• Non ci sono risultati.

EVOLUZIONE DEI TRIBUNALI: ALCUNI CAS

Capitolo Terzo

3.2 IL GAIRENTHIX E LE ASSEMBLEE LONGOBARDE

3.2.2 EVOLUZIONE DEI TRIBUNALI: ALCUNI CAS

Le assemblee dell’esercito indette dal sovrano non erano le uniche presenti nel regno. Infatti per il VII, VIII e IX secolo, nella penisola italiana, sono sopravvissuti circa 150 casi di corti giudiziarie registrate come placita, cioè udienze pubbliche sotto il controllo di un funzionario statale; quasi tutte che riguardano dispute sulla proprietà di terre . 184

Tutti i documenti rimasti che parlano di queste tipologie di assemblee sono stati conservati negli archivi ecclesiastici, sparsi nelle diocesi di tutto il regno.

Il caso di Controne, del 847 d.C. fornisce una buona rappresentazione dello stile dei documenti delle corti in Italia . Lo stile del documento è 185

colloquiale, riporta molti discorsi diretti, ed è narrato in prima persona dal giudice stesso.

Inoltre, è presente un formulario legale utilizzato da coloro che redigevano i documenti, ed era differente nelle varie città del regno. Nel documento si parte dalla composizione dell’assemblea: di solito il tribunale era composto

Con placita in questo contesto vengono intese le sentenze finali dei processi, ma dal

184

VI sec questa parola ha iniziato a significare anche l’assemblea stessa, cioè tutto il pubblico che era presente durante la causa, oltre ai documenti prodotti alla fine di essa.

C. Wickham, Land disputes and their framework in Lombard-Carolingian Italy, 700-900, in

185

W. Davies, P. Fouracre (eds.),  The Settlement of Disputes  in Early Medieval Europe, Cambridge 1986, pp. 105-108

dal conte che presiedeva il tribunale (a Lucca c’era il duca), gli scabini (aristocratici con esperienza legale), i gastaldi, e i locopositi .186

Questi erano affiancati dagli adstantes, nobili locali che in accordo al loro status sociale e alla loro importanza politica partecipavano al tribunale, per rendere la corte il più autorevole e pubblica possibile.

Oltre al conte o al duca, potevano presiedere queste corti o il vescovo locale o addirittura l’imperatore o il re, ma questi casi sono estremamente rari. La natura di questo caso era il possesso di alcune terre, se erano stati più o meno acquisiti in maniera legale. Tutta la parte iniziale del processo era incentrata sul wadia . Draco e Walperto, due degli imputati, avevano delle 187

carte da mostrare in tribunale, mentre l’avvocato della chiesa di S. Giulia

F. Bougard,  La  justice dans le royaume d’Italie de la fin du VIIIe siècle au début du XIe

186

siècle, Roma 1995, p. 134-146

«WADIA - è il contratto formale dell'antico diritto germanico. La sua solennità

187

consisteva nella consegna da parte del debitore nel momento in cui manifestava la sua volontà, nelle mani del creditore, che la conservava, di una wadia, vale a dire di un oggetto qualsiasi, simboleggiante la potestà che il creditore acquistava sulla persona e sui beni di colui che gliela consegnava. Il debitore poi, in un secondo momento, presentava al creditore come fideiussori persone note e sicure (di solito scelte tra parenti, finché il gruppo famigliare mantenne l'antica unità), le quali riscattavano la

wadia dalle mani del creditore (liberatio o expignoratio wadiae); e con ciò, mentre da un

lato si sostituivano al debitore nei suoi obblighi verso il creditore, dall'altro acquistavano quello ius distringendi che a costui sarebbe spettato di fronte al debitore. Da questo stadio, in cui il debito e la responsabilità sono distinti, si giunse a un altro più progredito, con l'evolversi dell'economia e l'accrescersi della fiducia, in cui il debitore poté costituirsi come fideiussore: e ciò condusse al ricongiungersi della responsabilità al debito. Munita di efficacia esecutiva immediata, la wadia fu largamente usata nel processo e nei più svariati negozi, cui dava la sua firmitas, come già la stipulatio nella vita sociale dei Romani.» Definizione online ripresa dalla pagina della Treccani http://www.treccani.it/enciclopedia/wadia_%28Enciclopedia- Italiana%29/,

aveva numerosi testimoni che potevano dimostrare il lungo possesso da parte della chiesa di quelle terre.

Da questo si evince che le prove che una persona poteva portare in tribunale o erano documenti scritti, redatti da notai o uomini di legge, o i testimoni.

I casi di solito finivano quando una delle due parti non aveva altre prove da portare in suo favore. I giudici potevano chiedere prove ulteriori oppure fare numerose domande ai testimoni, ma non avevano il potere di esprimere un giudizio autonomo. Il loro compito era quello di convocare e presenziare la corte, limitarsi a controllare le prove portate in tribunale ed eventualmente indicare chi doveva fornire prove aggiuntive e in quale misura. Questo caso rimane singolare anche per la casistica italiana in quanto un testimone dei due fratelli, Fraimanno, divenne da testimone imputato lui stesso.

Il caso risulta interessante soprattutto perché rappresenta una guida degli elementi procedurali più importanti nelle corti carolinge in Italia.

Nei casi rimasti e documentati, due sono gli aspetti che per le corti in Italia risultano essere più significativi: il ruolo che la documentazione scritta

iniziò ad avere nel corso delle dispute, e lo scopo delle dispute e di come le persone raggiungessero un accordo anche informale, extragiudiziario .188

La creazione di documentazione scritta si rivelò importante, poiché in tutto il territorio italiano i formulari usati per redarre i placita utilizzavano locuzioni diverse di regione in regione, addirittura di città in città .189

I resoconti delle assemblee aumentarono considerevolmente a partire dal 710 d.C., durante il regno di Liutprando, e sotto il regno di Ratchis venne sottolineata con maggior forza l’esigenza di redigere tutti gli atti di compravendita tramite documenti sottoscritti da giudici con la presenza di testimoni affidabili .190

In questi casi, soprattuto per le dispute riguardanti il possesso della terra, una delle due parti chiamate in causa era la Chiesa, la quale utilizzata anche testimoni per potersi assicurare la vittoria. Infatti, l’utilizzo del giuramento era il più facile da manipolare per poter ottenere la vittoria, dato che si potevano produrre un’infinità di testimoni. Si arrivava

C. Wickham, Land disputes and their framework in Lombard-Carolingian Italy, 700-900, in

188

W. Davies, P. Fouracre (eds.),  The Settlement of Disputes  in Early Medieval Europe, Cambridge 1986, p. 112

C. Wickham, Land disputes and their framework in Lombard-Carolingian Italy, 700-900, in

189

W. Davies, P. Fouracre (eds.),  The Settlement of Disputes  in Early Medieval Europe, Cambridge 1986, p. 113

Ratchis Leges, cap.8, in C. Azzara,  S. Gasparri (eds.),  Le leggi dei Longobardi: storia,

190

addirittura a bruciare i resoconti, qualora questi fossero di intralcio, ma questo fatto era considerato un fatto gravissimo .191

Inoltre, va considerato il contesto locale nel quale queste assemblee si svolgevano: le dispute potevano risultare molto accese, e le dinamiche per ottenere la vittoria non sempre rispecchiavano la realtà dei fatti mostrati in tribunale.

Infatti i contendenti molto spesso non erano inclini alla sconfitta, e ci sono rimasti casi in cui le adunate erano rinviate più volte in modo da ritardare la decisine finale.

Molto spesso risultava più conveniente venire a compromessi, magari anche al di fuori del contesto legale, in modo da ottenere un vantaggio per entrambe le parti. Uno di questi era la remissione delle ammende per l’occupazione illegale delle terre: queste sono attestate a Farfa e a Lucca .192

Un secondo tipo di compromesso era affittare la terra nuovamente al perdente in modo da recuperarne il possesso sulla carta, ma senza continuare la disputa nella corte. Questi tipi di compromessi erano

Emblematico il caso di Deusdona, parroco di S. Angelo, del 786 d.C., in C. Wickham,

191

Land disputes and their framework in Lombard-Carolingian Italy, 700-900, in W. Davies, P.

Fouracre (eds.), The Settlement of Disputes in Early Medieval Europe, Cambridge 1986, pp. 116-117

C. Wickham, Land disputes and their framework in Lombard-Carolingian Italy, 700-900, in

192

W. Davies, P. Fouracre (eds.),  The Settlement of Disputes  in Early Medieval Europe, Cambridge 1986, p. 120

fondamentali nelle controversie aristocratiche, perché delineavano anche le scelte per la politica locale.

Per comprendere al meglio il contesto sociale dei tribunali italiani nel Medioevo, dobbiamo considerarli soprattutto come risultato di due serie di pratiche piuttosto costanti . In primo luogo, la continua sopravvivenza 193

delle istituzioni pubbliche e dell'ideologia pubblica, non solo nel periodo longobardo-carolingio, ma anche nel periodo successivo, unita a una conoscenza generale di un determinato insieme di regole procedurali e norme giuridiche, ha permesso alle persone di continuare a ricercare la possibilità di una “vittoria contraddittoria” e di tentare in ogni modo di ottenerla; persino l'arbitrato in Italia è stato condotto all'interno di questo quadro di norme . 194

In secondo luogo, il compromesso in qualche modo era considerato una necessità, poiché senza di esso i casi non potevano concludersi facilmente, come abbiamo già detto. Tuttavia, dobbiamo capire che il compromesso

C. Wickham, Land disputes and their framework in Lombard-Carolingian Italy, 700-900, in

193

W. Davies, P. Fouracre (eds.),  The Settlement of Disputes  in Early Medieval Europe, Cambridge 1986, p. 120

C. Wickham, Land disputes and their framework in Lombard-Carolingian Italy, 700-900, in

194

W. Davies, P. Fouracre (eds.),  The Settlement of Disputes  in Early Medieval Europe, Cambridge 1986, pp. 120-124

non è stato visto come antitetico alla giustizia, neppure come antitetico alla vera vittoria di una delle due parti coinvolte .195

Sebbene i casi formali e informali divergessero sostanzialmente nella natura dei loro scritti dopo il 900, ciò che caratterizzava quasi tutti i casi finiti, forse ancora più insistentemente che nel IX secolo, fu una rinuncia da parte di qualcuno, almeno di alcuni, alle loro pretese iniziali in favore del compromesso.

Si ritiene generalmente che istituzioni legali efficaci nell'Europa continentale centro-occidentale nel Medioevo dipendessero dal potere dei Carolingi e che declinarono con la fine di questo, poiché si trasferì a strutture politiche più locali, meno pubbliche, dal X secolo in poi . Nella 196

prima epoca medievale questa efficacia dipendeva meno dai poteri coercitivi dei funzionari che dalla predisposizione delle parti in causa ad accettare le procedure del tribunale e dalla loro volontà di accettare le sentenze del tribunale o di venire informalmente a patti. Il predominio delle prove documentali nelle controversie fondiarie e l'impressionante

Una caratteristica sorprendente dei casi nei periodi successivi, quando il

195

compromesso è ancora più comune, è che, in alcuni di essi, le formule utilizzate per esso mascherano completamente la sconfitta di uno dei due contendenti. C. Wickham,

Land disputes and their framework in Lombard-Carolingian Italy, 700-900, in W. Davies, P.

Fouracre (eds.),  The Settlement of Disputes  in Early Medieval Europe, Cambridge 1986, pp.120-122

C. Wickham, Land disputes and their framework in Lombard-Carolingian Italy, 700-900, in

196

W. Davies, P. Fouracre (eds.),  The Settlement of Disputes  in Early Medieval Europe, Cambridge 1986, pp. 122-123

regolarità delle procedure giudiziarie che abbiamo in Italia indicano un riconoscimento generale delle regole del tribunale tra i partecipanti ai casi; le regole divennero effettivamente più stabili e prevedibili nel decimo e nell'undicesimo secolo, non meno. Viceversa, tuttavia, quali prove abbiamo dimostrano che, anche nel IX secolo, molto spesso le controversie si erano concluse a seguito di una negoziazione informale al di fuori dei termini teorici di riferimento della corte; anzi in realtà, formale e informale erano sempre indissolubilmente mescolati.

Conclusioni

Nell’introduzione di questa tesi erano state poste alcune domande, alle quali cercherò di rispondere, alla luce delle informazioni presentate nei capitoli precedenti. Quali erano i fini e gli scopi di queste assemblee, da chi erano indette, quali effetti avevano nel contesto sociale e culturale dei regni romano barbarici: questi erano i quesiti prefissati.

Dopo l’esposizione di questi tre capitoli, possiamo notare alcuni aspetti comuni delle assemblee in questo periodo all’interno dei regni romano barbarici: la distinzione principale è quella fra assemblee indette in momenti o situazioni particolari, e le assemblee che avevano la funzione di tribunali locali.

Le prime potevano svolgersi in occasioni particolari, ad esempio la proclamazione del nuovo re, come evidenziato a più riprese sia per i Visigoti, per i Franchi che per i Longobardi, nelle quali gli uomini più potenti del regno si univano insieme al loro seguito per acclamare il nuovo sovrano; oppure le adunate generali, convocate come abbiamo visto nei mesi di Novembre o di Marzo, nelle quali venivano decise le strategie militari o di guerra, ed utilizzate per la proclamazione delle leggi.

Queste ultime sono attestate specialmente nel regno dei Franchi, in quello dei Longobardi, e in quelle popolazioni delle regioni scandinave (anche se molto forte sembra l’influenza carolingia, considerando il fatto che le testimonianze si riferiscono ad un periodo successivo per queste regioni). Data l’estensione e la vastità di questi regni, era altamente improbabile che tutta la popolazione fosse in grado di spostarsi per partecipare alle assemblee, come invece le fonti affermano ripetutamente.

Ciononostante, i principali personaggi del regno partecipavano a queste assemblee, e lo facevano spostandosi con tutto il loro seguito, sottolineando come la potenza del sovrano dovesse estendersi su tutto il territorio. Questo fatto era indice di una grande coesione politica, poiché questi viaggi dovevano avere una risonanza notevole anche all’interno della popolazione.

Nel caso delle assemblee generali convocate una volta l’anno, il re, con l’ausilio di molti messaggeri, doveva raggiungere tutti i territori per informare i suoi sudditi, e questo indica un’ampia rete di messaggi che doveva viaggiare per tutto il regno, dimostrando il potere del sovrano e del suo seguito.

I principali attori politici che partecipavano a queste assemblee, oltre ai signori, ai membri dell’esercito e dell’aristocrazia, erano anche numerosi personaggi ecclesiastici, quali vescovi, arcivescovi, membri del clero.

La loro presenza è da considerarsi vitale, in quanto si vede come i sovrani chiedessero il loro appoggio per poter ottenere maggior consenso anche a livello popolare, in modo da far veicolare i messaggi e le decisioni prese nei vari villaggi.

Le assemblee locali o i tribunali erano sempre presieduti da un membro legato alla sfera del potere regale (come i rachimburgi, gli iudices), con i personaggi locali di spicco che presenziavano a questi (i witan), insieme a membri del clero, ed erano chiamati a far rispettare la legge del regno e a dirimere le controversie.

Veniva data importanza, soprattutto durante le assemblee legislative, al bagaglio culturale e sociale apportato dagli anziani, i veri detentori delle tradizioni del gruppo etnico.

Il potere del sovrano, la sua sfera di influenza e le dinamiche politiche della ricerca del consenso sono gli elementi che più saltano agli occhi da questa analisi: i sovrani, non potendosi distaccare completamente dalla schiera di personaggi al loro seguito, cercavano in tutti i modi di ampliare la loro sfera d’influenza, facendo in modo che ad ogni assemblea fosse presente anche il maggior numero di persone possibile, in modo da affermare in maniera decisa il proprio potere.

Per questo motivo il gairethinx si presenta come modello perfetto di assemblea: l’immagine di tutto l’esercito in armi, schierato, che attraverso il fragore delle armi acclama le decisioni prese dal re, suscita sicuramente un certo fascino in noi come anche nella popolazione dell’epoca.

Per questo i sovrani longobardi, e soprattutto il più potente fra tutti, Liutprando, sottolineano questa presenza dell’esercito in ogni decreto, in modo da creare un’immagine di coesione politica unica e imponente.

Oltre a questo però si può scorgere il tentativo, da parte del sovrano e della cerchia più ristretta attorno a lui, di accentrare sempre più il potere nelle proprie mani.

Convocare l’assemblea e cercare l’acclamazione della folla era un modo evidente per mostrare la propria potenza, e magari estenderla anche nei confronti di coloro che non appoggiavano le decisioni del sovrano.

Bibliografia

C. Azzara, “… quod cawerfeda antiqua usque nunc sic fuisset”. Consuetudine e

codificazione nell’Italia longobarda, in S. Gasparri (a cura di), Alto medioevo mediterraneo, Firenze University Press, Firenze 2005, pp. 251-257

C. Azzara, S. Gasparri (eds.), Le leggi dei Longobardi: storia, memoria e diritto

di un popolo germanico, Roma 2005.

C. Azzara, La produzione normativa, prima e dopo il 774, in S. Gasparri (a cura di), 774 ipotesi su una transizione, Atti del seminario di Poggibonsi, 16-18 febbraio 2006, Brepols Publishers, Turnhout 2008, pp. 353-364

C. Azzara, Leggi longobarde e capitolari italici: produzione, applicazione,

trasmissione, in I quaderni del m. æ. s.-Journal of Mediæ Ætatis Sodalicium,

(Online) 2002, 5,1, pp. 87-106.

C. Azzara, I Longobardi, Il Mulino, Bologna 2015

P. S.  Barnwell, M.  Mostert  (eds.),  Political Assemblies in the Earlier Middle

P. S. Barnwell, King, Nobles, and Assemblies in the Barbarian Kingdoms, in P. S. Barnwell, M. Mostert (eds.), Political Assemblies in the Earlier Middle Ages, Turnhout 2003, pp. 11-28

G. P. Bognetti, L’Editto di Rotari come espediente politico di una monarchia

barbarica, in Idem, L’età longobarda, IV, 1968, pp. 115-135

F. Bougard, La justice dans le royaume d’Italie de la fin du VIIIe siècle au début

du XIe siècle, Roma 1995.

S. Brink, Legal Assemblies and Judicial Structure in Early Scandinavia, P. S. Barnwell, M. Mostert (eds.), Political Assemblies in the Earlier Middle Ages, Turnhout 2003, pp. 61-72

N. Christie, The Lombard: The Ancient Longobard, Blackwell Publishers, Oxford, 1998

E. Cortese, Thinx, garethinx, thingatio, thingare in gaida et gisil, in «Rivista di storia del diritto italiano», 61, 1988, pp. 33-64

W. Davies, People and Place in Dispute in Ninth-Century Brittany, in W. Davies, P. Fouracre (eds.),  The Settlement of Disputes  in Early Medieval

Europe, Cambridge 1986, pp. 65-84

W. Davies, P. Fouracre (eds.),  The Settlement of Disputes  in Early Medieval

Europe, Cambridge 1986.

P. Delogu, Le origini del Medioevo. Studi sul settimo secolo, Jouvence, Roma 2010

P. Fouracre, “Placita” and the settlement of disputes in later Merovingian

Francia, in W. Davies, P. Fouracre (eds.), The Settlement of Disputes in Early Medieval Europe, Cambridge 1986, pp. 23-44

N. Francovich Onesti, Vestigia longobarde in Italia (568-774) Lessico e

antroponimia, Artemide Edizioni, Roma 1999

S. Gasparri, Il popolo-esercito degli arimanni. Gli studi longobardi di Giovanni

Tabacco, in Giovanni Tabacco e l’esegesi del passato, Accademia delle Scienze di

Torino, Torino, 2006, pp. 21-36

W. Jezierski,  Rituals, performatives, and political order in Northern Europe, c.

650-1350, Turnhout 2016.

J. L. Nelson, Politics and rituals in early medieval Europe, London 1986

A. Pantos, S. Semple (eds.), Assembly places and practices in medieval Europe, Dublin 2004.

T. Reuter, Assembly Politics in Western Europe from the Eighth Century to the

Twelfth, in Linehan P., Nelson J. (eds.), The Medieval World, London 2001, p.

432–450.

J. Vives, (ed.), Concilios visigoticos e hispano-romanos, Espana cristiana, Textos, 1, Barcelona 1963

C. Wickham, Land disputes and their framework in Lombard-Carolingian Italy,

700-900, in W. Davies, P. Fouracre (eds.), The Settlement of Disputes in Early Medieval Europe, Cambridge 1986, pp. 105-124

C. Wickham, Public Court Practice: The Eighth and Twelfth Centuries compared, in Esders S. (ed.), Rechtsverständnis und Konfliktbewältigung, Köln 2007, pp. 17-30.

C. Wickham, The Inheritance of Rome. A History of Europe from 400 to 1000, Penguin Books, London 2010, tr. it. L’eredità di Roma. Storia d’Europa dal 400

al 1000 d.C., Laterza, Bari 2014

C. Wickham, Consensus and Assemblies in the Romano-Germanic Kingdoms: a

Comparative  Approach, in Epp V., Meyer C. (eds.), Recht und Konsens im frühen Mittelalter, Ostfildern 2017, pp. 389-426.

I. Wood, Disputes in late fifth- and sixth-century Gaul: some problems, in W. Davies, P. Fouracre (eds.),  The Settlement of Disputes  in Early Medieval