QUINDICI MIGLIA

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È commovente vedere come in quest'umile fraticello marchigiano rivive lo spirito e la missione di San Francesco che, dopo la sua conversione, ebbe per i lebbrosi una cura appassionata.

Questa coppia in viaggio è una scena scultorea.

Infine, c'è da pensare ad un prodigio, vedendo che Frate Bentivoglia percorre una ventina di chilometri in un'ora o poco più.

Note

Fior. XLII FF. 1878:

-... non volendo abbandonare quello lebbroso, con grande fervore di carità sì lo prese e puoselosi in sulla ispalla e portollo dall’aurora insino al levare del sole per tutta quella via delle quindici miglia infino al detto luogo, dov'egli era mandato, che si chiamava Monte Sancino.

Il quale viaggio, se fusse istato aquila, non arebbe potuto in così poco tempo volare: e di questo divino miracolo fu grande istupore e ammirazione in tutto quello paese. -

QUINDICI MIGLIA

Come Virgilio vide Enea fuggire col vecchio padre Anchise sulle spalle, così deciso e forte il portatore

qui fa granito blocco col portato.

Quasi furtivo Frate Bentivoglia, con il lebbroso posto a cavalluccio, Trave Bonanti lascia, nelle Marche, prima dell'alba e va speditamente.

I superiori 1'hanno trasferito.

Monte Sancino è il nuovo suo convento, quindici miglia lungi da quel luogo.

Lui prontamente esegue 1'obbedienza.

È quel lebbroso 1'unico bagaglio.

Da molto tempo tutto vi si dedica con volontà ed affetto senza limiti.

Sicché gl'infonde ancor voglia di vivere.

Inoltre non ha scelte il fraticello perché, vivendo solo in quel convento, neppure c'è chi possa continuare la sua missione eroica e silenziosa.

Certo stupisce tanta carità

che fa tesor 1'infermo all'infermiere.

Il volto è sì felice in Bentivoglia da far pensar che 1'altro porti lui.

Ma lo stupor diventa meraviglia

quando vediam che giungono a Sancino, mentre s’affaccia il sole all'orizzonte.

Quei raggi son sorrisi del Signore!

LA CORTESIA

Francesco, pregando, ha saldato il conto.

Dio stesso premia col dono immediato della vocazione religiosa la cortese ospitalità e la bontà del gentiluomo.

Con folgorante luce soprannaturale infatti egli comprende che più di tutti i suoi beni vale il saio e l'ideale di San Francesco.

Note

Fior. XXXVII FF. 1871:

- Per la qual cosa egli fu sì toccato da Dio e ispirato a lasciare il mondo, che di presente egli uscì fuori dal palagio suo e in fervore di spirito corre verso santo Francesco, e giungendo a lui, il quale stava in orazione, gli si inginocchiò a' piedi e con grandissima istanza e divozione il pregò che gli piacesse di riceverlo e fare penitenza insieme con seco. -

LA CORTESIA

Francesco e il suo compagno ricevette in casa con estrema cortesia,

li salutò con grande devozione, e diede loro il bacio nel Signore.

Li fa sedere accanto ad un bel fuoco, quindi li fa scaldare e riposare.

Intanto lava e bacia loro i piedi e con un panno morbido li asciuga.

È già la ricca mensa apparecchiata.

Tutto in preziosi vasi e ben servito.

Sono squisiti i cibi e le bevande.

È condimento primo il suo sorriso.

Con riverenza infine loro dice:

«Son grato a Dio per tutti questi beni.

Considerate vostro quel che occorre, e pagherò, s'altrove voi comprate».

I servi del Signore grati vanno.

Frate Francesco quindi all'altro dice:

«Poiché così cortese fu con noi, io ripagarlo voglio quanto posso».

Inginocchiato presso quella casa pregò per molto tempo in Dio rapito.

Poi tutto lieto dice al suo compagno:

«Dio stesso il nostro debito ha pagato».

Il gentiluomo giunge in quell'istante.

Ai piedi di Francesco s'inginocchia, dicendo: «Fammi dono del tuo saio.

Voglio restare sempre insieme a te».

IL FIUME

La povertà è la pupilla dell'ascesi francescana.

Tradire equivale a finire travolto nel vortice della vita.

La visione di Frate Leone e il commento di Frate Francesco riaffermano con drammaticità questa fondamentale caratteristica dell'Ordine francescano.

Note

Fior -. XXXVI FF. 1870:

- ... disse Santo Francesco: «Ciò che tu hai veduto è vero.

Il grande fiume è questo mondo; i frati ch'affogano nel fiume sì son quelli che non seguitano la evangelica professione e spezialmente quanto all'altissima povertà; ma coloro che senza pericolo passavano, sono que' frati li quali nessuna cosa terrena né carnale cercano né posseggono in questo mondo, ma avendo solamente il temperato vivere e vestire, sono contenti, seguitando Cristo ignudo in croce, e il peso e il giogo soave di Cristo e della santissima obbedienza portano allegramente e volentieri; e però agevolmente della vita temporale passano a vita eterna». -

IL FIUME

Frate Francesco, infermo gravemente, aveva accanto a sé Frate Leone.

Un giorno questi, posto in orazione, si ritrovò nell'estasi rapito.

Iddio gli mostra un fiume molto grande dalla corrente forte e travolgente.

Nell'acqua vede entrare molti frati con dei fardelli sulle proprie spalle.

Alcuni d'essi affogano all'istante.

Altri, nuotando, vanno poco avanti.

Altri a metà del fiume posson giungere, taluni infine quasi all'altra sponda.

Ma dà gran pena al buon Frate Leone vedere come tutti quelli affogano, travolti prima o poi dalla corrente, che deve ognun per forza attraversare.

Poi finalmente un numero grandissimo di frati senza peso s'avvicina.

Allegramente saltano nel fiume e agevolmente vanno all'altra sponda.

Egli gioisce e qui ritorna in sé.

Frate Francesco intanto conosceva per singolar carisma del Signore, quanto Leone aveva contemplato.

Perciò gli spiega tutto chiaramente:

«Il vorticoso fiume è questo mondo.

Chi povertà tradisce cala a fondo,

chi ben 1'osserva salvo giunge al Cielo».

Ml CONFESSO

Anche la sete del martirio è comunicata da San Francesco ai suoi figli, tanto che questi darebbero, non una, ma mille volte la propria vita.

Da questa passione evidentissima e confessata da Francesco, fu scosso il Sultano Melek El Kamel che, non solo risparmiò la vita all'assisate, ma lo stimò, lo protesse e lo volle vicino a sé.

La corona del martirio per essi possiamo definirla un ambìto e felice canto del cigno.

Di fatti è l'ultima tappa più facilmente accessibile della bramata identificazione a Cristo.

Note

Spec. 77 FF. 1772:

- Mentre i Saraceni lo portavano alla pena capitale, egli, tenendo con grande fervore la Regola tra 1e mani e piegando umilmente le ginocchia, disse al compagno:

«Mi confesso colpevole, fratello carissimo, di tutte le cose che ho commesso contro questa Regola, davanti agli occhi della divina Maestà e dinanzi a te». -

MI CONFESSO

Era fanciullo quando entrò nell'Ordine.

I confratelli suoi, maturi d'anni, a lui guardavan lieti di vederlo così maturo già nella virtù.

Mai gli rubò del tempo la pigrizia.

Quando la notte suona il mattutino che chiama i frati in coro a salmodiare, egli si trova lì, raccolto in Dio.

Il superiore spesso lo dispensa dal digiunare come gli altri frati.

Egli ringrazia e nulla si concede.

La volontà sublima pur 1'età.

Anzi portò d'allora sulle carni una lorica spessa e ben pesante, e la celava tanto attentamente che nessun frate mai poté notarla.

Chiese permesso appena fu più grande d'andar tra gli infedeli a predicare con la parola e con 1'esempio Cristo, nostro Signore e nostro Salvatore.

Ha qual compagno un santo confratello.

Dai saraceni presi e imprigionati, son sottoposti a tragica tortura e infine a morte sono condannati.

Inginocchiato, dice al suo compagno:

«A te, fratello, e a Cristo mi confesso».

Volle morir per primo: fu reciso da un colpo d’affilata scimitarra.

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