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Religione e mafia.

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Academic year: 2021

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INTRODUZIONE

Il presente lavoro nasce dal forte legame che ho con la mia terra natia, la Calabria, e dal desiderio di ribellione che mi ha allontanato dalla stessa.

Ci potrebbero essere vari temi da considerare e da collegare a questa regione, ma ho deciso di affrontare il più ostico e sconosciuto: il rapporto tra la Chiesa e la ‘ndrangheta.

Agli occhi di molti l’argomento potrebbe non essere interessante e privo di conseguenze, a mio parere invece le conseguenze già ci sono e l’interesse potrebbe essere suscitato non solo vivendo in questa terra, ma condividendo, almeno, l’esperienza di quegli uomini e quelle donne che sopravvivono in frontiera.

E’ opportuno considerare le luci e le ombre che hanno sempre contraddistinto il fenomeno ampio della criminalità organizzata, guardando alle tre regioni (Calabria, Sicilia e Campania) maggiormente intrise di tradizioni cattoliche e al contempo fortemente portatrici di valori distorti.

Inizierei definendo ciò che è la ‘ndrangheta e ciò che è la Chiesa.

La ‘ndrangheta è l’organizzazione criminale nata in Calabria, attorno alla metà dell’Ottocento. «Il termine – considera Francesco Forgione – proviene dalla parola greca

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8

dell’uomo, al suo coraggio e alla sua rettitudine»1

. Quindi lo ‘ndranghetista, ricerca consenso sociale con la sua ‘autorità’.

La Chiesa è il popolo di Dio, siamo noi fatti di corpo e anima, in grado di scegliere tra bene e male. La Chiesa, però, si compone anche di peccatori che ‘giustificano’ le loro azioni, guardando a Gesù.

Forse è qui che troviamo la commistione tra la ‘ndrangheta e la Chiesa, lo snodo sta proprio nel considerare in modo deviato i principi e i valori che si trovano nel Vangelo.

Basti pensare alla legittimazione e al riconoscimento ricercato dalla ‘ndrangheta nel rapporto tra popolo dei fedeli e Chiesa.

Basti pensare ad una ‘ndrangheta fondata sugli stessi simboli e rituali della Chiesa: l’affiliazione si ha tramite il battesimo, la protezione proviene da San Michele Arcangelo, la benedizione si richiede alla Madonna di Polsi, situata in un santuario alle pendici dell’Aspromonte, che «ogni anno, nei primi giorni di settembre è teatro di nuove affiliazioni e

riunioni tra i capi delle principali famiglie»2.

Gli ‘ndranghetisti hanno un rapporto forte, ossessivo con la religione, la sentono propria, fanno sì che ogni azione venga ‘giustificata’ dinanzi a quell’altare, che più volte le forze dell’ordine hanno ritrovato nei covi dei latitanti.

1

Francesco Forgione, La ‘ndrangheta spiegata ai turisti, Di Girolamo Editore, Trapani, 2015, p. 13.

2

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La Chiesa Cattolica solo negli ultimi anni sta rompendo il silenzio, perché, pur essendo impensabile, è sempre stata legata alle cosche. Qualche esempio:

Don Stilo, prete – padrino di Africo, che fece allontanare un giovane Don Bianchi, perché contrario alla

logica mafiosa3;

Don Pino Strangio, parroco di San Luca, che nel 2007 fece scendere in campo la squadra di calcio del paese con il lutto al braccio per onorare la morte di un boss.

E ci sarebbero tanti altri esempi. Come, del resto, ci sono esempi di impegno ‘rivoluzionario’ di alcuni preti che hanno rotto il silenzio, che hanno preso una posizione, rischiando:

Don Giacomo Panizza, prete bresciano, che a Lamezia Terme ha fondato l’associazione ‘Comunità Progetto Sud’,

testimone di giustizia contro un clan mafioso, sotto scorta4;

Don Pino De Masi, parroco di Polistena, che nel 2014 si rifiutò di officiare i funerali di un boss nella casa di Cristo; Padre Giovanni Ladiana, gesuita, ‘adottato’ da Reggio Calabria e fondatore del movimento ‘ReggioNonTace’;

Papa Francesco, attuale vescovo di Roma, che dalla Piana di Sibari, proprio nel 2014, ha preso una netta

3

Cfr. Corrado Stajano, Africo, Einaudi Editore, Torino, 1979.

4

Cfr. Giacomo Panizza, La Mafia sul collo, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2015.

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posizione contro il credo dei mafiosi: «La ‘ndrangheta è

questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune»5.

Ci rendiamo conto però che non bastano queste dichiarazioni pontificie eclatanti per cambiare la situazione, serve la collaborazione di ogni uomo e donna di Chiesa, che tutt’oggi minimizza il problema, usando il Vangelo come scudo.

Scopo del mio studio è quello di considerare come si è comportata e si comporta la ‘ndrangheta nei confronti della Chiesa; quali sono state le posizioni della Chiesa durante la ‘questione meridionale’, che Stajano definisce presupposto inscindibile della mafia, e ancora di più le posizioni degli anni ’90, anni di feroci stragi.

In questi ‘cambiamenti’ lenti della Chiesa, cercherò di far entrare la testimonianza viva e forte di un Padre Gesuita, che lotta in terra di ‘ndrangheta, sperimentando davvero cos’è il dolore e l’amore di un uomo – prete mai sceso a compromessi, se non con Gesù. Una testimonianza di responsabilità e coraggio che fa ancora credere in un mondo migliore, in una Calabria migliore.

Ma il mio obiettivo, focalizzandomi sul diritto della Chiesa cattolica, è quello di porre una distinzione tra religione e devozione popolare, che in prima persona ho constatato deviata, e soprattutto quello di trovare una

risposta nel diritto penale canonico alle atrocità

5

Omelia di Papa Francesco, Sibari, 21 Giugno 2014, (https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2014/documents/p apa-francesco_20140621_cassano-omelia.html).

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ingiustificabili delle mafie, alla luce del loro modo di vivere e interpretare il sentire religioso. Proverò a dare valore ai pronunciamenti succedutisi nel corso degli anni, ma soprattutto proverò a capire le scelte e le responsabilità dei vescovi in questi luoghi abbandonati.

Forse c’è una possibile soluzione giuridica, non ancora considerata o forse ci sono delle analogie da studiare, guardando il caso concreto.

Perché non si osa la scomunica in senso stretto? Perché si tace dinanzi ad un finto onore?

Sono risposte da trovare in ognuno di noi o meglio ancora nel concetto di legalità che Don Giacomo Panizza definisce come nuovo nome della carità: «La legalità è carità personale e sociale, politica e sistematica. Legalità e carità formano una combinazione che reclama più attenzioni sia

nella Chiesa che nel mondo intero»6.

6

Giacomo Panizza, La mafia sul collo, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2015, p. 8.

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CAPITOLO I

Chiesa tra luci e ombre

Sommario: 1.1 La questione meridionale, il ‘benessere’ della mafia, la

posizione della Chiesa. 1.2 Le dichiarazioni pontificie dal 1993 al 2014: tre Papi, un unico grido. 1.2.1 Giovanni Paolo II e il ‘giudice ragazzino’. 1.2.2 Benedetto XVI e il suo grido ‘pacato’. 1.2.3 Papa Francesco, Cocò e la lotta alla mafia, come valore cardine del cristianesimo. 1.3 I risvolti nelle realtà locali: i diversi moniti della Conferenza Episcopale Calabra. 1.3.1 La speranza che non manca.

1.1 La questione meridionale, il ‘benessere’ della mafia e la posizione della Chiesa.

La questione meridionale nasce con l’unità d’Italia, anche se gli studi affermano che il forte divario tra Nord e Sud è precedente al 1861, e arriva sino ai giorni nostri.

E’ una questione sempre presente e sempre irrisolta. Il Mezzogiorno appare, purtroppo, ancora arretrato e legato ad uno Stato, che non si è mai fatto carico della struttura economica e dei ceti sociali contrapposti all’economia e alla popolazione del Nord.

Dopo l’unificazione, l’economia meridionale era fortemente feudale, mentre il Nord sviluppava una struttura capitalistica, sfruttando le industrie. Era come se l’unità d’Italia avesse acuito maggiormente il divario tra il

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settentrione e il meridione, che non riusciva in alcun modo a sganciarsi dall’agricoltura. E pur provandoci, non c’erano le risorse economiche per acquistare i macchinari, poiché lo Stato riappropriandosi delle terre demaniali ed ecclesiastiche non aveva disponibilità economica. I problemi, però, non erano solo economici, si presentarono subito ulteriori questioni di stampo politico e sociale, quale il brigantaggio: i contadini portati allo stremo delle forze iniziarono a ribellarsi, compiendo per anni delle vere e proprie ‘guerriglie’, appoggiati spesso dal clero meridionale, al quale ormai era stato sottratto ogni bene.

Ed è in questi tumulti che si ha il ‘salto di qualità’: si passa dall’oppressione e dalla miseria del brigantaggio alla crescita sociale, economica e politica della mafia. Tra l’Ottocento e il Novecento il benessere corrispondeva alla

mafia7.

Il ‘benessere’ procurato dalla mafia aveva un unico obiettivo: consenso sociale – legittimazione tra il popolo. Meglio essere mafiosi, secondo i contadini del tempo, che succubi di uno Stato assente, di uno Stato interessato solo al settentrione. Sono gli anni in cui sorgono i problemi più spinosi, le assenze e le indifferenze di una classe politica che ancora oggi pesano come macigni nelle tre regioni più arretrate e sottosviluppate della penisola. Nelle tre regioni,

7

Cfr. Pasquale Villari, Tra oppressi e oppressori – lettere su mafia, camorra e brigantaggio, Edizioni Il Grano, Messina, 2014, p. 20.

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però, dove il sentire religioso è molto forte, dove tutto è influenzato dalla figura di uomini e donne di Chiesa.

Ma dov’erano in quei momenti cruciali? Perché si è lasciato spazio ad un male, «che come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una

fine»8, che ancora oggi, purtroppo, non si intravede?

Forse la risposta la si trova soltanto a distanza di tempo: nel 1948, quando 73 vescovi del meridione firmano e promulgano una lettera, intitolata ‘I problemi del Mezzogiorno’, affrontando ‘l’eccezionale gravità del momento’.

La Chiesa si riappropria della questione meridionale, definendo «i principi relativi alla primitiva destinazione dei beni della terra e ad una equa ripartizione tra gli uomini; alla natura, alle funzioni e ai limiti della proprietà privata; alla dignità e ai diritti del lavoro e ai rapporti fra quest’ultimo e il

capitale»9.

Non è la Chiesa italiana a prendere posizione sui risvolti dell’unità d’Italia, ma soltanto la Chiesa meridionale, soltanto quegli uomini che condividono, essendo Pastori, un’esperienza di vita quasi tragica del proprio gregge. E’ la posizione di una parte della Chiesa che, nella stessa lettera pastorale, necessita della presenza dello Stato per portare a compimento quei principi di giustizia e legalità sottaciuti o

8

Giovanni Falcone, Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, Milano, 1993, p. 154.

9

Episcopato dell’Italia Meridionale, I problemi del Mezzogiorno, 25 Gennaio 1948.

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dominati dalla criminalità organizzata. Però non basta solo la presenza di uno Stato, serve l’esempio vivo dei cattolici che diano un nuovo assetto alla vita sociale. E serve ancora di più l’uniformità del messaggio, dato solo dalla Chiesa nazionale, che purtroppo tardò a pronunciarsi: solo quarant’anni dopo abbiamo un documento che cerca di definire il progetto pastorale del e per il Meridione.

Il 18 ottobre 1989 si cerca di affrontare la questione meridionale vissuta e conosciuta al sud, ma necessariamente da condividere con il nord, come Giovanni Paolo II nel 1982 nel Discorso all’assemblea straordinaria di Assisi auspicò: ‘Portate i pesi gli uni degli altri’ (Gal 6,2).

Quindi da queste indicazioni pontificie nacque il documento ‘Chiesa Italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà’ con lo scopo di conoscere, studiare, a volte criticare e dare una soluzione ad ogni situazione presente sul territorio.

Il documento si propose di mettere in risalto i valori tipici del sud, come l’etica del lavoro, la cultura dell’amicizia e della lealtà interpersonale, la diversità e la

pluriformità, la famiglia, la ‘sentita religiosità popolare’10

e al contempo le deviazioni della realtà meridionale: una su tutte fu il riconoscimento della forte presenza delle organizzazioni criminali.

10

Conferenza Episcopale Italiana, Chiesa Italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà, 18 Ottobre 1989, p. 3.

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Per la prima volta la Chiesa ‘osava’ considerare e riconoscere la criminalità organizzata, come male della società, come elemento di divisione con il nord, ma ancor di più come ancora di ‘salvezza’ per i più giovani, che in presenza di carenze economiche, sociali e civili, avevano dei

facili e veloci guadagni11.

La Chiesa denunciò fortemente l’assenza dello Stato, inerme dinanzi alla ferocia di alcuni omicidi, chiedendo una presenza non di repressione, ma ‘promozionale’: il Mezzogiorno non corrispondeva e non corrisponde a mafia, ‘ndrangheta e camorra, il Mezzogiorno era ed è molto di più se solo ci fosse meno cultura della paura e più sviluppo. Se, solo, tutti insieme iniziassero a collaborare per una ‘mobilitazione delle coscienze’ per recuperare la legalità e

superare l’omertà12

.

La Chiesa propose il suo ruolo determinante dopo anni di silenzi, tramite le chiese meridionali e tramite l’aiuto e la solidarietà dell’intera nazione, anche se ‘sono i meridionali i responsabili di ciò che il sud sarà nel futuro’.

All’interno delle dieci pagine del documento della Conferenza Episcopale vennero considerati altri problemi e altre soluzioni, strettamente collegati alla realtà meridionale: i giovani e il loro futuro, la donna e le sue vocazioni, la famiglia, la comunicazione, l’accoglienza.

11

Cfr. Conferenza Episcopale Italiana, Chiesa Italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà, 18 Ottobre 1989, p. 4.

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Dirompente fu, però, proprio la posizione, che in quegli anni di terrorismo e criminalità, assunse la Chiesa.

Peccato, rimase solo una posizione.

1.2 Le dichiarazioni pontificie dal 1993 al 2014: tre Papi, un unico grido.

I periodi storici sono diversi, le situazioni vissute e condivise durante il pontificato lo sono altrettanto. Il sentire religioso però è unico: essere successori di Pietro è una fatica, che per qualcuno porta anche all’abbandono.

Giovanni Paolo II, il Papa della speranza e dei giovani, incontra nel suo cammino la storia di un giovane e ne fa un anatema.

Benedetto XVI, il Papa della Parola, ‘schiera’ la Chiesa napoletana contro la camorra.

Francesco, il Papa per e degli ultimi, conoscendo la storia di un bambino di soli 3 anni, ucciso dalla ‘ndrangheta, si ribella a quello scenario di vendetta, perpetrato contro una vittima innocente ed indifesa.

La Chiesa prende una posizione contro il male e la mette, finalmente, in pratica?

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1.2.1 Giovanni Paolo II e il ‘giudice ragazzino’.

La svolta si ebbe il 9 Maggio 1993, dopo la morte dei giudici Falcone e Borsellino, dopo la morte del ‘giudice ragazzino’ Rosario Livatino.

Giovanni Paolo II si trovava in Sicilia per un viaggio pastorale e prima di arrivare alla Valle dei Templi di Agrigento per officiare messa, ebbe l’opportunità di incontrare il padre e la madre del giudice Livatino, che condivisero a distanza di tre anni la terribile scomparsa del figlio, assassinato dalla mafia mentre si recava in Tribunale. Non servirono molte parole: «Il bianco dell’abito papale e il nero del vestito di Rosalia Corbo. L’uno di fronte all’altro, le mani di lei strette nelle mani di lui per pochi preziosi

minuti»13.

Il Papa si fece carico di quella perdita, definendola un ‘grido di dolore pubblico’ e riconoscendo Rosario ‘martire della giustizia e indirettamente della fede’.

Giovanni Paolo II, profondamente turbato, a

conclusione della concelebrazione, ringraziando il popolo siciliano, iniziò a parlare della concordia, una concordia che conduce alla pace, senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce e senza vittime. Una concordia che i siciliani dovrebbero perseguire per avere il diritto a vivere nella pace. Dopo questo iniziale preambolo, lasciandosi

13

Romina Arena, Paola Bottero, Francesca Chirico, Cristina Riso, Alessandro Russo, La ‘ndrangheta davanti all’altare, Edizioni Sabbia Rossa, Reggio Calabria, 2013, p. 93.

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andare alle emozioni, lanciò un grido, il cosiddetto anatema contro la mafia:

«Dio ha detto una volta: ‘Non uccidere’: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!

Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di

Dio!»14

Parole ben scandite e convinte, parole che destarono molta preoccupazione, soprattutto in quella frangia di cattolici che non conoscevano il problema o comunque tacevano dinanzi allo stesso. Parole che videro anche la reazione della mafia siciliana: in particolare in una intercettazione del 2006, pubblicata dal giornale Avvenire, si evidenziò la forte avversione verso Papa Wojtyla e il suo discorso storico. Del resto, per la mafia, la Chiesa doveva stare al ‘suo’ posto, cioè farsi i fatti suoi e ostacolare il comunismo.

14

Omelia di Giovanni Paolo II, Concelebrazione eucaristica nella Valle dei Templi, Agrigento, 9 Maggio 1993,

(http://w2.vatican.va/content/john-paul- ii/it/homilies/1993/documents/hf_jp-ii_hom_19930509_agrigento.html).

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Riina, boss della mafia siciliana, intercettato nel 2003, affermava: ‘il Papa polacco era cattivo … proprio … era un carabiniere … Ha esortato a pentirsi … Ma noi siamo tutta gente educata’.

Con Giovanni Paolo II fu la rivoluzione, ma al contempo, per molti, quel discorso fu la causa degli attentati nella capitale e della successiva uccisione di Padre Puglisi prima e di Padre Diana dopo. Il Papa, però, non si diede per vinto, continuò i suoi viaggi apostolici in Sicilia, lanciando messaggi chiari, a volte accusando la Chiesa siciliana, perché per cambiare la mentalità dei siciliani era ed è necessario fondare «una civiltà dell’amore come antidoto

alla mafia»15.

Fu un Papa coraggioso che iniziò il processo di beatificazione di Padre Puglisi, portato avanti da Papa Benedetto XVI e conclusosi con Papa Francesco nel 2013.

Tornando da dove siamo partiti: anche per il giudice Livatino è in corso il processo di beatificazione, e col senno del poi gli si potrebbero rivolgere i versi dell’evangelista Matteo:

«Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

15

Antonio Del Monaco, Il colore dell’inferno. Non farci entrare la tua anima…, Editore Guida (collana Focus), 2012, p. 143.

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Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il

regno dei cieli»16.

1.2.2 Benedetto XVI e il suo grido ‘pacato’.

Papa Benedetto XVI è sempre stato un Papa poco esuberante, ha portato avanti con pacatezza ogni messaggio e ogni soluzione al male. Ha saputo sempre soppesare le parole con la giusta fermezza e decisione. Anche lui, differentemente da Giovanni Paolo II, ha espresso la sua netta disapprovazione contro la criminalità.

Papa Wojtyla in Sicilia, Papa Ratzinger in Campania. Durante la visita pastorale a Napoli, nel 2007, Benedetto XVI parlò così: «Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: ‘Violenza!’ e non soccorri? (Ab 1,2). La risposta a questa invocazione accorata è una sola: Dio non può cambiare le cose senza la nostra conversione, e la nostra vera conversione inizia con il ‘grido’ dell’anima, che implora perdono e salvezza».

Napoli è terra di camorra, Napoli fa paura al solo pensiero. O ti attieni alle regole di quella realtà o sei escluso dalla società, una società che si contraddistingue come ogni sud per determinati valori e per altrettanti disvalori.

Il Papa continua, riconoscendo «il triste fenomeno della violenza. Non si tratta solo del deprecabile numero dei delitti della camorra, ma anche del fatto che la violenza tende

16

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purtroppo a farsi mentalità diffusa, insinuandosi nelle pieghe del vivere sociale, nei quartieri storici del centro e nelle periferie nuove e anonime, col rischio di attrarre specialmente la gioventù, che cresce in ambienti nei quali prospera l’illegalità, il sommerso e la cultura dell’arrangiarsi. Quanto è importante allora intensificare gli sforzi per una seria strategia di prevenzione, che punti sulla scuola, sul lavoro e sull’aiutare i giovani a gestire il tempo libero. E’ necessario un intervento che coinvolga tutti nella lotta contro ogni forma di violenza, partendo dalla formazione delle coscienze e trasformando le mentalità, gli

atteggiamenti, i comportamenti di tutti i giorni»17.

E se Giovanni Paolo II imponeva la conversione, quasi come la più importante storia d’amore tra Gesù e l’uomo, in grado di redimere da ogni peccato, anche il più atroce. Benedetto XVI, silenziosamente, consigliava un nuovo modo di atteggiarsi della Chiesa e della società. Una società vista come comunità disorganica di uomini e donne, giovani e anziani, privi di alcun tipo di reazione, privi di quel sentire comune che dovrebbe portare alla rivoluzione. Sì, abbiamo una posizione di questo pontefice, ma non in grado di smuovere le coscienze.

Qualche anno dopo, in Calabria, Benedetto XVI pronunciò un discorso dello stesso tenore.

17

Omelia di Benedetto XVI, Concelebrazione eucaristica in Piazza del

Plebiscito, Napoli, 21 Ottobre 2007,

(https://w2.vatican.va/content/benedict- xvi/it/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20071021_napoli.html).

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Nel 2011, a Lamezia Terme, rivolgendosi a laici e non, disse:

«Se osserviamo questa bella regione, riconosciamo in

essa una terra sismica non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale; una terra, cioè, dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza. All’emergenza, voi calabresi avete saputo rispondere con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una straordinaria capacità di adattamento al disagio. Sono certo che saprete superare le difficoltà di oggi per preparare un futuro migliore. Non cedete mai alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento

su voi stessi»18.

E’ come se la speranza non dovesse mai mancare, perché mossa dalla fede, ma al contempo mai accompagnata da atti concreti della Chiesa – istituzione.

Benedetto XVI, pur nella pacatezza, ha comunque lasciato indicazioni precise alla Chiesa calabrese, prima di rinunciare al suo pontificato.

In uno degli ultimi incontri con i Vescovi calabresi, che mostravano preoccupazione per la disoccupazione dei

18

Omelia di Benedetto XVI , Visita Pastorale a Lamezia Terme e Serra San Bruno, 9 ottobre 2011,

(http://w2.vatican.va/content/benedict- xvi/it/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20111009_lamezia-terme.html).

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giovani e per la piaga della mafia, Papa Ratzinger li ha incoraggiati a ripartire dal Vangelo, aggiungendo:

«Come il maligno non dorme, noi siamo chiamati a non

dormire con la nostra fede»19.

Una fede da mettere in pratica con azioni concrete che tardano, come sempre, ad arrivare…

1.2.3 Papa Francesco, Cocò e la lotta alla mafia, come valore cardine del cristianesimo.

Azioni che si concretizzano con la nomina, nel marzo 2013, del nuovo pontefice.

Jorge Bergoglio decide di scontrarsi, sin da subito, con la logica ‘illogica’ delle mafie e della corruzione.

In undici discorsi ufficiali ha riconosciuto la mafia come male, in antitesi a Dio. Ha sentenziato, come autorità suprema della Chiesa, la scomunica dei mafiosi.

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, diversamente dai precedenti pontefici omertosi ed indifferenti (qualcuno in odore di mafia per rapporti di amicizia con esponenti siciliani), avevano espresso il loro dissenso: il primo con un anatema, il secondo con le sue omelie pacate e al tempo stesso incoraggianti. Francesco decide sin da subito di compiere un percorso di legalità, partendo da Lampedusa,

19

Dichiarazioni a Radio Vaticana di monsignor Luigi Antonio Cantafora dopo l’incontro con Papa Benedetto XVI, 21 gennaio 2011, Roma.

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riconoscendola luogo di accoglienza nonostante tutto, per approdare a Sibari, in Calabria.

E’ il 21 giugno 2014 quando Papa Francesco compie la sua prima visita pastorale in Calabria. La regione è scossa dalla barbara uccisione di un bambino di soli 3 anni per mano della ‘ndrangheta: Cocò Campolungo aveva la sola colpa di essere il nipote di un trafficante di cocaina.

Il 16 gennaio 2014, Cocò viene prima ucciso e dopo bruciato, insieme al nonno e alla compagna dello stesso; Papa Bergoglio durante l’Angelus invita al pentimento e alla conversione coloro che hanno usato un tale «accanimento su un bambino così piccolo da non avere precedenti nella storia

della criminalità»20.

La vicenda non lascia indifferente il pontefice, che prima di recarsi in Calabria, accompagna Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, nella commemorazione annuale del 21 marzo per ricordare le vittime di mafia e di qualsiasi atrocità. Don Luigi Ciotti rivede nel Papa un fratello che può dare conforto ai familiari delle vittime, che può risvegliare le coscienze di quanti credono ‘a modo loro’. Allora, Francesco, per l’ennesima volta, ribadisce la conversione e il pentimento:

«Per favore cambiate vita, convertitevi, fermatevi di fare il male!»

20

Angelus di Papa Francesco, 26 gennaio 2014, Piazza San Pietro, Roma.

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E’ un grido che la tragedia di Cocò, solo uno degli ottanta bambini uccisi dalla mafia, fa nascere dal cuore del Papa con fermezza e determinazione. Determinazione che lo accompagnerà anche nella sua visita pastorale a Cassano allo Jonio.

Dalla piana di Sibari, Papa Francesco condanna e scomunica i criminali:

«Quando all’adorazione del Signore si sostituisce

l’adorazione del denaro, si apre la strada al peccato, all’interesse personale e alla sopraffazione; quando non si adora Dio, il Signore, si diventa adoratori del male, come lo sono coloro i quali vivono di malaffare e di violenza. La vostra terra, tanto bella, conosce i segni e le conseguenze di questo peccato. La ’ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato! Bisogna dirgli di no! La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre di più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi, ce lo domandano i nostri giovani bisognosi di speranza. Per poter rispondere a queste esigenze, la fede ci può aiutare. Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non

sono in comunione con Dio: sono scomunicati!» 21

21

Omelia di Papa Francesco, Visita Pastorale a Cassano allo Jonio, 21 giugno 2014,

(https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2014/documents/p apa-francesco_20140621_cassano-omelia.html).

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Papa Bergoglio in poche battute scomunica i mafiosi e riconosce come la terra calabrese, bisognosa di speranza, necessita di risposte concrete per dare un futuro ai giovani, per farli divenire uomini e donne pensanti e soprattutto coscienti di perseguire la giustizia, di sapere da che parte stare. La Calabria è questo: luci e ombre, bene e male, onestà e omertà. C’è chi ci mette la faccia e c’è chi, invece, non vede, non sente, non parla. C’è chi non tollera le ingiustizie e chi subisce minacce e vessazioni. La Calabria, ormai, è circondata da questo male, è assediata dal denaro fruttuoso delle armi e della droga, degli omicidi eccellenti. La Calabria, in questo doppio binario, è sopraffatta dalla devozione popolare deviata e poco propensa alla vera religiosità. Quale fede impone di uccidere per denaro, quale fede impone di sciogliere nell’acido una donna, quale fede impone di bruciare un bambino?

Nessuna! Appunto per questo, in Calabria e non solo, si dovrebbe parlare di due religioni ben diverse: la prima è la religiosità di sentirsi Chiesa, riconoscendo in Gesù Cristo la salvezza, la seconda, che religiosità o fede non è, è quella degli ‘ndranghetisti: una religiosità che Don Giacomo Panizza ha definito ‘basata sulla giusta vendetta’, in grado di legittimare gli atti criminali.

Si è in ‘guerra’: alla lotta culturale si aggiunge o dovrebbe aggiungersi la lotta spirituale. Papa Francesco ha deciso da che parte schierarsi, ha deciso di continuare su questa via, non solo per incoraggiare i tanti preti che stanno

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in trincea, ma per sferrare un colpo al malaffare, alle mafie e alla corruzione.

Ha continuato a ribadire la sua posizione anche dopo questo discorso ‘sconvolgente’, perché in Calabria si erano compiute azioni altrettanto ‘sconvolgenti’: ad Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, sede vescovile, il 2 luglio 2014, durante la processione della Madonna delle

Grazie, decine di portatori di vara22 si fermarono dinanzi alla

casa di un potente boss della ‘ndrangheta, agli arresti domiciliari per motivi di salute, e gli resero omaggio con un

‘inchino23’. Il fatto destò tanto clamore non solo per la

scomunica precedente di Papa Francesco, ma perché per la prima volta un comandante dei Carabinieri, nella tipica prassi religiosa, aveva abbandonato il corteo, mettendo a conoscenza la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Cafiero de Raho, che subito aprì tre fascicoli di indagine su Oppido, su Scido, su San Procopio, tre paesi a pochi chilometri di distanza, appartenenti alla stessa Diocesi di Oppido – Palmi.

Alla luce di questi eventi, il Vescovo diocesano ha posto dei limiti, vietando le processioni; Papa Francesco, nel febbraio 2015, durante l’udienza in Vaticano alla diocesi di

22

La vara, termine folcloristico, nelle regioni meridionali, è la tipica portantina su cui vengono poste statue o quadri per essere portati in processione.

23

Nelle processioni religiose ed in particolare al Sud, l’inchino è un gesto di riconoscimento pubblico del più forte, della reverenza verso il boss e della commistione profonda e complessa tra sacro e profano: una sorta di alleanza tra il protettore celeste e il ‘protettore terreno’, suggellata in una sosta dinanzi la casa di quest’ultimo.

(23)

29

Cassano allo Jonio, ha posto l’attenzione su quell’episodio: «I gesti esteriori di religiosità non bastano per accreditare come credenti quanti, con la cattiveria e l'arroganza tipica dei malavitosi, fanno dell'illegalità il loro stile di vita. Non si può dirsi cristiani e violare la dignità delle persone; quanti appartengono alla comunità cristiana non possono programmare e consumare atti di violenza contro gli altri e contro l'ambiente».

Aggiungendo: «i gesti esteriori di religiosità non accompagnati da vera e pubblica conversione non bastano per considerarsi in comunione con Cristo e la sua Chiesa. O Gesù o il male»: è questo l’invito rivolto ai calabresi.

Ma non basta, perché alle tante parole non si sono mai affiancati degli atti concreti.

L’attuale pontefice, avendo intrapreso questa ‘battaglia’, non si è limitato a pronunciarsi solo in Calabria e sui fatti avvenuti lì, sentenziando una ‘scomunica’ per gli ‘ndranghetisti. La sua campagna di legalità ha toccato altre regioni e altri avvenimenti: durante la visita pastorale in Campania, Papa Francesco a Scampia ha invitato i fedeli a pensare a «quanta corruzione c’è nel mondo! E’ una parola brutta, se ci pensiamo un po’. Perché una cosa corrotta è una cosa sporca! Se noi troviamo un animale morto che si sta corrompendo, che è “corrotto”, è brutto e puzza anche. La corruzione puzza! La società corrotta puzza! Un cristiano

(24)

30

che lascia entrare dentro di sé la corruzione non è cristiano,

puzza!» 24

Il pontefice, iniziando da uno dei quartieri più poveri e con il più alto tasso di criminalità, porta avanti un messaggio preciso di giustizia, arrivando ad invitare la camorra alla ‘conversione’. E’ il 21 marzo 2015, Bergoglio da Piazza del Plebiscito, rivolgendosi ai giovani prima e ai camorristi dopo, dice: «Cari napoletani, largo alla speranza e non

lasciatevi rubare la speranza! Non cedete alle lusinghe di

facili guadagni o di redditi disonesti: questo è pane per oggi e fame per domani. Non ti può portare niente! Reagite con fermezza alle organizzazioni che sfruttano e corrompono i giovani, i poveri e i deboli, con il cinico commercio della droga e altri crimini. Non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciate che la vostra gioventù sia sfruttata da questa gente! La corruzione e la delinquenza non sfigurino il volto di questa bella città! E di più: non sfigurino la gioia del vostro cuore napoletano! Ai criminali e a tutti i loro complici oggi io umilmente, come fratello, ripeto: convertitevi all’amore e

alla giustizia»25.

Non si ferma solo alle regioni colpite da questa piaga in modo feroce, il Papa si pronuncia anche su avvenimenti

24

Discorso di Papa Francesco a Scampia, 21 marzo 2015, Napoli, (https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/march/docu

ments/papa-francesco_20150321_napoli-pompei-popolazione-scampia.html).

25

Omelia di Papa Francesco, Piazza del Plebiscito, 21 marzo 2015, Napoli,

(https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/p apa-francesco_20150321_omelia-pompei-napoli.html).

(25)

31

politici della capitale. Basti pensare al 31 dicembre 2014, quando durante il ‘Te Deum’, ricordando lo scandalo di ‘Roma Mafia Capitale’ con fermezza ribadisce la necessità di una profonda conversione:

«Senz’altro le gravi vicende di corruzione, emerse di recente richiedono una seria e consapevole conversione dei cuori per una rinascita spirituale e morale».

La lotta continua, ma con un’arma in più: un ‘Papa antimafia’.

1.3 I risvolti nelle realtà locali: i diversi moniti della Conferenza Episcopale Calabra.

Il nostro Paese si aspetta che il ministero ecclesiale esca dalla sua ‘normalità’, dalla sua ‘genericità’e si converta

alla e nella storia reale, coinvolgendosi anche nel processo

di liberazione dal potere mafioso26. L’obiettivo è quello di

servire la comunità, di accompagnarla in questa battaglia materiale e spirituale, l’obiettivo è quello di non abbandonare il popolo.

E se i pontefici in modo diverso si sono lasciati ‘coinvolgere’ e hanno individuato dei limiti oltre i quali il nemico non può entrare, ma deve rimanere al di fuori per espiare i propri peccati; le realtà pastorali cosa hanno fatto, come si sono lasciate ‘coinvolgere’?

26

Cfr. Rosario Giuè, Peccato di Mafia – potere criminale e questioni pastorali, Edizioni Dehoiane Bologna, Ferrara, 2015, p. 94.

(26)

32

Prima dello straziante anatema di Giovanni Paolo II, la Conferenza Episcopale Calabra, nel 1975, sopraffatta dalla piaga della ‘ndrangheta, aveva pubblicato unitamente, senza mezzi termini, una lettera ‘L’Episcopato calabro contro la

mafia, disonorante piaga della società’27

per condannare fatti criminosi e atroci faide, che il ‘cancro esiziale’ stava producendo, arrecando non pochi danni alla bellezza di una regione e soprattutto al frutto della stessa, i giovani.

I Vescovi calabresi, sottolineando la spiacevole situazione che la Calabria viveva e vive, condannavano la classe politica sempre meno attenta al fenomeno mafioso e portatrice di valori non sani, come la bramosia di potere, denaro e successo, trovando l’unica soluzione di ‘salvezza’ nella formazione delle coscienze, come il contributo più

prezioso della Chiesa nella lotta contro la mafia e per l’effettivo decollo della Regione.

Dopo circa 30 anni di silenzio, la Conferenza Episcopale Calabra affronta nuovamente il problema mafioso: è il 6 ottobre 2002, quando i Pastori calabresi inviano una lettera a tutte le parrocchie di Calabria, orientata da tre parole di Don Tonino Bello: annunciare, denunciare, rinunciare.

La Chiesa di Calabria decide di ‘annunciare’ il Vangelo ad una realtà che cambia, decide di ‘denunciare’alcuni gravi pericoli che il popolo calabrese sta correndo: uno fra tutti la

27

Conferenza Episcopale Calabra, L’Episcopato calabro contro la mafia, disonorante piaga della società, Reggio Calabria, 1975.

(27)

33

mafia, ‘che sta prepotentemente rialzando la testa e, di fronte a questo pericolo, si sta purtroppo abbassando l’attenzione’. I Vescovi sono consapevoli, ma non protagonisti. La mafiosità, ormai, è divenuta quasi un’auto giustificazione.

Infine, decidono di ‘rinunciare’ con precisi gesti profetici, controcorrente, alternativi, poiché denunciare sarebbe altrimenti inutile. Gesti che provengono proprio da

vescovi e preti che dimostrano di credere28.

Il 2007, però, è l’anno della svolta.

Il 26 e il 27 gennaio, a Falerna, in provincia di Catanzaro, le Caritas della Calabria si sono riunite per affrontare il tema della criminalità organizzata. Il convegno intitolato ‘E’ cosa nostra’ ha visto la partecipazione non solo di uomini di Chiesa, ma anche di laici impegnati nel sociale, professori, giornalisti, imprenditori. Per la prima volta si è lasciato libero spazio alle esperienze di uomini in trincea, come Don Giacomo Panizza e Don Ennio Stamile (attuale referente regionale di Libera Calabria), che consapevolmente e tristemente hanno posto dinanzi una delle più crude realtà: «svuotare la mentalità delle nuove generazioni, che rappresentano il futuro della nostra terra».

La battaglia più difficile da affrontare, non solo perché la ‘ndrangheta c’è e a molti non interessa, ma perché i giovani di oggi saranno le future generazioni della mafia dal guadagno facile e dalla pistola in mano, se non si interviene.

28

Cfr. Salvatore G. Santagata, Educazione alla legalità – Le istituzioni, i cittadini, la ‘ndrangheta negli ultimi trent’anni, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2004, pp. 132 – 136.

(28)

34

Questi lavori iniziati a gennaio sono confluiti il 17 ottobre 2007 nella Lettera Pastorale ‘Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo’. I Vescovi calabresi non ce la fanno più e allora invitano tutti, singolarmente, «a cercare i

segni della complicità con il peccato»29, invitano a compiere

il primo passo verso la conversione individuale e, solo dopo, anche comunitaria.

I Pastori della Chiesa calabrese ‘impongono’ di agire «con la forza del Vangelo, potenza d’amore e annuncio di speranza, per favorire una rottura con la cultura mafiosa, con perseveranza e pazienza, attraverso il coraggio della

coerenza, della testimonianza e della speranza»30,

riconoscendo le proprie responsabilità di educatori e guide. Ma non solo, i Vescovi per la prima volta in un documento ufficiale chiedono un aiuto a collaborare alla scuola, alle istituzioni civili e politiche, alla Magistratura. Per la prima volta, in un documento ufficiale, la Chiesa calabrese ‘impone’ la propria vicinanza ai tanti imprenditori ribellatisi al ‘pizzo’ e volge il proprio sguardo ai tanti giovani, «invitandoli a lasciarsi contagiare dalla freschezza del Vangelo, a divenire protagonisti della carità e della promozione umana, coltivando valori di onestà, giustizia e

legalità»31.

29

Lettera Pastorale della Conferenza Episcopale Calabra, ‘Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo’, 17 ottobre 2007, Reggio Calabria, p. 9.

30

Ibidem, p. 11.

31

(29)

35

La Chiesa calabrese, nella sua analisi del fenomeno mafioso, affronta i temi della conversione e della redenzione, considerando che «le mafie, di cui la ‘ndrangheta è oggi la faccia più visibile e pericolosa, costituiscono un nemico per il presente e per l’avvenire della nostra Calabria. Noi dobbiamo contrastarle, perché nemiche del Vangelo e della comunità umana. In nome del Vangelo, dobbiamo tracciare il cammino sicuro ai figli fedeli e recuperare i figli

appartenenti alla mafia»32.

Di per sé, è un’utopia la conversione, figuriamoci la redenzione, come un ex mafioso, collaboratore di giustizia, fa notare: ‘Sa che ora davanti a Cristo, mi sento un traditore? Quando ero un assassino andavo in chiesa con animo tranquillo. Ora che sono un pentito no, non prego serenamente’.

E allora è tutto più difficile, è difficile obbedire alla speranza in Calabria e ancor di più in Italia, dove la Conferenza Episcopale Italiana, in un solo documento nel 2010, dedica un piccolo paragrafo su venti ai temi che rovinosamente colpiscono il Meridione. Evidenziando ancor di più il forte divario tra Nord e Sud, riconoscendo quest’ultimo come terra di nessuno.

Nella sfortuna, la fortuna della Calabria è stata ed è quella di avere degli uomini coraggiosi e coerenti alla promessa fatta allo Sposo.

32

(30)

36

Un esempio su tutti è Giancarlo Maria Bregantini, attuale arcivescovo metropolita di Campobasso – Boiano. Nel 2007, anno di cambiamenti nella Chiesa calabrese, fu ‘allontanato’ da Benedetto XVI dalla Diocesi di Locri – Gerace. Non si sa il perché, ma si presume fosse diventato ‘scomodo’ per le sue posizioni contro la ‘ndrangheta.

La Locride è terra di ‘ndrangheta, è terra di vittime innocenti e di morti eccellenti, ma è ancor di più terra di futuro. Bregantini, passo dopo passo, stava cercando di costruire un avvenire migliore per i giovani allontanati dalla criminalità. Lo stava facendo, creando una cooperativa ‘Valle del Bonamico’, aderente al progetto Policoro, promosso dalla Cei. Nel 2006, la cooperativa subì un attentato per mano della ‘ndrangheta e allora il Pastore, che vede la Locride con «precise caratteristiche fatte di dolore e

di speranza»33, decide di inviare una lettera a tutti i parroci

della propria diocesi. E’ la prima scomunica, che sgorga dal cuore:

«Condanno nel più forte dei modi questa ripetuta

violazione della santità della vita nella Locride. La condanno con la scomunica. Quella stessa scomunica che la Chiesa lancia contro chi pratica l’aborto, è ora doveroso, purtroppo, lanciarla contro coloro che fanno abortire la vita dei nostri giovani, uccidendo e sparando, e delle nostre terre, avvelenando i nostri campi, in applicazione estensiva del

33

Mario Casaburi, Giancarlo Maria Bregantini, una luce nel giardino della Locride, Editoriale Progetto 2000, Cosenza, 2013, p. 27.

(31)

37

Canone 1398 Cjc, sentendo che questa grave sanzione giuridica ci aiuterà di certo a prendere sempre più coscienza del tanto male che ci avvolge, per poi saper reagire con fermezza e ulteriore impegno nel bene, nella difesa della vita, nella preghiera sempre più intensa per chi fa il male, nella formazione in parrocchia, seminando speranza nelle

scuole, negli oratori, nei gruppi ecclesiali»34. Questa lettera è

un atto di coraggio, che ‘non ha prodotto effetti diretti, ma indiretti a tre livelli’, come Bregantini afferma in un’intervista: «Anzitutto, dalle lettere che mi sono giunte dal carcere ho capito che i mafiosi sono rimasti indignatissimi, arrabbiatissimi. Sentirsi scomunicati li ha profondamente irritati; in secondo luogo, ha prodotto nei cristiani una consapevolezza diversa, per amare di più questa terra […]. Infine, questa coscientizzazione è passata anche da altre Chiese, moltissimi mi hanno ringraziato: vescovi, cardinali, gente comune, giornalisti. Si è compreso che bisogna dire ogni tanto delle parole forti e non è vero che cadono nel vuoto, non è vero che i mafiosi se ne fregano, non è vero. Le parole sono come macigni, se poi collegate col Vangelo, con la forza pregnante di una catechesi sistematica, s’innestano

dentro»35.

Giancarlo Maria Bregantini è stato, per certi aspetti, il precursore di Papa Francesco e della scomunica lanciata

34

Giancarlo Maria Bregantini, Lettera alle Chiese di Locri – Gerace, 2 aprile 2006, Locri.

35

Giancarlo Maria Bregantini, intervista del 14 marzo 2008, (http://www.sintesidialettica.it/leggi_articolo.php?AUTH=31&ID=174 &RICERCA=bregantini).

(32)

38

dalla piana di Sibari. Scomunica che darà vita ad un ulteriore documento della Conferenza Episcopale Calabra.

Il 25 dicembre 2014 viene pubblicata la Nota Pastorale ‘Testimoniare la verità del Vangelo’, nella quale i Vescovi calabresi esaltando le qualità del popolo, riconoscendo il ‘vuoto’ istituzionale presente al Sud, per l’ennesima volta si pronunciano sulla e contro la ‘ndrangheta: «La ‘ndrangheta non ha nulla di cristiano. È altro dal cristianesimo, dalla Chiesa. Non è solo un’organizzazione criminale che, come tante altre, vuole realizzare i propri illeciti affari con mezzi altrettanto illeciti e illegali, ma - attraverso un uso distorto e strumentale di riti religiosi e di formule, che scimmiottano il sacro - si pone come una vera e propria forma di religiosità capovolta, di sacralità atea, di negazione dell’unico vero Dio. L’appartenenza a ogni forma di criminalità organizzata non è titolo di vanto o di forza, ma titolo di disonore e di debolezza, oltre che di offesa esplicita alla religione cristiana. L’incompatibilità della ’ndrangheta non è solo con la vita religiosa, ma con l’essere umano in generale. La ‘ndrangheta è una struttura di peccato, che stritola il debole e l’indifeso, calpesta la dignità della persona, intossica il corpo

sociale»36.

La ‘ndrangheta è una struttura di peccato, mai ‘colpita’ da una specifica sanzione e «in tal modo, - lì dove

36

Nota Pastorale della Conferenza Episcopale Calabra, Testimoniare la verità del Vangelo, Catanzaro, 25 dicembre 2014, p. 19.

(33)

39

attecchisce e prospera - svolge un profondo

condizionamento della vita sociale, politica e imprenditoriale nella nostra terra. Con la forza del denaro e delle armi, poi, esercita il suo potere e, come una piovra, stende i suoi tentacoli dove può, con affari illeciti, riciclando denaro, schiavizzando le persone, ritagliandosi spazi di potere. È, insomma, l’antistato, con le forme di dipendenza, che essa crea nei paesi e nelle città. Ed è, inoltre, l’antireligione, con i suoi simbolismi e i suoi atteggiamenti, utilizzati al fine di guadagnare consenso. È, in definitiva, una struttura pubblica di peccato, perché stritola i suoi figli. […] Non ci vuol molto a capire che, con la ‘ndrangheta, ci si trova in una situazione diametralmente opposta a quella del Vangelo. Far parte consapevolmente della ‘ndrangheta significa - lo ripetiamo - rifiutare concretamente il Vangelo e l’appartenenza alla

Chiesa»37.

Infine, i Vescovi calabresi ribadiscono il messaggio di Papa Francesco: «La parola chiave è una sola: Vangelo! Illuminata dal Vangelo, tutta la morale civica riveste e rispecchia il significato e il dinamismo teologale della

fede»38.

Il documento è nato dopo ‘inchini’ durante le processioni, dopo funerali concessi ai boss, dopo celebrazioni svolte da coloro che dicevano e dicono di essere

37

Ibidem, p. 25.

38

(34)

40

uomini di Chiesa, poiché ‘non sono mancate irresponsabili connivenze di pochi, nonché silenzi omertosi’.

La Nota Pastorale, però, è stata completata nel 2015 da un ‘Direttorio’ su aspetti della Celebrazione dei Sacramenti e della Pietà popolare, intitolato ‘Per una Nuova Evangelizzazione della pietà popolare. Orientamenti pastorali per le Chiese di Calabria’.

Questi orientamenti enunciano il discorso sulla pietà e religiosità popolare, sottolineandone i valori e i rischi, considerano il problema della celebrazione dei Sacramenti e, ancor di più, tracciano le linee corrette per la celebrazione delle Feste religiose e delle Processioni. Inoltre, propongono percorsi pastorali sia a livello diocesano, sia a livello parrocchiale.

A distanza di un anno, ‘purtroppo poi si è scritto più che agito, parlato più che organizzato’. Mancano effettivamente azioni concrete, ma non manca la speranza. Anzi, è questa che muove ogni azione…

1.3.1 La speranza che non manca.

Forse per affrontare questa grande piaga non serve solo il coraggio, mosso da un minimo di paura, servono occhi nuovi, occhi che hanno osservato realtà diverse e sono ritornati o hanno fatto un viaggio al contrario, come quelli di Don Giacomo Panizza, che ama il Sud, nonostante non sia la sua ‘casa’:

(35)

41

«Del Sud mi piace chi se ne sta a mani nude, disarmate; chi non si lascia tentare a opporsi ai violenti con i loro stessi metodi. Mi piace tenermi negli occhi la luce, il cielo, il mare con le Eolie dentro e quella riga che fa il sole rosso quando ci tramonta dietro. Mi piace ascoltare la gente del Sud parlare le sue parole. Dal Sud ho imparato che non tutto è urgente, non tutto deve essere perfetto o in orario, non tutto è essenziale: e mi è piaciuto. Al Sud mi piace chi fa il padrino senza fare il padrone, chi fa doni per amicizia e non per legarti al suo clan. Mi piacciono le madri che non dimenticano i figli, qualunque cosa abbiano combinato; madri che supplicano i boss di 'ndrangheta di svelare dove hanno buttato o seppellito i loro figli, spariti di lupara bianca, per portarci un fiore. Del Sud mi piacciono le donne, attente e appassionate, con cuori grandi. Mi piace vedere i giovani ‘sbattersi’ coi partiti politici, con l’utopia di rinnovare i partiti e la politica. Mi piacciono quelli che in tribunale si ricordano le facce e le parole di chi ha chiesto loro il pizzo, indicandoli davanti a tutti. Mi è piaciuta l’idea di emigrare a rovescio, di conoscere limbo, purgatorio,

inferno e paradiso: la mia vita con altri altrove»39.

La Calabria, oggi, aspira al paradiso.

39

Don Giacomo Panizza, intervista di Roberto Saviano a Vieni Via con me, 22 novembre 2010.

(36)

42

Capitolo II

Fede e religiosità popolare: il diritto canonico

Sommario: 2.1 Il valore religioso nella vita sociale. 2.2 Religione e Chiesa in Italia. 2.2.1 La ‘notte dello spirito’ ed una fede debole. 2.3 Criminalità secolarizzata e credenze deviate. 2.4 Delitto di associazione mafiosa nella Chiesa. 2.4.1. Cristianità blasfema. 2.4.2 La ‘ndrangheta è una struttura di peccato. 2.5 La scomunica ed i primi pronunciamenti. 2.5.1 Continuità pontificia nell’applicare la scomunica. 2.6 Il diritto canonico e la giustizia. 2.6.1 Le fonti del diritto canonico. 2.6.2 I Vescovi e i loro poteri. 2.7 Le scelte e le responsabilità dei Vescovi.

2.1 Il valore religioso nella vita sociale.

«Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è

di Dio40»: già nel Nuovo Testamento si può cogliere la

separazione tra potere temporale e potere spirituale da cui discende il principio della secolarizzazione.

Un termine derivante dal latino ‘saeculum’, che per lo più individua la perdita del valore religioso nella vita sociale. Nell’età moderna, durante la Pace di Vestfalia, veniva utilizzato per indicare il passaggio dei beni e territori ecclesiastici ai privati, e successivamente, nel diritto canonico fu introdotto per riconoscere ai sacerdoti la loro ‘vita nel mondo’.

40

(37)

43

Per la verità la secolarizzazione indica anche la separazione tra religione e politica. Böckenförde dà per scontato che sia la «cosiddetta dichiarazione di neutralità

rispetto alla questione della verità religiosa»41.

Altri Autori la fanno risalire alla lotta per le investiture (Concordato di Worms), quando si separa la sfera religiosa da quella politica in termini istituzionali.

Oggi, parlando di secolarizzazione, si intende la netta separazione tra Stato e Chiesa, che per qualcuno sta a significare moderna emancipazione, mentre per qualcun altro forte desacralizzazione.

Gli studi su questo fenomeno sono molteplici e di vario genere: empirici, teorici, filosofici. Appunto per questo, a mio parere, è utile soffermarci sulle due tesi più note poste al principio del secolo ed individuate da Emile Durkheim e da Max Weber.

Per Emile Durkheim, sociologo francese e studioso delle religioni, la secolarizzazione è indice della coesione tra società e religione. Una religione però in continua evoluzione: Durkheim, nel 1895 prima e nel 1912 dopo, in due opere distinte considera l’evoluzione della società in relazione all’evoluzione del sentimento religioso.

Ne ‘Le regole del metodo sociologico’ (1895) si intendono i fatti sociali come derivanti da altri fatti sociali, in grado di plasmare l’individuo e di costringerlo ad

41

Ernst-Wolfgang Böckenförde, Diritto e secolarizzazione. Dallo Stato moderno all’Europa Unita, a cura di Geminello Preterossi, Editore Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 35.

(38)

44

adeguarsi, in questo caso, alla religione. Ne ‘Le forme

elementari della vita religiosa’ (1912) si afferma la

distinzione tra la società e l’individuo in correlazione alla differenza tra sacro e profano, dove il sacro guarda all’esaltazione della vita morale e il profano si compone di riti e festività che danno vita alla collettività.

Per Durkheim la religione è simbolicamente il collante della vita di ciascuna società. Riti, credenze e valori costituiscono e definiscono ogni comunità in modo particolare, trasferendosi nel tessuto sociale e finendo col perdere la loro diretta afferenza all’istituzione religiosa. Se, da un lato, la religione passa nella società, dall’altro lato la Chiesa perde il suo potere di riferimento sociale. O meglio, l’istituzione ecclesiastica è percepita essenziale nella misura in cui serve a caratterizzare la dimensione religiosa che una certa società si è data e decide di darsi.

Insomma, la religiosità è un elemento centrale della

vita sociale42, ma la Chiesa istituzionale non lo è

necessariamente allo stesso modo.

Per Max Weber, tra i fondatori della sociologia moderna e studioso della sociologia religiosa, la secolarizzazione è la razionalizzazione del mondo. La religione riguarda il momento della nascita, che senza crescita non porta a nulla. La secolarizzazione è il motore

42

‘Se la religione ha generato tutto ciò che c’è di essenziale nella società è perché l’idea della società è l’anima della religione’: Emile Durkheim, Le forme elementari della vita religiosa, Meltemi Editore, Roma, 2005, p.459.

(39)

45

dell’evoluzione verso il futuro. Un futuro lontano dall’oscurità delle credenze, dei riti, dei culti, e proteso verso la modernità, il lavoro, il progresso.

Weber identifica la razionalizzazione come

‘disincantamento del mondo’, in grado di distinguere e valorizzare l’intelletto rispetto al ricorso a spiriti o divinità. La religione non viene meno, ma a differenza di Durkheim, Weber la marginalizza. Non la considera influente o ordinante la vita sociale. Per lo studioso tedesco la religione è solo una risposta alle innumerevoli domande dell’uomo, quelle cui l’uomo non può rispondere razionalmente.

2.2 Religione e Chiesa in Italia.

Gli orientamenti ‘classici’ fondati sulle teorie di Durkheim e Weber ci aiutano a comprendere la questione religiosa italiana.

In genere si considera l’idea che: «La religione non ha più cittadinanza in molti settori sociali, non ha più nulla da dire ad una società radicata su una propria autonomia organizzativa e culturale, che si fonda su visioni della realtà

e su criteri di orientamento immanenti»43.

Questo è vero se si affronta la questione del rapporto della Chiesa con la politica del welfare state. Una politica sociale autonoma ma non totalmente, basti pensare

43

Franco Garelli, Religione e Chiesa in Italia, Il Mulino, Bologna, 1991, p. 9. Alcune delle considerazioni che seguono sono confrontate o riprese dal medesimo testo.

(40)

46

all’iniziativa ‘Progetto culturale’, promossa negli anni

Novanta dalla Chiesa italiana44 «per far sentire la sua voce

sulle questioni cruciali per la convivenza civile e per la

regolazione sociale»45. Il problema del cristianesimo come

struttura religiosa non riguarda però solo il passato, ma anche il futuro; un futuro che non può fare a meno di creare rapporti sociali, che a loro volta coinvolgono elementi religiosi46.

L’Italia non è certamente uguale a se stessa, ma è ancora un paese culturalmente cattolico: la religione persiste in quanto viene adattata alle attuali condizioni di vita.

E’ necessario a questo punto distinguere la religiosità sociologicamente intesa dalla religione intesa come elemento di coscienza personale. Vale a dire tra ‘religione’ e ‘fede’.

Le statistiche raccontano una progressiva

secolarizzazione interna alle stesse confessioni religiose. Non basta appartenere – anche istituzionalmente – ad una confessione religiosa per essere concretamente fedeli.

E’ ormai un luogo comune dire che il battesimo, che in Italia è ancora quasi unanimemente amministrato, pur incorporando istituzionalmente la persona alla comunità

44

Franco Garelli, Religione e politica in Italia: i nuovi sviluppi, Quaderni di sociologia, 66, 2014, pp. 9 – 26.

45

Si tratta di concetti più volte espressi negli scritti e negli interventi pubblici dal Card. Ruini, Presidente della CEI dal 1991 al 2007 e ideatore del “Progetto Culturale” della Chiesa italiana.

46

Tesi affermata anche da Luca Diotallevi, sociologo umbro, che nel riconoscere il cattolicesimo italiano evidenzia non la distruzione, bensì l’evoluzione dello stesso in risposta alla secolarizzazione.

(41)

47

religiosa, non produce necessariamente effetti religiosi. Insomma: non basta essere battezzati per essere fedeli.

Inoltre la dimensione valoriale, che ha indubbie radici anche religiose, assume forme trasversali e, nel bene e nel male, produce fenomeni apparentemente religiosi, in realtà devozionali e culturali.

In questo senso per l’Italia si può parlare di debolezza della fede, ma non di mancanza della religione nella vita sociale. Si può parlare di una religiosità svincolata dal sacro e dalla ‘verità’ assoluta.

Nel nostro paese questo fenomeno è particolarmente evidente nelle aree del Mezzogiorno. Nel Sud e nelle Isole è naturale riconoscersi nelle espressioni religiose devozionali, molto meno nel Centro Italia e ancora meno nel Nord – con significative eccezioni nei paesi alpini – dove invece il sentimento religioso è vissuto in autonomia.

Questa differenza riguarda la diversità della

secolarizzazione che ha ‘colpito’ le varie regioni ed è ancora più eclatante nei grandi e piccoli centri urbani: «in sintesi, la religione di chiesa e più in generale i valori religiosi sembrano maggiormente radicati nei centri minori, in quella provincia italiana meno interessata dai processi di differenziazione socio-culturale. Per contro, per la popolazione dei centri più grandi aumenta la probabilità di maturare un atteggiamento negativo o problematico nei confronti della religione o di identificarsi in un riferimento

(42)

48

religioso a-confessionale o che valorizza confessioni diverse

da quella cattolica»47.

Credo che questa premessa generale sia molto utile per cogliere il senso della ‘religiosità mafiosa’. Vale a dire della

penetrazione nella cultura mafiosa di elementi

evidentemente religiosi, che appartengono ad un tessuto devozionale e culturale molto alto nelle aree geografiche che vedono una maggiore presenza della criminalità organizzata.

Mafia, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita, ma anche il banditismo, sono comunemente associate alla Sicilia, alla Calabria, alla Campania, alla Puglia e alla Sardegna. Sarebbe ridicolo pensare a fenomeni locali. Si tratta di organizzazioni criminali moderne e perfino

transnazionali48, tuttavia è fuor di dubbio che il loro

radicamento locale ha ragioni storiche e culturali fortemente intrecciate con la coscienza religiosa popolare, e anche istituzionale, nella misura in cui le istituzioni religiose hanno condiviso (e, forse, condividono ancora) questo humus culturale di base.

Non intendo svolgere uno studio sociologico, tuttavia l’indagine giuridica non può prescindere dall’esame del contesto in cui un ordinamento opera. E questo vale anche per la Chiesa Cattolica.

47

Ibidem, p. 112.

48

Cfr. Lirio Abbate, Mafia, ecco chi comanda in Italia, Dossier antimafia – L’ Espresso, 24 febbraio 2015, (http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/02/24/news/le-mafie-che-comandano-in-italia-1.200870).

(43)

49

2.2.1 La ‘notte dello spirito’ ed una fede debole.

«Stiamo forse assistendo a processi di

denominalizzazione e di frammentazione religiosa interna al

cattolicesimo italiano?»49

Indubbiamente il cattolicesimo italiano attraversa una notte buia. Nel passato recente la Conferenza episcopale italiana ha molto insistito sulla dimensione culturale, a decremento di quella religiosa. L’idea del cosiddetto ‘Progetto culturale’ andava esattamente nella direzione evidenziata da Durkheim: la religione come cultura sociale. Oggi le cose sono diverse: la Chiesa deve scegliere quale via perseguire: ammettere la fine di un’epoca e il ritorno alle origini, in grado di trasmettere con forza la testimonianza

della fede, o insistere sul lato culturale50.

La presenza della ‘religione’ in Italia è però fuori dubbio. La Chiesa cattolica ha ancora la capacità di promuovere il messaggio religioso dentro la società civile, la sua presenza è molto articolata. Accanto alle parrocchie con preti devoti si incontrano parrocchie con preti impegnati nel riscatto sociale. Associazioni tradizionali convivono con esperienze moderne. Confraternite medioevali si incontrano con i giovani antimafia di Libera.

49

Luca Diotallevi, Il rompicapo della secolarizzazione italiana, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2001, p. 14.

50

Cfr. Franco Garelli, Forza della religione e debolezza della fede, Il Mulino, Bologna, 1996, p. 16. Alcune delle considerazioni che seguono sono confrontate o riprese dal medesimo testo.

(44)

50

Questa capacità della Chiesa di interpretare variamente i bisogni umani comporta una religiosità diversificata della popolazione italiana, che appare aggregata in un ‘associazionismo ecclesiale’ variegato.

Il problema maggiore tuttavia riguarda la fede, la sua debolezza, ma soprattutto il suo ‘uso’ per scopi e giustificazioni soggettive: «Dio viene perlopiù ricondotto alle attese umane, mentre si offusca la prospettiva di una vita eterna e di una vocazione soprannaturale dell’uomo. In vari casi l’idea di una salvezza umana sembra affermarsi a

scapito di quella religiosa»51.

Le ragioni di questa debolezza sono molteplici, tra tutte Franco Garelli mette in luce proprio il fatto che la religione sia considerata parte integrante della tradizione culturale: quindi un dato scontato senza bisogno di spiegazioni e motivazioni. La religione opera nella realtà sociale tramite gruppi religiosi che da un lato rispondono ai bisogni dei credenti e dall’altro ai bisogni del cattolicesimo sociale, considerati in termini sociali e istituzionali più che spirituali. In effetti la religione deve fare i conti con una società pluralista, che comporta una crescente estraneità culturale tra il messaggio evangelico e gli attuali modelli di pensiero e di vita.

In questo contesto emerge la contrapposizione fra la ‘religiosità’ popolare e la ‘religione’ personale. Forse la Chiesa ha troppo poco valorizzato la formazione di

51

(45)

51

coscienze personali libere e consapevoli, assecondando una dimensione socio – culturale povera di domande e ricca di risposte scontate.

Scrive Garelli che «il problema di fondo è la scarsa formazione della coscienza pubblica in un contesto a

prevalente matrice cattolica» e questo si riflette

nell’immagine vera di «un’Italia dall’illegalità diffusa,

eppure ancora molto ‘cattolica’»52. Segno dell’ulteriore

debolezza della fede, che non sembra preoccupata della mancanza di una religione responsabile, in grado di evangelizzare la società.

Nonostante la secolarizzazione, credo che la religione possa avere ancora un ruolo decisivo nell’indicare al popolo la strada da percorrere, senza limitarsi e ripetere schemi devozionali. Nel caso del fenomeno criminale occorre insistere su parole chiare, legate a fatti altrettanto chiari.

2.3 Criminalità secolarizzata e credenze deviate.

Se la fede è debole il sentimento religioso può essere utilizzato in modo distorto, quasi come esaltazione della vita privata e perfino come giustificazione di atti illegali.

La criminalità organizzata può servirsi della religione, specialmente se questa è alimentata da credenze, santi e

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