La Tavola Ritonda del manoscritto Palatino 564. Edizione e commento

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NIVERSITÀ DI

P

ISA

D

OTTORATO IN

S

TUDI ITALIANISTICI

XXXI

CICLO

La Tavola Ritonda del manoscritto Palatino 564.

Edizione e commento

Dottoranda: Arianna Bartoccini Tutor: Prof. Mirko Tavoni

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INTRODUZIONE 4

CAPITOLO I 6

1.1 Il Tristan en prose 6

1.2 La Compilazione di Rustichello da Pisa 21

1.3 I Tristani italiani: la circolazione in Toscana 26

1.4 I Tristani dell‟Italia settentrionale 32

1.5 I cantari 37

CAPITOLO II 40

2.1 Lo stato degli studi 40

2.2 Fonti e contenuto 43

2.3 La «fontana di tutte l‟altre storie» 52

2.4 Le caratteristiche letterarie: unitarietà e tristanocentrismo 56

2.5 Varietà stilistica e tematica 63

CAPITOLO III 82

3.1 La tradizione manoscritta e l‟edizione Polidori 82

3.2 Il Tristano Palatino 92

3.3 Il ms. Palatino 564 e la tradizione della Tavola Ritonda 99

3.4 I rapporti tra le tre redazioni della Tavola Ritonda 103

3.5 La redazione della Tavola Polidori 139

3.6 Fasi redazionali 151

3.7 La redazione del ms. Palatino 564 155

IL MANOSCRITTO PALATINO 564 165 NOTA LINGUISTICA 168 NOTA AL TESTO 199 LA TAVOLA RITONDA 203 NOTE DI COMMENTO 381 BIBLIOGRAFIA 446

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I

NTRODUZIONE

Il presente lavoro nasce dalla volontà di indagare la tradizione di un testo che rappresenta il più compiuto prodotto della letteratura arturiana italiana, la Tavola Ritonda. A partire dal 1864-1866, anni in cui è stata pubblicata l‟edizione del romanzo a cura di F. L. Polidori, si è stati abituati a considerare quel testo come il romanzo della Tavola Ritonda tout

court. Il grande lavoro critico portato avanti nel secolo successivo dagli studiosi di letteratura

arturiana sulla circolazione di testi tristaniani in area italiana e gli studi pioneristici di D. Delcorno Branca sul romanzo della Tavola Ritonda hanno dimostrato come la tradizione di questo testo sia molto più complessa e articolata di quanto si ritenesse in precedenza. Lo studio e l‟edizione del Tristano Palatino in particolare hanno ribaltato la prospettiva sulla questione, portando Delcorno Branca a ipotizzare che il testo conosciuto come Tavola

Ritonda sia, al pari del Tristano Palatino, una rielaborazione collaterale e indipendente di un

testo di base, non pervenutoci, che la studiosa ha chiamato Tavola Ritonda X.

Nel contesto di questi studi è rimasto isolato il ms. Palatino 564, che ha attirato poco l‟attenzione dei critici. Eppure la redazione della Tavola Ritonda contenuta in questo manoscritto, una redazione diversa da quelle del Tristano Palatino e dal gruppo dei codici toscani, contiene elementi di grande interesse per chiarire i rapporti tra i testimoni che costituiscono la tradizione del romanzo e tra le tre diverse redazioni. Lo scopo di questo lavoro è stato quindi innanzitutto quello di fornire un‟edizione del testo del Palatino 564 e uno studio delle sue caratteristiche. Questo lavoro è stato alla base della successiva operazione di minuzioso raffronto con le altre due redazioni del romanzo. Da questo studio comparato delle tre versioni sono emersi i dati più interessanti, che mi hanno permesso di confermare l‟ipotesi di Delcorno Branca sull‟esistenza di un testo di base, comune alle tre redazioni, la Tavola

Ritonda X, che è stato poi rielaborato indipendentemente in area padana e in area toscana. Il

frutto della riscrittura padana è il Tristano Palatino, mentre in area toscana, nell‟altro ramo della tradizione, si è avuta una redazione intermedia che è a sua volta stata alla base di due successivi rimaneggiamenti. Uno è quello all‟origine della famiglia toscana di manoscritti, approssimativamente identificabile con il testo edito da Polidori; l‟altro è stato elaborato in area umbra ed è all‟origine del testo del Palatino 564. La conferma dell‟ipotesi di Delcorno Branca e il chiarimento sui rapporti tra i testimoni e sulla tradizione del romanzo hanno permesso inoltre di circoscrivere, almeno in parte, gli elementi narrativi che dovevano appartenere al testo di base e quelli che sono stati invece inseriti successivamente, in un ramo o nell‟altro della tradizione, nelle diverse fasi di elaborazione del testo.

La presente tesi è così strutturata: nel primo capitolo, introduttivo, mi sono concentrata sulla tradizione del Tristan en prose e sul passaggio e la ricezione di questo romanzo in area italiana. Nel capitolo si passano poi in rassegna i volgarizzamenti e le opere prodotte in Italia a partire dal testo francese, sia in lingua d‟oil, come la Compilazione di Rustichello da Pisa,

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sia in volgare. Ho suddiviso questo lavoro per aree geografiche, cominciando con i testi localizzabili in area toscana: il Tristano Riccardiano, il Tristano Panciatichiano, e i frammenti del Tristano Forteguerriano e del Tristano dell‟Archivio di Stato di Todi. Ho passato poi in rassegna i volgarizzamenti localizzabili nell‟Italia settentrionale, ossia il testo contenuto nel ms. Riccardiano 1729, il frammento dello Zibaldone da Canal, il Tristano

Corsiniano, il Tristano Veneto. Infine ho ripercorso le testimonianze portate dai cantari di

materia tristaniana.

Nel secondo capitolo della tesi ho analizzato il romanzo della Tavola Ritonda, così come è conservato dai codici toscani e leggibile nell‟edizione Polidori. Ho fatto il punto sullo stato degli studi, prima di concentrarmi sulle fonti utilizzate dall‟autore del romanzo. Ho in seguito analizzato le caratteristiche stilistiche, narrative e letterarie che contribuiscono a fare della Tavola Ritonda il prodotto più alto della letteratura italiana arturiana.

Nel terzo capitolo mi sono infine concentrata sulla tradizione del testo e sulle novità apportate dallo studio del Palatino 564. Dopo aver riesaminato brevemente la tradizione manoscritta dell‟opera e le caratteristiche, e i difetti, dell‟edizione Polidori, ho approfondito la storia testuale e le peculiarità del Palatino 556 e le innovazioni che lo studio di questo codice hanno portato nella considerazione della tradizione testuale del romanzo. Ho poi chiarito il peso e l‟importanza della redazione del Palatino 564 nell‟economia dello studio della tradizione della Tavola Ritonda e i rapporti tra le tre versioni del romanzo. Alla luce di ciò, ho poi circoscritto nei limiti del possibile a quali fasi redazionali appartengano alcuni tratti narrativi e alcune peculiarità del romanzo, e ho infine mostrato quale tipo di lavoro di rielaborazione sia stato fatto dal redattore della Tavola Polidori e dall‟estensore della versione umbra.

Presento finalmente l‟edizione del testo, corredata da una descrizione del codice, da un resoconto degli episodi principali, utile per orientarsi nel romanzo e per individuare quali siano i corrispettivi capitoli dell‟edizione Polidori, da una disamina linguistica, dalla nota al testo, e, dopo il testo, dalle note di commento. Queste ultime sono note di commento al lavoro editoriale, di parafrasi, di commento linguistico, in alcuni casi, e letterario, e sono di sostegno alla lettura del testo.

Spero che questo lavoro possa essere motivo di interesse per gli studiosi che si occupano di letteratura arturiana italiana e che contribuisca a chiarire, almeno in piccola parte, la storia testuale del romanzo, e arricchisca di un tassello la storia della tradizione e della circolazione della materia tristaniana in Italia.

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APITOLO

I

La leggenda di Tristano e Isotta dalla Francia all‟Italia

1.1 Il Tristan en prose

La tradizione testuale del Tristan en prose (1230-1235 .ca), cui si potrà qui fare solo qualche cenno, è tra le più complesse e articolate della letteratura medievale francese1. Il testo ci è stato trasmesso da un centinaio di manoscritti e frammenti dalla fisionomia piuttosto varia, in diverse redazioni, in versioni complete, antologiche o in forma incompleta, lacunosa e frammentaria, ed è stato infine tradotto, adattato e rimaneggiato in numerose lingue e regioni d‟Europa, dove l‟opera ha conosciuto una larghissima diffusione fino a tutto il XV secolo.

Il modello cui è ispirato e sulla cui base è costruito il Tristan en prose è il grande ciclo della Vulgata arturiana2. Questo è costituito da un nucleo narrativo più antico, iniziato probabilmente nel secondo decennio del XIII secolo e articolato in Lancelot propre, Queste

del Saint Graal e Mort Artu, e da un secondo ciclo pensato come preambolo al primo, formato

dall‟Estoire del Saint Graal, il Merlin e la Suite Vulgata, testo quest‟ultimo che doveva creare un raccordo con il Lancelot propre e che è stata scritto successivamente al Tristan. Il romanzo tristaniano è concepito come un collaterale della Vulgata, una dilatazione della storia arturiana, che si apre ad accogliere al suo interno l‟universo narrativo degli amanti di Cornovaglia. È questo infatti il tratto più originale del Tristan en prose: la sua ambizione di inserire in modo strutturale la vicenda di Tristano e Isotta all‟interno del mondo arturiano e graaliano. Questo percorso si era avviato già in testi precedenti, ad esempio nell‟opera di Eilhart o in quella di Béroul, nella quale Artù, contemporaneo di Marco, compariva in alcuni passi del testo, rimanendo tuttavia un personaggio secondario della storia. Ma nel Tristan en

1 Mi limiterò a citare solo alcuni studi fondamentali sul Tristan en prose poiché la bibliografia sull‟opera è

ricchissima: E. Löseth, Le Roman en prose de Tristan, le roman de Palamède et la compilation de Rusticien de

Pise. Analyse critique d‟après les manuscrits de Paris, Paris, Bouillon, 1891; E. Vinaver, Études sur le Tristan

en prose. Les sources, les manuscrits. Bibliographie critique, Paris, Champion, 1925; Id., The Prose Tristan, in R. S. Loomis (a cura di), Arthurian Literature in the Middle Ages. A Collaborative History, Oxford, Clarendon Press, 1959, pp. 339-347; R. L. Curtis, Tristan Studies, München, Fink, 1969; E. Baumgartner, Le Tristan en prose. Essai d‟interprétation d‟un roman médiéval, Genève, Droz, 1975; Ead., La harpe et l‟épée. Tradition et

renouvellement dans le Tristan en prose, Paris, SEDES, 1990; Ead. The Prose Tristan, in G. S. Burgess, K. Pratt

(a cura di), Arthurian Literature in the Middle Ages IV. The Arthur of the French. The Arthurian Legend in

Medieval French and Occitan Literature, Cardiff, University of Wales Press, 2006, pp. 325-392; F. Cigni, Tristano e Isotta nelle letterature francese e italiana, in M. Dallapiazza (a cura di), Tristano e Isotta. La fortuna di un mito europeo, Trieste, Parnaso, 2003, pp. 29-129.

2 La bibliografia sul ciclo della Vulgata e sulla sua composizione è vastissima, cfr. almeno J. Frappier, Le cycle de la Vulgate, in J. Frappier, R. Grimm (a cura di), Grundriss der romanischen Literaturen des Mittelalters, IV,

1, Heidelberg, Winter Universitätsverlag, 1978, pp. 536-589; E. Kennedy, The Making of the Lancelot-Grail Cycle, in C. Dover (a cura di), A Companion to the Lancelot-Grail Cycle, Cambridge, Brewer, 2003, pp. 13-22; E. Kennedy, M. Szkilnik, R. T. Pickens, K. Pratt, A. M. L. Williams, Lancelot with and without the Grail: Lancelot do Lac and the Vulgate Cycle, in G. S. Burgess, K. Pratt (a cura di), Arthurian Literature cit., pp. 264-324.

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prose l‟operazione di saldatura è strutturale e complessiva: la tendenza alla ciclizzazione e

alla completezza che si trovava già nel Lancelot en prose viene portata qui agli estremi. L‟opera ingloba all‟interno della stessa narrazione le storie e i personaggi arturiani dei testi in prosa e in versi, come il Perceval e l‟Erec di Chrétien de Troyes, le avventure legate alla

queste del Graal, cui partecipa lo stesso Tristano, e le vicende di singoli personaggi

provenienti probabilmente da fonti originariamente indipendenti come Brunor, il Vallet à la

Cotte Maltailliée, o Brehus, e fonde il tutto con la leggenda tristaniana diffusa dalle versioni

poetiche di Thomas e Béroul. La struttura aperta del romanzo favorisce inoltre l‟inserimento successivo di episodi tratti da altre opere in prosa come il Guiron le Courtois, le Prophécies

de Merlin, la Queste Post-Vulgata e la Compilazione di Rustichello da Pisa.

L‟inserzione della storia tristaniana sul tessuto narrativo del Lancelot-Graal comporta un giustapporsi di tre materie che si riflettono nella presenza della triade dei migliori cavalieri composta da Lancillotto, Galaad e Tristano, citata già nel prologo del testo: «au tens le roi Artus ne furent que troi bon chevalier qui tres bien feïssent a prisier de chevalerie: Galaaz, Lanceloz, Tristan3». Questa impresa di rielaborazione portata avanti dall‟autore/autori del

Tristan en prose ha come obiettivo l‟armonizzazione di materiali diversi che vengono però

organizzati in funzione della centralità di Tristano. È lui infatti il fulcro attorno al quale si vogliono rileggere e legare storie in principio separate; non sempre però gli esiti di tale rielaborazione si rivelano felici. Più efficaci sembrano infatti gli accorgimenti e le invenzioni volte a favorire l‟ingresso di Tristano nel reame di Logres. In particolare sono le imprese cavalleresche del protagonista ad essere messe in risalto, a scapito di quello che era stato il nucleo fondativo della leggenda nei testi in versi, l‟amore per Isotta, personaggio che perde molta della sua forza e personalità nel Tristan en prose. È attraverso queste imprese che il cavaliere stringe un saldo rapporto di amicizia con Lancillotto e si impone nella triade dei migliori cavalieri, venendo iscritto da Artù nel registro dei cavalieri della Tavola Rotonda, della quale entra di diritto a far parte. Appare talvolta più complesso conciliare la vicenda di Tristano e Isotta con le avventure che riguardano la ricerca del Graal. Un primo passo in questa direzione viene fatto nella sezione iniziale del Tristan en prose, che presenta un lungo preambolo sugli antenati di Tristano estraneo alla precedente tradizione e non sempre presente nei codici del romanzo in prosa. Questa parte del testo, che ben esemplifica l‟aspirazione alla ciclizzazione che sottende al progetto complessivo dell‟opera, oltre a inquadrare la storia di Tristano narrandone la genealogia, e a fornire una chiave interpretativa per molte delle vicende che saranno raccontate nel seguito, crea un primo legame tra la vicenda tristaniana e il Graal attraverso il personaggio di Sadoc, avo del cavaliere4. In seguito, dopo l‟arrivo alla

3 Le Roman de Tristan en prose, ed. R. L. Curtis, 3 voll.: vol. I, München, Verlag, 1963 (rist. Cambridge,

Brewer, 1986); vol. II, Leiden, Brill, 1976 (rist. Cambridge, Brewer, 1985); vol. III, Cambridge, Brewer, 1985. Le citazioni tratte da questa edizione saranno indicate come Curtis, seguito dal numero di tomo e di pagina.

4 Cfr. E. Baumgartner, La Préparation à la Queste del Saint Graal dans le Tristan en prose, in K. Busby, N. J.

Lacy (a cura di), Conjunctures: Medieval Studies in Honor of Douglas Kelly, Amsterdam and Atlanta, GA, 1994, pp. 1-14.

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corte arturiana di Galaad, Tristano farà parte del numeroso gruppo di cavalieri che partiranno per la queste, alla quale giura di partecipare per un anno e un giorno. È questa adesione una delle più audaci novità del Tristan en prose; tuttavia la ricerca mistica connessa alle vicende del Graal mal si concilia con le caratteristiche del personaggio di Tristano, che ha nell‟amore per Isotta e nelle avventure cavalleresche e mondane il fondamento della sua esistenza. Effettivamente, nel periodo di tempo da lui dedicato alla queste, «a la fois présente et neutralisée»5, Tristano prosegue la sua vita di cavaliere errante senza che vi sia alcun reale cambiamento spirituale e senza abbandonare l‟amore per Isotta, per la quale decide infine di interrompere l‟avventura del Graal6. Marco, approfittando dell‟assenza dalla corte arturiana

dei cavalieri partiti per la queste, invade il Logres e assale la Joyeuse Garde nella quale si trova da lungo tempo la regina. Pur venendo sconfitto da Artù, Marco riesce a riportare Isotta in Cornovaglia, dove Tristano, dopo aver appreso con dolore la notizia del ritorno forzato dell‟amante a corte, e dopo aver vissuto ancora alcune avventure assieme ad Hector, si reca per rivedere di nascosto la regina. È in uno di questi incontri segreti che il cavaliere viene sorpreso da Marco e ferito mortalmente con una lancia avvelenata. Anche in questa soluzione narrativa il Tristan en prose mostra le sue strategie di innovazione rispetto alla tradizione precedente: la morte dei due amanti viene collegata alla ricerca del Graal, che ne rappresenta indirettamente la causa e che prosegue poi con gli ultimi episodi che vedono protagonisti Bohort, Galaad e Perceval, per poi concludersi con la morte degli ultimi due7. Una parte dei manoscritti del Tristan termina con il cordoglio della corte arturiana per la morte di Tristano e Isotta; una parte degli altri codici del romanzo prosegue invece con una serie di ulteriori episodi che comprendono, tra gli altri, il tentativo di vendetta contro Marco capeggiato da Dinadan, la morte di quest‟ultimo e la rivelazione ad Artù della relazione amorosa di Lancillotto e Ginevra, per concludersi appena prima dell‟inizio degli eventi raccontati nella

Mort Artu8.

5 Ivi, p. 14.

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J. Subrenat, Tristan sur les chemins du Graal, in J. C. Faucon, A. Labbé, D. Quéruel (a cura di), Miscellanea

Mediaevalia. Mélanges offerts à Philippe Ménard, II, Paris, Champion, 1998, pp. 1319-1328, p. 1323: «Ainsi le

destin de Tristan, parce qu‟il est chevalier de la Table Ronde, s‟inscrit-il naturellement dans le cours de la Quête du Graal. Elle n‟est pour lui que l‟occasion de nouvelles aventures, de nouvelles rencontres, en particuler avec Galaad. En un certain sens, cela banalise la Quête, qui se présente comme le cadre de multiples aventures et dont le récit perd son autonomie pour se trouver pris dans le système de très larges entrelacements qui en interrompent, et souvent pour très longtemps, le déroulement et diluent la force spirituelle de la parabole mystique».

7 In alcuni manoscritti le ultime avventure del Graal vengono narrate sulla base della cosiddetta Queste-Post Vulgate, su cui cfr. F. Bogdanow, L‟invention du texte, l‟intertextualité et le problème de la transmission et de la classification de manuscrits: le cas des versions de la “Queste del Saint Graal Post-Vulgate” et du “Tristan en prose”, in «Romania», CXI, 1990, pp. 121-140; Ead., Un nouvel examen des rapports entre la Queste

Post-Vulgate et la Queste incorporée dans la deuxième version du Tristan en prose, «Romania», CXVIII, 2000, pp. 1-32.

8 La sommaria descrizione fa riferimento ai tratti principali della trama della Vulgata del Tristan, ma

naturalmente la presenza o assenza di determinati episodi o sezioni del testo varia molto in tutta la tradizione manoscritta, come si vedrà meglio in seguito.

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Allo sforzo del Tristan en prose di offrire «a complete, encyclopaedic version of the Arthurian legend9» hanno collaborato quanti, nel corso del tempo, hanno copiato, riscritto e rimaneggiato il testo sfruttando ampiamente la tecnica dell‟entrelacement, innovando e aggiungendo episodi tratti da altre fonti, dando vita a diverse redazioni dell‟opera che variano in modo significativo. È chiaro dunque che non ci si trova di fronte ad un unico romanzo che è stato fin dalla sua genesi scritto e organizzato in modo definitivo e completo, ma ad un‟opera con una lunga, stratificata e complessa tradizione testuale; tuttavia in alcuni manoscritti vengono riportati i nomi, presumibilmente fittizi, di due autori, Luce del Gat (Gast, Gaut, Galt etc., a seconda delle varianti), e Hélie de Boron, rispettivamente nel prologo e nell‟epilogo10

. Luce del Gat, il cui nome è presente in tutti i manoscritti completi del prologo, si presenta come traduttore dal latino al francese dell‟opera:

Aprés ce que je ai leü et releü par maintes foiz le grant livre del latin, celui meïsmes qui devise apertement l‟estoire del Saint Graal, mout me merveil que aucun preudome ne vient avant qui enpreigne a translater del latin en François; car ce seroit une chose que volentiers orroient povre et riche, puisqu‟il eüssent volenté d‟escouter et d‟entendre beles aventures et plesanz, qui avindrent sanz doutance en la Grant Bretaigne au tens le roi Artus et devant, ensi come l‟estoire vraie del Saint Graal nos raconte et tesmoigne.

Mes quant je voi que nus ne l‟ose enprendre, por ce que trop i avroit a faire et trop seroit grieve chose, car trop est grant et merveilleuse l‟estoire, je, Luces, chevaliers et sires del Chastel del Gat, voisin prochien de Salesbieres, cum chevaliers amoreus et envoisiez enpreing a translater une partie de ceste estoire; non mie por ce que je saiche granment françois, enz apartient plus ma langue et ma parole a la maniere d‟Angleterre que a cele de France, cum cil qui fui en Engleterre nez. Mes tele est ma volanté et mon proposement, que je en langue françoise le translaterai au mieuz que je porrai, non mie en cele maniere que je ja i quere mançonge, mes la verité tout droitement demosterrai, et ferai asavoir ce que li latins devise de l‟estoire de Tristan, qui fu li plus soveriens chevaliers qui onques fust ou reaume de la Grant Bretaigne, et devant le roi Artus et aprés, fors solement li tres bons chevaliers Lancelot dou Lac. Et li latins meïsmes de l‟estroire del Saint Graal devise apertement que au tens le roi Artus ne furent que troi bon chevalier qui tres bien feïssent a prisier de chevalerie: Galaaz, Lanceloz, Tristan. Et de ces trois fait li livres mancion sor toz les autres, et plus les loe et plus en dit bien. Et por ce que je sai bien que ce fu veritez, voudrai je encommencier a cestui point mon livre de l‟estoire monseignor Tristan en tel maniere. (Curtis, I, 39-40)

Non ci è possibile sapere quale personaggio reale si nasconda dietro questo breve ritratto così significativo e questo nome, probabilmente uno pseudonimo: come segnalato da R. L. Curtis, infatti, un «Chastel del Gat» vicino a Salesbieres (Salisbury) non è verosimilmente mai esistito11. La menzione del luogo è naturalmente suggestiva, poiché Salesbieres e la sua biblioteca sono spazi fondamentali della letteratura arturiana, giacché secondo quanto si legge nell‟epilogo della Queste è qui che sono raccolti i resoconti delle avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda redatti dagli scribi di corte. Baumgartner ipotizza che anche Gast sia un nome scelto per il significato di cui è portatore, „dévasté, en ruine‟: «nous aurions une sorte de jeu de mots, Chastel del Gat signifiant Château désert, en

9 E. Baumgartner, The Prose Tristan cit., p. 330.

10 E. Baumgartner, Le Tristan en prose cit., p. 96; F. Plet-Nicolas, La création du monde. Les noms propres dans le roman de Tristan en prose, Paris, Champion, 2007, p. 417.

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ruine, d‟où peut-être imaginaire12». Anche l‟accenno autobiografico alla provenienza inglese

di Luce appare non casuale, come rilevato da Giulia Murgia: «definendo se stesso cavaliere, e per giunta inglese – e quindi depositario e insieme prosecutore, per ius sanguinis, delle leggende bretoni – mostra di condividere lo status sociale e la “nazionalità” dei cavalieri arturiani di cui narra13». La provenienza stessa potrebbe essere fittizia ed è stata messa in dubbio ancora da Baumgartner, che ha rilevato come non ci siano spie o tracce linguistiche che indichino un‟origine anglonormanna dell‟autore del Tristan, ed è quindi possibile che l‟origine straniera che Luce si attribuisce nel prologo sia volta piuttosto a prevenire eventuali critiche stilistiche al romanzo14.

Il secondo autore citato nel romanzo tristaniano è Hélie de Boron, nome che si trova indicato nell‟epilogo, e in alcuni codici anche nel prologo assieme a Luce del Gat, di una parte dei manoscritti del Tristan en prose15. In quei codici che nella parte finale del romanzo inseriscono la Mort Artu il nome di Hélie non è invece presente16, probabilmente perché era più agevole il semplice reimpiego dell‟epilogo già compreso nel testo di base; va inoltre considerato, naturalmente, il grande numero di codici che ci sono giunti incompleti o comunque mancanti dell‟epilogo, dato che non permette di trarre conclusioni definitive sull‟eventuale presenza del nome di Hélie in tutte le versioni e in tutti i manoscritti del

Tristan. Il nome si trova citato, ad esempio, nell‟explicit del ms. Paris, BnF, fr. 757,

considerato un testimone della redazione V.I17:

Asséz me suior travailliéz de cestui livre metre a fin. Longuement i ai entendu et longue ovre ai achevé, la Dieu merci, qi le sens et le poër me donna. Biaus diz plesanz et delitable i mis par tout a mon poeir. Et por les biaus diz qi i sont et qe rois Henrri d‟Engleterre a bien veü de chief en chief et voit encore soventes foiz com cil qi forment s‟i delite, se m‟est avis, por ce q‟il a asséz plus trové au livre de latin quant li translateor de cestui livre en ont tret en langue françoise, mes il reqiert, et prie et pour autres et por soi, et par ses levres et par sa boiche, por ce q‟il a trové qe multes choses faillent en cest livre, q‟il en convendroit metre ne metre ne s‟i porroit desoresmés, qe je autrefoiz me travallasse de fere .I. autre livre ou soit contenu tot ce qe en cest livre faut. Et je, qi sa priere et son conmandement n‟oseroie trespasser, li promet dé la fin de cestui livre com a mon seignor, qe maintenant qe la froidure de cestui yver sera passee et nous serom au conmencement de la douce saison qe l‟on apelle la saison de verie, qe adonc me serai reposéz .I. pou aprés le grant travaill de cestui livre qe fet ai, entor cui ai demoré .I. an entier, si que g‟en ai laissé totes chevaleries et toz autrez soulaz, me retornerai

12 E. Baumgartner, Le Tristan en prose cit., p. 96; cfr. anche G. Murgia, La Tavola Ritonda tra intrattenimento ed enciclopedismo, Roma, Sapienza Università Editrice, 2015, pp. 36-37: «Quello di Luce, il cavaliere inglese che

in alcuni manoscritti viene menzionato dome Luce del Gast, potrebbe essere un nome parlante, dove la parola

gast, “dévasté, en ruine”, creerebbe una sorta di ironico cortocircuito rispetto al lussureggiante moltiplicarsi dei

fili narrativi nella “masse énorme et bizzarre” del Tristan en prose».

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G. Murgia, La Tavola Ritonda cit., p. 38.

14 E. Baumgartner, Le Tristan en prose cit., p. 96.

15 I due nomi si trovano accostati nel prologo di quattro codici, tra cui il ms. Paris, BnF, fr. 756, f. I r.: «Cy

commence la grant ystoire de monsigneur Tristan, que messire Luces du Gail et messire Helys de Buron translaterent de latin en romans».

16

Cfr. Curtis, The Problems of the Autorship cit., elenco dei codici alle pp. 324-325.

17 L‟epilogo è tratto dall‟edizione Le Roman de Tristan en prose (version du manuscrit 757 de la Bibliothèque nationale de Paris), publié sous la direction de P. Ménard, 5 voll., Paris, Champion, 1997-2007, vol. V, pp.

455-457. Le successive citazioni tratte da questa edizione saranno indicate in questo modo: Tristan en prose, V.I/1 (o i successivi tomi), seguiti dal numero di pagina.

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sor le livre de latin et sor les autres livres qi trait sont en françoys, et porverrai de chief en chief le livre de ce que nous i troveron el livre del latin. Je conplirai, ce Diex plest, tot ce qe mestre Luces del Gait qi premierement conmença a translater, et mestre Gautier, qi fist le propre livre de Lancelot, maistre Robert de Boron et ge meesmes, qui sui apeléz Helys de Bouron, tot ce qe nous n‟avons mené a fin. Je aconplirai, se Diex me doint tant de vie, qe je puisse celui livre mener a fin, et je endroit moi merci mult le roi Henri monseignor de ce q‟il loe le mien livre et de ce qe il li donne si grant pris.

Ycy se fenist le livre de Tristan, as Diex graces et la Vierge Marie.

Chiaramente anche il nome di Hélie de Boron è, al pari di quello di Luce del Gat, ricco di significato: è immediato il collegamento con il più celebre Robert de Boron, con il quale Hélie in altre versioni dell‟epilogo si dichiara esplicitamente imparentato18

, e il cui lustro garantisce credibilità e autorità al co-autore del Tristan en prose, che si inserisce in un elenco di scrittori che comprende anche Gautier Map, citato come autore nel prologo e nell‟epilogo della Mort Artu. Anche Hélie, dichiarando di aver dovuto abbandonare, per l‟onere della scrittura, totes chevaleries, si descrive implicitamente, come già Luce, come rappresentante dello stesso mondo cavalleresco di cui ha scritto19; e anch‟egli si definisce traduttore dal latino al francese, o meglio si presenta come prosecutore dell‟opera di traduzione iniziata da Luce. Quale sia il reale rapporto tra questi due autori dai nomi fittizi e il testo del Tristan en

prose nelle sue varie redazioni non è possibile stabilirlo con certezza. Tra le varie ipotesi che

sono state avanzate si possono ricordare quella di R. L. Curtis, che riteneva possibile che Luce del Gat avesse iniziato l‟opera e che l‟avesse poi lasciata incompleta, e che il suo lavoro fosse stato portato a termine da Hélie de Boron, valutando come elemento significativo il fatto che il nome di Luce non comparisse mai in alcun epilogo20. La teoria di Curtis, che prevedeva quindi un autore per una prima parte del romanzo e un secondo autore per una seconda sezione del Tristan, opera da ritenere perciò fin dalla sua prima stesura il frutto del lavoro di due mani, è stata rigettata da E. Baumgartner, che, riprendendo in parte una proposta di E. Vinaver21, ha invece ipotizzato che Luce avesse scritto una prima versione del Tristan en

prose successivamente interpolata e rimaneggiata da Hélie e da altri: «il existe deux versions

du Tristan, écrites l‟une par Luce, vers 1225-1235, l‟autre par Hélie dans la seconde moitié du XIIIe siècle […]. A mon avis, toutes les versions qui nous sont parvenues donnent un texte dont le substrat, assez facile d‟ailleurs à isoler, est de Luce, mais qui a été largement remanié

18 È il caso del ms. Paris, BnF, fr. 104: «mon soingnour Robert de Berron, qui est mes amis et mes parens

charnex», citazione tratta da E. Löseth, Le Roman en prose de Tristan cit., p. 404.

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E. Baumgartner, Luce del Gat et Hélie de Boron. Le chevalier et l‟écriture, in «Romania», CVI, 1985, pp. 326-340. Un altro aspetto sottolineato nello stesso saggio da Baumgartner è che nel già citato epilogo del codice Paris, BnF, fr. 104, Hélie si inquadra al‟interno di una famiglia di cui almeno un membro, Guillaume des Barres, è noto per le sue imprese guerresche, particolare questo che certifica l‟attitudine di Hélie a scrivere di avventure cavalleresche: «Et je, qui sui appelez Helyes de Berron, qui fu angendrez dou sanc des gentis paladins des Barres, qui de tout tens ont esté commendeour et soingnor d‟Outres en Romenie qui ores est appelee France».

20 R. L. Curtis, The Problems of the Autorship cit., p. 26: «It may be, of course, that such an epilogue once

esisted, although it seems strange that not one of the seventy odd manuscripts and fragment that we possess should show the slightest trace of it. It is also possible that Luce never wrote an Epilogue, that he abandoned the work before it was finished. Hélie‟s work would in that case be one, not of adaptation, but of continuation. […] If this is so, then the original version of the Prose Tristan was already the work of two men, begun by Luce, finished by Hélie, and the later version must in that case be attributed to a third, an anonymous adaptor».

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et interpolé par Hélie et par d‟autres22

». Questa prima versione di Luce, come si vedrà meglio tra poco, non è però da identificare tout-court con la redazione I dell‟opera.

L‟interrogativo relativo agli autori del Tristan è, come tutte le questioni cui si è fin qui accennato, strettamente legato alla complessa e intricata tradizione manoscritta dell‟opera. Tale complessità, unitamente alla grande mole del testo, al suo aspetto quasi caotico e ad una iniziale sottovalutazione dell‟importanza e del valore del Tristan, hanno reso graduali e inizialmente titubanti gli approcci filologici e critici moderni a quest‟opera, prevalentemente volti a rintracciarvi elementi attribuibili allo stadio primitivo della leggenda tristaniana. È rimasto a lungo isolato il sommario, peraltro imprescindibile ancora oggi per lo studio del testo, redatto da E. Löseth23 alla fine del XIX secolo sulla base di 24 codici del Tristan conservati nelle biblioteche di Parigi. Lo studioso suddivise il contenuto del romanzo in 619 paragrafi, cui i critici moderni fanno ancora riferimento per potersi orientare nell‟enorme e labirintica materia del testo, e che costituiscono un strumento fondamentale per poter avere una visione d‟insieme del susseguirsi di episodi nel romanzo e della loro presenza, assenza, spostamento o diversa declinazione nei codici delle biblioteche parigine. Un primo studio critico del testo si ebbe con l‟opera pioneristica di E. Vinaver, rimasta anch‟essa a lungo un punto di riferimento isolato nel panorama degli studi24. Il critico, recuperando una prima classificazione in due redazioni fatta da Löseth25, distinse all‟interno della tradizione una prima versione, più breve e antica, composta a suo giudizio tra il 1125 e il 1235, e una seconda versione più lunga, tarda e già ciclica, databile alla seconda metà del XIII secolo26. Solo a partire dagli anni Sessanta ha avuto inizio un‟intensa attività ecdotica e interpretativa che ha portato a una decisa rivalutazione dell‟importanza del Tristan en prose nel panorama della letteratura europea medievale, a uno studio più accurato della sua tradizione testuale e delle sue peculiarità stilistiche e narrative. Frutto di questa stagione è stata innanzitutto la prima edizione, sebbene parziale, del testo dovuta al lavoro di R. L. Curtis, e in seguito i contributi fondamentali di E. Baumgartner27. Curtis, studiando una tradizione manoscritta formata da oltre ottanta testimoni, ha sottolineato come le due versioni individuate da Löseth scorrano in realtà senza sostanziali differenze fino al paragrafo 183 della sua Analyse, e ha poi proposto uno stemma articolato in sette principali famiglie, che ha numerato con lettere progressive da a a g. Sebbene lo stemma proposto sia stato in seguito criticato da Ménard, che ha ritenuto assolutamente prematuro dare indicazioni così perentorie in una tradizione complicata e in buona parte ancora poco conosciuta in modo approfondito come quella del

Tristan28, Curtis ha avuto senz‟altro il merito di individuare una importante famiglia

22 E. Baumgartner, Le Tristan en prose cit., p. 92. 23 E. Löseth, Le Roman en prose de Tristan cit. 24 E. Vinaver, Études sur le Tristan cit. 25

E. Löseth, Le Roman en prose de Tristan cit., p. XII.

26 E. Vinaver, The Prose Tristan cit., p. 339.

27 E. Baumgartner, Le Tristan en prose cit.; Ead. La harpe cit.

28 Le Roman de Tristan en prose, publié sous la direction de P. Ménard, 9 voll., Genève, Droz, 1987-1997; vol. I,

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omogenea di manoscritti. Si tratta della famiglia indicata con la lettera a, che secondo la Curtis presenterebbe una redazione del testo più antica rispetto alle altre famiglie da lei segnalate, e più vicina all‟originale29

. A questo gruppo di codici appartiene anche il ms. 404 della Biblioteca Municipale di Carpentras, sul quale la studiosa ha basato la sua edizione, pubblicandolo non integralmente ma fino a Lös 92, e un certo numero di manoscritti di provenienza italiana sui quali si tornerà in seguito30. Al lavoro di Curtis hanno fatto seguito i numerosi studi dedicati da Baumgartner al Tristan en prose e alla sua tradizione manoscritta, nel tentativo di fare un po‟ di luce sulla fisionomia e sulla trasmissione dell‟opera. La studiosa, ripartendo dai lavori di Löseth e Vinaver, ha individuato quattro redazioni principali del Tristan nel centinaio di testimoni ad oggi conosciuti, che si diversificano principalmente a partire da Lös 184. La prima sezione del Tristan, fino alla liberazione del protagonista dalla prigione di Daras (Lös 183), rimane infatti nella sostanza indifferenziata, poiché sembrano in linea di massima concordare tutti i manoscritti; la distinzione tra le redazioni parrebbe quindi riguardare solamente la sezione che parte da Lös 184. Le versioni riconosciute da Baumgartner sono: la redazione I, più breve e, per alcuni degli episodi contenuti, presumibilmente più antica, tradita dal ms. Paris, BnF, fr. 756-757; la versione II, ciclica e più lunga, poiché al suo interno si rintracciano ampie interpolazioni di episodi tratti dalla Queste

del Graal, comunemente nota come Vulgata giacché si tratta della redazione riprodotta dalla

maggior parte dei codici attualmente conosciuti e considerata dunque la più diffusa tra i lettori francesi tra la fine del XIII secolo e l‟inizio del XIV, rappresentata dal ms. Paris, BnF, fr. 335-336 (il cui testo è alla base dell‟analisi critica di Löseth) e dal ms. Vienna, Österreichische Nationalbibliothek 2542. Baumgartner ha individuato altre due versioni: la III, che comprende le “versioni miste”, ossia le redazioni di quei codici che contaminano la versione I e la II31

, interpolate con brani del Lancelot, rappresentata ad esempio dal ms. Paris, Bnf, fr. 10-101, ed elaborata alla fine del XIII secolo; la IV, che raggruppa sotto questa etichetta le versioni del

Tristan che combinano le redazioni I, II e III interpolandole con testi di varia provenienza32, e le redazioni isolate. Tra queste particolari versioni si può ricordare ad esempio quella del codice Paris, BnF, fr. 758, derivata dalla V.III e interpolata con la Mort Artu. All‟interno di questo tortuoso panorama va inoltre considerato un altro dato importante: in aggiunta alla articolazione della tradizione manoscritta nelle quattro redazioni di cui si è fin qui parlato, deve essere tenuto in considerazione il fatto che anche tra i codici che fanno capo alla

familles de mss assurées dans l‟immense masse de copies du Tristan. Les divers groupements dégagés par Mlle Curtis ne nous convainquent pas toujours. Dresser un stemma nous semble une entreprise parfaitement arbitraire. Il faudra attendre encore des investigations plus approfondies pour qu‟on puisse tenter d‟y voir un peu clair dans l‟histoire complexe des innovations et des contaminations». Le successive citazioni tratte da questa edizione saranno indicate in questo modo: Tristan en prose, V.II/1 (o i successivi tomi), seguiti dal numero di pagina.

29 Curtis, I, p. 19. 30

Anche la scelta del ms. di Carpentras da parte della Curtis è stata criticata da Ménard, in quanto il codice è ritenuto «un manuscrit gravement incomplet, un des nombreux manuscrits fragmentaires de l‟oeuvre. La valeur de cette copie pourrait être discutée, si on la comparait à d‟autres manuscrits» (Tristan en prose, V.II/1, p. 9).

31 Ivi, p. 86. 32

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medesima famiglia si riscontra una grande varietà narrativa e un‟estrema diversificazione, elemento questo che rende ancora più arduo per gli studiosi comprendere i rapporti tra i numerosissimi testimoni di questa complessa tradizione, e le direzioni e le modalità della sua vasta circolazione nell‟Europa medievale.

La distinzione tra le due principali versioni del Tristan, la V.I e la V.II, è stata oggetto di numerosi dibattiti tra gli studiosi33, ma sembra ormai un dato acquisito la conclusione cui giunse Baumgartner che la redazione I, sebbene presumibilmente anteriore, non possa essere in modo semplicistico ritenuta per la sua datazione una versione “originaria” o più vicina ad un ipotetico “originale”. Löseth e Vinaver ritenevano infatti che la V.I riproducesse più fedelmente delle altre redazioni uno stadio antico del romanzo, ma è stato successivamente dimostrato che questa redazione è ampiamente compromessa con il ciclo della Post-Vulgata34, e quindi, al pari della versione II, riproduce materiali già rielaborati precedentemente. L‟ipotesi attualmente più accreditata è che le redazioni I e II, composte dopo il 1240 (indicativamente il terminus ante quem per il ciclo della Post-Vulgata e dunque post quem per entrambe le versioni del Tristan35), siano il frutto del rimaneggiamento di una precedente stesura originale del Tristan, scritta tra il 1230 e il 1235, andata poi perduta36. Presumibilmente la prima parte del romanzo, sulla quale, come si è detto, concordano la gran parte dei testimoni, conserva tracce importanti della versione primitiva dell‟opera; in quest‟ottica è interessante notare che questa prima sezione, incentrata sulle vicende dei due amanti, rimane in linea di massima fedele ai tratti salienti e agli episodi più noti della leggenda tristaniana, mostrando più affinità con le opere in versi37. Per quanto concerne i rapporti tra le due redazioni, una importante novità è emersa dallo studio del lacerto del

Tristan conservato sul verso del foglio finale del manoscritto 866 della Biblioteca Riccardiana

di Firenze condotto da Lino Leonardi, cui si deve la segnalazione del frammento38, databile agli ultimi decenni del XIII secolo. Questo frammento contiene infatti un episodio,

33 Cfr. almeno R. L. Curtis, Les deux versions du Tristan en prose: examen de la théorie de Löseth, in

«Romania», LXXXIV, 1963, pp. 390-398; E. Baumgartner, Le Tristan en prose cit.

34 È la conclusione cui è giunto anche T. Delcourt analizzando in particolare il codice fr. 756-757 che a suo

giudizio «n‟est pas le représentant d‟une hypothétique “première version” du Tristan en prose, mais simplement le fruit d‟un travail de compilation habile du Tristan en prose, dans son état le plus complet, mais sans doute pas le plus ancien […] et de la Post-Vulgate, à laquelle le Tristan est de toute façon étroitement lié» (T. Delcourt, Un

fragment inédit du cycle de la Post-Vulgate, in «Romania», CIX, 1988, pp. 247-279, ivi, p. 253). 35

Cfr. F. Bogdanow, R. Trachsler, Rewriting Prose Romance: the Post-Vulgate Roman du Graal and Related

Texts, in G. S. Burgess, K. Pratt (a cura di), Arthurian Literature cit., pp. 342-392.

36 E. Baumgartner, Le Tristan en prose cit., p. 62: «il faut dès lors admettre qu‟à partir du 184 de l‟analyse de

Löseth ni V.I, ni à plus forte raison V.II, ne reproduisent d‟une manière continue une première version du

Tristan en prose rédigée avant 1235-1240, mais qu‟elles son l‟une et l‟autre, à des degrés divers, des

remaniements composites, postérieurs à 1240, d‟une versione original perdue».

37 Anche in questa prima parte tuttavia si inseriscono, nel testo in prosa, delle innovazioni importanti rispetto alla

trama dei testi in versi, almeno di quelli noti, tra le quali spicca il lungo preambolo sugli antenati di Tristano, che inquadra la storia dell‟eroe nelle vicende del Graal.

38 L. Leonardi, Un nuovo frammento del “Roman de Tristan” in prosa, in D. De Robertis, F. Gavazzeni (a cura

di), Operosa parva per Gianni Antonini, Verona, Valdonega, 1996, pp. 9-24; Id. Il torneo della Roche Dure nel Tristan in prosa: versioni a confronto (con l‟edizione dal ms. BN fr. 757), in «Cultura Neolatina», LVII, 1997, pp. 209-251.

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corrispondente a Lös 192, connesso al torneo della Roche Dure, che per quanto concerne la redazione I era fino ad ora presente nel solo ms. 757, l‟unico rappresentante completo di V.I e codice più tardo rispetto al frammento stesso (databile agli ultimi decenni del secolo XIII). Attraverso la collazione delle due redazioni dell‟episodio e lo studio di alcuni punti significativi della trasmissione del Tristan, Leonardi ha evidenziato come il compilatore di V.II, proprio in corrispondenza di questi passaggi perturbati della tradizione, annunci di procedere al taglio di sezioni che sono invece interamente contenute nella V.I. Questi indizi inducono a credere che non si possa parlare di due tradizioni indipendenti, ma piuttosto che le assenze della V.II vadano interpretate come consapevoli e volontarie omissioni di queste sezioni, elemento che, assieme anche ad altre contraddizioni presenti in V.II, sembrerebbe profilarsi come «un forte indizio della sua posteriorità rispetto a V.I39». Benché la certezza non si possa naturalmente avere, e dunque non si possa escludere la possibilità indicata da R. L. Curtis40 che in corrispondenza di quei luoghi testuali sia V.I a integrare le lacune a

posteriori, Leonardi ritiene quest‟ultima ipotesi meno probabile e conclude: «Se si segue la

teoria Baumgartner, avremo in questi episodi di V.I la conservazione della redazione originaria del romanzo: se si segue la teoria Curtis si dovrà supporre che V.I abbia integrato a

posteriori le dichiarate omissioni, proprio dietro lo stimolo di quelle dichiarazioni. La seconda

ipotesi sembra senza dubbio più onerosa, ma in una tradizione mobile come quella del Tristan in prosa non la si può certo escludere41». All‟interno di questo quadro complicato va a inserirsi anche la considerazione di F. Cigni, che riesaminando la tradizione testuale del

Tristan ha invitato a ripensare in modo differente la natura stessa della redazione I: «si fa

strada l‟idea, che dovrebbe divenire anche ipotesi di lavoro per gli studi futuri, che V.I, al di fuori del ms. 756-757, non sia mai esistita. Il modello di fr. 756-757 rappresenta un tentativo di rimettere insieme i pezzi utilizzando materiali ormai compromessi dalla ricezione italiana42». L‟organizzazione della tradizione manoscritta dell‟opera in quattro redazioni è infatti uno strumento utile per orientarsi in modo generico all‟interno di questa labirintica storia testuale, ma l‟analisi particolare dei casi concreti offre un‟altra prospettiva. Lo studio dei singoli codici e delle loro specifiche fisionomie ci mette di fatto di fronte a una situazione molto variegata, nella quale diviene difficile di volta in volta attribuire in modo netto e definitivo il testo ad una o all‟altra versione. La tecnica stessa dell‟entrelacement, che favorisce l‟inserzione, la soppressione o lo spostamento di singoli episodi, il contatto e lo scambio con altri testi arturiani, lo straordinario successo del Tristan, che ne ha incoraggiato la diffusione per larga parte dell‟Europa e per un lungo periodo di tempo, la possibilità per i

39 L. Leonardi, Il torneo della Roche Dure cit., p. 219.

40 R. L Curtis, Who Wrote the Prose Tristan? A New Look at an Old Problem, in «Neophilologus», LXVII, 1983,

pp. 35-41.

41

L. Leonardi, Il torneo della Roche Dure cit., p. 217.

42 F. Cigni, Per un riesame della tradizione del Tristan in prosa, con nuove osservazioni sul ms. Paris, BnF, fr. 756-757, in F. Benozzo, G. Brunetti, P. Caraffi, A. Fassò, L. Formisano, G. Giannini, M. Mancini (a cura di),

Atti del IX Convegno della Società Italiana di Filologia Romanza (Bologna, 5-8 ottobre 2009), Roma, Aracne, 2012, pp. 247-278, ivi, pp. 271-272.

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compilatori di riadattare consapevolmente il testo in base ai possibili destinatari, il confine fortemente sfumato tra auctor, compilator e editor tipico del Medioevo maturo, sono tutte condizioni che hanno favorito realizzazioni individuali difficilmente riconducibili ad una etichetta rigida e unitaria.

A facilitare il compito degli studiosi allo stato attuale è la disponibilità di più edizioni del Tristan en prose, frutto di un lungo lavoro che ha avuto il grande merito di rendere accessibile un testo, o per meglio dire dei testi, altrimenti di difficile consultazione. La prima edizione parziale del romanzo è stata quella curata da R. L. Curtis (ms. 404 di Carpentras), corrispondente a Lös 1-92, il cui primo volume è stato pubblicato nel 1963, seguita da altre due edizioni pure parziali: la pubblicazione dei lais contenuti nel Tristan en prose nel 1974, curata da T. Fotitch con l‟analisi musicale di R. Steiner43, e l‟edizione del 1976 della sezione

dell‟opera relativa alle deux captivités di Tristano (Lös 282-319) curata da J. Blanchard, basata sul ms. Paris, BnF, fr. 77244. Per avere un testo più ampio della Vulgata è stato necessario aspettare il lungo lavoro di edizione coordinato da P. Ménard, che ha portato nell‟arco di un decennio alla pubblicazione in nove volumi del romanzo fino alla sua conclusione, a partire dal testo del ms. Vienna, B.N. 254245. Sempre sotto la direzione di Ménard è stata condotta l‟edizione della redazione V.I del romanzo, dal codice che ne rappresenta attualmente l‟unico testimone, il ms. Paris, BnF, fr. 757, pubblicata in cinque volumi tra il 1997 e il 200746.

La diffusione geografica dell‟opera cui si è fatto cenno è senz‟altro un elemento significativo di cui tener conto, nonché un indirizzo degli studi importante e fruttuoso. In particolare negli ultimi decenni ha assunto considerevole rilevanza la ricerca sulla circolazione del Tristan en prose in area italiana. La leggenda di Tristano e Isotta sembra aver per lungo tempo affascinato il pubblico italiano di ogni fascia sociale che, pur appassionato generalmente di romanzi cavallereschi e arturiani in particolare, ha prediletto la storia tristaniana più di tutte le altre. Sebbene infatti le storie arturiane fossero nel loro complesso ben note al pubblico, come documentano non solo le opere letterarie e le citazioni indirette, ma anche le testimonianze artistiche47, nessuna sembra aver avuto un successo paragonabile a quello della vicenda degli amanti di Cornovaglia e del personaggio di Tristano in particolar modo. A riprova di questa popolarità basti pensare alla quantità di traduzioni e rielaborazioni italiane del Tristan en prose, per alcune delle quali possediamo anche un numero cospicuo di testimoni, come nel caso della Tavola Ritonda, rispetto alla quale colpisce la quasi totale assenza di testimoni di traduzioni italiane della storia di Lancillotto, che pure sappiamo essere

43 T. Fotitch, R. Steiner, Les lais du roman de Tristan en prose d‟après le ms. de Vienne 2542, München, Fink,

1974.

44 Le Roman de Tristan en prose. les deux captivités de Tristan, ed. J. Blanchard, Paris, Klincksieck, 1976. 45

Le Roman de Tristan en prose V.II cit.

46 Le Roman de Tristan en prose V.I cit.

47 Cfr. G. Allaire, Arthurian Art in Italy, in G. Allaire, F. R. Psaki (a cura di), Arthurian Literature in the Middle Ages VII. The Arthur of the Italians. The Arthurian Legend in Medieval Italian Literature and Culture, Cardiff,

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stata diffusa e conosciuta; assenza che solo di recente è stata almeno in parte colmata dal ritrovamento e dalla pubblicazione da parte di Luca Cadioli di un volgarizzamento del

Lancelot en prose48. Della circolazione della leggenda tristaniana abbiamo invece un‟ampia

documentazione, che vai codici di lusso riccamente decorati destinati alla lettura di qualche grande signore alla produzione canterina indirizzata prevalentemente alle piazze e al pubblico illetterato. Il successo dell‟opera in area italiana è stato dunque straordinario, come testimoniato non solamente dalla quantità di traduzioni, compilazioni e riscritture operate, ma anche dal numero di codici del Tristan in lingua francese che può essere ricondotto ad una fattura italiana o la cui presenza è stata segnalata negli inventari delle biblioteche di importanti famiglie signorili, come gli Este, i Gonzaga e i Visconti-Sforza, testimonianza del fatto che il testo, prima di essere tradotto, ha generato una fruizione “alta” ed è stato ampiamente letto nella lingua originale49. È noto infatti che i membri delle famiglie signorili fecero del mondo cortese e cavalleresco arturiano un modello cui ispirarsi e su cui modellare la vita di corte, e a cui ricondurre, eventualmente, persino le proprie ascendenze genealogiche. Il cavaliere arturiano passò inoltre a rappresentare, da personaggio letterario quale era, un vero modello di comportamento, un esempio dei principi e dei costumi di una aristocrazia feudale ormai scomparsa ma a cui ci si poteva anacronisticamente ispirare, attribuendo così a questo tipo di romanzi una funzione quasi pedagogica, da speculum principis. Il Tristan trovò quindi nelle biblioteche delle nascenti corti signorili un terreno fertile su cui diffondersi. Le indicazioni che si trovano nei registri delle collezioni librarie di queste importanti famiglie non chiariscono sempre se il “titolo” riportato in latino negli inventari faccia riferimento al testo in francese o ad una traduzione italiana (non è a volte possibile neppure capire a quale delle molte opere arturiane circolanti in Italia si faccia riferimento); in molti casi però è possibile trovare riportati l‟incipit e l‟explicit, che possono dare un‟informazione chiara sulla lingua e in alcune fortunate occasioni permettono, insieme ad altre indicazioni fornite da questi inventari, di identificare con un certo margine di sicurezza il manoscritto stesso. È stato ad esempio riconosciuto uno dei nove Tristani citati nell‟inventario dei Gonzaga di Mantova del 1407, il no 64, identificato con l‟attuale fr. 23 della Biblioteca Marciana di Venezia50.

48 Cfr. L. Cadioli, Scoperta di un inedito: il volgarizzamento toscano del Lancelot en prose, in «Medioevo

Romanzo», XXXVII, 2013, pp. 178-183. Del testo è stata poi pubblicata dallo stesso Cadioli l‟edizione critica: Lancellotto. Versione italiana inedita del Lancelot en prose, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2016.

49 Sulla questione si vedano almeno i fondamentali lavori di D. Delcorno Branca: I romanzi italiani di Tristano e la Tavola Ritonda, Firenze, Olschki, 1968; Tristano e Lancillotto in Italia. Studi di letteratura arturiana,

Ravenna, Longo Editore, 1998; I Tristani dei Gonzaga, in J. C. Faucon, A. Labbé, D. Quéruel (a cura di),

Miscellanea Mediævalia cit., pp. 385-393; Lecteurs et interprètes des romans arthuriens en Italie: un examen à partir des études récentes, in C. Kleinhenz, K. Busby (a cura di), Medieval Multilingualism. The Francophone World and its Neighbours. Proceedings of the 2006 Conference at the University of Wisconsin-Madison,

Turnhout, Brepols Publishers, 2010, pp. 155-186. Una panoramica sulla questione si trova in G. Allaire, Owners

and Readers of Arthurian Books in Italy, in G. Allaire, F. R. Psaki (a cura di), Arthurian Literature cit., pp.

190-204.

50 Cfr. W. Braghirolli, P. Meyer, G. Paris, Inventaire des manuscrits en langue française possedés par Francesco Gonzaga, capitaine de Mantoue, in «Romania», IX, 1880, pp. 497-514; M. Boni, Note sul ms. marciano fr. XXIII del „Roman de Tristan‟ in prosa, in «Studi Mediolatini e Volgari», I, 1953, pp. 51-56.

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Queste antiche annotazioni, per quanto brevi, possono offrire vari spunti di riflessione e indizi per capire le modalità di circolazione di questi testi. Una struttura di questo tipo: «Item. Secundum volumen DOMINI TRISTANI. Incipit: Grand yoye font cil. Et finit: e de force que

nos qui somes .XX. Continet cart. 196» non solo chiarisce che il testo era in francese, ma

permette anche di ritrovare il punto esatto del romanzo (Curtis 512, 34)51, di conoscere il numero di carte del codice, e, con l‟indicazione secundum volumen, suggerisce una suddivisione del Tristan en prose in più volumi, del resto confermata dalle evidenze materiali di una grande numero di manoscritti. Altri tipi di titolazione presenti nello stesso inventario, ad esempio GESTORUM DOMINI TRISTANI o NATIVITATIS TRISTANI, avvalorano l‟ipotesi che alcuni fortunati episodi del Tristan en prose, come il torneo di Loverzep, la morte degli amanti e la sezione che va dalla nascita dell‟eroe fino alle avventure nel deserto del Darnantes, conoscessero, soprattutto in Italia, una circolazione autonoma. Questo dato è significativo per comprendere meglio quelli che sono stati gli esiti del passaggio di questo testo dal romanzo francese alle traduzioni italiane, a volte orientate in senso antologico e compendiario, come si vedrà meglio più avanti. Un altro importante bacino di informazioni riguardante la circolazione di testi arturiani presso le corti dell‟Italia settentrionale proviene dagli archivi, nei quali è possibile ritrovare lettere come quella datata 15 giugno 1378 nella quale Luchino Visconti chiede in prestito a Ludovico Gonzaga «unum romanzum loquentem de Tristano vel Lanzaloto aut de aliqua alia pulchra et delectabili materia» da poter leggere durante il suo viaggio verso Cipro52, a testimonianza del fatto che questi testi così apprezzati non solo popolavano le biblioteche signorili ma “viaggiavano” per l‟Europa, portati dai loro proprietari per combattere la noia dei lunghi viaggi o oggetto di scambio tra appassionati lettori.

Se le biblioteche signorili offrono, con i loro inventari e registri, preziose informazioni, più frammentarie e rare sono quelle relative alle biblioteche e ai possedimenti privati di mercanti e borghesi dei comuni medievali italiani, anch‟essi appassionati lettori di storie cavalleresche. Dove viene a mancare il supporto dei registri, sono però gli studi codicologici, paleografici e filologici a fare luce sulla storia di un fervente passaggio di uomini, materiali e committenze tra Italia e Francia (che siano copisti italiani esuli in Francia, materiali provenienti dalla Francia e assemblati in Italia, copisti italiani del testo francese etc.). È stata infatti ampiamente documentata la provenienza italiana di un grande numero di codici del Tristan: sono fino ad ora ventisei53 i testimoni superstiti di questo intenso scambio, collocabili tra la seconda metà del XIII e l‟inizio del XV secolo, cui vanno ad aggiungersi i

51 Cfr. D. Delcorno Branca, I Tristani dei Gonzaga cit., pp. 387-388. 52 Lettera citata in G. Allaire, Owners and Readers cit., p. 191.

53 Cfr. D. Delcorno Branca, Tristano e Lancillotto cit., pp. 49-76; M.-J. Heijkant, From France to Italy: The Tristan Texts, in G. Allaire, F. R. Psaki (a cura di), Arthurian Literature cit., pp. 41-68. Si noti che anche il ms.

756-757, considerato da Baumgartner il rappresentante della V.I e su cui è basata l‟edizione P. Ménard, Le

Roman de Tristan en prose V.I cit., è di provenienza italiana, forse napoletana (lo stemma potrebbe suggerire

l‟appartenenza alla famiglia Caracciolo Rossi) o di ambiente padano. Su questo codice, oltre alla già citata edizione, si vedano E. Baumgartner, Le Tristan en prose cit. e F. Cigni, Per un riesame cit.

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frammenti, la cui scoperta e il cui studio è stato il alcuni casi illuminante54. Si tratta di codici di vario tipo, spesso indicativi della tipologia di pubblico e della committenza, dal libro di lusso, preparato forse per qualche famiglia delle grandi corti italiane, fino a codici allestiti rapidamente e con materiali più umili, destinati presumibilmente alla classe mercantile. Per quanto attiene alla provenienza geografica di questi manoscritti, se i registri delle biblioteche signorili ne testimoniavano la circolazione almeno nelle grandi corti di Ferrara, Mantova e Milano, assegnando un ruolo importante all‟Italia settentrionale nella diffusione dei testi arturiani, del resto confermata anche dalle successive riscritture italiane, una posizione preminente in questo contesto va attribuita alla Toscana, in particolare la zona occidentale, e soprattutto all‟asse Pisa-Genova, sulla cui importanza sono stati scritti negli ultimi decenni contributi decisivi55. Per ben otto dei ventisei codici del Tristan provenienti dall‟Italia è stata infatti ipotizzata o accertata una origine pisano-genovese, sostenuta anche dall‟omogeneità dei caratteri codicologici e iconografici di questi testimoni. Le due città rivali sono state un centro propulsore per la penetrazione della letteratura francese medievale in Italia, e su quest‟asse si è svolta un‟intensa e serrata opera di trascrizione e traduzione di testi letterari di vario genere, dal romanzo arturiano all‟agiografia, dalla didattica alla filosofia morale56

. Un impulso a questo lavoro di recupero dell‟eredità francese venne dall‟esito della battaglia della Meloria del 1284, a seguito della quale centinaia di pisani vennero fatti prigionieri a Genova e impiegati nelle carceri come copisti, lasciando sottoscrizioni come questa: «Bondi pisano mi scrisse, Dio lo benedisse, Testario sopranome. Dio lo chavi di Gienova di prigione, et a llui et a li autri che vi sono57», posta a firma di una delle più antiche traduzioni in volgare italiano del Tresor di Brunetto Latini; è lo stesso contesto nel quale avvenne l‟incontro in carcere tra il pisano Rustichello, autore di una Compilazione arturiana in lingua francese, e il veneziano Marco Polo, incontro che rese possibile la stesura del Devisement dou monde. Sembrerebbe dunque essere stata la regione tra Genova e Pisa (e più in generale la Toscana) il primo e più antico nucleo di ricezione dell‟eredità culturale francese, veicolo poi della migrazione della letteratura arturiana verso le corti dell‟Italia meridionale, soprattutto su impulso degli

54

L. Leonardi, Un nuovo frammento cit.; Id. Il torneo della Roche Dure cit.; R. Benedetti, Un frammento del Roman de Tristan en prose fra tradizione toscana e tradizione veneta (Udine, Archivio di Stato, fr. 110), in «Studi mediolatini e volgari», XLIX, 2003, pp. 47-70; A. Radaelli, Il frammento Vb2 del Roman de Tristan en Prose, in «Studi mediolatini e volgari», L, 2004, pp. 120-160.

55

Cfr. in particolare gli studi dedicati da F. Cigni alla questione: Manoscritti di prose cortesi compilati in Italia

(secc. XIII-XIV): stato della questione e prospettive di ricerca, in S. Guida, F. Latella (a cura di), La filologia romanza e i codici. Atti del I Convegno della Società Italiana di Filologia Romanza (Messina, 19-22 dicembre

1991), II, Messina, Sicania, 1993, pp. 419-441; Id. Copisti prigionieri (Genova, fine sec. XIII), in P. G. Beltrami, M. G. Capusso, F. Cigni, S. Vatteroni (a cura di), Studi di filologia romanza offerti a Valeria Bertolucci

Pizzorusso, I, Ospedaletto Pisa, Pacini, 2006, pp. 425-439; Id. I testi della prosa letteraria e i contatti col francese e col latino. Considerazioni sui modelli, in L. Battaglia Ricci, R. Cella (a cura di), Pisa crocevia di uomini, lingue e culture. L‟età medievale. Atti del Convegno di Pisa (25-27 ottobre 2007), Roma, Aracne, 2009,

pp. 157-181; Id. Manuscrits en français, italien et latin entre la Toscane et la Ligurie à la fin du XIIIe siècle:

implications codicologiques, linguistiques et évolution des genres narratifs, in C. Kleinhenz, K. Busby (a cura

di), Medieval Multilingualism cit., pp. 187-204.

56 Cfr. F. Cigni, Manuscrits français cit. 57

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Angioini, e verso l‟Italia settentrionale, in particolare verso la Lombardia, la regione veneta e la Pianura Padana. La presenza di manoscritti provenienti dall‟atelier pisano-genovese nelle corti dei Visconti a Milano e dei Gonzaga a Mantova, e il passaggio di redazioni toscane nella regione veneta e padana, dimostrato poi da testi come il Tristano Veneto e il Tristano

Palatino, porta infatti a ipotizzare che siano state proprio la Toscana occidentale e le coste

liguri la prima via di diffusione italiana del Tristan en prose, che, almeno in forme attualmente documentate, sembra essere giunto nell‟Italia nord-orientale in un secondo momento; sebbene, come rileva Cigni, «l‟ancienneté des rédactions génoises n‟exclut toutefois pas l‟existence de versions françaises peut-être plus anciennes et complètes qui circulaient en Italie du Nord et peut-être en Toscane à la même époque58».

A fronte della grande varietà redazionale del Tristan en prose, gli studiosi si sono interrogati su quali versioni del testo circolassero in Italia. Sebbene sia stata accertato che la redazione II fosse disponibile almeno nei principali scriptoria dove si copiavano i romanzi arturiani59, e in generale le versioni cosiddette cicliche si ritrovino già nei manoscritti più antichi presenti in Italia, è certamente la versione I ad aver goduto di maggiore fortuna e circolazione in area italiana, con «almeno dieci testimoni (M, M1, Ox, fr. 755, fr. 757, fr. 760, fr. 1463, fr. 12599 – 4a e 5a sezione – Vb, Ve), la quasi totalità dei rappresentanti di essa60», e la tradizione mostra una significativa presenza della famiglia a della Curtis61, considerata, almeno per quanto attiene alla prima parte del romanzo, più vicina alla redazione originaria. Inoltre i codici del Tristan copiati in Italia mostrano, al netto delle eventuali lacune meccaniche, una tendenza a privilegiare la scelta di alcune parti dell‟opera piuttosto che il romanzo nella sua completezza, propensione che riguarda sia i testimoni della redazione I sia quelli che riportano la II, palesando in questo senso una certa compattezza nella selezione narrativa. In particolare sono gli episodi più significativi della vita di Tristano e delle vicende dei due amanti ad essere maggiormente documentati: la nascita, la giovinezza e le prime imprese dell‟eroe; le avventure nel Logres e il torneo di Loverzep; il ritorno in Cornovaglia di Tristano e la morte dei due amanti, il lutto della corte arturiana. La costruzione scorciata sembra essere tipica dello scriptorium pisano-genovese62, ma non esclusiva, e anzi probabilmente era piuttosto diffusa; è un dato rivelatore in questo senso che siano questi gli episodi attestati anche dalle testimonianze frammentarie dell‟opera. La selezione poteva avvenire nei codici con diverse modalità63: ci sono manoscritti che, non presentando lacune meccaniche o particolari assemblaggi di fascicoli, operano semplicemente una scelta, conservando solo determinate sezioni del testo; altri codici assemblano frammenti provenienti da altri manoscritti, provvedendo poi i copisti ad eventuali integrazioni o operazioni di

58 F. Cigni, Manuscrits français cit., pp. 193-194. 59 Cfr. A. Radaelli, Il frammento Vb2 cit., p. 205. 60

D. Delcorno Branca, Tristano e Lancillotto cit., p. 58.

61 Cfr. Curtis, I, pp. 18-23; II, pp. 26-52; III, pp. XXXIII-V. 62 D. Delcorno Branca, Tristano e Lancillotto cit., p. 68.

63 Cfr. D. Delcorno Branca, Tristano e Lancillotto cit., pp. 49-76; A. Punzi, Tristano. Storia di un mito, Roma,

figura

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