6. La costruzione di scenari mentali

6.1 La questione del formato rappresentazionale

In scienza cognitiva, la teoria computazionale della mente (Fodor 1975) ha attuato un programma di formalizzazione dei fenomeni mentali per il quale tutti i processi di pensiero sono definibili in termini di computazioni, vale a dire operazioni definite sulla sintassi delle rappresentazioni mentali. Il risul-tato di questa impostazione è che la mente viene concepita come «un dispositivo di elaborazione dell’informazione in grado di processare simboli dotati di contenuto rappresentazionale» (Di France-sco 2009, p. 178), ovvero una macchina sintattica guidata dal principio di formalità: una procedura cognitiva è sensibile esclusivamente alle proprietà sintattico-formali delle rappresentazioni mentali ed è indifferente al contenuto semantico delle stesse. Un presupposto di questo modello è l’idea che gli stati di attivazione delle modalità sensoriali siano traducibili in un linguaggio rappresentazionale amodale. In tal modo, tutta l’attività mentale è caratterizzabile in termini simbolici, è cioè orientata da funzioni che hanno un formato simil-proposizionale. Naturalmente, i sostenitori della prospettiva computazionale non negano la possibilità che alcuni processi cognitivi possano essere simil-percet-tivi; tuttavia, riconducono questo carattere a un aspetto fenomenologico superficiale che a livello

profondo è in realtà implementato da manipolazioni di rappresentazioni proposizionali (si veda Mar-raffa & Paternoster 2012).

Diversamente, un filone di modelli che si oppone alle concezioni amodali della mente esalta il ruolo delle immagini nella cognizione. La tematizzazione classica di questi due punti di vista anti-tetici è rappresentata dal dibattito tra Kosslyn (1994) e Pylyshyn (2002). Il primo ritiene che tutta la cognizione sia fondata su immagini e avanza dubbi sull’esistenza stessa di rappresentazioni non ra-dicate nell’esperienza sensoriale. In tale concezione, la mente rifuggirebbe da rappresentazioni men-tali astratte per privilegiare quelle di tipo percettivo (Johnson-Laird 2006). Pylyshyn (2002) obietta che le immagini sono semplicemente epifenomeni senza alcun ruolo causale nel pensiero. Tale dibat-tito investe in egual misura le spiegazioni incentrate sulla rappresentazione cognitiva degli eventi. In questo ambito, la concezione embodied ha condotto a considerazioni cruciali. Secondo questa con-cezione, poiché il corpo influenza i processi di pensiero, l’elaborazione dell’informazione coinvolge sempre un’interazione senso-motoria che conduce a rappresentazioni simulative dell’esperienza. Da questo punto di vista, i modelli di eventi sono in qualche modo isomorfi a ciò che rappresentano.

L’isomorfismo denota un parallelismo tra la rappresentazione e la situazione da essa rappresentata;

vale a dire che la rappresentazione ricalca la struttura dell’evento. Shepard e Chipman (1970) hanno esemplificato in modo chiaro il concetto di isomorfismo applicato alla rappresentazione cognitiva:

«For any two alternative things in the world, there is a one-to-one correspond-ence between their relations in the world and the relations of their represen-tations. This does not mean, for example, that a representation of a bright light has to be brighter than the representation of a dim light—there are no light bulbs in the mind or brain! Brightness could be represented by the number of neurons firing, or the rate of fi ring, or by the location in the brain of active neurons. But suppose we claim that a neural representation of two lights is isomorphic because neurons fire more frequently for the brighter light. If so, then if we presented a third light that was intermediate in brightness, it must be the case that the consequent firing rate is intermediate».

Come apparirà chiaro, l’isomorfismo riguarda un’analogia tra le relazioni funzionali piuttosto che rispetto alla forma superficiale. L’isomorfismo funzionale introdotto originariamente dalla psicologia Gestalt asserisce dunque che le rappresentazioni mentali funzionano preservando una relazione con le entità che rappresentano. Una conseguenza di questo modo di intendere l’isomorfismo è che un modello di eventi non sarà mai identico agli eventi che rappresenta ma conterrà informazioni rilevanti per comprendere la struttura di base di quegli eventi. Questo grado di incompletezza rende i modelli mentali altamente flessibili, tanto da poter rappresentare più di un singolo stato di cose. All’interno

di questa prospettiva, gli eventi possono essere visti nei termini delle relazioni esistenti tra gli ele-menti che li costituiscono (Radvansky & Zacks 2014). Il fatto che le rappresentazioni di eventi siano isomorfe agli eventi stessi ha un vantaggio notevole in vari ambiti, ad esempio nella sfera del pro-blem-solving: alcuni studi mostrano che il formato isomorfo favorisce la costruzione di validi modelli di risoluzione di problemi e che la violazione dell’isomorfismo (generata sperimentalmente) com-porta un carico cognitivo maggiore (ad es., Adaval et al. 2007).

Quali sono le implicazioni di un simile dibattito per la questione più specifica del formato rappresentazionale dell’elaborazione narrativa? Dal punto di vista dei modelli che assumono il pri-mato del forpri-mato proposizionale del contenuto mentale, la costruzione del significato è veicolata da simboli astratti e amodali (ad es. Landauer & Dumais 1997). Il fatto che i simboli siano amodali implica che le loro strutture interne non abbiano alcuna corrispondenza con gli stati percettivi che li hanno prodotti. Ad esempio, il simbolo che rappresenta il colore della mela in assenza di quest’ultima comporta l’attivazione di un sistema neurale completamente autonomo rispetto alla rappresentazione di quel colore nell’atto di percezione effettivo della mela. In questa prospettiva, il modo in cui i sim-boli sono calati nel contesto della realtà extra-linguistica rappresenta una questione non accessibile con gli strumenti del paradigma computazionale. La traduzione degli stati di attivazione delle moda-lità sensoriali in un linguaggio rappresentazionale amodale risolve di per sé la faccenda.

La questione è se sia realmente possibile dar conto della dimensione del significato – dunque, anche dell’elaborazione del flusso narrativo – a partire da una concezione della mente di questo tipo. In linea generale, la concezione amodale della cognizione sembra presentare diverse difficoltà.

In primo luogo, alcuni autori (ad es. Seifert 1997) avanzano dubbi sull’esistenza stessa di simboli amodali. Tali dubbi sono corroborati da evidenze empiriche che testimoniano come un danno ad un’area senso-motoria interferisce con l’elaborazione concettuale di categorie: ad esempio, un deficit del sistema visivo comporta il malfunzionamento dei sistemi concettuali che elaborano categorie computate primariamente in maniera visiva. La categorizzazione non sarebbe, in tal senso, un pro-cesso amodale. D’altra parte, la concezione amodale è invalidata da due ordini di problemi tra loro speculari: da un lato, non è chiaro in che modo il processo di trasduzione mappi gli stati percettivi in simboli astratti e, quindi, come questi simboli emergano nel sistema cognitivo; parallelamente, un limite ancora più serio è rappresentato dal cosiddetto «symbol grounding problem» (Chomsky 1966;

Harnad 1990), che fa riferimento alla questione di come le espressioni linguistiche possano riferirsi in modo appropriato alle entità e circostanze del mondo effettivo pur non essendo causate da queste. Il problema del grounding chiama in causa un legame tra linguaggio e realtà che le teorie sintattico-centriche, definendo le proprietà che agganciano i simboli al mondo esclusivamente in termini di rappresentazioni semantiche astratte, non possono spiegare. In effetti, tali teorie non soltanto non

forniscono una spiegazione esaustiva di come gli stati percettivi siano tradotti in simboli amodali ma neppure di come i simboli amodali siano correlati all’inverso con gli stati percettivi e le entità del mondo rappresentate (Barsalou 1999).

Già Johnson-Laird (1983) aveva suggerito che il formato simbolico-proposizionale delle rap-presentazioni è insufficiente a spiegare come costruiamo il piano del significato in senso «ampio», ovvero in relazione alla realtà esterna. Secondo lo psicologo britannico, come abbiamo visto, gli ele-menti proposizionali di superficie sono usati per elaborare un modello mentale non proposizionale del contesto extra-linguistico – vale a dire, degli eventi di cui si parla – che entra a pieno titolo nel contenuto mentale. I modelli mentali, avendo un formato di natura percettiva che mantiene la struttura della situazione rappresentata, sono connessi alla realtà non linguistica e forniscono in tal modo un contributo decisivo per la costruzione del significato (Fauconnier 1985).

Quali aspetti specifici del contesto extra-linguistico non sono assorbiti nel formato proposi-zionale e, soprattutto, perché questi aspetti sono centrali per l’elaborazione narrativa? Rispetto alla prima questione, gli argomenti di Johnson-Laird (1983) sembrano convincenti: un modello in cui il formato delle rappresentazioni è percettivo tiene conto del radicamento al contesto dell’esperienza e vincola le rappresentazioni stesse non ad un simbolo arbitrario, astratto e amodale ma ad un simbolo percettivo che in qualche modo ricalca l’interazione che il soggetto ha avuto con l’evento o con l’og-getto rappresentato. In questo senso, si tratta di un formato che contiene informazioni aggiuntive rispetto a quello proposizionale. Rispetto al piano narrativo, il fatto che la dimensione situazionale si caratterizzi per chiamare in causa il livello della rappresentazione di eventi, rivelandosi quindi radi-cato al contesto extra-linguistico, difficilmente può trovare spiegazione in un modello proposizionale del contenuto mentale. Come anticipato più volte, la nostra ipotesi è che la narrazione sia un feno-meno grounded. La costruzione di un modello del mondo narrativo passa cioè attraverso il radica-mento al contesto percettivo non linguistico.

Il framework dell’embodied cognition, sottolineando la priorità del grounding, ha tutte le carte in regola per rappresentare un paradigma capace di dar conto di questi importanti aspetti che nel paradigma computazionale restano punti oscuri. Identificando le radici del linguaggio nell’intera-zione tra organismo e ambiente, la prospettiva embodied offre una solunell’intera-zione al problema del symbol grounding a partire dal ruolo del contesto. Tale ruolo ridefinisce la nozione di simbolo nei termini di

«a structural coupling between an agent’s sensorimotor activations and its environment» (Vogt 2002, p. 429). La relazione tra simboli e realtà viene quindi tematizzata in riferimento a un cervello orga-nizzato in termini di atti motori diretti a un fine (Rizzolatti et al. 2000), che determinano l’emergere di significati in modo diretto attraverso la simulazione di esperienze concrete.

In linea con questa idea, è plausibile pensare alla dimensione linguistica – e, con questa, alla dimensione narrativa che veicola – come a un processo che «involves [i.e., consists in] action and perceptual representations and not amodal representations» (Zwaan 2004, p. 6). Le rappresentazioni percettive sono modali perché sono computate dagli stessi sistemi in cui vengono elaborati gli stati percettivi che le hanno prodotte. Ad esempio, i meccanismi che rappresentano la proprietà del colore durante la percezione sono gli stessi che permettono la rappresentazione del colore degli oggetti nei simboli percettivi. Poiché sono modali, tali simboli sono anche analogici, vale a dire, conservano la struttura dell’entità rappresentata. Queste caratteristiche garantiscono che la rappresentazione del si-gnificato sia grounded; in tal modo, è possibile spiegare come fanno i simboli a parlare della realtà di cui di fatto parlano (Amoruso et al. 2013). Evidenze in questa direzione sono state documentate su diversi fronti: Rinck e Bower (2004), ad esempio, mostrano che il significato di un testo viene rap-presentato per mezzo di modelli situazionali che hanno proprietà spaziali; nella stessa direzione, Spi-vey e collaboratori (2000) suggeriscono che, nello specifico, assumiamo la prospettiva spaziale degli scenari descritti; altri studi (ad es. Intraub & Hoffman 1992) supportano l’idea che le rappresentazioni modali di tipo visivo siano alla base della produzione e comprensione di eventi non soltanto visivi ma anche verbali. In linea con l’ipotesi che nel leggere una storia costruiamo una simulazione degli eventi narrati (Barsalou 2008; Zwaan 2004), uno studio fMRI mostra che la lettura di porzioni di testo in cui sono descritti particolari cambiamenti riguardanti gli eventi narrati si accompagna a un’attiva-zione selettiva delle regioni che elaborano quei cambiamenti nei processi percettivi e motori (Speer et al. 2009).

Il modello fondato sul «perceptual symbol system» (Barsalou et al. 2003) parte da questi ri-sultati per asserire che i processi concettuali sono costruiti a partire dalle modalità con cui facciamo esperienza. In questa prospettiva, tuttavia, le rappresentazioni percettive non vengono tradotte in rap-presentazioni simboliche ma sono piuttosto riattivate di volta in volta nel processo di costruzione rappresentazionale contingente. Un componente di attenzione selettiva individua alcuni aspetti sa-lienti e i meccanismi di memoria a lungo termine integrano questi aspetti con l’informazione imma-gazzinata in passato in situazioni simili. Da qui emergono modelli mentali multimodali che catturano gli aspetti situazionali rilevanti. I simboli risultanti sono semplicemente raccolte di simboli percettivi.

Una precisazione è d’obbligo: rispetto alla teoria dei modelli mentali di Johnson-Laird (1983), questo modello comporta alcune revisioni importanti. In quella prospettiva, il formato percettivo-spaziale era assegnato esclusivamente alle rappresentazioni mentali che veicolano il contenuto ampio, ovvero il contenuto individuato dalla relazione di interfaccia tra mente e mondo. Per quanto riguarda il contenuto stretto, il formato proposizionale restava valido a dar conto delle rappresentazioni se-mantiche che prescindono da ciò a cui fanno riferimento. Nella prospettiva che abbiamo sposato,

questa distinzione non ha ragione di esistere poiché il contenuto stretto ha di per sé poca plausibilità:

la costruzione di un modello mentale della realtà o del mondo narrativo appare indispensabile per radicare il significato costruito nell’elaborazione narrativa; tale costruzione è compatibile con la na-tura strettamente percettiva dei modelli situazionali e isomorfa alle situazioni che questi rappresen-tano (Vosgerau 2006).

A partire da questo ordine di considerazioni, la prospettiva embodied sembra offrire una spie-gazione plausibile dei processi mentali coinvolti nella produzione e comprensione di storie. L’elabo-razione narrativa sfrutta la costruzione di scenari che coinvolge processi simulativi di integL’elabo-razione di elementi multipli ricavati dalle modalità sensoriali e attribuiti a oggetti, persone, cose e azioni allo scopo di realizzare modelli situazionali coerenti (Cosentino 2012b; Hassabis & Maguire 2009).

«[…] the listener implicitly sets up a much abbreviated and not especially linguistic model of the narrative. […]A good writer or raconteur perhaps has the power to initiate a process very similar to the one that occurs when we are actually perceiving (or imagining) events instead of merely reading or hearing about them» (Johnson-Laird 1970).

Sullo sfondo delle indicazioni fornite finora, quella che si sta delineando è un’ipotesi specifica sull’elaborazione narrativa che si lega a un modello senso-motorio della narrazione, un modello che non può più fare astrazione dal corpo.

Capitolo 4

Una teoria senso-motoria della narrazione

L’immaginazione attiva è la chiave di una visione più ampia, permette di mettere a fuoco la vita da punti di vista che non sono i nostri, pensare e sentire partendo da prospettive diverse.

Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà

Nel documento [L-J* frtftr"* rur*l- C^i--^l =À=TRE. reroma. Il tempo della narrazione. I fondamenti cognitivi dello storytelling XXXI CICLO /^_ FILOSOFIA (pagine 95-102)