Condizione carceraria e responsabilità genitoriale

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UNIVERSITÀ DI PISA

DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE

Corso di Laurea in Sociologia e Management dei servizi sociali

TESI DI LAUREA MAGISTRALE

Condizione carceraria e responsabilità genitoriale

CANDIDATA

Enza Giada Donnici

RELATRICE

Prof.ssa Elena Bargelli

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A mio padre e a mia madre, a Ernesto, infinitamente grazie.

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Indice

Introduzione

1

CAPITOLO 1 “L’importanza dei rapporti familiari e gli

effetti sui bambini”

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Introduzione 4

1.1 La funzione genitoriale 5

1.2 Affettività e perdita dei legami affettivi 13

1.2.1 Il legame affettivo 14

1.2.2 “La teoria dell’attaccamento” di John Bowlby 14

1.2.3 Perdita del legame affettivo 16

1.3 Il ruolo delle figure di attaccamento 17

1.3.1 L’importanza della figura paterna 18

1.3.2 La separazione dalla figura di attaccamento 19

1.3.3 Le risposte del bambino 21

1.3.4 Gli effetti della separazione sullo sviluppo della personalità 23

1.4 L’affettività messa alla prova dalla detenzione 25

1.4.1 Separazione e rimozione dei genitori 28

1.5 L’assistente sociale e le relazioni familiari 29

CAPITOLO 2 “Genitori tra responsabilità penale e

genitoriale.”

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Introduzione 34

2.1 Responsabilità antecedente: responsabilità genitoriale 35 2.2 Responsabilità conseguente: responsabilità penale 36

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2.3 Quadro normativo di riferimento 37 2.4 Come conciliare i due tipi di responsabilità 43

2.4.1 Reazioni del genitore reo 43

2.5 Le capacità genitoriali sono compromesse? 46 2.6 Misure alternative alla detenzione a tutela della genitorialità

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2.6.1 Limiti alla custodia cautelare in carcere 49

2.6.2 Gli arresti domiciliari nella casa famiglia protetta e la custodia cautelare

attenuata per detenute madri 51

2.6.3 Limiti alla misura carceraria nella fase esecutiva 53 2.6.4 Detenzione domiciliare e Detenzione domiciliare speciale 53 - Il caso della detenzione domiciliare della madre 58 - Il caso della detenzione domiciliare del padre 59

2.6.5 Considerazioni conclusive 60

CAPITOLO TERZO “Esercizio della responsabilità

genitoriale in condizione carceraria”

63

3.1 I rapporti familiari all’interno delle strutture penitenziarie 63

3.1.1 Permessi premio e Permessi di necessità 65

3.1.2 I colloqui con i familiari 66

3.1.3 L’incontro con il figlio 67

3.1.4 Come favorire la relazione tra il genitore detenuto ed il figlio 72

3.2 Genitori detenuti 73

3.2.1 Maternità “a distanza” 75

3.2.2 Madri detenute con figli conviventi 77

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3.2.3 Paternità in detenzione 84

- Il caso di padre detenuto non affidatario 90

Conclusione

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Bibliografia

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Sitografia

102

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Introduzione

Le relazioni personali tra i componenti della famiglia risultano profondamente influenzate e condizionate dalla carcerazione e dalla detenzione che colpisce un componente della famiglia. In modo particolare i figli di coloro che subiscono provvedimenti di condanna penale e di restrizione carceraria, soprattutto se ancora bambini, restano inevitabilmente segnati dal momento in cui avviene l’arresto di un loro genitore fino al periodo che segue la remissione in libertà dello stesso: il bambino non ha commesso alcun reato eppure subisce in conseguenza del comportamento del genitore, una forma di punizione e, in alcuni casi, la stessa reclusione.

Per l’opinione pubblica in generale i detenuti sono solamente individui che hanno infranto la legge e quasi mai vengono considerati anche come madri o padri che desiderano e/o devono continuare a prendersi cura dei propri figli. Inoltre, spesso, si ritiene che una persona solo perché detenuta non sia più degna di essere genitore e tale condizione porta il soggetto a sentirsi squalificato e a perdere fiducia in sé stesso, ovvero l’elemento necessario per continuare a svolgere il ruolo genitoriale.

Di conseguenza i figli sono doppiamente vittime: non solo essi vengono separati ed allontanati in modo traumatico dai genitori, ma vivono anche lo stigma ed il marchio di “figli di detenuti” di cui subiscono la vergogna e l’isolamento.

Dal punto di vista dei diritti umani, lo Stato ha l’obbligo di sostenere e facilitare la vita di queste famiglie “a rischio” e più ancora il dovere di limitare i danni provocati nel bambino dalla detenzione del genitore.

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Allorché il genitore sia chiamato a rispondere di reati penali, tanto più se gravi, lo Stato si trova ad (inter)agire all’interno di obblighi e di norme giuridiche in conflitto tra loro: da una parte l’Ordinamento è chiamato a salvaguardare la sicurezza sociale e la giustizia attraverso la punizione di quei comportamenti, dall’altro esso è tenuto a proteggere i diritti della famiglia tenendo in massima considerazione “l’interesse superiore del fanciullo”.

La separazione traumatica dal proprio genitore dovuta all’arresto porta il bambino a vivere una sensazione di abbandono che può mettere a rischio il suo stesso sviluppo futuro con conseguenti ricadute sociali. Pertanto, incoraggiando la relazione e mantenendo il legame genitore-figlio si riducono gli effetti desocializzanti del carcere per il genitore e le conseguenze negative sullo sviluppo psicofisico del bambino.

Poche persone sono veramente consapevoli degli effetti negativi che la detenzione di un genitore comporta per i figli e dei conseguenti bisogni di questi ultimi, compresi quelli che incidono su altri aspetti delle loro vite; proprio per questo è richiesta formazione, competenza e consapevolezza in chiunque abbia a che fare con genitori detenuti o con i loro figli.

Nel primo capitolo del presente elaborato si introduce la funzione genitoriale e l’importanza che questa ha per un bambino grazie alla presenza quotidiana e costante di entrambi i genitori. Essenzialmente si tratta di analizzare la portata psicologica che il legame affettivo assume sia per il genitore che per il bambino nel breve e lungo periodo: alla luce della teoria dell’attaccamento di John Bowlby è possibile comprendere come il tipo di attaccamento che un bambino stabilisce con il proprio genitore avrà delle ripercussioni sul suo sviluppo psicofisico. Nello

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specifico tale teoria è stata citata per capire il modo in cui la separazione da un genitore a causa della detenzione influisce sullo sviluppo della personalità dei propri figli.

Nel secondo capitolo si analizza il punto d’incontro tra la responsabilità genitoriale - che i genitori detenuti hanno il diritto/dovere di continuare ad esercitare - e la responsabilità penale a cui gli stessi sono chiamati a rispondere per aver commesso un fatto illecito. Questo contributo di studio intende, dunque, comprendere come sia possibile conciliare entrambe dette responsabilità all’interno del quadro normativo di riferimento. In questo ambito si spiega quali siano le possibilità di accedere a misure alternative alla detenzione, e quali siano le differenze incontrate a tal proposito da padre detenuto e madre detenuta.

Nel terzo capitolo si entra nel cuore dell’oggetto d’indagine in quanto si esamina il modo in cui la detenzione influisce sul rapporto genitori-figli e come tale rapporto viene tutelato all’interno della struttura penitenziaria. Inoltre si approfondisce il caso specifico della donna detenuta che decide di portare con sé il proprio bambino in carcere, rendendolo effettivamente un piccolo recluso, mettendo in evidenza quali siano i pro e i contro di questa decisione.

Infine si analizza la paternità vissuta in stato di reclusione e il mantenimento della relazione genitoriale nonostante la detenzione.

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CAPITOLO 1

“L’importanza dei rapporti familiari e gli effetti sui bambini”

Introduzione

La prima esperienza di socializzazione dei bambini emerge solitamente nella famiglia.

Genitori, nonni, fratelli e tutti i parenti prossimi, sono le persone con cui il bambino interagisce fin dai primissimi istanti di vita. Dalla teoria dell’apprendimento sociale (Bandura 1977) sappiamo che il bambino apprende il funzionamento degli scambi sociali proprio osservando il modello di interazione proposto dai genitori e che poi trasferisce tale modello nelle relazioni con gli altri. Attraverso l’interazione con l’adulto, caratterizzata da una forte asimmetria dovuta al fatto che il bambino dipende totalmente dal genitore, egli impara a rapportarsi con l’autorità, ad apprendere abilità comunicative, le norme e le regole; attraverso i rapporti con i fratelli, che sono invece paritari, il bambino fa esperienza di relazioni basate sulla condivisione e sulla negoziazione.

Tuttavia possono esserci dei contesti e delle situazioni nelle quali la famiglia tende a discostarsi da ciò che generalmente viene definito “normale” e ciò accade allorché il bambino non si trovi inserito in un ambiente sano e sereno: situazioni nelle quali subentrano delle difficoltà che possono avere conseguenze negative sia per il minore, che per gli stessi adulti.

In tali circostanze, risulta quindi di fondamentale importanza intervenire a sostegno dei legami familiari, tutelando da un lato la funzione genitoriale

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e dall’altro il diritto del minore a crescere ed essere educato nella propria famiglia.

1.1 La funzione genitoriale

Con l’esercizio della genitorialità generalmente si indica una dimensione particolare, quella che in una data cultura ed epoca, determina per l’ordinamento positivo lo stato di genitore, definendo a partire da quale elemento culturale, di credenza o legislativo, un genitore è considerato tale.

Come prima definizione si può affermare che per genitorialità si intende l’insieme dei comportamenti volti alla cura fisica e psicologica del bambino verso il quale si determina un profondo investimento affettivo1. Il genitore infatti è colui che ha generato il proprio figlio, ma anche, per estensione, chi – in determinati casi - si prende cura del minore: non è sufficiente infatti essere solo procreatori, ma deve esserci un concreto e quotidiano esercizio della genitorialità, dalla quale esperienza si realizza la funzione genitoriale.

Comunemente si parla di diritto alla genitorialità, di conseguenza si può notare come dalla tipica prospettiva dei doveri, che caratterizza la visione e la disciplina tradizionale dei rapporti familiari, si è passati a quella dei diritti, come evidente manifestazione di una visione privata dei rapporti familiari.

L’articolo 30 della Costituzione stabilisce che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal

1Ghezzi D., Vadilonga F. La tutela del minore. Protezione dei bambini e funzione

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matrimonio, per cui tale norma afferma il diritto-dovere del genitore ad un rapporto globale col figlio. In più il legislatore, con il d.lgs. n.154/2013, ha prodotto un cambiamento di prospettiva nella relativa disciplina giuridica, ponendo al centro della stessa i diritti e gli interessi dei figli piuttosto che l’insieme dei poteri dei genitori, in cui si configurava la potestà genitoriale tout court e si indicava appunto la mera soggezione dei minori all’autorità genitoriale2.

Con l’espressione responsabilità genitoriale dunque, oggi si pone l’accento sui doveri di cura che il genitore ha nei confronti del figlio, non più in una posizione di disparità, ma in quella di collaborazione e indirizzo in un piano di parità e di rispetto della personalità del minore. In questa nuova ottica, possiamo dire che la genitorialità sia divenuta un processo dinamico, attraverso il quale l’adulto impara a diventare genitore capace di prendersi cura e di rispondere in modo adeguato ai bisogni dei figli, che variano a seconda della fase evolutiva e del contesto familiare.

Da un punto di vista pratico il ruolo di genitore comporta una serie di responsabilità nei confronti del figlio, tra cui la responsabilità di mantenerlo, nutrirlo, stimolarlo e proteggerlo. La protezione dei genitori continua ben al di là delle prime settimane di vita del bambino, ma lo sviluppo successivo del minore dipende da come il ruolo di genitore si esercita durante questo periodo cruciale.

La funzione genitoriale può essere condizionata da diversi fattori e inoltre richiede abilità di vario genere e sensibilità rispetto ai differenti bisogni nelle varie fasi evolutive.

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In particolare, sono necessarie la capacità di:

• fornire un ambiente favorevole allo sviluppo sociale e cognitivo del bambino;

• affrontare in maniera adeguata i suoi bisogni e le situazioni stressanti. Affinché queste condizioni possano verificarsi è richiesta ai genitori una certa sensibilità nei confronti dell'iniziativa dei figli, essere in grado di giocare con i bambini, di comunicare e parlare con loro, aumentare il loro autocontrollo e la loro capacità di interagire con il contesto. È necessario poi instaurare un rapporto positivo con il figlio, sia rispetto alla continuità e all'armonia delle relazioni in famiglia, sia affinché il bambino possa stabilire relazioni sociali con amici, vicini e compagni di scuola.

È quindi fondamentale prestare attenzione alla triade madre-padre-figlio, perché la stabilità di questa relazione determina la stabilità del senso di sicurezza del neonato, che è la base per l’interazione del bambino con il mondo che lo circonda.

La genitorialità come funzione autonoma e processuale dell’essere umano rappresenta il culmine e il momento evolutivo più maturo in cui convergono esperienze, angosce, desideri, paure, i modelli relazionali e comportamentali della propria storia affettiva. E come ogni fase evolutiva, è contrassegnata da difficoltà, ambivalenze, crisi …

Per comprendere meglio la complessità e la vastità della genitorialità, bisogna analizzare le sue funzioni e i modi attraverso cui questa viene espressa:

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▪ Funzione protettiva

Consiste nell’offrire cure adeguate ai bisogni del bambino da parte del caregiver. La relazione di accudimento si esplicita in modalità diverse:

- Presenza dentro la stessa casa;

- Presenza che il bambino osservi e veda;

- Presenza che faciliti l’interazione con l’ambiente; - Presenza che interagisce con l’ambiente;

Per uno sviluppo sano del bambino devono essere presenti tutte e quattro le modalità ad intensità crescente dalla prima alla quarta presenza.

La funzione protettiva più delle altre determina il legame di attaccamento, il cui scopo è la vicinanza alla figura materna in quanto il mantenimento della relazione di attaccamento è vissuto come fonte di sicurezza, mentre la sua perdita ne provoca ansia, collera e dolore. È evidente quindi come la funzione protettiva generi quella che Bowlby chiama “base sicura” ossia “la personalità sana non si rivela assolutamente indipendente: gli elementi essenziali sono dati da una capacità di far fiduciosamente conto sugli altri quando l’occasione lo richieda e sapere su chi è giusto fare conto”3.

▪ Funzione affettiva

Stern ha basato le sue ricerche sull’interazione madre-bambino sul cosiddetto “mondo degli affetti” che definisce la qualità emotiva - affettiva nella quale il bambino è inserito. In questo senso sono stimolanti le ricerche sulle emozioni positive come elemento centrale dello sviluppo del bambino, secondo cui l’interazione con il mondo degli adulti è guidata principalmente dalla ricerca di emozioni positive da condividere. Questo

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processo riferito al bambino potrebbe essere allo stesso tempo riferito ai genitori e al loro desiderio di condividere emozioni positive con il proprio figlio. È questa la base psicodinamica della funzione affettiva, secondo cui il bambino coagula il suo mondo affettivo e relazionale attorno a nuove emozioni positive4.

▪ Funzione regolativa

La regolazione è la capacità che il bambino possiede fin dalla nascita di “regolare” appunto i suoi stati emotivi e organizzare le relazioni e le risposte comportamentali che ne conseguono. Ma le strategie di regolazione sono inizialmente fornite dal caregiver. La difficoltà del caregiver ad esercitare questa funzione, può portare ad un funzionamento iper, ovvero a riposte che non danno tempo al bambino di segnalare i suoi bisogni e i suoi stati emotivi; un funzionamento ipo, quando vi è assenza di risposte; o, infine, un funzionamento inappropriato quando i tempi non sono in sincronia col bambino5. In ogni caso sempre di più ci si sta accorgendo come la capacità di regolazione sia la base per poter decodificare le proprie esperienze e non essere sopraffatti da queste.

▪ Funzione normativa

Consiste nella capacità di dare dei limiti e una struttura di riferimento e corrisponde al bisogno fondamentale del bambino di avere delle regole e vivere in una struttura di comportamenti coerenti. La funzione normativa riflette l’atteggiamento genitoriale di fronte alle norme, alle istituzioni e alle regole sociali.

4Stern D. Il mondo interpersonale del bambino. Bollati Boringhieri, 1992. 5Ammaniti M. Manuale di psicopatologia dell’infanzia. Cortina, 2001.

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▪ Funzione predittiva

È la capacità del genitore di prevedere il raggiungimento della tappa evolutiva successiva. I genitori adeguati sono in grado di percepire in maniera realistica lo stadio evolutivo del bambino e di conseguenza intuiscono le condizioni che promuovono e sviluppano il nuovo comportamento del minore. Una difficoltà a questo livello può portare ad una serie di disturbi evolutivi sul piano somatico, cognitivo e motivazionale, quindi i genitori devono riuscire a modificare le modalità relazionali con la crescita del bambino e l’espandersi del suo mondo e delle sue competenze.

▪ Funzione rappresentativa

Questa funzione presuppone una serie di interazioni reali col bambino. Per funzione rappresentativa va intesa la capacità del genitore di modificare continuamente le proprie rappresentazioni in base alla crescita del bambino e all’evolvere delle sue relazioni, facendo nuove proposte o sapendo cogliere dal bambino i suoi nuovi segnali evolutivi. Infatti “finché le rappresentazioni del bambino non vengono modificate, il bambino, per quanto gli è possibile, agirà come faceva prima dei cambiamenti avvenuti nei suoi genitori”6. Quindi secondo Stern, lo sviluppo del mondo rappresentazionale del bambino è conseguente ai cambiamenti delle rappresentazioni genitoriali.

▪ Funzione significante

Il genitore, nello specifico la madre, rappresenta un contenitore nel quale il bambino inizia a pensare, perché adattandosi ai bisogni del bambino, aiuta il bambino stesso a comprendere il suo bisogno. Questo dare senso

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ai suoi bisogni, ai suoi gesti e movimenti, inserisce il bambino in un mondo dotato di senso.

▪ Funzione fantasmatica

Le fantasie servono non solo a conoscere la realtà confrontando il mondo fantasmatico e il mondo reale che ci porta a dire “non è così”, ma le fantasie hanno soprattutto la funzione di fondare l’essere e costituirne l’identità. Il bambino che nasce si inserisce all'interno dei fantasmi familiari dei genitori: ogni individuo ha un proprio romanzo familiare costruito attorno alle proprie fantasie infantili, un mondo immaginario fatto di fantasmi consci e preconsci che vanno appunto a plasmare l’identità della persona.

▪ Funzione proiettiva

Vi è una mutualità psichica tra genitori e bambino all’interno della quale occupa un posto fondamentale la proiezione. Si può affermare che “l’ombra del genitore è caduta sul figlio”7 sia direttamente, ad esempio proiettando sul figlio l’immagine ideale del figlio che avrebbe voluto essere, sia attraverso l’ombra degli oggetti interni, intendendo con questi, parti di sé. Tali scenari possono dar luogo a psicopatologie nel momento in cui queste proiezioni siano invasive e disturbanti nella relazione col bambino; ma esse fanno anche parte di una sana genitorialità il cui aspetto narcisistico è parte del quadro relazionale. Il narcisismo, sia materno che paterno, ha uno spazio fondamentale nel costruire l’immagine del bambino e nel collocarla dentro un particolare scenario di sviluppo. La relazione col bambino è sempre una relazione oggettuale come essere diverso da sé, ma è anche una relazione narcisistica con parti di sé viste

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nel bambino. È la dinamica tra queste due relazioni co-presenti a definire il confine tra normalità e psicopatologia. All’interno della funzione proiettiva si colloca la capacità di tollerare la separazione, l’indipendenza, l’autonomia del figlio, di considerarlo come oggetto a sé stante e non come oggetto narcisistico.

▪ Funzione triadica

Tale funzione corrisponde alla capacità dei genitori di avere tra loro un’alleanza cooperativa fatta di sostegno reciproco, lasciare spazio all’altro ed entrare in una relazione empatica con il partner e con il bambino8. Questo presuppone la capacità del genitore di vedere il bambino in relazione con un terzo; la presenza del terzo dà al bambino un orizzonte molto più aperto in cui collocarsi e gli offre possibilità di adattamento e di interazione maggiori.

▪ Funzione differenziale

Va riconosciuto che all’interno della coppia genitoriale entrambe le funzioni, materna e paterna, devono essere presenti in tutte le fasi evolutive per consentire uno sviluppo psichico sano. In modo semplicistico possiamo dire che nelle prime fasi evolutive, la funzione materna si concretizzi ancora in una relazione duale, mentre la funzione paterna ha da una parte il compito di proteggere la diade e dall’altra di aprirla e riportarla in ambito triadico.

▪ Funzione transgenerazionale

Questa funzione può essere definita come l’immissione del figlio dentro la storia della propria famiglia. Quindi rimanda ai rapporti tra le generazioni: come si collocano i genitori dentro le rispettive storie

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familiari, come si colloca la nascita del figlio in quello specifico momento della storia generazionale, come si intrecciano le due storie familiari del padre e della madre9.

Attraverso l’analisi di queste funzioni si può comprendere quanto sia importante il legame tra genitori e figlio per un sano sviluppo di quest’ultimo e di conseguenza quanto possa essere dannoso, invece, il distacco da una delle figure genitoriali.

1.2 Affettività e perdita dei legami affettivi

L’influenza positiva esercitata da un’affettività autentica e dalla continuità del rapporto genitori-figli, incide sullo sviluppo della personalità di ogni individuo. La presenza in famiglia di una sicura base affettiva è il presupposto per la realizzazione di un’identità autonoma e responsabile verso sé stessi e verso gli altri. Infatti, proprio nelle esperienze emotive della prima infanzia, si costruiscono le radici della coscienza, della moralità, delle capacità cognitive, della creatività personale, tutto ciò che va ad influire sulle dimensioni della personalità da quella intellettuale a quella sociale e morale. Le esperienze affettive, anche quelle primitive, non vengono mai cancellate; nella persona opera una memoria del sentire e nel sentire, per cui ansie e paure che hanno le loro radici nel periodo della prima infanzia e fanciullezza permangono per l’intera esistenza della persona e vengono rievocate ogni volta che si vivono situazioni analoghe a quelle del passato. Ricordi e sentimenti sono intersecati, forte è la correlazione tra coinvolgimento affettivo e memoria.10

9 Definizione e funzioni della genitorialità, a cura di Visentini G. da

http://www.genitorialita.it/documenti/le-funzioni-della-genitorialita/ .

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Ecco perché è importante agire per il mantenimento della relazione genitoriale, in modo da prevenire turbe dello sviluppo che portano al disadattamento, e prevenire queste turbe nel bambino significa risparmiare sui costi esistenziali delle prese in carico terapeutiche, sociali e giudiziarie nel breve e lungo periodo.

1.2.1 Il legame affettivo

Legami intensi e persistenti tra gli individui sono presenti in moltissime forme, i più comuni sono quelli che si instaurano tra uno o entrambi i genitori e la loro prole. Il tratto principale del legame affettivo è dato dalla tendenza delle due parti a starsene vicini; se per qualsiasi motivo dovessero separarsi, prima o poi uno dei due andrà in cerca dell’altro e ristabilirà la vicinanza.

I legami affettivi e gli stati soggettivi di intensa emozione tendono a coesistere. A livello di esperienza soggettiva la formazione di un legame viene descritta come innamorarsi, il mantenere un legame come amare qualcuno, e infine perdere il partner come profonda angoscia e sofferenza. In conclusione, l’incontestato perdurare di un legame viene vissuto come fonte di sicurezza e il nascere di un legame, come fonte di gioia.11

1.2.2 “La teoria dell’attaccamento” di John Bowlby

“Dalla culla alla tomba, la salute mentale di un individuo è strettamente legata alle relazioni con figure di attaccamento che offrono sostegno emozionale e protezione fisica: è chiaro che non solo i bambini piccoli, ma gli esseri umani di tutte le età sono al colmo della felicità e possono adoperare le loro doti nel modo più fruttuoso quando hanno la fiducia di

11Bowlby J. Costruzione e rottura dei legami affettivi. Raffaello Cortina Editore, 1982 pag. 71-74.

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avere alle spalle una o più persone fidate che verranno loro in aiuto qualora insorga qualche difficoltà. La persona fidata costituisce una base sicura da cui il compagno può partire per operare” (Bowlby, 1973). In questa prospettiva, la caratteristica più importante dell'essere genitori è, secondo Bowlby, quella di fornire una “base sicura” da cui il bambino o l'adolescente possa partire per affacciarsi al mondo esterno e a cui possa ritornare, sapendo per certo che sarà nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato. In sostanza questo ruolo consiste nell'essere disponibili ed essere pronti a rispondere quando chiamati in causa.

Durante tutta la vita l’individuo costruisce una serie di legami che non per forza implicano l’attaccamento. L’attaccamento avviene quando il legame affettivo è persistente e non transitorio, quando coinvolge una persona specifica che non è interscambiabile con nessun’altra.

La figura di attaccamento presa in considerazione negli studi di Bowlby è quella materna: quando la relazione è emozionalmente significativa e di conseguenza si desidera mantenere la vicinanza e il contatto con la persona poiché questa relazione dà sicurezza e conforto, di conseguenza l’individuo si sentirebbe angosciato da una eventuale separazione. È la ricerca della sicurezza la caratteristica che garantisce il tipo di attaccamento.

Un attaccamento può essere sicuro se l’individuo ottiene sicurezza, conforto e rassicurazione; al contrario, quando non ottiene tutto ciò, si tratta di un attaccamento insicuro che è disregolato, ansioso, disorganizzato e coinvolge dinamiche intrapsichiche e interpersonali. Il criterio basato sulla rassicurazione è fondamentale e determinante al fine

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di creare un attaccamento sano tra genitore e figlio. I bambini cercano sicurezza quando sono in difficoltà e la presenza di un genitore attento alla richiesta del bambino permette di instaurare un legame di attaccamento sicuro.

La teoria dell’attaccamento, inserita nell’ottica sistemica, etologica ed evoluzionista, propone un nuovo modello psicopatologico in grado di dare indicazioni generali su come la personalità di un individuo cominci ad organizzarsi fin dai primi anni di vita.

Essa fornisce un valido supporto per lo studio di fenomeni legati a storie infantili di gravi abusi e trascuratezza, correlate con lo sviluppo di un ampio spettro di disturbi di personalità, sintomi dissociativi, disturbi d’ansia, depressione e abuso di sostanze alcoliche e stupefacenti.

1.2.3 Perdita del legame affettivo

Oggi siamo tutti consapevoli dell’angoscia e del profondo turbamento che possono essere procurati dalla separazione da figure amate, del profondo e prolungato dolore che può seguire a una perdita e degli effetti dannosi che tali eventi possono avere per la salute mentale.

Alcuni studi hanno dimostrato che molti disturbi sono riferibili, almeno in parte, a una separazione o perdita. L’angoscia cronica, la depressione ciclica, i tentati suicidi sono alcuni dei disturbi più comuni che possono collegarsi a tali esperienze.

In particolare, prolungate o ripetute rotture del legame con un genitore entro i primi cinque anni di vita sono rilevabili con particolare frequenza in pazienti diagnosticati, in seguito, come personalità psicopatiche o sociopatiche. Va inoltre aggiunto che, anche se le perdite verificatesi nei primi cinque anni di vita sono con tutta probabilità particolarmente

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dannose per il futuro sviluppo della personalità, anche le perdite che si verificano più tardi sono potenzialmente patologiche12.

1.3 Il ruolo delle figure di attaccamento

La teoria dell’attaccamento presuppone l’instaurarsi di relazioni emotive intime con particolari individui, come una componente basilare della condizione umana, presente fin dalla nascita dell’individuo. Nella prima fase di vita, durante prima e seconda infanzia, queste relazioni si hanno con i genitori che vengono ricercati affinché diano protezione, sicurezza e conforto; durante l’adolescenza e in tutta la vita adulta poi, queste relazioni persistono e ad esse si vanno ad aggiungere nuovi legami e relazioni alla pari.

Dare cure, che è il ruolo principale dei genitori, complementare al comportamento di attaccamento, è visto nella stessa luce del ricercare le cure, precisamente come una componente fondamentale della natura umana13.

Per rendersi conto di quanto sia importante la dimensione della sicurezza per i bambini molto piccoli è sufficiente limitarsi ad osservarli nel secondo anno di vita, mentre giocano ad esplorare un ambiente sconosciuto. Finché la madre o il padre sono nella stanza, la maggior parte dei bambini va in giro, esplora e gioca con quello che trova, controllando ogni tanto con uno sguardo i genitori. Ma se il genitore lascia la stanza, il comportamento del bambino cambia spesso drammaticamente, diventa ansioso, turbato e incapace di giocare o di stare calmo senza qualche intervento volto a

12Bowlby J. Costruzione e rottura dei legami affettivi. Raffaello Cortina Editore, 1982, pag. 85-86.

13Bowlby J. Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Raffaello Cortina Editore, 1989, pag. 116-119.

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consolarlo. L’adulto garantisce al bambino una “base sicura” dalla quale egli può esplorare con tranquillità14. Entrambi i genitori contribuiscono alla creazione di questo supporto affettivo, anche se nella relazione genitore-bambino il peso interpretativo maggiore è stato assegnato alla madre, come principale caregiver e principale figura che trascorre più tempo con i figli.

1.3.1 L’importanza della figura paterna

Il ruolo del padre nel corso degli anni e delle generazioni ha subito una totale trasformazione. Oggi la figura del padre è diversa da quella del passato visto come colui sul quale si accentrava l’autorità, la legge, la disciplina, mentre la madre si occupava della sfera affettiva e di cura. Attualmente sta crescendo sempre più la consapevolezza di quanto sia importante la figura paterna che assume una funzione di equilibrio, rispetto alla madre, nello sviluppo psicologico, affettivo e sociale del bambino e assume il ruolo maggiormente rilevante nell’educazione di questi. In tal senso, egli rappresenta nella famiglia, il polo maschile complementare e opposto a quello femminile: è colui che separa il bambino dalla madre, sostenendolo nella ricerca di autonomia e indipendenza. Anche se i padri generalmente trascorrono meno tempo delle madri con i loro bambini, il modo in cui questi interagiscono è essenzialmente diverso: se la madre rappresenta il mondo interno e simbiotico, il padre rappresenta per il bambino il mondo della differenziazione, della separazione dalla madre, quindi il mondo esterno. Esiste, infatti, nel bambino fin dalle prime settimane di vita, una predisposizione biologica a questa distinzione di ruolo, che passa

14Dunn J. Affetti profondi. Bambini, genitori, fratelli, amici. Il Mulino, 1998, pag. 26-27.

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attraverso le sensazioni corporee. Il rapporto con il padre rappresenta una forma di attrazione positiva per il bambino, un esempio diverso di relazione con gli altri15; il padre rappresenta l’autorità, la guida, la decisione, la razionalità: la sua presenza assicura un senso di sicurezza nel bambino favorendo appunto i rapporti interpersonali.

Il padre assolve poi, a quattro funzioni fondamentali per il proprio figlio: tutto ciò che riguarda la sua autorità personale e sociale, l’evoluzione dei suoi ideali e valori, lo sviluppo della sessualità e dell’identità sessuale, il ruolo culturale e sociale.

1.3.2 La separazione dalla figura di attaccamento

Come abbiamo già detto, la teoria dell’attaccamento rivolge speciale attenzione al ruolo dei genitori nel determinare come il bambino si svilupperà. Molti studi dedicati a tale tematica, si sono concentrati sulle conseguenze che una separazione dalle figure materna e paterna, lunga e ripetuta o breve che sia, può provocare nella sana crescita del bambino. I dati primari sono osservabili sul modo in cui i piccoli si comportano in certe situazioni. Il bambino che ha avuto l’opportunità di sviluppare un certo attaccamento ad una figura genitoriale, allorché ne venga separato, presenta un forte disagio; se poi lo si mette in un ambiente sconosciuto e se una serie di persone estranee si prende cura di lui, facilmente questo disagio diventa intenso.

Il modo in cui egli si comporta segue una sequenza tipica. All’inizio protesta con energia e cerca con tutti i mezzi a sua disposizione di recuperare il genitore. Poi sembra che egli disperi di riaverlo, però

15Brazelton B. Touchpoints: The Essential Reference for your child’s Emotional and

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continua a pensare a lui e ad aspettare il suo ritorno. Ancora dopo, egli sembra perdere il proprio interesse per la figura di attaccamento e appare emotivamente distaccato dalla stessa. Nonostante ciò, se il periodo di separazione non è troppo lungo, il bambino non rimane indefinitamente distaccato. Presto o tardi, dopo che lo si è riunito al genitore, il suo attaccamento emerge di nuovo. Dopo di allora per giorni o per settimane, e qualche volta molto più a lungo, egli insiste a volergli restare vicino. Inoltre, tutte le volte che ha l’impressione di poterlo perdere ancora, presenta un’angoscia acuta16. Tutto ciò si riferisce al periodo durante il quale viene più facilmente attivato il comportamento di attaccamento, cioè quello che va dai sei mesi ai cinque anni circa, ma che poi persiste per tutto il decennio successivo anche se va via via a diminuire con il trascorrere degli anni.

Se le figure di attaccamento risultano inaccessibili e/o non disponibili, il bambino sviluppa un attaccamento ansioso. Esso riflette fedelmente il desiderio naturale che una persona ha di uno stretto rapporto con la figura di attaccamento, ma lo stesso è in apprensione temendo che tale rapporto s’interrompa; quando i tempi di separazione si allungano e la separazione avviene in modo particolarmente brusco e si producono frustrazioni eccessive, il bambino diventa preda dei suoi sensi di colpa e diventa fragile di fronte a minacce e punizioni: il suo Io risulta incapace di gestire il conflitto e, di conseguenza, diventa più incline a sviluppare forme patologiche di difesa (Bowlby, 1988).

Un bambino che abbia vissuto intensi e/o ripetuti traumi da separazione, sviluppa atteggiamenti più o meno patologici, ma sempre

16Bowlby J. Attaccamento e perdita. La separazione dalla madre. Bollati Boringhieri, 2000.

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riconoscibili come risposte “sensate” all’evento traumatico. A seconda dell’entità del trauma, dell’età in cui questo si è verificato e della variabile individuale si sviluppano varie forme di patologie, quali un attaccamento particolarmente ansioso con conseguente incapacità di rimanere distante dalla figura di riferimento; delle formazioni reattive per cui il soggetto tende ad esprimere un comportamento iperprotettivo verso gli altri anche in assenza di richieste in tal senso, o tende ad interagire in modo privilegiato con persone “da aiutare”. Questa persona ha sviluppato una fiducia compulsiva in sé stessa per la quale non può tollerare in alcun modo di ricevere aiuto dagli altri. Possono poi, svilupparsi patologie più gravi e importanti, soprattutto se le separazioni sono avvenute precocemente ed in maniera definitiva da uno o entrambi i genitori, oppure se prodotte da minacce frequenti e ripetute che sgretolano il normale attaccamento. Tra le patologie più frequenti troviamo forme psicopatiche di delinquenza con una compulsione a trasgredire le norme, entrare in conflitto con le istituzioni e riproporre su oggetti esterni le violenze subite.

1.3.3 Le risposte del bambino

Il bambino tra i dodici mesi e i tre anni che subisce la separazione e l’allontanamento della madre, in un primo momento metterà in atto dei comportamenti di protesta e sforzi spasmodici per tentare di recuperare la madre perduta (urla, pianti, attenzioni verso gli oggetti che gli ricordano la madre). Per tutto il tempo il bambino sarà sostenuto nei suoi tentativi, dalla speranza e dall’aspettativa del ritorno della madre. In seguito, subentra la disperazione ovvero svanisce la speranza del ritorno della madre; infine cesseranno le richieste affannose e il bambino diventerà apatico, chiuso in sé stesso. Se un bambino viene allontanato dalla madre in questa tenera età, in cui il suo attaccamento è totale, è come se il suo

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intero mondo andasse in frantumi: addirittura per un bambino incapace di comprendere la situazione è come se la madre fosse morta.

Le reazioni della perdita della madre nell’infanzia sono simili a quelle degli adulti che hanno appena subito un lutto. Dopo una fase di chiusura e apatia, il bambino inizia a cercare relazioni nuove e diverse a seconda delle situazioni: se ha a disposizione una specifica figura materna con la quale entrare in rapporto e che si prende cura di lui con affetto, il bambino inizia pian piano ad attaccarsi a lei trattandola quasi come fosse la mamma; altrimenti se il bambino non ha a disposizione una specifica figura, o se ha a che fare con più persone che se ne prendono cura e con cui stabilisce brevi periodi di attaccamento, il bambino diventerà sempre più egocentrico e incline a creare rapporti superficiali e passeggeri con chiunque. Se questo modello si stabilizza, diventerà un grosso problema per lo sviluppo successivo.

Il distacco è caratteristico soprattutto del comportamento del bambino che incontra di nuovo la madre dopo un periodo di separazione: la durata del distacco dalla madre è legata alla durata della separazione. In caso di separazioni lunghe e ripetute durante i primi tre anni di vita del bambino, il distacco persiste a tempo indefinito. Mentre, nel caso di separazioni più brevi il distacco di solito si esaurisce in poche ore, massimo qualche giorno.

Quando genitori e figli si ricongiungono dopo un periodo di lontananza, il comportamento del bambino pone i genitori, soprattutto la madre, di fronte a gravi problemi; la reazione della madre dipenderà di gran lunga dal rapporto che aveva col bambino prima della separazione. Infatti anche i sentimenti della madre verso il figlio possono cambiare nel corso di una

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lunga separazione in cui non ha contatti con lui: è possibile che i sentimenti caldi si raffreddino e che la vita della famiglia si organizzi in modo tale che non ci sia più posto per il ricongiungimento17.

1.3.4 Gli effetti della separazione sullo sviluppo della personalità

Nessuna variabile ha sullo sviluppo della personalità effetti di maggiore portata delle esperienze fatte dai bambini in famiglia. Infatti, a partire dai primi mesi nei rapporti con la figura materna, proseguendo poi negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza nei rapporti con entrambi i genitori, il bambino si costruisce modelli operativi del modo in cui le figure di attaccamento si potranno comportare nei suoi riguardi in più situazioni diverse; su tali modelli sono basate tutte le sue aspettative e tutti i suoi programmi per il resto della vita. Gli studi sull’attaccamento infatti, hanno posto l’accento sulla necessità dei legami che i bambini instaurano con le persone adulte del nucleo in cui crescono; sono questi stessi legami a strutturarne la loro personalità, siano essi intensi, soddisfacenti o meno, o funzionali alla loro crescita.

Le esperienze di separazione dalle figure di attaccamento, di durata breve o lunga, e le esperienze di perdita o di minacce di separazione o di abbandono, agiscono tutte nel senso di allontanare lo sviluppo da un percorso che si trova entro i limiti ottimali, portandolo in un percorso che può trovarsi fuori da tali limiti.

Presentando un’analogia con i binari Bowlby parla di esperienze che agiscono in modo da cambiare le cose negli incroci e far deviare il treno da una linea principale ad un’altra direzione. Spesso, per fortuna, la

17Westheimer I. Changes in response of mother to child during periods of separations in Social Work. 1970. Pp. 3-10.

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deviazione non è né grande né duratura e quindi è anche facile ritornare sulla linea principale. Altre volte, invece, una deviazione può durare a lungo o essere ripetuta, allora il ritorno alla linea principale diventa molto più difficile e può dimostrarsi addirittura impossibile18.

In alcune situazioni il distacco provoca angoscia, un sentimento di malessere, che si esterna in varie forme e a volte si esprime con manifestazioni fisiche. Tutto ciò può aumentare la sensazione di non poter più ricevere cura e affetto dal caregiver e quindi di essere abbandonato a sé stesso; può essere fonte di un sentimento di inadeguatezza a gestire la situazione, ma anche, specie nei bambini più grandi, fonte di delusione, rivalsa e rabbia nei confronti del genitore. In questi casi appaiono da un lato reazioni e sintomatologie depressive e, dall’altro, comportamenti di intolleranza, ribellione verso il genitore o comportamenti ipercompensatori di pseudo-sicurezza e pseudo-non-curanza. In sostanza si crea una situazione in cui diminuiscono le possibilità del bambino di valutare obiettivamente la realtà e possono essere poste le premesse per la strutturazione di un falso Se’: elemento patogeno per lo sviluppo psichico19.

Tali problematiche non si ripercuotono solo sullo sviluppo personale del bambino, ma incidono anche sulla sua socializzazione: il mancato sviluppo di capacità autonome di lettura e di gestione degli eventi, il grave coinvolgimento nelle problematiche della famiglia e le frequenti difficoltà di svincolo da essa (sensi di colpa, ecc.) non solo diminuiscono la sua attenzione e il suo interesse per i rapporti sociali, ma lo rendono spesso

18Bowlby J. Attaccamento e perdita. La separazione dalla madre. Bollati Boringhieri 2000, pag. 456-457.

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anche incompetente negli stessi rapporti. Talvolta le problematiche sono così ansiogene da determinare nel bambino la persistenza di disturbi nel controllo emotivo (eccessiva irritabilità, aggressività apparentemente non motivate), reazioni depressive anche mascherate (con anoressia, insonnia, svogliatezza, instabilità, scarso rendimento scolastico) e disturbi psicosomatici. Inoltre, ciò può sollecitare il bambino all’accentuazione delle difese ponendo ulteriori ostacoli alla sua crescita come persona separata.

In sintesi, nel bambino piccolo un’esperienza di separazione dalla figura genitoriale o di perdita di tale figura genera specifici processi psicologici che sono cruciali sotto il profilo psicopatologico. Questo non significa che si abbia, per forza di cose, come risultato una grave menomazione della personalità, ma la probabilità di sviluppare alterazioni patologiche nello sviluppo è abbastanza alta.

È evidente quindi come l’incertezza riguardo l’accessibilità e disponibilità delle figure di attaccamento, sia una condizione fondamentale affinché si sviluppi una personalità instabile e ansiosa; allo stesso modo possiamo ritenere che, al contrario, una fiducia nell’immancabile accessibilità e appoggio delle figure di attaccamento, sia la base su cui si costituisce una personalità stabile e fiduciosa in sé stessa.

1.4 L’affettività messa alla prova dalla detenzione

La detenzione di un genitore interviene in modo traumatico nelle relazioni familiari con gravi risvolti soprattutto nei figli coinvolti, e, poiché un terzo della popolazione detenuta è genitore, si può comprendere la criticità che ciò rappresenta anche per la società esterna al carcere.

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Proprio questo aspetto sociale del fenomeno assume un ruolo fondamentale nell’intervento psicopedagogico di chi desidera sostenere il genitore nel mantenere il suo ruolo fondamentale, nonostante e durante la detenzione e per sostenere il figlio del detenuto nel mantenere un legame affettivo e relazionale, in modo che il bambino non perda un pezzo fondamentale della storia familiare. Il modo in cui i componenti della famiglia vivono l’esperienza della detenzione varia in base alla durata della stessa e al tipo di reato. Ciò che accomuna tutti i soggetti è l’interruzione dei rapporti familiari che genera per forza di cose una riorganizzazione delle dinamiche relazionali interne alla famiglia e che ricadono soprattutto sui figli. Questi cambiamenti possono causare numerose problematiche che si riflettono sullo sviluppo dei figli con conseguenze anche gravi. Molte ricerche ci dimostrano come un simile allontanamento forzato possa avere come conseguenze crisi d’identità, comportamenti trasgressivi o depressivi, dovuti proprio ad angosce d’abbandono, difficoltà a parlare della propria storia, impossibilità di esercitare padronanza e progettualità riguardo il proprio futuro.

Per questo motivo la soluzione auspicabile risulta essere il mantenimento della relazione genitori-figli, in modo che il genitore possa vivere il proprio periodo di detenzione senza dover rinunciare al proprio ruolo di genitore e il figlio, continuando a mantenere questo essenziale legame, possa crescere avendo consapevolezza della propria storia.

Grazie alle ricerche di René A. Spitz sappiamo che l’impatto dell’allontanamento della madre sullo sviluppo del bambino è considerevole. L’Autore parla di “sindrome di ospedalizzazione” che causa un vero e proprio deperimento psichico, una regressione e un’involuzione. Il bambino che viene abbandonato dal genitore, in

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particolare dalla madre e che quindi perde la figura che lo protegge, regredisce a quella fase di vita in cui ancora non è formato, per cui questa improvvisa e traumatica involuzione può avere esiti tragici20.

Proprio per evitare questa sindrome di ospedalizzazione e di involuzione, alcuni Paesi hanno optato per il non allontanamento del minore dalla madre in caso di reclusione; tuttavia, anche in questa ipotesi, resta comunque un rischio serio per il minore: in effetti il bambino deve poter vivere e crescere in un ambiente umano in cui possa svilupparsi, un ambiente che può essere garantito o dalla presenza della madre o di un valido sostituto materno.

Quando la madre è in carcere non può garantire tutto ciò, essendo la detenzione una esperienza dolorosa e ansiogena che non le permette di svolgere il proprio ruolo come dovrebbe: ecco il motivo della scelta di tenere il bambino in detenzione con la madre per il minor tempo possibile per poi trovare una soluzione alternativa che eviti o attenui traumi. Essendo un argomento molto delicato, le posizioni ed opinioni sull’argomento sono contrastanti, non potendosi a priori decidere cosa sia meglio per il bambino. Molto dipende dalle condizioni carcerarie in cui la madre si trovi reclusa: se l’ambiente fosse particolarmente degradante, se generasse stati di ansia nella madre, è facile intuire come ella non sarebbe nel pieno delle capacità fisiche e mentali e di conseguenza non potrebbe garantire il sostegno adeguato al proprio figlio. D’altro canto, si potrebbe prendere l’esempio delle prigioni tedesche “aperte”, dove alle mamme detenute è consentito il lavoro all’esterno e il rientro nel luogo di detenzione la sera, per cui i bambini frequentano la scuola delle varie

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comunità, ed in tali condizioni un bambino può restare vicino alla madre senza dover essere costretto - pur ‘egli- a sopportare la situazione di reclusione.

Il problema principale, dunque, è capire quale siano i veri strumenti e le concrete possibilità che il sistema penitenziario conceda alla madre detenuta per contribuire effettivamente al sano sviluppo del figlio21.

1.4.1 Separazione e rimozione dei genitori

Un altro fattore di rischio, che segue alla separazione prolungata dal genitore, è la “cancellazione” dello stesso. Questo accade quando un genitore, assente dal proprio ambiente familiare in specie detenuto, viene completamente eliminato e di lui in famiglia o nel contesto non si parli più. In pratica accade che si imponga al bambino di non parlare della condizione reclusiva del genitore, oppure di cercare un sostituto.

Questo allontanamento psichico, quando è lungo e duraturo, crea delle patologie identitarie anche molto gravi. Un genitore cancellato non è un genitore di cui si libera il bambino, ma, anzi, lo si lega a lui nel senso che diventa un elemento determinante del suo presente e del suo futuro. Bisogna quindi “storicizzare” l’individuo: prima che un individuo possa esistere come soggetto, deve essere “assoggettato”, avere una storia familiare, un passato22. I bambini che vivono angosce del genere sono più esposti degli altri a processi che portano alla trasgressione.

21 Seminario bambinisenzasbarre I legami familiari alla prova del carcere in collaborazione con Relais Enfants Parents (Parigi), Eurochips (Parigi), col sostegno di Fondazione van Leer (L’Aia).

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Più siamo certi del nostro passato, meglio lo possediamo, più siamo capaci di programmare il nostro futuro; meno siamo parte di un racconto e di una storia familiare, meno saremo reattivi rispetto al futuro, reagendo in modo impulsivo alle condizioni del presente. Queste reazioni portano alla trasgressione o alla remissione di qualsiasi desiderio, ovvero alla depressione.

Quando si cancella la storia di un genitore al bambino perché è detenuto, lo si espone a questi rischi: una delle conseguenze maggiori è la possibilità di sviluppare patologie del comportamento, difficoltà a sopportare frustrazioni e la posticipazione dei propri progetti, di conseguenza trasgredirà o al contrario vivrà una vita inanimata, cupa e depressa.

1.5 L’assistente sociale e le relazioni familiari

Avere a che fare con i figli dei detenuti è proprio una delle più grosse difficoltà che i servizi sociali incontrano all’interno dei sistemi penitenziari.

La figura dell’assistente sociale, in tali situazioni, è importante perché, in un’ottica di rete, crea delle sinergie con i servizi sociali esterni che si occupano del sostegno alle famiglie, collegandolo in questo modo con il lavoro svolto internamente sul sostegno alla genitorialità nel carcere. Si tenga conto che, molto spesso, i detenuti sono soggetti che, secondo un orientamento culturale diffuso, sono ritenuti non più in grado di essere dei buoni genitori. Hanno bisogno quindi di essere supportati nel ritrovare la legittimazione del proprio ruolo, dato che per molti genitori detenuti, separarsi dai figli significa “sparire” non solo dal rapporto quotidiano con i figli, ma dal più ampio contesto familiare e sociale del bambino.

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Sotto tale profilo assume specifico rilievo la figura e la funzione dell’assistente sociale, per il quale l’Ordinamento penitenziario prevede espressamente che “Nelle sedi degli uffici di sorveglianza sono istituiti centri di servizio sociale per adulti. I centri, a mezzo del personale di servizio sociale, provvedono ad eseguire, su richiesta del magistrato di sorveglianza o del tribunale di sorveglianza, le inchieste sociali utili a fornire i dati occorrenti per l’applicazione, la modificazione, la proroga e la revoca delle misure di sicurezza e per il trattamento dei condannati e degli internati, nonché a prestare la loro opera per assicurare il reinserimento nella vita libera dei sottoposti a misure di sicurezza non detentive (…)23

L’introduzione del servizio sociale nel sistema penitenziario in Italia ha costituito una importante svolta. Esso corrisponde alla crescente presa di coscienza del fatto che il fenomeno della criminalità non può essere veramente compreso se si continua ad ignorarne la dimensione sociale: anche l’individuo che delinque non può essere completamente valutato ove non si consideri la variabile ambientale e relazionale in cui la sua vita si è posta fino al momento in cui contravviene alle leggi dello Stato24. L’assistente sociale, dunque, può essere considerato come una figura di collegamento tra il carcere e la società. Egli svolge varie funzioni e competenze, tra cui quella di eseguire le inchieste sociali, ovvero raccogliere e organizzare tutti i dati che riguardano la vita del detenuto nel

23 Art.72 L.354/1975 Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle

misure privative e limitative della libertà. Titolo II -Disposizioni relative alla

organizzazione penitenziaria. Capo III -Servizio sociale e assistenza.

24Breda R., Di Gennaro G., La Greca G. Ordinamento penitenziario e misure

alternative alla detenzione: commento alla L. 26 luglio 1975 n. 354 e successive modifiche, con riferimento al regolamento di esecuzione e alla giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione. Giuffrè, 1997.

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suo contesto sociale, ambientale e relazionale. Queste inchieste sono fondamentali per l’applicazione, la modifica, la proroga o la revoca di una misura di sicurezza, oppure vengono richieste per il trattamento dei condannati. Tra le altre funzioni l’assistente sociale fornisce opera di consulenza al Tribunale e al Magistrato di Sorveglianza, ma anche al Direttore del carcere per ogni questione inerente il trattamento dell’internato.

Proprio per questo l’assistente sociale partecipa anche all’équipe di osservazione e di trattamento dei condannati e degli internati, per cui la normativa ha previsto che la sua attività non sia limitata all’esterno o a semplici attività d’informazione, ma avvenga anche all’interno dell’istituto penitenziario in una dimensione nuova capace di contribuire, insieme alla dimensione educativa, all’arricchimento delle qualità tecniche e umane dell’ambiente penitenziario.

La funzione più importante dell’assistente sociale è sicuramente la cura delle relazioni dei detenuti con i loro familiari come parte del trattamento penitenziario. Questo tipo di assistenza è finalizzata alla conservazione, al miglioramento, o ristabilimento dei rapporti familiari, soprattutto nei momenti di crisi che seguono la separazione del congiunto dalla sua famiglia, in vista di un positivo reinserimento sociale. Lo strumento maggiormente utilizzato dall’assistente sociale è il colloquio che ha lo scopo di offrire appoggio e sostegno rispetto allo sconforto che la detenzione comporta, appoggio che proseguirà anche nel momento della scarcerazione. Infatti, l’art. 46 della L.354/1975 disciplina l’assistenza post-penitenziaria: “I detenuti e gli internati ricevono un particolare aiuto nel periodo di tempo che immediatamente precede la loro dimissione e per un congruo periodo a questa successivo. Il definitivo reinserimento

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nella vita libera è agevolato da interventi di servizio sociale svolti anche in collaborazione con gli enti indicati nell’articolo precedente”25.

Questi principi sono ispirati dall’idea che non sarebbe possibile lavorare per il reinserimento sociale del detenuto se non si tiene conto del contesto sociale, familiare e ambientale dello stesso anche al di fuori del carcere. In questa ottica si riesce ad esaminare il comportamento penalmente sanzionabile (o sanzionato), come una piccola parte di una più ampia fotografia che è la vita del detenuto rappresentata dalle azioni e dalle relazioni familiari. Lavorando sul più ampio contesto, l’assistente sociale riesce ad individuare i soggetti significativi che fanno parte della famiglia, riesce a focalizzarsi sulle problematiche specifiche della stessa e comprendere l’atteggiamento che il nucleo familiare ha nei confronti del reato commesso dal congiunto (giustificazione, rifiuto, favoreggiamento, vergogna…); così facendo egli analizza i punti di forza e di debolezza della famiglia rispetto allo specifico obiettivo, ovvero il reinserimento sociale del congiunto detenuto. Attraverso l’analisi del sistema familiare è possibile cogliere l’effetto o il deficit derivante dalla situazione di disagio, in modo da progettare possibili percorsi per attuare il cambiamento. Il problema si presenta nel momento in cui ci si trova di fronte alle famiglie cosiddette “multiproblematiche” che partecipano con più difficolta e resistenza all’analisi della situazione e quindi al cambiamento; e la maggior parte delle volte, l’esecuzione della pena investe proprio questo tipo di famiglie, il cui ambiente di vita è condizionato dalla situazione abitativa, di solito instabile e problematica e dalla situazione lavorativa, spesso precaria e marginale.

25 Art. 46 L 354/1975. Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle

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Nelle indagini sociali, l’assistente sociale tiene conto di più fattori e variabili:

- Caratteristiche dei componenti della famiglia: numero, età, titolo di studio, esperienze professionali.

- Dati anagrafici di base della famiglia: acquisita, di fatto, formalizzata.

- Dati sul vicinato, sugli amici, sull’ambito di lavoro. - Rapporti e dinamiche intra/interfamiliari.

- Solidarietà familiare.

- Ruolo del soggetto detenuto all’interno della famiglia. - Individuazioni di eventuali soggetti problematici, devianti. - Atteggiamento dei familiari nei confronti del reato.

- Situazione economica e socioculturale. - Eventi migratori.

L’analisi di questi fattori rileva in che modo la famiglia e il contesto di riferimento abbiano influito sulla situazione attuale del soggetto e quindi in che maniera la famiglia costituisca un vincolo, un limite per la persona o un’opportunità, una risorsa che sostiene e facilita la stessa.

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CAPITOLO 2

“Genitori tra responsabilità penale e genitoriale.”

Introduzione

L’oggetto di studi del presente elaborato è rappresentato dalle figure genitoriali che hanno commesso un fatto illecito al quale l’ordinamento giuridico ricollega come conseguenza una sanzione penale.

I soggetti che vengono a trovarsi nella predetta situazione pongono alla nostra attenzione la necessità di contemperare due distinte ipotesi di responsabilità: da un lato la responsabilità genitoriale, soprattutto in presenza di figli minorenni, dall’altro quella penale dovuta alla conseguenza del comportamento o azione illecita adottata. Tutto ciò implica che, dovendo questi soggetti rispondere ovviamente del reato commesso e quindi scontare la pena detentiva che ne consegue, sono “obbligati” alla separazione dalla famiglia di origine e ad una limitazione nello svolgimento delle funzioni genitoriali che agli stessi spettano. Il termine responsabilità nel linguaggio quotidiano fa riferimento al fatto che chiunque agisca liberamente deve poi rispondere a qualcuno o qualcosa del proprio comportamento e, allo stesso modo, è tenuto a pagarne le conseguenze. Questo significato è legato a quello di “imputazione”, utilizzato in campo sia giuridico che morale.

Un’altra accezione del termine responsabilità fa invece riferimento al caso in cui una persona debba rispondere “di” qualcuno o “di” qualcosa nel

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significato di presa in carico26: significa essere responsabili di una terza persona come nel caso del genitore responsabile nei confronti del figlio. I sopra citati due modi di intendere la responsabilità vengono distinti in responsabilità conseguente nel primo caso e responsabilità antecedente nel secondo caso.

2.1 Responsabilità antecedente: responsabilità genitoriale

La responsabilità antecedente si riferisce all’essere responsabili di una terza persona, nel nostro caso specifico il figlio a carico.

Con il D.lgs. n 154/2013 il legislatore ha modificato l’espressione potestà genitoriale con quella di “responsabilità genitoriale27” con una accezione che pone l’accento sui doveri di cura realizzati nell’esclusivo interesse del figlio. Il significato che questa espressione assume nel nostro ordinamento, si riferisce all’obbligo del genitore di tenere o non tenere un determinato comportamento, la cui trasgressione comporta conseguenze sanzionatorie28.

Dato che l’importanza della funzione genitoriale nella vita e nello sviluppo del figlio è stata ampiamente trattata nel capitolo 1, è importante soffermarsi sull’aspetto prettamente giuridico che tale funzione rappresenta: la responsabilità genitoriale è correlata ai doveri dettati dalla legge che ogni genitore ha appunto l’obbligo di rispettare nei confronti del proprio figlio.

26Turoldo F. Bioetica ed etica della responsabilità dai fondamenti teorici alle

applicazioni pratiche. Cittadella Editrice Assisi. 2009.

27 Ivi p. 2.

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Indipendentemente dalla sussistenza del vincolo matrimoniale tra i genitori, essere genitori significa assumersi la responsabilità di mantenere, istruire, educare ed assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni29.

I genitori sono tenuti ad avere atteggiamenti e comportamenti positivi che facciano da esempio affinché i figli possano identificarsi in loro.

Essere genitori responsabili significa riconoscere che i figli abbiano bisogno sì di cure e affetto, ma anche di tutte quelle attenzioni utili per la crescita e la formazione che possano consentire loro l’ingresso nella società.

2.2 Responsabilità conseguente: responsabilità penale

Per responsabilità precedente si intende il caso in cui chi compie una determinata azione è tenuto poi a rendere conto delle conseguenze che questa azione comporta sul piano giuridico e morale.

Dal punto di vista giuridico, nel diritto civile la responsabilità comporta il risarcimento dei danni causati dalla propria azione, così come previsto dalla legge; nel diritto penale invece, comporta l’obbligo di scontare una pena.

La responsabilità come imputazione significa quindi essere responsabili di fronte ad un altro che, nel caso di reato, può essere la vittima, il giudice, la società.

29Art. 315 bis Codice Civile. LIBRO PRIMO -Delle persone e della famiglia. TITOLO IX -Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio. Capo I -Dei diritti e doveri del figlio.

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La legislazione italiana distingue la responsabilità penale dall’imputabilità: per responsabilità penale si intende l’obbligo di sottoporsi alle pene previste dal Codice Penale in base al reato commesso, per imputabilità invece si intende la capacità di intendere e volere nel momento del compimento del fatto. Sono due fenomeni strettamente correlati, infatti: “nessuno può essere punito per un’azione od omissione preveduta dalla legge come reato se non l’ha commessa con coscienza e volontà”30 (art. 42 C.P. Responsabilità per dolo o per colpa o per delitto preterintenzionale. Responsabilità obiettiva). A questo punto è ben chiara la relazione tra responsabilità penale e imputabilità: una persona può essere dichiarata responsabile di un reato solo quando ne se sia stata accertata la capacità di intendere e di volere.

La questione centrale dunque resta quella di capire come un genitore che deve rispondere davanti alla legge e date le circostanze giuridiche e morali, possa continuare ad esercitare la funzione genitoriale in termini di presa in carico del proprio figlio a cui deve assicurare cura, affetto e protezione.

2.3 Quadro normativo di riferimento

Quando la pena detentiva viene espiata da una persona che sia genitore di un figlio minore oppure da una donna in stato di gravidanza, l’esecuzione della pena avrà delle conseguenze oltre che sulla vita del condannato,

30 Tale comma esige per la configurabilità del reato la c.d. suitas, ovvero la coscienza

e volontà della condotta. Viene quindi richiesta l’esistenza di un nesso psichico tra l’agente ed il fatto, il quale si viene a creare tutte le volte in cui la condotta è posta in essere volontariamente e quando, anche se non sussisteva tale esplicita volontà, con uno sforo del volere la condotta integrante il reato poteva essere evitata dal soggetto. Ci si riferisce qui agli atti automatici od abituali e ai fatti compiuti in stato emotivo, salvi i casi in cui può essere esclusa l’imputabilità (art.46 C.P), mentre non vi rientrano gli atti istintivi o riflessi, in quanto propri del mondo meccanico ed indipendenti dalla volontà. www.brocardi.it .

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