del Certaldese, difatti, lettore onnivoro e geniale autodidatta, si caratterizzano per un ricorso marcato ad un processo contaminatorio delle principali fonti letterarie di riferimento, secondo le pratiche canoniche in epoca medievale; all’interno della Mavortis milex, infatti, che da questo punto di vista costituisce il più evidente esempio ed anche il più prematuro, Boccaccio si dimostra assai capace nella costruzione di un complesso nucleo di riferimenti e reimpieghi testuali di diversa natura e a livelli differenti, così che, se da un lato risulta evidente il massiccio ricorso a sintagmi lessicali e sintattici di matrice apuleiana ed ovidiana, la ripresa dell’amato maestro Dante, invece, sembra assumere gli autentici connotati di un pedissequo centone.213 Il Certaldese appare dunque legato ad un uso ancora tipicamente medievale delle proprie fonti e dei propri modelli, elemento che non deve essere considerato in alcun modo volto a sminuire la portata culturale e letteraria dell’intellettuale, bensì a riabilitarla, dal momento che già durante il noviziato letterario appaiono molteplici ed ancora da indagare le conoscenze di opere e le letture effettive da lui compiute.214

Indubbiamente, tuttavia, nel suo percorso di crescita erudita e letteraria risulta fondamentale ed imprescindibile l’incontro con Petrarca, anche per quanto questo sodalizio seppe offrirgli in materia di analisi concreta del reperimento e dell’uso delle fonti letterarie; la ricerca attenta e filologica delle opere e un loro impiego maggiormente sapiente ed equilibrato all’interno del testo, infatti, appaiono come i risultati più evidenti di questo tipo di apprendistato. Da questo punto di vista le lezioni petrarchesche sembrano già agire nel pensiero del Certaldese nel momento in cui si registra, all’interno della corrispondenza, a seguito dei colloqui padovani, l’invio al corrispondente aretino di due pregiati manoscritti, che attestano la passione erudita per la ricerca filologica dei testi che Petrarca dovette fin da subito ispirare al giovane intellettuale, frutto di una legge non scritta, come afferma Billanovich,215 per cui chiunque frequentò Petrarca scambiò con lui libri; le Fam. XVIII 3 e XVIII 4216 si caratterizzano, dunque, in qualità di epistole di ringraziamento per i codici ricevuti da Boccaccio, ma in esse emerge anche in modo evidente il rapporto che Petrarca istituisce con l’antichità, definita «mater studiorum»217

e con i suoi massimi rappresentanti e portavoce, i quali, secondo l’Aretino, possono costituire una «prevalidam et nauclerum

213 In particolare per la massiccia ripresa dell’Ep. IV di Dante a Moroello Malaspina, cfr. B

OCC. Ep. II (= Corr. I) § 3-5.

214

Sull’importanza e l’eterogeneità di letture del giovane Boccaccio, cfr. VELLI, Cultura e imitatio.

215 Cfr. B

ILLANOVICH, Dante Petrarca Boccaccio, p. 591.

216 Le Fam. XVIII 3 e 4 (= Corr. XIII e XV) sono epistole in cui Petrarca accusa la ricezione dell’elaborato

codice delle Enarrationes in Psalmos di Agostino e di un volume contenente frammenti del De lingua latina di Varrone assieme alla Pro Cluentio ciceroniana mutila.

217 Cfr. P

47 industrium»218 nei flutti della vita, consolidando così il loro ruolo di guide morali oltre che letterarie ed erudite.

In seguito la questione dell’imitazione dei modelli del passato torna a costituire oggetto di dibattito tra i due interlocutori nel momento in cui viene affrontata la spinosa questione dell’Alighieri, in quanto Petrarca si trova nella necessità di giustificare la presenza di alcuni passi di evidente ascendenza dantesca all’interno delle proprie opere. Ecco che nella

Fam. XXI 15, 12 diventa quanto mai manifesto lo scarto rispetto a quanto riferito

precedentemente dall’Aretino in merito alle auctoritates classiche; se, infatti, fossero rintracciati alcuni elementi di matrice dantesca all’interno dei propri scritti, questi ultimi andrebbero imputati a «casu fortuito» o a «similitudine ingeniorum». Una tale presa di distanza senza dubbio deve essere spiegata con l’esigenza petrarchesca di allontanare dalla propria formazione letteraria l’influenza di qualsivoglia contributo da parte di un predecessore di così alto profilo;219 ma si tratta, ad ogni modo, di una posizione di cui lo stesso Aretino comprende la labilità, tanto da arrivare a scrivere al corrispondente:

Hoc autem ita esse, siquid unquam michi crediturus es, crede220.

Tuttavia la questione dell’imitazione legata alla vicenda dantesca assume, nella prospettiva ideale della corrispondenza, connotati ben più complessi; infatti non si tratta semplicemente del risultato di una colta operazione culturale e biografica volta a negare l’apprendistato sulle orme dell’Alighieri, bensì anche di una precisa ideologia in merito all’imitazione dei modelli dell’antichità in connessione con la necessità di costruire un proprio stile personale. Una tale riflessione trova il suo naturale sviluppo all’interno della successiva epistola petrarchesca pervenuta, la Fam. XXII 2 che, composta a livello contingente per segnalare a Boccaccio alcune correzioni da apportare al Bucolicum Carmen di cui aveva fatto copia a Milano, tratta, nella realtà della scrittura, «de imitandi lege».221 In quest’epistola, difatti, Petrarca enuclea in modo convincente i principali dettami e le caratteristiche della propria concezione dell’imitazione, a partire dal meccanismo inconscio in base al quale occorre fare molta attenzione agli autori meglio conosciuti, dal momento che questi ultimi, proprio per il loro grado di conoscenza, vengono talmente interiorizzati da divenire più facilmente mimetizzabili da parte di un autore all’interno della propria opera.222

È attraverso quest’imitatio inconsapevole che l’Aretino giustifica la presenza di passi di altri stimati autori

218 Cfr. P

ETR. Fam. XVIII 3 (= Corr. XIII) § 3.

219

Questo argomento è già stato ampiamente trattato in Introduzione, § I.2.2.

220 Cfr. P

ETR. Fam. XXI 15 (= Corr. XXV) § 13.

221 Questo è il sottotitolo attribuito dallo stesso Petrarca all’epistola; cfr. P

ETR. Fam. XXII 2 (= Corr. XXVII).

222 Il meccanismo dell’imitatio consapevole viene spiegato nel dettaglio dall’Aretino; cfr. P

ETR. Fam. XXII 2 (= Corr. XXVII) § 8-13. Per l’importanza di tale meccanismo anche in rapporto con il concetto di memoria, cfr. VECCHI GALLI, Leggere, scrivere, p. 359 e sgg.

48 classici all’interno della propria opera bucolica, oltre a sottolineare la differenza che sussiste tra il meccanismo mnemonico appena descritto e la somiglianza di ingegni di cui aveva parlato all’interno dell’epistola precedente.223

Ad ogni modo tale questione le cui caratteristiche parevano rimandare ad un contesto contingente, viene fortemente ampliata da Petrarca, il quale costruisce e delinea con straordinaria efficacia il rapporto che egli instaura con le auctoritates della classicità, le quali, come l’autore ribadisce più volte, devono essere considerate con le loro opere dei fondamentali punti di riferimento in ambito morale e letterario, rilevanti nell’orientare i costumi e gli stili di vita così come le scelte in ambito artistico e letterario;224 l’importanza che le auctoritates assumono deve configurarsi nella giusta misura, senza che ciò comporti seguire pedissequamente le loro orme o limitare la propria libertà creativa.

All’interno dell’argomentazione delineata da Petrarca in quest’epistola, difatti, occorre sottolineare e porre l’accento su un elemento fortemente innovativo, tale che l’Aretino si presenta iniziatore, in questo, di un atteggiamento culturale che troverà piena realizzazione già nell’Umanesimo; grande importanza, infatti, assume il peso che Petrarca affida all’individualità dell’intellettuale, alla sua libertà di giudizio, alla sua creativa originalità;225 vero erudito, infatti, è soltanto colui che, a partire dagli insegnamenti di vita dei grandi del passato, riesce ad intraprendere un cammino del tutto proprio e personale, tale da consentire l’effettivo riconoscimento di un’autentica identità letteraria.226

La necessità di acquisire e difendere la propria personalità intellettuale anche attraverso un propria stile personale è un concetto fortemente rivoluzionario e già orientato verso una prospettiva umanistica, tanto da trovare ampio spazio anche in altri testi epistolari in cui Petrarca si trova ad affrontare nuovamente la questione dell’imitazione: basti citare a tal proposito la Fam. I 8 in cui Petrarca, riutilizzando la metafora delle api di ascendenza senecana, ma ripresa anche da Macrobio nei Saturnali, stigmatizza la natura miscellanea del processo imitativo, a conclusione del quale, tuttavia, si riesce a dar vita ad un prodotto tutto nuovo;

nec huius stilum aut illius, sed unum nostrum conflatum ex pluribus habeamus 227

oppure in Fam. XXIII 19 dove l’esigenza della formazione di uno stile originale e personale viene ribadita anche al giovane apprendista, il quale dovrà acquisire «ex multis» uno stile «suum ac proprium conflabit, et imitationem non dicam fugiet sed celabit».

223 Petrarca, infatti, in Fam. XXI 15, 12 aveva imputato la presenza di rimandi alle opere dantesche all’interno

dei propri scritti come il frutto di casualità o di somiglianza di ingegni.

224

Tale tematica trova ampio spazio di svolgimento all’interno dell’epistola; cfr. PETR. Fam. XXII 2 (= Corr. XXVII) § 14-17 e 21-22.

225 La rilevanza dell’acquisizione di uno stile personale ed originale era già emersa in precedenza; cfr. P

ETR. Fam. XXI 15 (= Corr. XXV) § 11.

226

Cfr. BOSCO, Petrarca, pp. 129-133.

227 Cfr. P

49 In realtà tale tematica non pare esaurirsi del tutto neppure all’interno della stessa corrispondenza, bensì sembra trovare una rilevante appendice nella Disp. 46228 in cui, accanto alle variegate questioni ivi trattate, trova ampio spazio il dibattito su un’iniziativa culturale promossa da Boccaccio, ma fortemente ispirata dal recupero del passato di matrice petrarchesca; si tratta della traduzione in latino degli scritti omerici grazie alla mediazione dell’italo-greco Leonzio Pilato, la cui presenza fu segnalata proprio dall’Aretino al Certaldese durante i colloqui tenutisi a Milano.229 All’interno dell’epistola Petrarca dunque non si limita ad offrire la propria adesione al progetto promosso dal corrispondente, bensì egli dimostra di volervi partecipare attivamente, fornendo consigli e istruzioni di carattere tecnico in merito all’elaborazione di traduzioni dalla lingua greca, sulla scorta, ovviamente, della propria ideologia che prevedeva un recupero anche linguistico dell’antichità classica;230 non è perciò un caso se, per avvalorare i propri precetti, egli dimostra di fare ricorso alle parole di un’auctoritas latina.231

Ecco che dunque quest’importante operazione di traduzione arriva a rappresentare la prova più evidente dell’atto collaborativo tra i due corrispondenti su questioni di carattere erudito e letterario, al fine di realizzare quel progetto culturale di recupero del passato promosso da Petrarca, ma in linea di ideale continuità, così come pensato da Boccaccio, tra cultura greca e latina, in una visione che abbraccia l’epoca antica nella sua complessa ed inestricabile totalità.

Nel documento La corrispondenza epistolare tra Petrarca e Boccaccio (1339-1362): edizione, traduzione e commento. (pagine 65-69)