SORELLA ALLODOLA

Nel documento tutti i diritti riservati LA QUESTUA (pagine 22-28)

Francesco è un uomo che medita sul creato; ne trae motivo di ispirazione e di vita. Ogni essere poi che spicca per mansuetudine, dolcezza e semplicità diventa la sua poesia.

Note

Leg. per. 110 FF. 1669:

- Noi che siamo vissuti con Francesco e che abbiamo scritto questi ricordi, attestiamo di averlo sentito dire a più riprese: «Se avrò occasione di parlare con 1'Imperatore, lo supplicherò che per amore di Dio e per istanza mia emani un editto, al fine che nessuno catturi le sorelle allodole o faccia loro del danno.

E inoltre, che tutti i podestà della città e i signori dei castelli e dei villaggi siano tenuti ogni anno, il giorno della Natività del Signore, a incitare la gente che getti frumento e altre granaglie sulle strade, fuori delle città e dei paesi, in modo che in un giorno tanto sulenne gli uccelli, soprattutto le allodole, abbiano di che mangiare...

«La sorella allodola ha il cappuccio come i religiosi. Ed è umile uccello che va volentieri per le vie in cerca di quache chicco. Se anche lo trova nel letame, lo lira tuori e lo mangia».

SORELLA ALLODOLA

Noi che 1'abbiamo visto e conosciuto, che abbiamo scritto tanti suoi ricordi, in verità attestiamo fermamente d'aver sentito spesso da Francesco:

«Se mi sarà concesso di parlare direttamente all'alto imperatore lo pregherò ch'emani un buon editto

per amor del Signore, a istanza mia.

Lì chiaramente deve decretare e sanzionar: nessuno più catturi e per nessun motivo faccia danno alle sorelle allodole, sì care.

Anzi nel giorno Santo del Natale per loro occorre spargere granaglie in abbondanza pure per le strade, sicché dovranno anch'esse festeggiare».

Diceva ancor: «L'allodola ha il cappuccio ed umilmente cerca a terra il chicco.

E se lo trova in mezzo alla fanghiglia lo tira su col becco e poi lo mangia.

Sempre nel volo loda il Creatore, come sfiorando solo questo mondo.

È nata quindi a vivere pel cielo.

In questo modo insegna pure a noi.

Perfino il suo piumaggio color bigio, così dinesso e semplice a vedere, sembra modello e simbolo dei frati che hanno giurato morte a vanità.

L'lNGORDO

Dio è vindice della giustizia e difensore dei deboli e degli oppressi.

Ma si sarà scomodato per difendere quegli uccellini dall'ingordigia e dalla violenza del più grande fra loro?

Stando alle parole profetiche di San Francesco e alla tragica, immediata fine del prepotente pettirosso, sembra proprio di sì.

Implicitamenie la presenza addolorata del Santo fa da mediazione in questo misterioso, piccolo atto di giustizia.

Ma la sentenza del Santo, che nel caso dell'uccellino, si compie istantaneamente, va trasportata sul piano delle relazioni umane, dove diventa un monito da ben meditare.

Note

Cel. XVIII, 47 FF. 633:

- «Guardate - disse il Padre - questo ingordo: pieno e sazio lui, è invidioso degli altri fratelli affamati. Avrà di certo una brutta morte».

La sua parola fu seguita ben presto dalla punizione: salì quel perturbatore della pace fraterna su un vaso d'acqua per bere, e subito vi morì annegato.

Non si trovò gatto o bestia che osasse toccare il volatile maledetto del Santo. - '

L’INGORDO

Siedono a mensa i frati silenziosi, consumando il pasto poverello.

Frate Framcesco dice con amore:

«Il primo cibo è il gaudio del Signore».

La finestrella bassa dà sui campi.

Essi, guardando, vedono lontano.

Due pettirossi vengono tranquilli in cerca delle briciole di pane.

Con carità gioiosa son nutriti;

sicché felici tornano ogni giorno.

E vanno avanti e indietro, trasportando nel loro becco, piccole razioni.

Poi finalmente un giorno si presentano con la nidiata allegra e numerosa, e, fatto fare ai piccoli 1'approccio,

li lasciano al sicuro e se ne vanno.

Liberamente questi van tra i piedi o sulle mani volano a beccare le mollichette morbide e quant'altro i buoni frati portano per loro.

Però Francesco nota che il maggiore è molto ingordo e becca i più piccini.

Pertanto, tutto afflitto, dice ai frati:

«L'mgordo non farà una buona fine».

E mentre quei piccini stan mangiando, ecco l'ingordo, preso dalla sete, sbadatamente affoga dentro un vaso.

«Amen!» spiacenti esclamano quei frati.

UCCISO

Francesco colpisce - diremmo con sacra vendetta - l'inutile crudeltà delta scrofa.

Questa decisione di Francesco vindice, con Dio, della giustizia fra le creature non contrasta con la proverbiale mitezza del Santo d'Assisi.

Evangelicamente, il mite non è un ignaro o un impotente. Al contrario, egli tace ed opera col volere e con la potenza di Dio.

Note

2 Cel. LXXCVII, 111 FF. 698:

- II servo dell'Altissimo era stato ospitato una sera presso il monastero di San Verecondo, in diocesi di Gubbio, e nella notte una pecora partorì un agnellino.

Vi era nel chiuso una scrofa quanto mai crudele, che, senza pietà per la vita dell'innocente, lo uccise con morso feroce.

...All'udire tutto questo, il pio padre si commuove, e ricordandosi di un altro Agnello, piange davanti a tutti 1'agnellino morto:

«Ohimé, frate agnellino, animale innocente, simbolo vivo sempre utile agli uomini!

Sia maledetta quell'empia che ti ha ucciso e nessuno, uomo o bestia, mangi della sua carne!»

UCCISO

San Verecondo in quel di Vallingegno è sulla strada che conduce a Gubbio.

C'è qui famoso e grande monastero dei cari figli di San Benedetto.

Era per loro festa 1'ospitare

Frate Francesco quando vi giungeva.

Ognuno d'essi al santo Poverello mostrava affetto, gioia e cortesia.

Dopo il saluto della buona notte, ciascuno a riposare se n'andò Francesco come sempre dedicò le ore del silenzio alla preghiera.

Un agnellino nacque quella notte, lì nella stalla di quel monastero.

Mite guardò, belò e tacque per sempre tra le feroci zanne d'una scrofa.

Francesco apprese presto la notizia.

Fece portare fuori dalla stalla quell'agnellino ucciso crudelmente e sconsolato disse avanti a tutti:

«Sei 1'innocente simbolo di Cristo.

Di crudeltà la vittima tu fosti.

Ti benedico, e quella cruda bestia, sì, maledetta muoia e abbandonata».

La scrofa sull'istante s'ammalò.

Morì tre giorni dopo in gran fetore.

Gettata via nel mucchio dei rifiuti, perfin le belve n'ebbero ribrezzo.

L'lNNOCENTE

La sicurezza di Francesco che deve attraversare il bosco infestato dai lupi, è nello stesso tempo un atto di fede in Dio, Signore del creato, e un atto di fiducia nelle creature, quali che esse siano, da lui sempre sommamente rispettate.

Francesco, nel suo amore totale e universale, ricrea e rivive il mondo originale devastato dal peccato di Adamo.

La fede di Francesco è la certezza di questo primitivo equilibrio offerto dal Creatore in dono alle creature.

La prova di tutto questo in Francesco ci stupisce ogni volta, come fosse la prima volta.

Note

Cron. e test. non fr. FF. 2251:

- Una sera sul tardi, era quasi notte, egli passava, in compagnia di un fratello, per la strada di San Verecondo, cavalcando 1'asinello...

I contadini, appena lo videro, cominciarono a chiamarlo dicendo: «Frate Francesco, resta con noi e non voler andar oltre, perché da queste parti imperversano lupi famelici e divorerebbero il tuo asi-nello, coprendo di ferite anche voi».

E il beato Francesco replicò così: «Non ho mai fatto nulla di male al lupo, io, perché ardisca divorare il nostro fratello asino...»

E così frate Francesco proseguì il suo cammino senza imbattersi in sventure di sorta. -

L'lNNOCENTE

Per penitenze e veglie e gran digiuni era Francesco tanto indebolito, che non poteva ormai più camminare a piedi, come aveva sempre fatto.

Da quando fu trafitto come Cristo, poggiare i piedi a terra era straziante.

Per questo fu costretto a cavalcare un asinello docile e mansueto.

Non era certo suo quell'asinello, poiché non volle nulla mai per sé né per i frati suoi qual proprietà.

Gli fu prestato dai benefattori.

Si trovò in tarda sera a transitare lungo la strada di San Verecondo.

Le spalle da mantello ricoperte,

1'accompagnava a piedi un confratello.

I contadini della zona gridano:

«Frate Francesco, fermati con noi;

sono voraci lupi sul cammino:

feriscon voi e 1'asino divorano».

«Fratelli miei, non feci male al lupo, perché mangiare debba 1'asinello!

Arrivederci e date gloria a Dio».

Così dicendo, segue la sua strada.

I contadini attesero notizie.

Attraversò Francesco tutto il bosco, come passasse in mezzo a vecchi amici, ben lieti di mostrare pace in Dio.

TRECENTO|

Le benemerenze dell'Ordine benedettino nei confronti di San Francesco e dei tre Ordini francescani sono veramente grandi.

Molti dei luoghi dove si sono costituite le primitive e più celebri comunità francescane furono offerti dai figli di San Benedetto.

Basti ricordare la Porziuncola e Fonte Colombo.

Note

Cron. e test. non fr. 2 FF. 2250:

- Proprio nei dintorni di questo monastero il beato Francesco aveva radunato il Capitolo dei primi trecento frati.

In quell'occasione, 1'abate e i monaci li avevano generosamente provveduti di tutto il necessario, secondo le loro possibilità: pane di orzo, di frumento, di surco e di miglio con larghezza, acqua limpida per bere e vino di mele diluito con acqua per i più deboli, fave e legumi in abbondanza.

Così ci ha tramandato il vecchio sacerdote Andrea, che era stato presente.-

TRECENTO

Necessità per 1'uomo è quel lavoro che gli procura pane e civiltà.

È l'orazione 1'altro grande mezzo che serve quale pane al nostro spirito.

Nel lavorare ha pace la coscienza che sa di far guadagno ed obbedienza.

Nella preghiera s'opera il mistero dell'amicizia piena col Signore.

San Benedetto codice ne fece per i suoi figli aggiunta a carità per ben servire Cristo nei fratelli e specialmente i poveri fra questi.

È monastero celebre ed antico San Verecondo sulla via di Gubbio.

Frate Francesco sempre vi sostava per ristorar lo spirito e le membra.

Quando i suoi figli furono trecento desiderò riunirli tutti insieme.

Il buon abate seppe l'intenzione e volle offrire spazio e desinare.

Fu detto dei «trecento» quel Capitolo, ma meglio noi potremmo definirlo:

«il bel simposio della carità

tra i figli di Francesco e Benedetto».

Su quelle mense povere e pur ricche, su que1 parlare pio, edificante, su quelle preci fervide e pur semplici avrà sorriso Dio con Benedetto.

L'EREMITA

Francesco si rivela in queste umili e pratiche direttive ai suoi religiosi non soltanto un esperto asceta, ma anche un fine psicologo.

In fondo ogni suggerimento qui ha sapore evangelico.

La ristretta e selezionata compagnia consente una solitudine che arricchisce lo spirito e l’intelletto, e prepara nel modo migliore all’incontro con l’allargata e intera società.

Note

Leg. per. 80 FF. 1636:

Com’ebbe scelto il gruppo che intendeva portare con sé, Francesco disse a quei fratelli: «Nel nome del Signore, andate a due a due per 1e strade, con dignità, mantenendo il silenzio dal mattino fino a dopo l’ora di terza, pregando nei vostri cuori il Signore.

Nessun discorso frivolo e vacuo tra di voi, giacché, sebbene state in cammino, il vostro comportamento dev’essere raccolto come foste in un eremo in cella.

Dovunque siamo o ci muoviamo, portiamo con noi la nostra cella: fratello corpo; 1'anima è 1'eremita che vi abita dentro a pregare Dio e meditare.

E se 1'anima non vive serena e solitaria nella sua cella, ben poco giova al religioso, una cella eretta da mano d'uomo». -

L’EREMITA

Appena scelto il gruppo dei compagni pronti a seguirlo ovunque per il mondo Frate Francesco intorno a sé li chiama per istruirli come si conviene.

«Nel nome del Signore voi andate con dignità e in silenzio a due a due, e mentre il piede poggia sulla terra il cuore lieve salga verso il Cielo.

Passata 1'ora terza, conversate come s'addice ai santi del Signore.

Senza saperlo 1'uno all'altro dona quella letizia appresa in orazione.

In confidenti e semplici parole, liberamente e più che da fratelli esprima 1'uno all'altro i suoi pensieri, necessità, bisogni e desideri.

In mezzo a voi sia 1'ultimo chi è primo, perché sapienza vera è 1'umiltà,

che fa sapere molto a chi non sa e più sapiente fa colui che sa.

Così tacere oppur parlare è bello.

Cosi parlare oppur tacere è saggio.

Tutto è prezioso a chi di pace vive.

Tutto è vantaggio a chi per bene agisce.

Così diventa cella il proprio corpo.

Dentro felice 1'anima ci vive quale eremita sopra un alto monte in compagnia d'amica solitudine».

Nel documento tutti i diritti riservati LA QUESTUA (pagine 22-28)