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UNIVERSITA DEGLI STUDI DI VERONA FACOLTA DI ECONOMIA CORSO DI LAUREA IN ECONOMIA E LEGISLAZIONE D IMPRESA DIPARTIMENTO DI ECONOMIA AZIENDALE

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UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI VERONA FACOLTA’ DI ECONOMIA

CORSO DI LAUREA IN ECONOMIA E LEGISLAZIONE D’IMPRESA DIPARTIMENTO DI ECONOMIA AZIENDALE

TESI DI LAUREA SPECIALISTICA

IL RUOLO DEGLI INCUBATORI NELLA NASCITA DI UNA START UP:

IL CASO DI START CUBE A PADOVA

Relatore

Chiar.ma Prof.ssa Bettina Campedelli

Laureando:

Antonio Furfari

ANNO ACCADEMICO 2007-2008

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INDICE

IL RUOLO DEGLI INCUBATORI NELLA NASCITA DI UNA START UP:

IL CASO DI START CUBE A PADOVA

PRESENTAZIONE Pag. 1

1. GLI INCUBATORI DI IMPRESA: LA LORO ATTIVITA’ E LA SITUAZIONE ITALIANA

1.1 Premessa Pag. 7

1.2 Alcuni aspetti generali: Origine e Definizioni Pag. 12 1.3 L’attività di incubazione in Italia Pag. 22 1.4 Gli Incubatori Profit Oriented in Italia: I Corporate Business Incubators, gli indipendent

private incubators Pag. 29

1.5 Gli Incubatori no-profit in Italia: I Parchi scientifici e tecnologici, I business Innovation

Centres Pag. 36

1.6 Un confronto fra gli incubatori italiani e la realtà internazionale Pag. 46

2. GLI INCUBATORI UNIVERSITARI: LA LORO ATTIVITA’ E UN CONFRONTO CON GLI ALTRI INCUBATORI

2.1 Definizioni, origine e alcuni aspetti generali Pag. 51 2.2 Gli spin off universitari Pag. 58 2.3 L’attività di promozione: la creazione di network relazionali Pag. 66 2.4 L’attività di selezione: lo scouting delle idee imprenditoriali Pag. 69 2.5 L’attivita’ di incubazione d’un incubatore universitario Pag. 78 2.6 Un confronto tra tutte le diverse strutture di incubazione Pag. 86

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3. UN CASO DI INCUBAZIONE DEL VENETO: LO START CUBE DI PADOVA 3.1 Premessa: i CITT e gli incubatori del Veneto Pag. 99 3.2 Presentazione dell’incubatore universitario in attività a Padova Pag. 106 3.3 L’organizzazione e linee guida dell’attività di Start Cube Pag. 110 3.4 Il network di Start Cube: i contatti nel mondo della ricerca e nel mondo economico-

imprenditoriale Pag. 113

3.5 La fase di pre-incubazione: l’accesso all’incubatore Pag. 119 3.6 I servizi e le attività offerte nella fase d’incubazione: i servizi commodity e i servizi a

valore aggiunto Pag. 126

3.7 Altre iniziative e progetti di Start Cube Pag. 136 3.8 Indagine sulle imprese transitate presso Start Cube Pag. 141

APPENDICE: Pag. 153

• Schede informative su imprese transitate a Start Cube

• Questionario elaborato dal tesista e compilato dal Direttore di Start Cube

Bibliografia Pag. 169

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PRESENTAZIONE

L’idea di sviluppare una tesi sugli incubatori d’impresa nasce da una precedente ambizione: quella di costituire una società insieme a un collega di studi. E’ attraverso la ricerca di quei soggetti che potessero aiutare nello sviluppo dell’idea imprenditoriale che il tesista ha avuto modo di conoscere l’esistenza degli enti che sono divenuti poi oggetto della tesi. E mentre lo studente si accorgeva che l’idea imprenditoriale presentava un’eccessiva complessità di realizzazione, nasceva l’interesse e la curiosità sull’origine e sull’operato degli enti di incubazione.

In seguito si è deciso di effettuare una ricerca di tesi sul ruolo degli incubatori cercando anche di analizzare un caso pratico. L’individuazione del caso pratico è ricaduta su Start Cube di Padova in virtù di una precedente esperienza dello studente che l’aveva messo direttamente in contatto con tale incubatore. Infatti, nel 2006 lo studente aveva avuto modo di partecipare alla Business Plan Competition denominata Start Cup Veneto che viene organizzata dall’incubatore padovano in collaborazione con la Regione e le università del Veneto. I contatti precedentemente acquisiti insieme con le preziose informazioni ottenute dall’Industrial Liason Office dell’Università di Verona hanno permesso di svolgere con successo la ricerca oggetto della tesi.

L’obiettivo di questa tesi è quindi quello di conoscere in modo approfondito il ruolo che gli incubatori d’impresa svolgono nella nascita di imprese innovative, analizzando sia i pochi aspetti teorici che gli studiosi sono riusciti ad elaborare su queste nuove realtà, sia i dati che si possono ricavare da una esperienza empirica.

La tesi “Il ruolo degli incubatori nella nascita di una Start Up: Il caso di Start Cube a Padova” si sviluppa in tre capitoli che attraverso una articolata suddivisione in paragrafi cercano di spiegare cosa sono gli incubatori d’impresa, quali caratteristiche hanno gli incubatori di origine universitaria e come opera l’incubatore padovano divenuto oggetto di analisi.

Dopo una breve delucidazione sugli operatori del private equity, il primo capitolo inizia con la spiegazione dei problemi e le difficoltà che debbono affrontare le imprese innovative nella fase di start up e che verrebbero risolti con facilità se ci fossero dei soggetti esterni che appoggiano le idee imprenditoriali più tecnologiche e quindi più rischiose. E’ infatti dai reali bisogni del mondo imprenditoriale e quindi del mercato che

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negli Stati Uniti, attorno agli anni ‘50, nascono gli incubatori d’impresa e solo successivamente questi enti, società o consorzi nascono e si sviluppano negli altri paesi più industrializzati. Dall’inizio degli anni ‘80 gli incubatori hanno avuto una diffusione e uno sviluppo tale che per gli studiosi è divenuto piuttosto difficile individuare una definizione comune. Nella tesi si è così scelto di utilizzare la definizione della National Business Incubation Association che definisce gli incubatori come quelle strutture di sostegno utili alla nascita e alla crescita delle imprese, dove gli imprenditori possono trovare tutte le attrezzature e l’assistenza necessaria per far decollare l’idea imprenditoriale.

Nel terzo paragrafo del primo capitolo, particolare attenzione viene dedicata alle forme e alle peculiarità dell’incubazione in Italia, nell’intento sia di individuare i settori di investimento prediletti, sia i dati dimensionali che la caratterizzano. In particolare emerge che in Italia sin dai primi casi la forma prediletta di incubazione è stata quella non orientata all’ottenimento del profitto, ma al raggiungimento di obiettivi sociali. Per questo motivo nei due paragrafi successivi dopo una breve spiegazione delle peculiarità degli incubatori profit oriented si è scelto di soffermarsi con attenzione su due tipologie di incubatori no profit oriented, i Business Innovation Centre e i Parchi Scientifici e Tecnologici. Le differenze tra loro, seppur minime, sono state oggetto di un attento confronto e di una attenta analisi nel secondo capitolo.

Infine il primo capitolo termina con un confronto tra gli incubatori italiani e la realtà internazionale da cui emerge innanzitutto un differente rapporto numerico tra strutture no profit e strutture profit oriented; inoltre si evidenziano anche differenti scelte in termini di collaborazioni tra incubatori e in termini di supporto finanziario offerto alle imprese incubate.

Successivamente la ricerca si sofferma con attenzione sugli incubatori universitari nell’intento di cogliere in che modo le università possano essere utili per effettuare un trasferimento di tecnologia tale da rendere i risultati delle ricerche dei veri propri prodotti spendibili sul mercato. Infatti, il legame che unisce l’università agli incubatori permette a questi ultimi di raggiungere la propria mission principale che consiste nell’offrire servizi di consulenza e spazi ai propri studenti, ricercatori e docenti allo scopo di far evolvere le loro idee innovative verso reali applicazioni industriali. In questo modo il trasferimento tecnologico verso l’ambito applicativo diventa più

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semplice poiché gli incubatori universitari apportano le competenze necessarie per superare la difficile fase relativa al passaggio da un lavoro di ricerca a un prodotto/servizio o processo pienamente industrializzato. A tale scopo gli Spin Off danno un importante contributo nella fase di trasformazione e dalla ricerca emerge che essi sono tra le imprese che più sfruttano i servizi offerti dagli incubatori universitari.

Questi servizi difficilmente prevedono l’offerta di un sostegno finanziario diretto ma offrono sia i servizi commodity delle strutture di incubazione sia, in particolare, quei servizi che sono specifici dell’università, come la consulenza dei professori, l’accesso ai laboratori e alle infrastrutture scientifiche e una relazione forte con le industrie che già sponsorizzano la ricerca universitaria.

Così come in ogni organizzazione, anche negli incubatori universitari emerge che è importante tutto ciò che riguarda le relazioni e i contatti con l’ambiente esterno perché ciò permette di fornire alle imprese ospitate l’opportunità di crescere in un ambiente culturalmente stimolante, con un’ottima visibilità nei confronti del mercato. In questo modo l’incubatore, attraverso una strategia di networking, permette alle imprese incubate sia di ricevere quei servizi che non vengono direttamente forniti dalla struttura sia di farsi conoscere all’esterno per accelerare il proprio accesso al mercato. E’ risultato quindi che ciò che viene definito network incubator sta prendendo sempre più piede sia per sopperire alle difficoltà delle imprese incubate sia per permettere all’incubatore di promuoversi e di farsi conoscere all’esterno dell’ambiente universitario.

Dalla ricerca è, inoltre, risultato evidente che più gli incubatori universitari hanno agito per pubblicizzarsi più sono aumentate le domande di accesso ai servizi offerti dalla struttura da parte dei potenziali imprenditori. L’aspetto della selezione è risultato perciò molto importante, per cui la tesi ha dedicato molta attenzione agli strumenti e ai metodi che il personale dell’incubatore utilizza per effettuare la selezione delle domande; essa avviene in modo tale che solamente gli imprenditori che rispettano i criteri di innovatività e realizzabilità dell’idea imprenditoriale possano accedere alla struttura.

Infatti, esiste un gruppo di persone specializzate nello Scouting delle idee imprenditoriali che nel rispetto dei criteri di selezione dovrà adoperarsi per valutare elementi come la fattibilità del progetto di impresa e la validità e la competenza dei potenziali imprenditori. Il rispetto dei criteri è attuato attraverso l’analisi rigorosa e allo stesso tempo flessibile sia dei curricula dei potenziali imprenditori sia dei business plan

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delle start up, con lo scopo finale di evitare lo scarto di idee apparentemente incerte, ma potenzialmente ricche di opportunità. Comunque, è chiaro che anche per gli stessi incubatori non è sempre agevole tracciare una linea di demarcazione tra lo scouting e le prime fasi di incubazione poiché spesso la selezione delle idee imprenditoriali risulta avvenire contemporaneamente alla fase di pre - incubazione. Infatti, l’attività di incubazione intesa come l’insieme di operazioni attuate dall’incubatore per trasformare l’idea imprenditoriale in impresa consolidata, inizia spesso con l’assistenza alla predisposizione del business plan che è una azione propria della fase di pre-incubazione.

In questo modo i selezionatori si limitano a valutare l’innovatività dell’idea imprenditoriale e i curriculum dei potenziali imprenditori, per poi collaborare con questi ultimi per verificare la fattibilità dell’idea.

Dalla ricerca risulta quindi che nella fase di pre-incubazione l’incubatore universitario ha spesso il ruolo di intervenire nella progettazione dell’impresa sia attraverso l’individuazione dei profili mancanti e il completamento del team imprenditoriale, sia attraverso le analisi di mercato che hanno lo scopo di individuare il prodotto core dell’azienda in procinto di nascere. In seguito, attraverso le fasi di incubazione di early stage financing avvengono l’organizzazione e la costituzione della azienda e attraverso la fase di accelerazione di impresa avviene il consolidamento del business model in modo tale da permettere alla start up di divenire autonoma sul mercato.

Infine, dopo aver analizzato i tipi di servizi offerti dal personale degli incubatori universitari si è ritenuto utile confrontare questi ultimi con gli altri incubatori no profit e gli incubatori profit oriented. La prima differenza che è emersa è che mentre gli incubatori no profit chiedono solamente il pagamento dei canoni di affitto degli uffici, gli incubatori profit oriented chiedono il pagamento di tutti i tipi di servizi offerti.

Questo ha dimostrato che gli incubatori no profit riescono a sopravvivere prettamente grazie ai finanziamenti pubblici, mentre gli altri operano sul mercato come delle vere proprie imprese e anzi in taluni casi procedono addirittura come dei venture capitalist poiché finanziano direttamente le imprese incubate arrivando ad acquisire partecipazioni (modelli fee based e modelli equity oriented).Dal fatto che alcuni incubatori privati si sotengono anche con i ricavi dell’offerta di servizi nasce l’interesse a offrire servizi altamente personalizzati che consentano un avvio e un’autonomia dell’azienda incubata nei tempi piu’ brevi possibili. Infatti, l’incubatore privato tende a

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incubare le start up per un periodo di poco superiore a 11 mesi, mentre l’incubatore no profit ospita le start up per un periodo medio di tre anni con punte di quasi 4 anni per i Business Innovation Centre.

Considerando i dati di una ricerca AIFI riguardanti i settori d’investimento prediletti dagli incubatori e gli indicatori dimensionali della struttura organizzativa, è stato possibile riscontrare altre importanti differenze sia tra gli incubatori privati e pubblici sia all’interno di questi ultimi. In particolare è emerso che gli incubatori no profit tendono ad essere di tipo generalista, per cui non si specializzano né in un settore d’investimento specifico né in una fase d’incubazione, contrariamente alla tendenza degli incubatori orientati al profitto. Un facile e immediato indicatore della tipologia di incubatore è risultata essere la dimensione: una dimensione ridotta è peculiare degli incubatori privati i quali, insieme a quelli universitari, sono concentrati nell’offerta di servizi altamente specializzati. Invece, i BIC e i Parchi scientifici sono risultati incubatori di maggiore dimensione poiché caratterizzati da una forte componente immobiliare necessaria per l’offerta di servizi logistici. Tali differenze dimostrano che l’incubatore universitario e in generale l’incubatore d’impresa, al momento della sua scelta dimensionale, deve assolutamente valutare se focalizzarsi nell’offerta di servizi logistici oppure se concentrarsi nell’offerta di servizi specialistici, poiché ciò comporta grosse differenze nella struttura dell’organizzazione.

L’ultimo capitolo è stato quello che ha richiesto maggiori ricerche e maggiore impegno per il tesista, poiché è stato necessario individuare dapprima informazioni sull’incubazione nella Regione Veneto per poi analizzare con più consapevolezza il caso padovano. Alla premessa che spiega chi sono e come operano gli incubatori e gli altri Centri per il trasferimento tecnologico del Veneto segue una breve presentazione di Start Cube che funge da punto di partenza per le successive analisi. E’ emerso così che Start Cube è un progetto fortemente voluto dall’Università di Padova che, insieme con la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, ha ritenuto necessaria la nascita di un incubatore per accogliere le idee imprenditoriali provenienti dall’Università.

Nonostante la Mission sia oggi incentrata sull’accoglienza di tutte le iniziative imprenditoriali innovative, a circa 5 anni dalla nascita si è notato che la maggioranza delle imprese ospitate sono tutt’ora di origine universitaria. Il motivo di ciò risulta essere collegato sia al fatto che molti componenti dell’organizzazione sono legati

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all’università di Padova, sia alle scelte relative all’attività di scouting delle idee imprenditoriali, sia alle scelte relative alle collaborazioni

In particolareinfluiscono sull’accesso all’incubatore padovano, oltrechè i criteri di selezione simili a tutti gli incubatori universitari, l’impostazione delle categorie d’imprese privilegiate. Tali categorie sono state impostate dal Consiglio direttivo dell’incubatore in modo tale che fosse data priorità all’accesso delle imprese che hanno partecipato alla Business Plan Competition Start Cup Veneto e agli Spin off universitari.

In questo modo, da un’analisi dei componenti delle start up, è risultato chiaro anche il motivo per cui la maggioranza dei fondatori delle imprese incubate si siano laureati all’Università di Padova.

L’incubatore padovano è risultato essere un incubatore universitario generalista (nessuna specializzazione settoriale) che non offre direttamente sostegno finanziario, e perciò offre il sostegno finanziario e i servizi a valore aggiunto per mezzo di un network che coinvolge sia consulenti, che professori che operatori del Private Equity. Infatti, anche se il direttore e i suoi collaboratori offrono taluni servizi a valore aggiunto si è reso necessario contattare professori e/o professionisti di Padova che offrono servizi a tariffe agevolate. Mentre, per quanto riguarda i servizi logistici, è stato possibile verificare con dati del mercato che l’offerta degli spazi da parte di Start Cube oltre ad essere valida è anche molto vantaggiosa per qualsiasi potenziale imprenditore che sia alla ricerca di una sede dove dare inizio alla propria idea imprenditoriale.

Nell’ultima parte della tesi, il laureando ha scelto di effettuare una indagine sulle imprese transitate a Start Cube con l’intento di cogliere i dati sul loro settore di attività e sulla loro dimensione. Per quanto riguarda il primo aspetto si è notato che nonostante venga rispettato lo sbilanciamento che tutti gli incubatori hanno verso i settori dell’ICT e della consulenza, a Start Cube sono particolarmente gettonati i settori relativi alle Biotecnologie e all’Ambiente e Territorio. Per quanto riguarda la dimensione, invece, si sono analizzati i dati pervenuti sul fatturato e sul numero di addetti, in modo da sottolineare le differenze riscontrate tra aziende uscite e aziende ancora oggi incubate.

Nella parte finale della tesi compaiono un’appendice contenente un questionario informativo elaborato dallo studente e alcune schede informative sulle imprese transitate a Start Cube; l’intento dell’appendice è quello di mostrare alcuni documenti che si sono rivelati significativi per la conclusione dell’elaborato di tesi.

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1. GLI INCUBATORI DI IMPRESA: LA LORO ATTIVITA’ E LA SITUAZIONE ITALIANA

1.1 PREMESSA

L’idea di sviluppare un’attività economica e di affrontare la competizione sul mercato è chiaramente il nucleo centrale di qualsiasi nuova iniziativa imprenditoriale. Il potenziale imprenditore necessita di una idea completamente nuova, di una ideazione creativa che permetta di garantire un vantaggio competitivo nei confronti di potenziali concorrenti.

Ma egli ha anche il bisogno materiale di un supporto che lo aiuti nel reperire quelle risorse materiali e quelle competenze necessarie per lo sviluppo dell’attività.

In effetti si può affermare che a ogni stadio del ciclo di vita dell’impresa segue uno specifico intervento da parte di un investitore istituzionale1, che varierà l’apporto di capitale e know-how in base alle esigenze espresse dall’impresa in quel momento specifico. In considerazione di tali esigenze strategiche, i vari operatori del mercato dei capitali hanno effettuato una classificazione delle varie esigenze e problematiche imprenditoriali in modo tale da permettere una facile segmentazione del mercato del capitale di rischio.

La Macroripartizione più adatta alla realtà economica distingue il mercato del Private Equity in:

• Operazioni di seed financing e start up financing, che insieme costituiscono gli investimenti definiti di early stage, volti a finanziare la fase di avvio dell’impresa;

• Operazioni di expansion financing o development capital, che costituiscono quella serie di interventi effettuati in imprese già esistenti ma che necessitano di capitali per consolidare la crescita in atto;

1 L’investimento istituzionale nel capitale di rischio prevede l’apporto di risorse finanziarie da parte di operatori specializzati, sotto forma di partecipazione al capitale azionario o di sottoscrizione di titoli obbligazionari convertibili, per un arco temporale medio-lungo, in aziende dotate d un progetto e di un potenziale di sviluppo. Fonte: AIFI E PRICEWATERHOUSECOOPERS, Guida pratica al capitale di rischio: Avviare e sviluppare una impresa col venture capital e il private equity, AIFI E

PRICEWATERHOUSECOOPERS, Cap 1

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• Operazioni di management buy-out/buy-in, accompagnate dall’uso della leva finanziaria come strumento di acquisizione o di cambiamento societario, indirizzate alla sostituzione totale della proprietà e degli assetti dell’impresa a favore di soggetti interni o esterni alla società stessa;

L’early stage financing rappresenta il comparto del private equity dove l’attività dell’intermediario finanziario tende a configurarsi nella sua completezza di apporto, contemporaneamente, finanziario e manageriale. Per cui con operazioni di seed e start up financing l’intervento del venture capital ha sia una funzione di finanziatore che una di gestore e/o pianificatore di imprese nella fase di avvio.2

In particolare, una impresa nella fase di avvio ha bisogno di ingenti investimenti nel medio periodo e un’iniezione di capitale di rischio per sostenere le fasi iniziali. Tali risorse monetarie sono, però, non sempre facili da reperire. Per gli investitori e, soprattutto, per gli istituti di credito, è infatti difficile valutare e stimare il volume di capitale effettivamente necessario, così come il rischio di insuccesso dell’impresa. Le start up coprono dunque i propri fabbisogni finanziari ricorrendo sempre più spesso agli investitori istituzionali nel capitale di rischio che operano nell’early stage financig.

L’imprenditore si rivolge quindi a quelli che generalmente vengono definiti Private equity investors o Venture capitalists3 ma che comprendono tre specifiche categorie di soggetti che offrono sostegno alle nuove attività imprenditoriali, i business angels, i venture capitalist e gli incubatori di imprese.

Nei paragrafi successivi verranno analizzati gli incubatori, mentre qui è utile fare una delucidazione sui Business Angels e sui Venture Capital.

1. Business angels: sono privati che investono nel capitale di rischio delle imprese e che sono disposti a condividere il loro know-how e la loro esperienza tecnico manageriale. Sono spesso ex-imprenditori, manager in attività o in pensione,liberi professionisti, dotati di un buon patrimonio personale e in grado

2 Fonte: RENATO GIOVANNI, La gestione del venture capital e dell’early stage financing: Le esperienze dei genuine venture capitalist italiani, BANCARIA EDITRICE 2004

3 Il comune denominatore di entrambe le definizioni rimane l’acquisizione di partecipazioni significative in imprese, con riferimento a un arco temporale medio-lungo e con l’obiettivo di realizzare una

plusvalenza dalla successiva vendita della quota partecipate. Ma c’è da dire che l’attività di venture capital anche se non “ontologicamente” diversa e distinta dal private equity, è specifica di quelle situazioni in cui l’investimento nel capitale di rischio presenta elementi di elevato rischio. Fonte:

GERVASONI ANNA, Venture capital e sviluppo economico, MILANO GUERINI E ASSOCIATI 2006, paragrafo 1.1

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di fornire alla start up capitali e competenze gestionali. Di solito, investono vicino alla propria regione di residenza,con un impegno limitato di capitali, tra 20.000 e 250.000 euro, principalmente nella fase di avviamento (seed capital) o nella primissima fase di esistenza (il primo anno) della società e per un periodo di tempo limitato. Spesso la motivazione che spinge il business angel a finanziare la nuova impresa, oltre al profitto economico, è di tipo “psicologico”

ovvero di soddisfazione dei propri interessi e passioni. Una motivazione comune a tali investitori è quella di contribuire allo sviluppo economico della propria comunità e di nuove generazioni di imprenditori. Nel 1999 si è costituita in Europa l’EBAN, cioè la struttura europea destinata a coordinare e promuovere le reti di investitori privati informali (business angels), a questa associazione ha aderito l’IBAN (Italian Business Angel Network). Le tipologie di Business Angel Network hanno per lo più una dimensione geografica regionale e hanno l’obiettivo di raggruppare il maggior numero di investitori per territorio di appartenenza e per settore di attività.

L’imprenditore della start up che si rivolge al business angel può ottenere i seguenti vantaggi4:

Rafforzamento patrimoniale,

Miglioramento delle relazioni con il sistema bancario;

Servizi e consulenza finanziari, strategici, direzionali, di marketing e contabili;

Internalizzazione delle strategie commerciali grazie alla maggiore solidità finanziaria;

Aumento della credibilità per gli imprenditori;

Networking.

4 Fonte: GRANDINA DANIELA, Start up: Il manuale di riferimento per iniziare un nuovo business di, MILANO IL SOLE 24 ORE SPA 2006, Cap. 3 a pagina 98

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Figura 1: Il processo di incontro tra business angel e imprenditore5

2. Venture capitalists: l’attività di tali investitori istituzionali si svolge in modo

differente a seconda che si operi nell’early stage financing o nell’expansion financing. Comunque, in generale, la loro attività di supporto all’imprenditore viene svolta attraverso strutture giuridiche ben definite e riconoscibili e tende a finanziare società di piccole dimensioni ad alto contenuto tecnologico. Il motivo di tale preferenze di investimento sono dovute al fatto che i venture capitalist, ancor più che gli altri operatori del settore (business angels e incubators), investono solo in imprese che offrono una chiara possibilità di rendimento, e quindi, con un forte potenziale di crescita.

Nelle operazioni di avvio o di early stage, l’imprenditore necessita spesso, oltre al contributo di capitali, anche di un aiuto nella definizione della formula imprenditoriale e nella riflessione sulla propria riflessione competitiva. Per questo motivo il supporto del venture capitalist non si esaurisce nella mera

5 Cfr. GRANDINA DANIELA, Start up: Il manuale di riferimento per iniziare un nuovo business di, MILANO IL SOLE 24 ORE SPA 2006, Cap. 3 a pagina 98

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fornitura di capitale, ma continua anche nell’apporto di risorse immateriali6 quali:

Know-how e competenze tecniche, gestionali, finanziarie e di marketing;

Collaborazione attiva e condivisione del rischio d’impresa;

Miglioramento dell’immagine nei confronti del mercato e delle banche;

Trasparenza e contributo alla netta distinzione tra interessi personali e aziendali;

Reputazione e maggior credibilità;

Creazione di network (acquisizioni, accordi, contatti internazionali);

Pianificazione fiscale;

Contatti con altri investitori e/o istituzioni finanziarie.

L’attività dei venture capitalist è stata spesso assimilata al lancio di nuove iniziative imprenditoriali collegate alla rete e al boom della new economy. Ma in realtà, tali investitori sono operatori che premiano quegli imprenditori che fanno dell’innovazione uno dei propri “cavalli di battaglia”, per poter competere al meglio nel mercato.

Occorre, infine, dire che per il neo-imprenditore non è affatto facile ottenere l’appoggio del venture capitalist. L’investitore, infatti, deve avere fiducia nelle capacità imprenditoriali e manageriali relative al soggetto promotore dell’iniziativa di start up. Il venture capitalist è quindi, si un soggetto con una forte propensione al rischio ma prima accerta con attenzione che il progetto innovativo presenti le garanzie di validità economica e patrimoniale.

6 Fonte: DEL GIUDICE ROBERTO E GERVASONI ANNA, Finanziarsi con il venture capital di, MILANO RCS LIBRI 2002, Capitolo 2.3

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1.2 ALCUNI ASPETTI GENERALI: ORIGINE E DEFINIZIONI

I numerosi problemi che le nuove iniziative imprenditoriali devono affrontare sono spesso la ragione della bassa diffusione di nuove ondate tecnologiche e, in generale, di novità nel mercato. Diverse ricerche7, infatti, attestano che in Italia il 60% delle nuove imprese fallisce entro i primi 5 anni di attività e che, persino negli Stati Uniti, più del 60% per cento delle start up non raggiunge i sei anni di vita. Le cause di questi fenomeni sono spesso da ricercare in una serie di direzioni diverse:

Carenza di servizi per la diffusione dell’innovazione;

Distanza tra il mondo della ricerca e il sistema delle imprese;

Mancanza di una guida in grado di condurre l’impresa nel momento più delicato per la sua sopravvivenza;

Mancanza di una valida idea innovativa alla base del progetto imprenditoriale;

Assenza di un reale ed efficace “mercato” del trasferimento di tecnologie;

La difficoltà del mercato del venture capital di intervenire nelle fasi di seed capital

Questo sta a significare che per sviluppare iniziative imprenditoriali high tech o, iniziative che, pur utilizzando la tecnologia esistente, inventano nuovi prodotti e processi, è soprattutto necessario un ecosistema imprenditoriale, che sia flessibile, dinamico e preparato.

“Nei sistemi anglosassoni, le relazioni virtuose tra il mondo della ricerca, il sistema imprenditoriale e le esternalità necessarie alla nascita delle nuove iniziative imprenditoriali sono largamente diffuse sul territorio e si sono concretizzate in spazi urbani o locali specializzati, nei quali sono presenti tutte le condizioni necessarie allo sviluppo della nuova imprenditorialità: tecnologie, capacità imprenditoriali, spazi attrezzati, servizi avanzati, capitali. Al contrario, ove i mercati non sono in grado di creare autonomamente le esternalità necessarie si rende opportuna la creazione sia di luoghi istituzionali ad hoc, che fungano da elementi catalizzatori (in grado di attrarre e sviluppare le risorse, le expertise e le reti di sistema capaci di avviare il circolo virtuoso

7 Fonte: CIAPPEI CRISTIANO, SCHILLACI STEFANIA, TANI SIMONE, Gli incubatori d’impresa:

esperienze internazionali a confronto di FIRENZE UNIVERSITY PRESS 2006, p.11

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che va dall’opportunità tecnologica all’attività imprenditoriale), sia di “infrastrutture”

dedicate alla disseminazione delle tecnologie innovative. A tal fine, già da qualche anno, operano società focalizzate nel supportare neo imprese e società start up fin dalle prime fasi del loro ciclo di vita, aiutandole a sviluppare il proprio business. Queste società, enti o consorzi sono quindi, gli incubatori. Il loro scopo è proprio quello di fornire alle nuove iniziative imprenditoriali tutto ciò che possa aiutarle per nascere e crescere, offrendo spazi fisici dove poter muovere i primi passi, fornendo assistenza nella redazione del business plan e, al momento opportuno, offrendo quei contatti e quella credibilità indispensabili per attrarre gli investimenti dei venture capitalist.8” L’incubazione risulta quindi sempre più determinante per migliorare le prospettive di sopravvivenza delle nuove imprese; anzi, molte ricerche affermano che la sopravvivenza delle “start up incubator9” raggiunge oggi livelli compresi tra il 65% e l’80% dopo cinque anni di attività.

La N.B.I.A – National Business Incubation Association definisce l’attività d’incubazione come un processo dinamico di creazione e sviluppo d’impresa. Gli incubatori, quindi, sono strutture di sostegno utili alla nascita e alla crescita delle imprese, strutture dove gli imprenditori possono trovare tutte le attrezzature e l’assistenza necessarie per far decollare la business idea.

“L’esplosione della net economy ha poi spostato l’identificazione di tali operatori dal piano “fisico” a quello “virtuale”, definendo gli incubatori come un “conglomerato virtuale” che offre tutti gli ingredienti necessari per creare nuovi business: spazi, consulenza, network, risorse finanziarie e competenze professionali10

Solitamente, si identificano tre tipologie fondamentali di incubatori: privati (o profit- oriented); pubblici (o no-profit); universitari. La scelta del tipo di servizi che verranno offerti all’impresa si distinguerà per la tipologia di appartenenza e per la strategia che l’incubatore intende adottare.

8 Cfr. AIFI, QUADERNO N10 della Collana Capitale di rischio e impresa, Incubatori privati: realtà internazionale e modello italiano, MILANO GUERINI E ASSOCIATI 2001, Cap.1.1

9 Intese come quelle iniziative imprenditoriali che nella fase di avvio sono state supportate da un incubatore di impresa.

10 Cfr. DEL GIUDICE ROBERTO E GERVASONI ANNA, Finanziarsi con il venture capital, MILANO RCS LIBRI 2002, Capitolo 2.2

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In particolare, non sempre l’incubatore offre sostegno finanziario all’impresa poiché il compito considerato come principale è quello di orientare, formare e offrire consulenza a coloro che:

• hanno una idea imprenditoriale da sviluppare (creazione di nuove imprese innovative, start up)

• intendono innovare la propria azienda (modernizzazione e sviluppo).

L’imprenditore si rivolge all’incubatore non tanto per ottenere risorse monetarie, quanto per ottenere quella assistenza manageriale attiva che possa permettere alla giovane impresa di avere:

il supporto nella costruzione del business plan;

l’accesso a canali privilegiati di finanziamento;

l’accesso a servizi tecnici e di business altamente critici;

l’accelerazione del processo di avvicinamento al mercato;

Si può affermare che l’imprenditore può contare sull’incubatore come valido alleato per il successo della propria idea imprenditoriale, poiché tale soggetto ha spesso un obiettivo “sociale” che lo spinge a selezionare imprese ad alto contenuto tecnologico, con lo scopo di contribuire alla generazione e diffusione delle innovazioni nel proprio territorio.

Dal punto di vista finanziario, alcuni incubatori sostengono le start up offrendo loro il capitale iniziale indispensabile per il nascere dell’attività imprenditoriale. In questo modo l’impresa ottiene quel seed money che accompagnerà lo sviluppo dell’azienda durante quello che viene definito il primo round di finanziamento. Successivamente, quando l’attività si è consolidata, l’incubatore lascia al venture capital il secondo round di finanziamento. Questo modo di agire dell’incubatore dimostra che la sua attività è diventata, ormai, complementare a quella dell’investitore nel capitale di rischio, tanto che oggi risulta assai frequente che un venture capitalist finanzi un’idea precedentemente seguita da un incubatore.

Questi due round di finanziamento espongono entrambi gli operatori finanziari al rischio di un probabile insuccesso dell’ impresa. Sia l’incubatore che il venture capitalist sono costretti ad assumersi, almeno parzialmente, il rischio di impresa, anche se, in modo differente. Infatti, le prime stime affermano che le aziende finanziate con il

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seed money hanno successo all’incirca una volta su tre, mentre il secondo round fa registrare successi maggiori, pari a circa il 50% dei casi

Figura 2: Stadi di sviluppo e ruolo degli operatori finanziari11

Mentre i due operatori si differenziano per lo stadio di intervento e per il grado di assunzione del rischio, essi hanno, invece, in comune l’origine: sono nati dall’esperienza americana. Infatti, per quanto riguarda gli incubatori, le prime esperienze sono riconducibili ai tentativi fatti dai grandi campus statunitensi per stimolare la crescita economica del proprio territorio.

Dalle prime esperienze degli anni ‘50 ad oggi, si nota che gli incubatori si sono diffusi in tutto il mondo; si stima che oggi vi siano 3300 incubatori, un terzo dei quali creati dopo il 1996 sotto la spinta del boom di Internet12. In base al ruolo svolto, alle strutture di cui dispongono ed ai servizi che offrono, è possibile individuare tre generazioni di incubatori: allocatori di spazi e di risorse condivise, erogatori di servizi specialistici, nodi di una rete (networked knowledge incubators) . Tre generazioni che si

11 Cfr. GRANDINA DANIELA, Start up: Il manuale di riferimento per iniziare un nuovo business, MILANO IL SOLE 24 ORE SPA 2006, Cap. 3 a p. 103

12 Fonte: PATRISSI MICHELE E RATTA MARIO, Start up, spin off, incubatori, idee di business:

esperienze e testimonianze nelle università italiane, TORINO PNICUBE 2006

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differenziano l’una dall’altra sia per la diversa mole dei costi di gestione, che per il diverso valore aggiunto fornito alle start up incubate.

All’inizio le università americane hanno sfruttato le proprietà terriere vicine agli atenei per costruire edifici industriali offerti ad imprese start up. In questo modo gli incubatori svolgevano il semplice ruolo di allocatori di spazi e di attrezzature condivise sostenendo dei costi di gestione assai limitati; ma anche il valore aggiunto dei servizi forniti era molto basso. Nonostante il fatto che le imprese start up non potessero usufruire di servizi dettagliati, tali esperienze di incubatori hanno portato al successo molti imprenditori. Questo perché la vicinanza fisica tra ricercatori, imprenditori e manager oltreché la condivisione di spazi, infrastrutture e laboratori sono state utili per accelerare sia il trasferimento delle tecnologie sviluppate nell’università, sia la competitività delle imprese insediate e, successivamente, anche la competitività del territorio di riferimento. La prossimità geografica delle imprese ha, infatti, permesso che si innescasse un processo continuo e in gran parte spontaneo di integrazione fra competenze tecnico-scientifiche ed esperienze imprenditoriali e commerciali, favorendo così la nascita e lo sviluppo di diverse forme di innovazione.

Dalla loro nascita fino agli anni ‘70 gli incubatori hanno subìto interessanti evoluzioni sia all’interno sia all’esterno degli Stati Uniti. A titolo di esempio consideriamo le grandi iniziative a forte componente immobiliare e urbanistica sviluppate in Francia.

Qui infatti viene introdotto un forte elemento innovativo rispetto a quanto praticato nel contesto anglosassone, poiché si ha il passaggio dall’ambiente universitario a quello dell’amministrazione pubblica, sia a livello centrale che periferico. “La logica diventa quindi quella del governo locale che interpreta i bisogni di crescita del territorio, mettendo a disposizione con propri investimenti, infrastrutture per agevolare lo scambio di informazioni e know tra impresa e ricerca. La condivisione dello spazio diventa lo strumento per aumentare la probabilità e la velocità di spontanei processi di collaborazione e di trasferimento tecnologico.”13 Gli esempi di incubatori che si sono sviluppati in Germania si differenziano, invece, da quelli francesi, perché, sin dall’inizio, negli incubatori tedeschi la componente immobiliare è stata quasi del tutto

13 Cfr. CIAPPEI CRISTIANO, SCHILLACI STEFANIA, TANI SIMONE, Gli incubatori d’impresa:

esperienze internazionali a confronto di, FIRENZE UNIVERSITY PRESS 2006, p. 15

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assente e l’attenzione è stato posta sulla diffusione dell’innovazione attraverso l’offerta di servizi con alto valore aggiunto.

Col passare del tempo, è aumentata la velocità di accesso a informazioni, idee, conoscenza, capitali e mercati, mentre si è ridotta l’importanza della componente localistica. Tali cambiamenti hanno portato alla nascita di una nuova tipologia di incubatori, quelli definiti “di seconda generazione”. Tali incubatori contribuiscono al successo delle start up fornendo, oltre agli spazi ed alle risorse condivise, servizi specializzati nei vari settori delle attività imprenditoriali ospitate. Si possono così avere supporti di tutoring e di consulenza per approfondimenti su:

strategie di business

business plan management marketing

analisi di mercato e dei rischi ricerca di finanziamenti assistenza legale

ricerca e gestione del personale amministrazione

public relations pubblicità14

Con questo tipo di operatori diventa secondaria la prossimità geografica delle imprese e il supporto infrastrutturale, poiché risulta sempre più evidente che il fattore critico della competitività di un territorio è costituito dalla sua velocità nell’introdurre l’innovazione e dalla sua efficienza nel riuscire a valorizzarla. Questo viene reso possibile dal supporto di incubatori specializzati che possono offrire rapidamente i servizi indispensabili per valorizzare l’innovazione e consentire che venga trasformata in prodotti posizionabili in tempi brevissimi nel mercato mondiale.

Le esperienze di incubazione nate verso la fine degli anni ‘90 hanno evidenziato una sempre maggiore de-materializzazione degli interventi, al punto da consentire la diffusione di un sofisticato know-how di attività e servizi finalizzati allo stimolo ed alla gestione di sistemi di relazione tra imprese, mondo della ricerca e amministrazioni

14 Fonte: PATRISSI MICHELE E RATTA MARIO, Start up, spin off, incubatori, idee di business:

esperienze e testimonianze nelle università italiane, TORINO PNICUBE 2006, p.60

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pubbliche. “Con l’evoluzione delle tecnologie, la presenza di una rete di conoscenze, nella quale l’incubatore e le start up ospitate sono integrati con i più importanti attori del mercato, è diventata una componente strategica per il successo delle attività imprenditoriali. Il valore aggiunto della rete risiede nel fatto che, attraverso il suo utilizzo, i neo-imprenditori possono:

• accedere al network di alleanze strategiche nazionali ed internazionali stabilite dall’incubatore;

• entrare in contatto con i principali clienti e partners;

• contrattare le istituzioni finanziarie e le associazioni dei Venture Capitalists;

• condividere le loro conoscenze e le best practices con altri imprenditori;

• disporre di digital libraries con materiale specializzato nelle varie tematiche imprenditoriali;

• effettuare dell’e-learning su argomenti relativi alle attività di start up, accedere ai centri di eccelenza delle università e degli enti di ricerca;

• aumentare la loro visibilità.”15

Negli incubatori di terza generazione la facilità di accesso alla ricerca non è più condizione necessaria per garantire alle start up la competitività sui mercati; piuttosto risultano indispensabili le capacità di accesso alla conoscenza, alla competenza, ai capitali e ai mercati. Questo avviene perché è sempre più probabile che un problema industriale applicativo possa trovare soluzione attraverso l’accesso a innovazioni già disponibili in settori diversi e non necessariamente attraverso l’avvio di specifici progetti di ricerca. Qualora l’attività di ricerca si rendesse effettivamente necessaria per lo sviluppo dell’impresa, la probabilità di successo non dipenderebbe più dalla disponibilità fisica del laboratorio vicino all’impresa, quanto piuttosto dalla capacità di identificare le migliori competenze presso laboratori, anche distanti, e di sviluppare e gestire efficacemente relazioni di collaborazione finalizzate concretamente alla soluzione del problema.

La suddivisione in tre generazioni di incubatori è utile per capire l’evoluzione avvenuta nel tempo e non presuppone una distinzione cronologica; infatti oggi coesistono

15 Cfr. PATRISSI MICHELE E RATTA MARIO, Start up, spin off, incubatori, idee di business:

esperienze e testimonianze nelle università italiane di TORINO PNICUBE 2006, p. 60

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incubatori che hanno scelto di non offrire servizi di rete e che spesso si limitano ad offrire spazi, strutture e servizi con incubatori di seconda e terza generazione.

PRINCIPALI TIPOLOGIE DI INCUBATORI

Con il termine incubatore si fa riferimento a diverse tipologie di operatori accomunati dalla finalità di favorire ed incentivare l’avvio e lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali. Oggi esistono diversi soggetti che tendono a svolgere questa attività e spesso le classificazioni terminologiche che vengono fatte portano a sovrapposizioni e a confusioni nelle definizioni. I soggetti che, pur non essendo classificati come incubatori, svolgono spesso la medesima attività sono:

• I parchi scientifici e tecnologici: secondo l’International Association of Science Parks (Iasp) il parco scientifico è un organizzazione gestita da professionisti specializzati, che ha l’obiettivo fondamentale di incrementare la ricchezza della propria comunità, promovendo la cultura dell’innovazione, la competitività delle imprese e delle istituzioni associate ad esso. Spesso tali parchi ospitano al loro interno incubatori specializzati nell’assistenza alle imprese in fase di start up.

• Gli Uffici di trasferimento tecnologico, industrial liason office: sono strutture promosse dall’Università con lo scopo di valorizzare la ricerca accademica attraverso lo sfruttamento di brevetti, la cessione di licenze, la costituzione e l’incubazione di imprese spin off.

• I Business Innovation Center (BIC): sono soggetti nati da un programma specifico dell’Unione Europea nel 1984 con lo scopo di supportare la nascita di nuove imprese innovative e svolgono attività di supporto alle PMI offrendo servizi integrati di orientamento e sostegno che vanno dal business planning alla consulenza specializzata, al marketing territoriale, fino all’incubazione di imprese start up.

• Le Aziende speciali e i laboratori delle Camere di commercio: sono strutture afferenti al sistema camerale, con specifiche funzioni di servizio, come ad esempio prove di laboratorio, attività di ricerca applicata, servizi per il

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trasferimento tecnologico, ecc… rivolte alle imprese iscritte alla Camera di commercio locale.

• Le Agenzie per lo sviluppo del territorio: sono strutture prevalentemente di origine pubblica che perseguono lo sviluppo economico di una determinata area geografica facendo leva sull’innovazione tecnologica. Tale denominazione può comprendere ad esempio le Agenzie regionali per l’innovazione, i Consorzi Città Ricerche, le finanziarie per lo sviluppo locale16.

Visto e considerato che è difficile individuare, a livello internazionale, una chiave di interpretazione precisa si può affermare che oggi gli incubatori, e tutti quelli che sono assimilabili per l’attività svolta, si dividono essenzialmente in due categorie:

soggetti le cui iniziative sono sostenute da risorse pubbliche con l’obiettivo principale di incrementare l’occupazione;

soggetti che sostengono le iniziative imprenditoriali con fondi provenienti dal privato e che tendono a investire solo nelle start up che hanno buone prospettive di sviluppo.

Questa suddivisione permette di dire che sostanzialmente gli incubatori si dividono in incubatori pubblici e privati.

E’ poi possibile suddividere l’attività di incubazione in diverse tipologie che le differenziano in considerazione delle peculiarità che emergono dal contesto ambientale socio-politico delle nazioni. In particolare, diversi studiosi occidentali hanno provveduto a distinguere gli incubatori in riferimento ai casi che si sono sviluppati negli Stati Uniti e in Europa. E’ stato scelto tale tipo di classificazione innanzitutto perché è assodato che la cultura americana è storicamente più imprenditoriale di quella europea;

questo, unito al diverso sviluppo economico e alle differenze legali e contabili, permette di individuare differenti modelli di incubazione.

Negli Stati Uniti il mercato del venture capital è più sviluppato e gli imprenditori ricorrono spesso ai business angels per farsi supportare sia nella fase di avvio dell’azienda, sia nella fase dello sviluppo e della crescita. In Europa i business angels

16 Fonte: RIDITT e IPI: rete italiana per la diffusione dell’innovazione e il trasferimento tecnologico, in collaborazione con l’Istituto di promozione industriale, Indagine sui centri per l’innovazione e il trasferimento tecnologico in Italia, www.riditt .it - Novembre 2005

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sono più rari e molti imprenditori europei trovano grandi difficoltà nell’avviare le proprie iniziative e mancano dell’esperienza necessaria per farle crescere rapidamente.

La pressoché totale assenza di business angels e i gap imprenditoriali spingono gli europei a rivolgersi agli incubatori.

In Europa i Paesi che contano la maggiore presenza di incubatori sono17 il Regno Unito, con una alta concentrazione nella capitale, la Germania e i paesi del Benelux. Inoltre, anche la Scandinavia con la sua economia fortemente caratterizzata da telefonia mobile e servizi Internet, risulta essere molto interessante per l’attività di incubazione. I Paesi dove si trovano i maggiori incubatori sono la Svezia e la Finlandia con la più alta concentrazione nelle rispettive capitali.

La Francia, l’Italia e la Spagna, invece, si sono mosse in ritardo rispetto alle altre nazioni europee; i centri di incubazione più importanti sono ospitati a Parigi, Milano e Barcellona.

La caratteristica che appare comune fra gli incubatori europei è di avere un respiro internazionale, cosa che invece manca agli incubatori americani. Cosicché, la maggior parte di essi si dedica indifferentemente al mercato locale e a quello estero, mentre solo una percentuale bassa sviluppa i propri interessi esclusivamente, o in modo preponderante, sul mercato nazionale.

In Europa è difficilmente individuabile un tempo di incubazione generale che accomuni tutti i Paesi europei, anche se è da ritenersi sicuramente più prolungato di quello utilizzato negli Stati Uniti. Infatti, l’incubatore statunitense tende a concentrare il proprio intervento solamente sulle primissime fasi di sviluppo, e prevede quindi un periodo medio di incubazione piuttosto basso, di circa 7 mesi.

Per quanto riguarda i focus di investimento, sia gli incubatori europei che quelli americani operano nei settori legati a Internet e all’information technology, anche se quelli statunitensi si concentrano sul mercato interno, non valutando ancora la presenza internazionale come vantaggio competitivo.

In Italia, come detto, l’attività di incubazione è più recente; ciò crea molte incertezze e dubbi in relazione sia i tratti distintivi del modello di business con cui operano, sia

17 Fonte: CIAPPEI CRISTIANO, SCHILLACI STEFANIA, TANI SIMONE, Gli incubatori d’impresa:

esperienze internazionali a confronto di, FIRENZE UNIVERSITY PRESS 2006

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riguardo le caratteristiche e la terminologia da utilizzare per procedere a una classificazione. Perciò nel corso di questa tesi si provvederà a classificare sinteticamente i diversi incubatori in due tipologie che si distinguono per gli obiettivi economici che caratterizzano la loro attività: gli incubatori no profit e gli incubatori profit oriented

1.3 L’ATTIVITA’ D’INCUBAZIONE IN ITALIA

L’incubatore, inteso nella sua definizione più ampia di “conglomerato virtuale”, è emerso più recentemente in Italia rispetto all’esperienza statunitense. Infatti, solo dalla fine degli anni ‘90 si è iniziato a parlare di incubazione come di quella attività non più destinata solo a offrire spazi e consulenza, ma anche know-how, risorse finanziarie, expertise, management e network relations.

In Italia i primi casi assimilabili all’incubazione di imprese si sono sviluppati negli anni

‘80 con la nascita dei Parchi Scientifici e Tecnologici (PST )e dei Business Innovation Centres (BIC), quindi i primi operatori attivi nel Nostro Paese sono stati no profit oriented. L’obiettivo comune peculiare di questa categoria è quello di sviluppare sul territorio un’azione di animazione tale da stimolare la nascita di nuove attività imprenditoriali. Occorre però sottolineare che mentre i BIC sono orientati a offrire servizi a start up sia dei settori tradizionali che di quelli più innovativi, i PST sono più attenti allo sviluppo di imprese tecnologicamente avanzate e legate al mondo della ricerca.

Dalla seconda metà degli anni ‘90 l’attività di incubazione in Italia18 ha avuto il suo momento di maggiore crescita; lo testimonia l’AIFI in una ricerca del 2001 affermando che il 64% degli incubatori esistenti aveva meno di 5 anni di vita. In questi anni sono nati in Italia diversi soggetti, sia privati che pubblici, sia profit oriented che no profit oriented. In particolare sono nati dei soggetti, già presenti in Europa da una decina di anni, ma che erano nuovi per l’esperienza italiana, cioè gli incubatori universitari.

Gli incubatori universitari sono anch’essi dei soggetti no-profit oriented e svolgono una attività di promozione imprenditoriale mirata a stimolare la nascita di nuove imprese sul territorio; si differenziano dai BIC e dai PST poiché le caratteristiche degli aspiranti

18 Fonte: CIAPPEI CRISTIANO, SCHILLACI STEFANIA, TANI SIMONE, Gli incubatori d’impresa:

esperienze internazionali a confronto di, FIRENZE UNIVERSITY PRESS 2006

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imprenditori e il bacino di azione sono meno generalizzabili. Infatti, mentre per i BIC e i PST le tipologie di start up ospitate dipendono molto dal substrato culturale che caratterizza il territorio di operatività, per gli incubatori universitari le proposte imprenditoriali nascono, per la maggior parte dei casi, da studenti/laureandi o da ricercatori universitari.

Ciò che accomuna ogni incubatore è la volontà di promuovere il maggior numero di iniziative possibili. Tuttavia ciò non esclude una selezione delle proposte imprenditoriali.

Nella generalità dei casi il parametro a cui viene data primaria importanza è la validità dell’idea imprenditoriale proposta. Mentre emergono alcune differenze tra i BIC e i Parchi scientifici e tecnologici in merito al secondo criterio da utilizzare. Infatti, i BIC analizzano come secondo criterio la motivazione del proponente a portare a compimento il progetto, mentre i PST e gli incubatori universitari, sottolineano di più l’importanza dell’esistenza e della validità di un business plan più o meno formalizzato.

Inoltre, “il settore di applicazione dell’idea assume notevole importanza nel contesto di Parchi e Università, dato che si mira a privilegiare imprese operanti in settori in cui è possibile sfruttare le sinergie esistenti con la ricerca intrapresa dai laboratori. Per quanto riguarda i BIC, invece, la mancanza di attività di ricerca li conduce a non dover concentrare l’attività in settori predefiniti e ciò implica la scarsa importanza assunta dal settore applicativo dell’idea (A.P.S.T.I 2000)”19

Per quanto riguarda, invece, gli incubatori profit oriented essi costituiscono un fenomeno ancora più recente, il che complica l’individuazione e l’inquadramento generale sia da parte degli studiosi che da parte degli imprenditori o di altri soggetti interessati. Secondo una ricerca20 compiuta dall’AIFI tra il settembre-novembre 2000 è emerso che la quasi totalità degli incubatori contattati ha meno di un anno di vita. Gli unici ai quali è assegnabile un’esperienza pluriennale sono alcuni incubatori

“paneuropei” con attività già avviate nei paesi d’origine e che hanno aperto sedi anche in Italia.

19 Cfr. CIAPPEI CRISTIANO, SCHILLACI STEFANIA, TANI SIMONE, Gli incubatori d’impresa:

esperienze internazionali a confronto di, FIRENZE UNIVERSITY PRESS 2006, p. 21

20 Fonte: AIFI, QUADERNO N10 della Collana Capitale di rischio e impresa, Incubatori privati: realtà internazionale e modello italiano, MILANO GUERINI E ASSOCIATI 2001

(27)

Quest’ultima tipologia di incubatori si differenzia da quella no profit oriented, non solo per il fatto di essere orientata al profitto, ma anche perché essi sono costituiti da operatori privati che non sono prettamente focalizzati sulla realtà geografica locale.

Infatti, gli incubatori profit oriented sono strettamente collegati alla Borsa e al mercato del capitale di rischio, fino al punto da metterli in condizione di svolgere un ruolo che risulta strettamente connesso a quello del venture capitalist. Comunque, fondamentalmente, tutte le tipologie di incubatori hanno in comune il fatto di basare la propria attività sulle risorse intellettuali e tecnologiche del proprio management per interagire con gli imprenditori. Attraverso la creazione di un network interno, infatti, potranno creare un dialogo e una collaborazione produttiva tra le imprese incubate che renderanno le start up più forti e capaci di posizionarsi sul mercato. Infatti, il fine ultimo di ogni incubatore rimane quello di accelerare il time to market delle start up, rafforzandone sia il potere negoziale attraverso i fondi sia, soprattutto, le probabilità di sopravvivenza e successo.

Analizzando la ricerca dell’AIFI del 2001 si rileva che gli incubatori italiani non investono in modo omogeneo in tutti i settori e che, anzi, esistono notevoli disparità tra il settore che risulta preferito e i settori meno considerati. Infatti gli incubatori tendono a selezionare idee di imprenditori che puntano a sviluppare start up della new economy, poiché sono pochi gli imprenditori che investono e accolgono idee relative al mondo chimico-medicale o anche dei beni di consumo. I motivi sono diversi e, vista la nascita recente delle strutture di incubazione, anche complessi. Le strutture di incubazione non sono ancora del tutto conosciute al grande pubblico e questo può essere certamente un motivo della forte variabilità tra i settori di investimento, mentre un ulteriore motivo può essere legato alla “complessità” del prodotto o servizio. Infatti, sia nel caso in cui il prodotto necessiti di elevata ricerca, sia nel caso in cui questa non sia indispensabile, spesso l’incubatore può essere mal disposto a ospitare start up. Questo, però, dipende dalla tipologia e dall’età dell’incubatore, visto che, per esempio, gli incubatori universitari di qualche anno di età sono più disposti a supportare idee di impresa relative al settore delle biotecnologie o del settore chimico-medicale, mentre cercano di scartare le idee che non necessitano di un supporto tecnico-scientifico. Comunque molto dipende anche dalle reali possibilità di successo degli investimenti imprenditoriali, poiché è molto difficile riuscire a portare innovazione in settori che sono già presidiati

(28)

da grandi gruppi; questo spinge i potenziali imprenditori a investire dove il mercato è più “libero”, quindi nel settore della new economy. A ciò va aggiunto che molti incubatori sono nati in un periodo in cui Internet rappresentava ancora un appiglio sicuro per la realizzazione di investimenti che il mercato avrebbe potuto apprezzare. Nel corso dell’ultimo periodo, però, molta della fiducia riposta dai risparmiatori nel settore Internet (e quindi in tutti i settori ad esso legati – Telecom carrier, media, wireless, ecc..) è venuta a mancare. Per questo motivo risulta necessario che gli incubatori si strutturino in modo flessibile, in modo da poter rispondere con rapidità alla richiesta di adattamento ai cambiamenti del mercato.

Figura 3: Settori di intervento privilegiati

* I questionari oggetto della ricerca AIFI prevedevano una risposta multipla

“A livello finanziario, come detto, un incubatore può anche fornire il seed money, il capitale necessario per far nascere l’attività imprenditoriale, andando a sostituire, almeno nelle primissime fasi di vita dell’impresa, il ruolo tradizionalmente ricoperto dalle società di venture capital. D’altra parte lo scopo di un incubatore sta proprio nel fornire alla start up tutto quello che le serve per nascere e crescere, dalla consulenza di alto livello, alla fornitura di capitali, che nei Paesi finanziariamente più evoluti sono messi a disposizione proprio dalle società di venture capital. In Italia, ad oggi, sono pochissimi i casi di investimento realizzati da società di venture capital in operazioni di

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seed capital, con ciò determinando una scarsa copertura di questo importante segmento di mercato.”21

In conclusione è possibile trovare degli elementi di sintesi che individuano quella che è l’attività di incubazione in Italia, almeno nei primi anni di studio di questo fenomeno.

Dal sito della Bic-Italia.net emerge che ci sono circa 60 soggetti che svolgono attività di incubazione in Italia e che hanno una superficie totale disponibile che si avvicina ai 200.000 metri quadri. Anche se, come detto, non tutti gli incubatori offrono al proprio interno delle postazioni per insediare le start up, emerge un valore medio elevato di postazioni per ogni incubatore che è pari a 30. Comunque, ad oggi, non tutte le postazioni offerte vengono occupate dalle start up che spesso prediligono fare autonomamente la ricerca degli spazi fisici dove insediare l’azienda. Anche nel caso in cui la richiesta da parte delle start up iniziasse ad aumentare, essa difficilmente diverrebbe critica, poiché dalla ricerca emerge che i tempi massimi di incubazione difficilmente superano i 4 anni. Infatti, gli incubatori operano con l’obiettivo di rendere autonome le imprese il prima possibile e mediamente esse sono in grado di “camminare con le proprie gambe” già a circa tre anni e 8 mesi dall’avvio del processo di incubazione.

L’organizzazione e la gestione dell’incubatore ruoterà intorno alla scelta strategica dei servizi che si vorranno offrire alle start up, ma è chiaro che la tendenza è quella di operare avendo un numero limitato di addetti. Infatti, la struttura ha bisogno di essere mantenuta molto snella e flessibile con un numero minimo di dipendenti (e quindi di servizi direttamente erogati), per non fare gravare i costi sulle start up, e di adeguarsi progressivamente al volume di attività di imprese che saranno presenti nell’incubatore.

21 Cfr. AIFI, QUADERNO N10 della Collana Capitale di rischio e impresa, Incubatori privati: realtà internazionale e modello italiano, MILANO GUERINI E ASSOCIATI 2001, p.49

(30)

Tabella 1: Un quadro di riferimento con alcune caratteristiche degli incubatori italiani22

CARATTERISTICHE BIC PST UNIVERSITA' TOTALE CAMPIONE

TOTALE UNIVERSO

NO PROFIT

INCUBATORI PRIVATI***

Totale della superficie

disponibile (m2) 130.000 19.000 2.500 151.500 175.421 4.605

N° complessivo di addetti per l'attività

d'incubazione 147 30 9 186 218 225

N° totale delle

postazioni disponibili* 630 319 46 995 1.152 525

N° di imprese

mediamente ospitate

in 1 anno 431 67 21 519 610 38

N° totale delle imprese incubate al 31

dicembre 2001 876 247 56 1.179 1.406 38

Superficie media disponibile per

incubatore (m2) 5.000 2.375 625 2.667 307

N° medio di addetti

per ciascun incubatore 5,7 3,8 2,3 4 15

N° medio delle postazioni per

incubatore 24 40 12 25 35

Periodo medio di permanenza dell'impresa

nell'incubatore (anni) 3,7 2,2 2 3 1

Periodo massimo di

permanenza** (anni) 4,3 3 2,7 3

Tasso di

sopravvivenza 90% 94% 100% 95%

*postazioni intese come gli spazi dati a disposizione delle start up

** media dei periodi massimi di permanenza

*** i seguenti dati si riferiscono al 2000

22 Fonte: Tale tabella è tratta dal sito www.bic-italia.net che riporta dati tratti da delle ricerche fatte dall’AIFI attraverso la consegna a un campione di incubatori di questionari a risposta multipla. I dati relativi agli incubatori no profit sono relativi a una ricerca conclusasi nel novembre 2001, mentre i dati riguardo gli incubatori profit oriented provengono da una ricerca datata 30 novembre 2001. Nel campione degli incubatori no profit sono stati considerati 44 incubatori di cui 4 incubatori universitari, 9 parchi scientifici e tecnologici e 31 Business innovation centre. Mentre per quanto riguarda gli incubatori profit oriented il campione di indagine è stato rappresentato dalle seguenti 15 società: Antfactory, Bain Lab, Biz 2000, Bizmatica, Cirlab, e@archimede, e-Do, e-Nutrix, IdeaUP, Internet Partnership Group, MyQube, Speed Egg, Speed Ventures, Tocamak, We cube.

(31)

Alcuni nomi di incubatori conosciuti nel mercato italiano sono sicuramente utili, a titolo di esempio, per chiarire le idee su ciò che risulta essere l’attività di incubazione a livello italiano.

Incubatori nati su iniziativa di enti pubblici e gestiti da questi ultimi sono ad esempio:

incubatore OMC (Officina Multimediale Concordia) nell'area dismessa di Sesto San Giovanni, Incubatore di INFM (Istituto Nazionale per la Fisica della Materia), incubatore del Polo Scientifico Tecnologico Lombardo, incubatore dell'Area Science Park di Trieste, incubatore del BIC Agenzia Lumetel di Brescia.

Anche a livello universitario, negli ultimi tempi, l'attività di incubazione ha subìto una forte accelerazione e molti Atenei stanno ora costituendo delle strutture proprie. I casi più noti sono quelli del Politecnico di Milano con l'incubatore "Acceleratore d'impresa"

e del Politecnico di Torino con "I3P". Esistono inoltre iniziative simili intraprese da altre università italiane, tra cui l'Università di Bologna, la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, l'Università Federico II di Napoli e l’Università di Padova.

Per quanto riguarda la categoria degli incubatori privati, l'ultima nata in termini temporali, essa ha subito fortemente l'andamento della New Economy e questo si è rispecchiato, in molti casi, sulla fortuna o meno delle iniziative di questo genere.

Si possono ricordare alcuni casi significativi come Bizmatica, nata su iniziativa del Venture Capitalist Pino Venture con il fondo Kiwi II, Biz2000, Speed@egg, IdeaUp, Tocamak, e-Nutrix, Macube, Wecube, ecc..

Infine tra gli incubatori privati è utile fare un accenno ai corporate incubator italiani, nati grazie a iniziative di aziende italiane come Seat, Italgas e Telecom Italia, che ha creato Telecom ItaliaLab, , oltre ad iniziative di carattere internazionale di Panasonic, Cisco e Sun, Dupont, Sony23

23 Fonte: SERAFINI GIUSEPPE, Gli incubatori universitari, IL POLITECNICO-RIVISTA 2006 www.ai.polimi.it

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1.4 GLI INCUBATORI PROFIT ORIENTED IN ITALIA: I CORPORATE BUSINESS INCUBATORS, GLI INDIPENDENT PRIVATE INCUBATORS

Gli incubatori profit oriented sono quelle strutture private che aiutano gli imprenditori a sviluppare il proprio business al fine ultimo di conseguire un profitto dalla propria attività svolta. Essi, talvolta si limitano ad offrire a pagamento dei servizi e delle consulenze, ma spesso sostengono finanziariamente le start up, svolgendo, almeno inizialmente, il ruolo di investitore nel capitale di rischio. L’incubatore può, infatti, supportare la nuova impresa fino a quando diviene operativa e autonoma e addirittura fino alla quotazione in Borsa o fino alla cessione totale o parziale ad un altro investitore.

Quindi, l’incubatore che aveva investito nel capitale della start up può vendere e soddisfare la sua mission di impresa. Infatti, lo scopo dell’esistenza di tale soggetto non è quello di promuovere la nuova imprenditoria sul territorio come prevedono gli incubatori no profit, ma quello di ottenere ricavi tali da permettere il guadagno ai soggetti promotori di questa struttura che altro non è che una impresa.

“Per quanto riguarda l’esperienza italiana, si può dire che tutti gli incubatori privati esaminati scelgono di offrire alle start up dei servizi strategici come, il supporto nella stesura del business plan, la consulenza manageriale e l’assistenza nei programmi di marketing; l’87% di essi fornisce anche servizi più generali, quali la consulenza legale, il recruitment e le pubbliche relazioni e nel 73% dei casi viene offerta assistenza nelle complicate procedure di brevettazione; in poco più della metà di essi sono forniti i servizi di gestione della contabilità e di supporto per la quotazione in Borsa e infine, solo nel 53% dei casi è prevista l’erogazione del servizio di call center. Se necessario, poi, tutti gli incubatori sono disposti a fornire il seed capital necessario per avviare l’iniziativa imprenditoriale.

L’insieme di competenze che il personale di un incubatore può offrire alle start up risulta molto vario: le competenze vanno dalla strategia alla finanza, dall’organizzazione delle risorse umane alla selezione del personale, dall’amministrazione al marketing. Una figura innovativa è, poi, quella dello startupper:

si tratta del business manager che si occupa direttamente dell’implementazione di un

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