Fonte egiziana del Paesaggio d'Alessandria

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GIUSEPPE UNGARETTI IN EGITTO

4. Giuseppe Ungaretti. Una lettura araba

4.2. Fonte egiziana del Paesaggio d'Alessandria

IL PAESAGGIO D'ALESSANDRIA D'EGITTO

La verdura estenuata dal sole.

Il bove bendato prosegue il suo giro Accompagna il congegno tondo stridente.

Si ferma alle pause regolari.

L'acqua mesciuta si distende barcollante.

Si risotterra durante il viaggio.

Le gocciole attimo di gioia trattenuto brillano sulla verdura rasserenata.

Il fellà394 è accoccolato nell'antro del sicomoro ritto sulle proboscidi

che escono di terra come vermi mostruosi col moto uguale di anelli in su e giù stese verso terra come le braccia di Gesù.

Il fellà canta

gorgoglio di passione di piccione innamorato nenia noiosa delizia

- Anatra vieni.

- E chi se ne frega.

- Al letto di seta colore di sfumature di poesia.

- E chi se ne frega.

- T'insegnerò la frescura di tramonto delle astuzie.

- E chi se ne frega.

- Lo possiedo duro grande e grosso.

- E chi se ne frega.

Il mio silenzio di vagabondo indolente395.

Passiamo ora a trattare il caso emblematico di quella famosa poesia di Ungaretti, intitolata Paesaggio d'Alessandria d'Egitto, l'unica poesia in cui

394 Fellà, la traslitterazione secondo Ungaretti del vocabolo arabo حلاف Fallah, cioè contadino.

395 UP, p. 369

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si cita direttamente un testo arabo, anche se in verità si tratta solamente di una canzoncina o canzonaccia araba.

La poesia, una delle prime poesie di Ungaretti, apparsa nel numero del 7 febbraio del 1915 sulla rivista «Lacerba»396, viene poi inserita tra le Poesie Disperse, raccolte da Giuseppe De Robertis e pubblicate in volume nel 1945, presso l'editore Mondadori insieme al saggio dello stesso De Robertis Sulla formazione della poesia di Ungaretti, e all'apparato critico delle varianti dell'Allegria, del Sentimento del Tempo e delle Disperse397. Come appare fin dal titolo la poesia rievoca il periodo egiziano di Ungaretti. Una sequenza di paesaggi egiziani, con gli elementi-chiave che ci sono quasi in tutte le sue opere sulla sua terra natia, e in modo particolare il sole e l'acqua in primo piano. Appartiene alla fase iniziale del giovane poeta, prima di essere chiamato alle armi, pubblicata sulla rivista diretta da Papini, Soffici e Palazzeschi.

E appunto, forse anche per il peso del nome e del personaggio di Palazzeschi, De Robertis nel suo saggio, esprime il suo stupore per questa breve fase iniziale di Ungaretti - durata un anno (anzi di meno d'un anno) - che l'ha visto, anche lui, «poeta così assoluto, così essenziale, così incognito, patì del mal del secolo: anche lui soffrì quella crisi del verso che prima aveva portato il verso a dorare, inutilmente, tanta non-poesia dell'ultima grande stagione, poi, per reazione, lo portò ad avvilirsi a una quasi-prosa»398.

Forse per questo De Robertis arrivò ad affermare, citando appunto questa canzoncina dell'anatra, che questa poesia sembra più di Palazzeschi

396 La rivista cessa le pubblicazioni il 22 maggio 1915, due giorni prima dell'entrata in guerra dell'Italia: l'ultimo editoriale di Papini reca il titolo Abbiamo vinto!

397 Giuseppe De Robertis, Sulla formazione della poesia di Ungaretti, saggio in Apparato critico delle varianti de "L'Allegria", del "Sentimento" delle "Poesie disperse", con uno studio su Giuseppe Ungaretti, Milano, Mondadori, 1945 (Ora in UP, p. 405)

398 Ibidem

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che non di Ungaretti: «Lasciamo addietro Cresima, e diamola tutta, vorrei dire, restituiamola a Palazzeschi [...] Ma nel Paesaggio d'Alessandria d'Egitto, ecco Palazzeschi ancora...»399.

Ma è lo stesso Ungaretti che torna a portare la questione dell'originalità di questa poesia, in una serata romana, alla fine della cena, con un gruppo di amici tra cui Ariodante Marianni, prendendo a canticchiare «in una lingua sconosciuta, ritmandosi il tempo col bastone, e con l'aria di divertirsi molto. Gli chiesi [Ariodante Marianni] di che si trattasse e lui rispose che era una vecchia canzonaccia araba che udiva cantare da ragazzo, da un ubriacone....»400.

Marianni riuscì pure a convincerlo a trascrivere il testo di quella vecchia canzone (il manoscritto originale ora è in possesso di Flavia Romero).

Di seguito, diamo una parte di questa canzone in arabo, con la traslitterazione e con la traduzione di Ungaretti:

Oca, vieni

Rimane aperta la domanda su quale fosse l'origine esatta di questo testo, e chi ne sia stato l’autore.

399 Ibidem

400 Ariodante Marianni, Contributo allo studio delle fonti della poesia di G. Ungaretti, saggio pubblicato negli Atti del Convegno Internazionale su G. Ungaretti Urbino 3-6 Ottobre 1979, Egizioni 4venti, Urbino, 1981 p. 1115

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Seguiamo la storia di questo testo tra i critici di Ungaretti per cercare una valida risposta a questo quesito.

Allo stesso convegno di cui ha dato la sua testimonianza Ariodante Marianni, ha partecipato anche il grande orientalista Francesco Gabriele con un saggio dedicato ad Ungaretti e la cultura araba.401 Un testo molto importante per il nostro studio. Secondo cui: «Mancò quasi del tutto a Ungaretti, col mondo arabo, quel diretto rapporto linguistico, sia della lingua scritta, [...] sia del dialetto locale egiziano, necessario e sufficiente per la comunicazione col popolo»402.

Un parere che condividono molti, ma che non nega l'esistenza di un rapporto indiretto non solamente con la lingua araba, ma con la cultura egiziana.

In riferimento a questa canzone popolare, Gabriele afferma a sua volta, di averla sentita nei suoi viaggi in Egitto, e la descrive come «una sorta di contrasto di Celo d'Alcamo in nuce»403. Anche se, certamente per una svista, traduce "batta" con "anatra" e non "oca" come aveva fatto giustamente Ungaretti nella sua traduzione.

Secondo Gabriele, questo è «[...] l'unico caso d'una traduzione di Ungaretti di un breve testo arabo. Per il resto, credo egli sia restato qui analfabeta...»404.

Anche nel suo saggio, Ungaretti in Egitto, l'italianista egiziano, uno dei padri dell'italianistica in Egitto, Moheb Saad Ibrahim, accennando ancora una volta alla canzone in questione, scrive solamente che «Questa è in

401 Francesco Gabriele, Ungaretti e la cultura araba, Atti del Convegno Internazionale su Giuseppe Ungaretti, Edizioni 4venti, Urbino 1981, Vol. I, pp.655-665 (e poi ripubblicato nel libro di F. Gabriele, Cultura araba del Novecento, Roma-Bari, Laterza, 1983 pp. 161-172) Per le citazioni ho usato il secondo libro, Cultura araba del Novecento.

402 Ivi, pp. 163-164

403 Ibidem

404 Ibidem

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