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Capitolo2 Posizionamento dei fissatori esterni:

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Academic year: 2021

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Capitolo2

Posizionamento dei fissatori esterni:

• Accorgimenti

La superficie di contatto tra chiodo e osso è di cruciale importanza per un FE e non deve essere sottovalutata. Il concetto di posizionamento di un chiodo nell'osso è estremamente semplice, tuttavia, come per molte altre situazioni nella pratica dei fissatori esterni, il problema sta nel dettaglio; infatti, in base alla posizione di inserimento, questi danno una diversa azione ed un diverso risultato.

La qualità, l'integrità e la longevità del FE è pesantemente influenzata anche dalle più piccole variazioni tecniche. Per eliminare i problemi e le complicazioni eventuali, i chirurghi devono avere una conoscenza appropriata delle tecniche di posizionamento dei chiodi e devono essere pienamente coscienti di come anche un piccolo cambiamento nella tecnica di piazzamento possa portare ad un prematuro indebolimento e conseguente fallimento del fissatore stesso. L’osso è un tessuto vitale e reattivo; per questo quando viene applicato un fissatore per un periodo di tempo superiore alle otto settimane è importante proteggerlo in modo da evitare reazioni avverse che potrebbero indurre riassorbimento dell'osso e perdita del fissatore. Le cause principali di queste reazioni sono attribuite a lesioni da surriscaldamento dell'osso e da stress localizzato; questi problemi possono presentarsi da soli o in associazione.

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È molto importante evitare le lesioni da surriscaldamento; queste avvengono di frequente, ma spesso non sono riconosciute e si concludono con l’allentamento del fissatore. Sebbene la percentuale di danni termici all'osso sia notevolmente bassa ed il danno di solito localizzato a soltanto un decimo di millimetro della superficie di contatto tra chiodo e osso, questo è di fondamentale importanza per la durata del fissatore. L'osso termicamente danneggiato diviene necrotico e viene sostituito con un collare di tessuto connettivo fibroso che permette micromovimenti del chiodo, il quale può incurvarsi favorendo stress associato, danneggiamento dell'osso e riassorbimento. Il risultato finale è una prematura perdita del chiodo con inevitabili complicazioni, che i chirurghi potrebbero evitare attraverso l’attenzione ai dettagli e l'uso di un’appropriata tecnica di posizionamento.

L'osso è particolarmente sensibile al calore, tanto che a temperature relativamente basse, intorno ai 50°C, può subire danni microvascolari, con conseguente riassorbimento e sostituzione da parte del tessuto connettivo fibroso. Sfortunatamente è notevolmente semplice raggiungere temperature elevate a causa del calore generato durante l'uso del trapano. Molti chiodi utilizzati oggi sono dotati di punta a trequarti ma, sebbene questo tipo di punta sia economicamente più vantaggiosa, sono poco efficienti per penetrare l'osso. La capacità dei tre quarti di surriscaldare l'osso è aumentata anche dal fatto che i frammenti prodotti durante la perforazione dell'osso non trovano un facile percorso d'uscita, rimanendo così inclusi all'interno del foro

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con la forma a spirale della punta del trapano). I frammenti inoltre aumentano il calore e l'attrito; infatti maggiore è la velocità di inserimento di un tre quarti dell'osso, maggiore sarà l'aumento della temperatura in quella zona.

Diverse strategie sono state pensate per prevenire, o quantomeno ridurre, il calore generato durante piazzamento. È stato provato il piazzamento a mano dei chiodi (senza usare alcun aiuto strumentale), ma molti chirurghi lo hanno ritenuto troppo lento e laborioso per essere praticato. Per di più, con questo tipo di posizionamento, si perde inevitabilmente la rigidità dell'impianto, che tende quindi oscillare con prematura perdita dei chiodi.

Continue irrigazioni dei chiodi durante il loro inserimento ha la capacità di limitare l'aumento delle temperature, ma questo procedimento è piuttosto macchinoso e perfino poco pratico quando i chiodi vengono immessi attraversando i tessuti molli. Non pochi chirurghi comunque irrigano i fissatori di routine. Trapani potenti e guida-chiodi coadiuvano la collocazione dei chiodi rendendola pratica, piuttosto semplice e precisa, inoltre inserendo i chiodi a velocità limitate, riduciamo anche il calore e quindi la necrosi dell'osso può essere evitata in molti casi. Comunque la tecnica di pre-foratura dell'osso prima del piazzamento dei chiodi risulta ottimale. Vengono utilizzati trapani con punte molto affilate, che permettono una foratura accurata, rapida e senza rischi significativi di necrosi dovuta all’aumento eccessivo della temperatura. Dopodichè il chiodo viene guidato nel foro realizzato precedentemente, eseguendo un

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lavoro preciso ed accurato che offre una struttura di notevole rigidità.

Un altro punto fondamentale nella pratica di fissazione è quello di evitare l'eccessivo stress localizzato alla zona d'impianto. Ci sono diversi modi per tentare di limitarlo, molti dei quali mirano ad aumentare la superficie di contatto tra chiodo ed osso; se utilizziamo un chiodo con diametro maggiore abbiamo una superficie di contatto più ampia, quindi logicamente provochiamo un minore stress localizzato a livello dell'interfaccia chiodo-osso. Tuttavia, il diametro del chiodo non deve superare il 30% di quello dell’osso, altrimenti quest’ultimo si può indebolire eccessivamente fino ad arrivare a fratturarsi, perciò dobbiamo evitare di usare chiodi eccessivamente larghi. Se aumentiamo il numero dei chiodi posti in ogni frammento della frattura, riduciamo lo stress individuale relativo ad ogni superficie di contatto tra osso e chiodo; così, massimizzando il loro numero, possiamo ridurre il rischio di allentamento dei chiodi e di perdita del fissatore. Altri fattori (dimensione dei frammenti, morfologia dell'osso...) limitano il numero di chiodi che possono essere utilizzati; per questo nella pratica clinica si tende ad utilizzare due chiodi in ogni segmento maggiore dell'osso fratturato, anche se l'optimum sarebbe raggiunto impiantandone tre o quattro. Dall'esperienza clinica è stato osservato che i chiodi filettati, soprattutto quelli a profilo positivo, sono molto più resistenti dei chiodi lisci. Un altro fattore che può influenzare un prematuro allentamento del chiodo è la rigidità, infatti, chiodi diversi con diametro simile possiedono rigidità diverse: chiodi

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equamente tra le corticali dell'osso; chiodi più flessibili invece si piegheranno, caricando maggiormente la corticale posta più vicina a punto d'impianto. Questo stress localizzato può causare riassorbimento dell'osso che contribuisce al fallimento dell'intervento.

Riassumendo, per proteggere la superficie di contatto tra chiodo è osso e minimizzare i danni dovuti a un eccessivo stress localizzato, i chirurghi dovrebbero utilizzare un minimo di 3 chiodi (2 half-pin ed 1 full-pin) per ogni frammento, concedendo la preferenza ai chiodi filettati a profilo positivo, con diametro maggiore e scartando i chiodi lisci più flessibili.

• Tecnica

Tutti i chiodi devono essere posizionati considerando i limiti di sicurezza, i rischi e i pericoli a cui si può andare incontro (Marti and Miller 1994). Idealmente dovrebbero essere usati esclusivamente "corridoi liberi", ma l’anatomia dell'arto e lo stesso impianto del FE non sempre permettono la realizzazione dell'intervento ideale, quindi, in molti casi, un certo grado di compromissione dei tessuti molli è inevitabile. La conoscenza approfondita dell'anatomia della zona in cui si deve intervenire, attraverso sezioni longitudinali dell’arto, sarebbe molto d'aiuto per evitare danni neurovascolari e minimizzare l'interferenza dei tessuti molli. Per offrire la massima resistenza di carico assiale all'osso che deve essere ricostruito e per limitare i danni ai tessuti molli, i fissatori devono essere inseriti perpendicolarmente all’asse maggiore dell'osso e questo può essere ottenuto solamente se si

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utilizzano dei chiodi filettati che, proprio per la loro forma, resistono al "pullout". Se decidiamo di usare chiodi lisci dobbiamo optare per una diversa tecnica di inserimento; infatti, questi ultimi devono essere sempre inseriti con un certo grado di convergenza o divergenza che assicura una più salda fissazione. Inoltre la posizione angolata fa sì che questa struttura occupi molto più spazio nell'osso rispetto ai chiodi filettati posizionati perpendicolarmente; quindi l'uso dei chiodi lisci per i fissatori esterni è effettivamente limitato a fratture diafisarie con frammenti non troppo piccoli. Pochi chirurghi assemblano fissatori utilizzando soltanto chiodi lisci, ed inoltre l'utilizzo di almeno un chiodo filettato a profilo positivo è consigliabile per conferire rigidità alla struttura; oggi comunque, in medicina veterinaria, c'è la tendenza alla realizzazione di fissatori esterni attraverso l’uso esclusivo di chiodi filettati.

• Realizzazione

Dopo aver tricotomizzato ampiamente la parte interessata si esegue la pulizia del campo chirurgico, frizionando con tamponi imbevuti di sapone antisettico. Se la lesione riguarda il radio o la tibia, l'arto deve essere lasciato sospeso durante l'intervento. Se invece interessa l'omero o il femore, deve essere liberato dalla sospensione dopo averlo avvolto con teli sterili.

Si inizia praticando una piccola incisione cutanea longitudinale (1cm) in corrispondenza del punto in cui

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intendiamo inserire il chiodo, mentre con l'altra mano si tengono ben tesi sia la cute che tessuti molli.

Si effettua poi una dissezione per via smussa dei tessuti molli dalla superficie cutanea a quella dell'osso, in modo da permettere ai muscoli di muoversi liberamente scivolando intorno al chiodo. In questo modo, si evitano il disagio ed il dolore che possono derivare dall'intrappolamento dei tessuti molli nei chiodi. Inoltre, passare tra i ventri muscolari di maggiori dimensioni, piuttosto che attraversarli, evita danni alle strutture neurovascolari e rende possibile l’appoggio dell’arto più precocemente.

È di fondamentale importanza proteggere i tessuti molli al momento della perforazione dell'osso; questo si può ottenere servendosi di un centrapunte per trapano o spostando e stabilizzando i tessuti con pinze emostatiche. Questa strategia deve essere applicata soprattutto quando si pratica preventivamente un foro nell'osso, o quando si inserisce un chiodo filettato, perché gli strumenti impiegati tendono ad arrotolare su di sè i tessuti molli durante il loro avanzamento nell'osso; il sistema Securos possiede un dispositivo di puntamento per le punte del trapano che facilita il posizionamento dei chiodi. Inoltre questi strumenti possono essere usati per la protezione dei tessuti anche con il sistema K-E ed altri sistemi di fissazione; basta posizionarli tra il morsetto della struttura preassemblata e la cute. Dopo la perforazione ed il posizionamento del chiodo si possono rimuovere con estrema semplicità. Quando non è possibile utilizzare questi strumenti, la torsione dei tessuti può essere controllata attraverso una pressione digitale applicata

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strettamente nel punto in cui poniamo il chiodo. Se una piccola parte di cute rimane intrappolata nel foro insieme al chiodo, si può rimediare praticando un piccolo taglio in modo da eliminare la tensione. I fori praticati hanno un diametro che rappresenta il 98% di quello del chiodo e ciò rende ben salda la struttura.

L'introduzione dei chiodi, per quanto riguarda gli half-pin, può seguire due tecniche:

- inserimento diretto con trapano a bassa velocità, oppure - inserimento con un mandrino o con un trapano a bassa

velocità

all'interno dei fori preventivamente realizzati.

La scelta del metodo dipende dalle preferenze del chirurgo, ma ciascun chiodo deve essere inserito nell'osso nel punto di maggior diametro trasversale e la punta a tre quarti deve attraversare entrambe le corticali ed uscire da quella più lontana per un tratto di 2-3mm.

Le tecniche di posizionamento dei full-pin sono fondamentalmente le stesse degli half-pin. Comunque, i gradi di compromissione dell'osso che si hanno utilizzando i full-pins sono maggiori perché abbiamo a disposizione un numero minore di aree in cui questo tipo di chiodo può essere inserito attraverso "safe-corridors". Il vantaggio dell'uso dei dell'uso dei full-pins è dato dal poter costruire i fissatori bilaterali, i quali sono più rigidi e più forti di quelli unilaterali. Con l'esperienza, infatti, questo tipo di fissatore chirurgico sarà riconosciuto come il più forte e rigido tra i fissatori e, vincendo i rari svantaggi associati al posizionamento dei

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full-pins, potrà essere alleggerito in modo da consentire un migliore movimento per l'animale.

Figura 2.1-2: guide per trapano.

Un'altra difficoltà associata all'uso dei chiodi per impianti bilaterali è relativa all'uso dei diversi full-pins per la costruzione di un FE. C'è bisogno di particolare attenzione per l'allineamento di tutti i chiodi, che devono essere posti

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tutti esattamente sullo stesso piano; questo può essere ottenuto se una barra di connessione viene applicata a tutti i chiodi. Un modo per ottenere questo risultato è utilizzare una seconda barra di connessione, temporanea, parallela alla barra permanente che si trova in posizione laterale o mediale e che viene fissata dopo l'inserimento dei primi due chiodi, cioè quello più prossimale e quello più distale rispetto al punto di frattura. Questo stabilizza il piano su cui dobbiamo lavorare e, conseguentemente, tutti i chiodi saranno posizionati utilizzando i primi due chiodi paralleli come guida. Purtroppo questo metodo si presenta poco pratico e laborioso ed ha fornito risultati discordanti.

Il sistema Securos ovvia a queste difficoltà con l'uso di uno strumento particolare che guida il posizionamento parallelo dei chiodi. Molti chirurghi, comunque, cercano di aggirare il problema optando per una soluzione di compromesso, utilizzando un fissatore di tipo bilaterale monoplanare in cui viene posto un solo full-pin in ogni segmento prossimale e distale. Queste strutture, sebbene meno rigide e forti rispetto ai fissatori in cui vengono utilizzati soltanto full-pins, sono più semplici e di rapida costruzione.

Quando utilizziamo fissatori e barre di connessione di tipo rigido, diventa molto importante compiere un’accurata riduzione ed un rigoroso riallineamento dell'arto fratturato, che deve essere effettuato precedentemente all'intervento. Questo è particolarmente vero quando utilizziamo fissatori costruiti solo con full-pins, perché un eventuale aggiustamento dell'osso dopo il piazzamento di chiodi, può

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conseguente spostamento dei morsetti e perdita del fissatore. Ovviamente gravi danni saranno subiti anche dall'osso.

Una volta posizionati i chiodi ed applicate le barre di connessione, si deve modulare la posizione delle barre rispetto all'asse maggiore dell'osso. Le barre vengono fissate ai chiodi attraverso l'uso di morsetti, che possono essere scelti tra diversi tipi in base alle preferenze del chirurgo.

La distanza della barra dal corpo dell'animale influisce sulla lunghezza dei chiodi rispetto al punto di contatto con la barra e sulla distanza dal punto di penetrazione nell'osso. Più è breve questo spazio, meno flessibili risultano i chiodi e quindi tanto minori sono i micromovimenti a livello dell'interfaccia chiodo osso.

Si deve applicare la barra di connessione esterna il più vicino possibile al corpo dell'animale, senza permettere ai morsetti o alla barra stessa di venire a contatto della superficie cutanea; quindi posizionare i morsetti in modo che il bullone sia più vicino alla cute; una regola pratica impone che la barra sia montata in modo da lasciare uno spazio abbastanza ampio da permettere il passaggio di un dito fra i morsetti e la superficie cutanea.

Fissatori di tipo acrilico (APEF)

Il fissatore di tipo acrilico comparve intorno ai primi anni '80; questo sistema rendeva possibile la creazione di una colonna, con buone proprietà biomeccaniche, che avrebbe dovuto supplire alle limitazioni del sistema K-E:

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- impossibilità di aggiungere o sottrarre morsetti dai fissatori assemblati;

- frequente fallimento, perdita o deformazione dei morsetti durante il loro normale utilizzo;

- bisogno di applicazioni più complesse per migliorare le componenti di fissazione più deboli.

Inoltre, per la loro conformazione, le barre di connessione possono risultare poco confortevoli ed ingombranti a causa dello spazio occupato.

Molti chirurghi, presa coscienza delle limitazioni, decisero di sperimentare l'uso dei chiodi accoppiati alla barra rigida acrilica, in sostituzione dei morsetti di tipo K-E. Una delle ragioni che portò a questa scelta fu anche la volontà di ridurre i costi, ma i risultati sono stati spesso mediocri ed imprevedibili. La pratica clinica ha di fatto confermato che questo sistema mantiene i difetti del sistema K-E e, in aggiunta, è incline al fallimento a causa della perdita precoce dei chiodi o per rottura del fissatore acrilico stesso.

Il sistema APEF consta di un kit per la costruzione di questo tipo di fissatori che include: uno stampo, rappresentato da un tubo di plastica flessibile; alcuni tappi per chiudere gli stampi ed alcune buste contenenti il preparato (polimetilmetacrilato) da immettere all'interno del tubo. Le buste contengono una parte liquida e una polvere, separate da una barra rimovibile in plastica; quando questa viene rimossa i due componenti si mescolano dando inizio ad una reazione di polimerizzazione che produrrà il solido acrilico. Dopo aver posizionato i chiodi e riallineato l'arto fratturato,

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infisso nella parte libera dei chiodi che fuoriescono dall'osso, in modo da essere trafitto da ognuno di essi. L'arto viene quindi allineato e bloccato ancora prima che venga immesso il mezzo acrilico.

Figura 2.2: fissatore esterno di tipo acrilico. In questo caso i tubi flessibili prendere il posto delle barre di connessione.

A questo punto si mescolano i due contenuti della busta (togliendo la barra che li divide), dando inizio ad una reazione che, in circa 2 minuti, porta ad ottenere un prodotto viscoso che verrà versato all'interno del tubo flessibile. Quest'operazione deve essere effettuata con cura per evitare la formazione di bolle d'aria che toglierebbero rigidità alla struttura. Non di rado possono crearsi piccole fughe di materiale dal punto di inserzione del chiodo, ma la fuoriuscita viene presto bloccata dalla solidificazione del composto acrilico, che avviene in 10 minuti.

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L'allineamento temporaneo dell'arto, prima dell'immissione della sostanza acrilica, viene mantenuto attraverso l'uso di morsetti, che vengono poi tolti facilmente dopo l'indurimento della struttura, senza per questo comportare danni al fissatore.

Comunque, dopo anni di esperienza clinica, possiamo affermare che questa struttura, rispetto al sistema K-E, non offre sostanziali miglioramenti per la risoluzione delle fratture del cane. I vantaggi evidenti sono: la semplicità di utilizzo; nessuna restrizione per quanto riguarda le dimensioni e il tipo di chiodi da utilizzare; l'assenza di una strumentario complesso; infine, il vantaggio più significativo del sistema APEF, è la libertà di poter posizionare i chiodi esattamente nel punto che il chirurgo ha scelto, senza nessuna restrizione imposta dalle barre rigide, ma legata soltanto a considerazioni di carattere biologico e biomeccanico.

Sistema Securos

Questo sistema è stato introdotto nel 1997 per fornire una tecnica ottimale per la costruzione di un fissatore, associata a componenti facili da assemblare. Anche se l'applicazione dei fissatori esterni segue una metodologia standard qualunque sia il sistema impiegato, questo tipo supplisce a molte delle limitazioni del sistema K-E, offrendo uno strumento di guida per la preparazione dei fori e per il posizionamento dei chiodi, chiodi a profilo positivo, una struttura più rigida, ma comunque in grado di permettere il movimento dell'animale, ed una migliore dinamizzazione. Inoltre, morsetti, chiodi,

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sono compatibili ed intercambiabili con i componenti del sistema K-E.

Nella costruzione di questo tipo di impianti sono utilizzati chiodi con filettatura centrale e finale e vengono impiegate sia colonne che barre di connessione (queste vengono fissate tramite morsetti doppi); queste barre vengono utilizzate per incrementare la rigidità dei fissatori, soprattutto dei monolaterali, inserendole tra i due morsetti centrali. Clinicamente è stato osservato un aumento della rigidità del 450% per la barra aggiunta curva mediale e laterale , mentre solo del 150% per quella cranio-caudale.

Anche i morsetti di questo sistema sono diversi e si compongono di tre parti:

- un’unità centrale a forma di "U", che può essere facilmente collocata sulla barra di connessione;

- una testa, caratterizzata da un foro abbastanza ampio da consentire il passaggio di chiodi filettati a profilo positivo; - un bullone, che serra la testa garantendo l'immobilizzazione del chiodo.

Gli strumenti di puntamento e guida permettono una perforazione precisa ed un accurato posizionamento dei chiodi, siano questi half-pins o full-pins, attraverso l'uso di una maschera-guida e delle guide per le punte del trapano. Con questo strumentario possiamo forare l’osso, senza introdurre il chiodo, con la certezza di non commettere errori di posizionamento.

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Figura2.3 : fissatore di tipo Ia con configurazione Securos.

Sistema IMEX-SK

Come i fissatori esterni di tipo Securos, anche questo sistema è stato creato per superare problemi che erano sorti con l’ormai obsoleto sistema K-E (impossibilità di applicare chiodi a profilo positivo nelle posizioni centrali nella costruzione; impossibilità di cambiare il diametro del chiodo senza dover sacrificare il complesso chiodo-morsetto-barra; impossibilità di aggiungere o togliere morsetti dal fissatore assemblato; impossibilità di stringere i morsetti senza deformarli permanentemente; necessità di applicare configurazioni più complesse nelle fratture altamente comminute). Sebbene i morsetti SK siano compatibili con i chiodi dei sistemi Securos e K-E, le barre e le chiavi di questo tipo di fissazione non sono adatte per gli altri due a causa delle loro diverse misure.

I sistemi di bloccaggio per questo tipo di configurazione sono rappresentati da morsetti singoli e doppi; ogni morsetto singolo è a sua volta formato da due parti tenute insieme da due viti con i rispettivi bulloni.

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La progettazione dei morsetti di tipo SK è tale che la parte di essi destinata ad accogliere la barra di connessione può essere suddivisa in due parti, così da consentire il facile posizionamento della barra stessa; dopo aver posizionato la barra i due bulloni stringono i morsetti. Il foro nel bullone che accoglie il chiodo di fissazione è abbastanza ampio da consentire il passaggio di chiodi filettati a profilo positivo, questi vengono immobilizzati in posizione con una rondella appositamente studiata e posizionata sul bullone.

Sono stati anche creati morsetti modificati per la costruzione di fissatori transarticolari; in questi casi le barre di connessione possono stabilizzare rigidamente pur formando un angolo, grazie all'utilizzo di due morsetti singoli modificati ed un paio di piccole barre in acciaio. Durante il periodo di trattamento si può modificare l'angolo articolare modificando il numero dei morsetti, in modo da flette o estendere l'articolazione nella posizione desiderata.

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Applicazione dei fissatori esterni

I fissatori esterni sono particolarmente utili per trattare una grande varietà di fratture. La loro rigidità può essere aumentata, nel caso si debbano trattare animali con un basso punteggio di valutazione delle fratture, aggiungendo chiodi di fissazione ed utilizzando configurazioni biplanari e bilaterali. I fissatori di tipo Ia (monolaterali) vengono solitamente applicati sulla superficie cranio-mediale dell'osso, perché questa posizione permette di evitare di attraversare le maggiori masse muscolari, riducendo le patologie associate all'applicazione dei chiodi trapassanti. Quando si colloca un fissatore di tipo Ib, si devono compiere tutti gli sforzi possibili per collocare i chiodi in aree di osso coperte dal minor spessore muscolare possibile.

Utilizzando un fissatore di tipo II e chiodi da fissazione bilaterali è inevitabile penetrare la muscolatura, tuttavia spesso viene scelto questo tipo di configurazione perché offre una maggiore rigidità. Le barre di sostegno dovrebbero essere più lunghe dell'osso, con i chiodi più distali e più prossimali infissi nelle metafisi e quelli centrali inseriti ad 1 o 2 cm di distanza dalla rima di frattura. Se c'è abbastanza osso disponibile, si possono aggiungere chiodi in posizioni intermedie, mentre per aumentare la rigidità si può aggiungere una terza barra (soprattutto nelle fratture comminute).

Nelle fratture ove si desideri una struttura ancora più rigida si può costruire una configurazione di tipo III, che però, date le sue dimensioni, viene utilizzata solo per il radio e la tibia e,

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Per ovviare alle potenziali complicazioni ascrivibili ad impianti poco stabili o troppo rigidi, oggi si tende ad ideare configurazioni specifiche per i differenti tipi di fratture. Ne è un esempio l'impiego della barra curva obliqua anteriore, connessa a ponte tra la barra mediale e quella laterale nel fissatore esterno di tipo II. Questa apporta alcuni vantaggi della stabilità del tipo III, ma non la sua rigidità, né appesantisce troppo la struttura. La barra curva, infatti, ha soprattutto lo scopo di aumentare la resistenza del FE di tipo II alla flessione antero-posteriore, in quanto tale sollecitazione si evidenzia con una deformazione significativa delle barre che può portare al fallimento meccanico dell'impianto. Inoltre, la rimozione della barra curva ad una ragionevole distanza di tempo dall'applicazione del fissatore consente, mediante una piccola modifica a paziente sveglio, di avere una dinamizzazione adeguata a favorire ed accelerare il processo di guarigione, senza comportare inconvenienti alla stabilità dell'impianto.

Presso il Dipartimento di Scienze Cliniche Veterinarie dell'Università Federico II di Napoli, sono stati effettuati studi comparativi di resistenza tra il fissatore esterno di tipo II classico e quello con la barra curva obliqua aggiunta; per questo studio sono stati utilizzati impianti montati su tubi in PVC, che simulavano i monconi ossei, e la fase di montaggio è stata standardizzata per rendere omogenei tutti gli impianti testati. Da questo lavoro è emerso che la configurazione provvista di barra curva, a parità di carico, presenta una resistenza maggiore alla compressione assiale (CA) rispetto al fissatore esterno senza barra, testimoniata dalla minore

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deformazione totale. La barra curva, inoltre, fornisce una notevole resistenza alla flessione antero-posteriore (FAP), registrando una resistenza maggiore di circa il 41% rispetto ai normali fissatori di tipo II. Nella configurazione più resistente è stata notata una minore deformazione, più evidente in corrispondenza di carichi elevati.

Per quanto riguarda invece la compressione assiale ciclica (CAC) e la flessione laterolaterale (FLL) le due strutture hanno avuto un comportamento meccanico sostanzialmente simile. I test meccanici hanno comunque evidenziato che, quantificando le caratteristiche meccaniche dei fissatori, sarebbe possibile modulare il processo di cicatrizzazione ossea riducendone i tempi e prevedendo le potenziali complicazioni mediante una dinamizzazione mirata.

Figura

Figura 2.1-2: guide per trapano.
Figura 2.2: fissatore esterno di tipo acrilico. In questo caso i tubi flessibili  prendere il posto delle barre di connessione.
Figura 2.4: fissatori di tipo II; configurazione di tipo IMEX SK.

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