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L'utilizzo di impianti industriali come contenitori espositivi per l'archeologia

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Academic year: 2021

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UNIVERSITÀ DI PISA

Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere

Corso di Laurea Magistrale in Archeologia

Curriculum Classico

L'utilizzo di impianti industriali come contenitori espositivi

per l'archeologia

Relatore: Candidato:

Prof.ssa Fulvia Donati Correlatori:

Prof. Fabio Fabiani Dott.ssa Daria Pasini

Gabriele Tarabella

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Indice

Introduzione p. 1 I. Rifunzionalizzare edifici industriali per un uso museale p. 31.1 Industrializzazione, dismissione e riuso p.31.2 La nascita dei musei in contesti industriali p.91.2.1 La musealizzazione dei contesti minerari p. 111.2.2 Musei “in fabbrica” p. 141.2.2.1 Tra arte, cultura e industria p. 151.2.2.2 Musealizzare se stessi p. 201.2.3 Le centrali p. 231.2.4 Treni e stazioni p. 261.3 Realtà “marginali” p. 281.4 Il Museo del Ferro di Piombino: un'occasione persa p. 33

1.4.1 La storia dello stabilimento p. 341.4.2 La situazione attuale p. 36

II. Archeologia in contesti industriali: una selezione di esempi significativi p. 392.1 Il Parco archeo-minerario San Silvestro (Campiglia Marittima) p. 40

2.1.1 La storia del territorio p. 402.1.2 Il recupero p. 412.1.3 La visita del parco p. 422.2 Il distretto di Carrara: una città tra il marmo e il ferro p. 46

2.2.1 Breve storia delle cave lunensi p. 472.2.2 L'idea di creare un parco e il suo progetto di allestimento p. 472.2.3 La situazione attuale p. 492.3 Museu Maritìm di Barcellona p. 552.3.1 La storia dell'edificio p. 552.3.2 Il recupero p. 562.3.3 L'allestimento museale p. 57

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2.4 Ex Stabilimento Florio delle tonnare di Favignana e Formica p. 602.4.1 La storia dell'edificio p. 602.4.2 Il recupero e l'allestimento museale p. 612.5 Museo archeologico “Lilibeo” Baglio Anselmi (Marsala) p. 63

2.5.1 La storia dell'edificio e il rinvenimento della nave p. 632.5.2 La struttura e il percorso museale p. 652.6 Classis Ravenna: Museo della Città e del Territorio p.722.6.1 La storia dell'edificio p. 722.6.2 Il recupero p. 742.6.3 L'allestimento museale p. 74 2.7 Il Museo delle navi antiche di Pisa p. 782.7.1 La storia dell'edificio p. 782.7.2 Il recupero: dal cantiere di scavo al museo p. 792.7.3 L'allestimento museale p. 842.8 La Centrale Montemartini di Roma p. 89

2.8.1 La storia dell'edificio p. 892.8.2 Dalla mostra al recupero della struttura p. 902.8.3 L'odierno percorso museale: la Sala Colonne p. 932.8.4 La Sala Macchine p. 962.8.5 La Sala delle Caldaie p. 1012.8.6 La Sala del treno di Pio IX (già Sala Caldaie n. 2) p. 1032.9 Fondazione Prada (Milano): la mostra Serial Classic p. 1042.9.1 La storia dell'edificio p. 1052.9.2 L'allestimento museale p. 105

III. Musei in contesti industriali: Peculiarità, analogie e divergenze p. 1113.1 Dal legame con il contesto alle caratteristiche dell'allestimento p. 1113.2 Comunicazione web p. 135Conclusioni p. 137

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Bibliografia p. 151 Sitografia p. 162 Ringraziamenti p. 165

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Introduzione

Il nostro passato si trova non solo nei reperti dissepolti appartenenti ad un tempo ormai remoto o sui libri di storia, spesso si trova di fronte ai nostri occhi, sotto forma di una vecchia fabbrica abbandonata o di uno stabilimento industriale in disuso; si tratta di efficaci testimonianze capaci di dare risposte su come la nostra tecnologia, e in generale la nostra società, si sia sviluppata durante il corso degli anni, oltre che di strutture meritevoli di attenzione e conservazione. Non solo: questi edifici possono rappresentare senza dubbio una sede interessante e non banale dove ospitare reperti e opere d'arte, di qualsivoglia genere e periodo. È in quest'ultimo punto che sta l'intento di questa tesi di laurea magistrale: mostrare il ruolo dell'archeologia industriale nel campo della museologia archeologica, ed analizzarne gli aspetti positivi e le criticità in questo tipo di istituzione museale.

Sono stati presi in analisi solo alcuni dei musei inseriti in contesti industriali, dato che questa tipologia museale ha numerosissimi casi in tutto il mondo, e non sarebbe stato possibile né proficuo in questa sede trattare ognuno di essi in modo esaustivo. È stata quindi fatta una cernita, sia sulla base dell'importanza e dell'impatto storico-culturale avuto da alcuni di questi musei, sia delle loro peculiarità anche nell'allestimento, che hanno portato a svariate differenziazioni in questo ambito. Sebbene non manchino in questo lavoro casi provenienti dall'estero, verranno trattati principalmente musei posti sul territorio nazionale; una tale scelta è dovuta al fatto che l'Italia è uno dei paesi maggiormente industrializzati a livello globale e pertanto offre una vasta casistica utile ai fini di questo lavoro.

Nel primo capitolo sarà mostrata una panoramica, nelle sue linee generali, sia di alcuni dei principali ex-stabilimenti industriali riutilizzati come sedi museali, non di ambito prettamente archeologico, sia di altri casi forse meno noti, ma che si ritiene abbiano dato un contributo interessante a questa tipologia museale.

Sarà poi illustrata, nel secondo capitolo, una selezione di strutture sorte in funzione di un uso industriale ed in seguito riadattate a musei archeologici; di essi si offrirà una descrizione quanto più esaustiva possibile, partendo dalla storia dello stabilimento fino alla sua dismissione, passando poi al suo riuso come sede museale. Nell'ultimo capitolo verrà infine effettuata un'analisi degli aspetti cruciali di questi

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musei archeologici, mettendo in luce i punti di forza, i pregi, i difetti e le problematiche ad essi inerenti, al fine di poterne trarre delle riflessioni a carattere generale.

Per la stesura di questo elaborato ci si è avvalsi non solo di fonti bibliografiche, ma anche dei siti web relativi ai vari musei e ad articoli online. Indispensabili sono stati quei manuali inerenti allo sviluppo dell'archeologia industriale e al riuso dei vari impianti per altri scopi. Infine è risultato tanto utile quanto necessario per la stesura di questo lavoro il mettersi in contatto con alcuni degli addetti a vari musei, i quali hanno fornito un prezioso contributo per la comprensione dei temi trattati.

La scelta di così diversificate fonti era necessaria, visto che nella gran parte dei musei archeologici qui discussi non sono molte le fonti bibliografiche a disposizione, eccezion fatta per quel che riguarda la musealizzazione delle miniere, nel cui caso si dispone di numerosissimi dati.

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I. Rifunzionalizzare edifici industriali per un

uso museale

Che fare del patrimonio industriale dopo che uno stabilimento ha cessato di funzionare? Spesso la risposta è stata la demolizione dell'edificio: troppe le strutture andate perdute, soprattutto nell'ultimo ventennio, spesso in città con una grande attività industriale quali Torino, Barcellona, Parigi e Amburgo, le quali avrebbero in realtà molto da offrire in questo campo.

Questi stabilimenti vengono distrutti, sia perché concepiti come esempi di un'architettura “effimera”, legata cioè a vecchi cicli di produzione oramai superati, sia per le difficoltà nel conservarli – a maggior ragione se posti nel cuore cittadino – o nel dar loro un nuovo uso. Non viene dunque considerato che, nella maggior parte dei casi, tali edifici hanno la possibilità di essere nuovamente valorizzati e impiegati donando loro nuova vita e funzione (e dando in tal modo il via al processo di patrimonializzazione dei reperti di epoca industriale). Ciò per certi versi risulta naturale, se teniamo in considerazione che quando uno stabilimento chiude i battenti per il proprietario la cosa primaria da tenere in considerazione dovrebbe essere il destino dei suoi dipendenti; il riuso ha infatti dei costi elevati, che non sempre possono essere sostenuti (da città e/o enti), ma quando è possibile può essere un'opportunità per dare nuova vita ai vecchi impianti, sfruttandone il potenziale sia economico che culturale che essi hanno da offrire, e mantenendone viva la memoria storica e culturale di un determinato territorio.

1.1 Industrializzazione, dismissione e riuso

Il processo di industrializzazione è un fenomeno complesso e pervasivo che combina, nella sua evoluzione, fattori di carattere sia fisico che ambientale, sia tecnico che economico, sia culturale che istituzionale. Un processo che trova la sua origine in epoca moderna, la cui patria è generalmente considerata l'Inghilterra del XVIII secolo1, con l'uso di sistemi meccanizzati che ha progressivamente sostituito

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l'energia umana e animale in tutti i settori produttivi, unificando operazioni che precedentemente venivano svolte manualmente.

Di questo patrimonio le fabbriche, le infrastrutture ad esse collegate e le aree dismesse sono la parte più immediatamente riconoscibile e variegata in rapporto ai settori e ai caratteri temporali, spaziali ed organizzativi della produzione2.

Il cosiddetto industrial heritage infatti è ciò che rimane delle attività di trasformazione svolte dall'uomo e del loro conseguente impatto su ambiente e società, e la disciplina dell'archeologia industriale altro non è che il mezzo mediante il quale si è preso coscienza dell'importanza di un patrimonio storico ricco quantitativamente, ma spesso trascurato nella sua identità storica e architettonica. Per comprendere il significato di una struttura industriale e di un suo eventuale riuso bisogna considerare un processo che ha avuto le sue origini nell'Inghilterra degli anni Cinquanta, e successivamente negli altri paesi.

La Gran Bretagna si affermò infatti come terreno privilegiato per una nuova visione del passato industriale: Michael Rix, docente presso l'Università di Birmingham, nel 1955 trattò di archeologia industriale in diversi convegni, corsi e pubblicazioni, e nel 1959 venne organizzato proprio in Gran Bretagna il primo convegno sul tema della preservazione delle testimonianze architettoniche della prima rivoluzione industriale, dando così il via ad un'intera generazione di studiosi che elaborò specifici strumenti analitici3.

In questa prima fase, l'archeologia industriale riguardò quasi esclusivamente gli edifici risalenti al periodo della rivoluzione industriale, e il lavoro degli archeologi dell'industria ha nei suoi primi anni una funzione essenzialmente conservativa, volta ad evitare la scomparsa di queste testimonianze del nostro passato.

L'interrogativo su destino e finalità di aree industriali dismesse anima il dibattito internazionale dagli anni Settanta, benché in Italia tali quesiti ebbero inizio a partire dal decennio successivo, ossia nel momento in cui volge al termine il processo di ristrutturazione del sistema industriale ed il fenomeno della dismissione assume una considerevole rilevanza quantitativa, creando di conseguenza dei vuoti funzionali che s'impongono sul problema urbano4.

In tutta Europa e nel mondo infatti, praticamente da sempre, vengono chiusi impianti

2 Fontana, 2008.

3 Bocquet, 2008.

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ed aree industriali: in molti paesi i processi di decentramento e di ristrutturazione del sistema produttivo, la crisi di alcuni settori industriali, la perdita funzionale di vaste aree urbanizzate hanno reso disponibili interi settori urbani, innescando quindi il sopracitato dibattito sul futuro di queste zone, sulle loro potenzialità, sulle loro occasioni di rilancio in modo da trovare spazi di crescita e sviluppo.

Dalla fine degli anni Ottanta l'attenzione si è focalizzata sul recupero e la riconversione soprattutto nell'ambito delle politiche locali, ponendo l'accento sulla connessione strategica esistente nei progetti di riqualificazione tra le politiche urbanistiche sociali e quelle di sviluppo immobiliare e commerciale. La motivazione di questo interesse risiede da un lato nelle difficoltà di trovare nuove aree edificabili nella periferia dei sistemi urbani, e dall'altro nei costi smisurati che l'espansione urbana comporta per la collettività nel suo complesso, molto più attenta alle problematiche ambientali, di rispetto e tutela del territorio, trasformando queste aree e fabbriche dismesse in una potenziale risorsa economica e culturale; non a caso a cavallo tra gli anni Settanta e il decennio successivo cominciano a nascere svariate associazioni nazionali ed internazionali che portano l'accento su questo argomento, occupandosi della ricerca, della catalogazione, della conservazione e della divulgazione del patrimonio industriale del passato, talvolta mediante riviste di settore, attente alla conservazione dei luoghi di interesse archeologico d'ambito industriale mediante la segnalazione agli organi competenti di ogni intervento che coinvolga siti industriali dismessi. Tra le associazioni la più rilevante risulta essere il “The International Committee for the Conservation of the Industrial Heritage” (TICCIH)5, a cui aderiscono molte organizzazioni nazionali6, fondato nel 1973 ad

Ironbridge, in Inghilterra, a seguito della prima conferenza internazionale dedicata all'archeologia industriale.

Nel corso del tempo inoltre le distanze tra zona industriale e periferia urbana si sono colmate: le zone industriali più grandi, prima esterne alla città, sono ora le spine centrali di un complesso sistema urbano, grazie al sistema dismissione/riuso e alla riorganizzazione dei sistemi produttivi.

Nell'Europa contemporanea dunque sono molte le “aree dismesse”, e le ragioni di questo abbandono possono essere individuate nell'aumento del costo del lavoro, nel cambiamento delle tecnologie di produzione, nei sistemi di trasporto, nella necessità

5 http://www.ticcih.org

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di comunicazione sempre più veloce, nella globalizzazione dei mercati. Questi cambiamenti hanno comportato in molti casi la rilocalizzazione delle attività in aree che offrono manodopera a basso costo e mezzi di trasporto più confacenti; in altri hanno invece portato alla cessazione dell'attività con conseguente abbandono di aree, edifici e strutture varie. Edifici un tempo centrali per immagine e importanza sociale ed economica diventano luoghi di marginalità ed abbandono.

In un quadro come questo il recupero di aree dismesse diventa un problema della città, la quale vede il suo sviluppo strettamente legato alla riqualificazione della zona in questione: oggi conservare le vecchie fabbriche non è soltanto una questione estetica, bensì una questione riguardante aspetti centrali nella cultura progettuale contemporanea, in quanto la loro conservazione risulta necessaria per la memoria e l'interpretazione storica e sociale.

In una tale situazione i piani di riqualificazione, anche in funzione del peso quantitativo e qualitativo delle aree dismesse nel tessuto urbano, sono chiamati a trovare nuove soluzioni coinvolgendo direttamente gli operatori, attenti anche all'aspetto formale ed economico dei lavori di riconversione7.

Questo fenomeno di riconversione di aree industriali è in grado quindi di rappresentare uno dei punti cardine della pianificazione urbana; in molti casi gli edifici in questione hanno subito grandi stravolgimenti nella loro trasformazione atta ad accogliere centri polifunzionali totalmente o quasi avulsi dalla memoria storica del luogo, come si vedrà nel caso della Fondazione Prada, mentre in altri casi gli interventi hanno mirato principalmente a riconoscere il fascino e l'originalità delle architetture industriali, come nel caso dei Drassanes. Il loro recupero inoltre incide sull'impatto ambientale, visto che le opere di riconversione sono generalmente più economiche di demolizioni e ricostruzioni.

Nella propensione generale degli ultimi anni al recupero di questo potenziale patrimonio, sicuramente stimolata dal sempre più cospicuo numero di opifici e complessi architettonici inutilizzati, nonostante molte siano state le destinazioni della loro riqualificazione, persino residenziali, l'opzione museale come destinazione d'uso è stata tra le più adottate (Fig. 1.1)8.

7 Ronchetta, 2008.

8 Del resto riutilizzare un edificio storico come sede di un museo è diventate nel tempo una procedura molto in voga, e non riguarda solamente i vecchi stabilimenti industriali, basti pensare, giusto per fare un esempio, alla chiesa di S. Paolo all'Orto (Pisa), ora sede di una

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Fig. 1.1: Fondazione Arkad (Seravezza) – Esterno: un esempio di riqualificazione di un edificio

industriale in museo. Foto dell'Autore.

L'opzione museale può effettivamente risultare una scelta azzeccata per il riuso di un ambiente industriale, innanzitutto per rifunzionalizzare uno spazio già esistente e già inserito in un determinato territorio o tessuto urbano, permettendo di ottimizzarne gli spazi cittadini e senza occuparne altri che possono così essere impiegati in altro modo portando beneficio alla popolazione, ma anche per rivalorizzare un intero quartiere o area urbana, soprattutto nel caso quest'ultimo abbia avuto una crescita economica e produttiva proprio grazie alla fabbrica, e un conseguente impoverimento una volta che la suddetta fabbrica ha definitivamente cessato la sua produttività. Se opportunamente ristrutturato, uno stabilimento può inoltre offrire un luogo suggestivo per un polo museale, e in grado di raccontare più storie: quelle dei reperti o opere d'arte mostrate al suo interno ma anche la storia dell'edificio stesso e delle persone che vi hanno lavorato.

Infine, in conseguenza di quanto detto sopra, è possibile salvare un pezzo della nostra storia industriale e al contempo divulgarla, oltre che creare posti di lavoro (un elemento questo che chiaramente non è legato soltanto alla tipologia presa in analisi). Naturalmente, come dice espressamente l'architetto Franco Mancuso9, il riuso di un

ambiente industriale (museale o meno), deve avere alle spalle necessariamente un

gipsoteca.

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progetto oculato, che tenga in considerazione l'edificio, la sua importanza e le sue forme, e pertanto bisogna sempre seguire delle linee guida. Anzitutto conservare i caratteri generali della struttura originaria, in modo da mantenere riconoscibili le caratteristiche originali dell'edificio, in modo che i visitatori possano riconoscerne l'originaria funzione. Si deve inoltre “riattivare il dialogo” tra l'edificio ed il tessuto urbano, con varchi e accessi chiari, e salvaguardare il contesto, ossia tutti quegli elementi che si collegano all'ambiente (rogge, canali, percorsi ecc.). Si deve altresì prestare attenzione agli spazi, immaginandone i nuovi ruoli che possono svolgere, nonché differenziare l'intervento di riqualificazione, adottando criteri e metodi differenziati per preservare e rispettare l'identità sia tipologica che architettonica del complesso, e per le parti eventualmente realizzate ex novo (sostituzioni, integrazioni ecc.), ogni progetto di recupero deve adottare un linguaggio appropriato, in modo da sviluppare una dialettica quanto più eloquente possibile con le parti preesistenti (dell'edificio), sia senza prevalere su esse, sia senza sminuire le nuove su camuffamenti e soluzioni mimetiche.

Si devono anche valorizzare, quando presenti, gli apparati produttivi e le macchine in quanto risultano essere elementi peculiari e caratteristici del mondo dell'industria, e integrarli negli spazi in allestimento, ovviamente sapendone valutare non solo la loro identità ma anche le loro potenzialità, immaginandone il ruolo che potrebbero assumere all'interno di una comunità, oltre che ricercare le testimonianze di chi ha lavorato nel complesso, cercando di mantenere la successione dei locali nel ciclo lavorativo, l'impianto d'illuminazione e la dimensione degli ambienti rispetto alle macchine (quando presenti).

Oltre a questi necessari punti cardine non si devono trascurare anche altri fattori, che potrebbero forse risultare scontati, ma comunque indispensabili. Tanto per cominciare il budget a disposizione, che comporta scelte oculate sia in fase di progettazione che di allestimento, i tempi di allestimento, i quali ovviamente dipenderanno sia dal contenuto dell'allestimento museale e dai possibili problemi riscontrabili nelle condizioni strutturali dell'impianto, e soprattutto trovare il giusto bilanciamento tra contenitore (l'edificio) e il contenuto, (elemento, questo che sarà approfondito, data la sua importanza, in seguito).

Nella realtà dei fatti tuttavia adempiere a tutto questo non è cosa facile: il rischio che l'edificio venga distrutto per far spazio ad altro o che questo venga effettivamente recuperato, svilendone le prerogative, è sempre dietro l'angolo.

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Da questi punti si capisce il ruolo di estrema importanza ricoperto dagli architetti nei progetti di riqualificazione: non si può fare a meno di persone che abbiano una conoscenza delle problematiche e delle caratteristiche dei modelli architettonici ed urbanistici dell'archeologia industriale, e delle diverse tipologie edilizie in cui si presenta il patrimonio da recuperare10.

1.2 La nascita dei musei in contesti industriali

Il dibattito sulla riqualificazione dei contesti industriali ha avuto inizio, come detto, tra gli anni Settanta e Ottanta, tuttavia trovare il momento esatto della loro musealizzazione degli stessi non è così semplice: è vero che le riflessioni e i primi progetti di riqualificazione sono sorte grosso modo in quegli anni, ma è anche vero che, a causa talvolta di esigenze pratiche o economiche, il fenomeno della conversione da stabilimento a museo risulta cominciare ben prima.

Tra le prime manifestazioni della volontà di conservazione del patrimonio industriale troviamo alcuni musei dedicati unicamente alla tecnologia ed allo sviluppo industriale – sebbene fuori contesto – fin da fine XIX inizio XX secolo, come il South Kensinghton di Londra del 186111, mentre veri e propri musei già appaiono

negli anni Trenta del secolo scorso, talvolta per la necessità di trovare un luogo adatto a raccontare e valorizzare lo sviluppo industriale di un determinato settore, come nel caso di Bochum in Germania o dei Drassanes in Spagna.

Ad ogni modo si può dire che prima della fine del XX secolo si trattava semplicemente di casi sporadici, visto che prima della fine del secolo appena trascorso mancava l'elemento principale per far sì che tale trasformazione potesse verificarsi: la dismissione, su larga scala, di edifici e aree industriali, la quale è iniziata grosso modo nella seconda metà del XX secolo.

Certamente molti stabilimenti vennero chiusi ben prima del periodo sopra citato, come nel caso dell'Inghilterra, culla della rivoluzione industriale, ma possiamo affermare che proprio nel secolo scorso si è verificata una progressione industriale ben maggiore rispetto a quella dell'Ottocento, causata dall'avanzamento tecnologico e dalla spinta economica e sociale, permettendo in tal modo la nascita di un'infinita schiera di edifici, centrali e stabilimenti.

10 Mancuso, 2008.

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Il fenomeno di dismissione industriale non è avvenuto ovunque nello stesso momento, a causa della crescita dell'attività industriale diversificatasi da paese in paese; in Italia ad esempio il fenomeno di dismissione si è verificato anni dopo rispetto ad altri paesi: la proliferazione degli stabilimenti su territorio italiano è avvenuta infatti in concomitanza con il boom economico degli anni Sessanta e Settanta, portando ad una trasformazione dell'intero paese a livello ambientale, economico e sociale, e trasformando l'Italia da paese agricolo ad uno dei principali punti di riferimento del panorama industriale. Conseguentemente, la dismissione – e la possibile conversione a museo di edifici ed aree industriali – si è verificata in ritardo rispetto ad altri paesi.

Nel panorama internazionale si osserva come le strutture riadattate ad una funzione museale seguano un comune filo logico, legato alla scelta di quale area industriale musealizzare, spesso un edificio in un centro urbano, solitamente posto in una zona di facile accesso per i visitatori e che abbia una certa importanza storica per quel centro, facendo dunque ricadere la scelta generalmente su centrali, stazioni ferroviarie o vecchi stabilimenti un tempo volti alla produzione dei generi più disparati (ad esempio cantieri navali, quando filatoi, ecc.).

È altresì possibile constatare per questi musei un'ulteriore distinzione in due macro-gruppi, in quanto un considerevole numero di queste strutture riqualificate contiene materiali totalmente alieni rispetto alla loro funzione originaria dell'edificio e viceversa altre strutture, al fine di preservare e divulgare la propria storia, diventano “musei di loro stessi”.

A livello internazionale sono molti i musei legati indissolubilmente al mondo dell'industria, la scelta dunque è estremamente vasta, e in questa sede, come già accennato, si è scelto di focalizzare l'attenzione principalmente sul panorama italiano, che come paese tra i più industrializzati al mondo offre un'ampia casistica. Sono stati esaminati esempi che, a parere di chi scrive, risultano maggiormente significativi per la loro notorietà ma anche e soprattutto per il loro approccio allestitivo in merito al contesto in cui sono allocati, dimostrando il vario uso applicabile a queste realtà.

I casi discussi nel presente capitolo sono stati raggruppati in differenti categorie riferibili ai vari contesti industriali musealizzabili. L'analisi inizierà con i musei in miniera e quelli in fabbrica, poiché sono le due categorie aventi in linea generale una più ampia diffusione. A seguire i musei inseriti all'interno di centrali e infine quelli

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legati al trasporto ferroviario i quali, sebbene non siano luoghi di produzione industriale come possono essere fabbriche o centrali per la produzione elettrica, sono comunque legati a tale mondo.

1.2.1 La musealizzazione dei contesti minerari

Senza dubbio l'attività estrattiva mineraria ha arricchito enormemente il patrimonio industriale internazionale: è stata infatti protagonista del suo sviluppo in un passato non troppo remoto e, forse più di qualunque altra attività industriale, è stata capace di incidere ed alterare l'aspetto morfologico dell'ambiente circostante e di influire sulla storia del popolamento di una determinata area, tuttavia, una volta esaurite le risorse del terreno, sopraggiunge la chiusura del centro, e conseguentemente il collasso delle comunità che si erano create attorno ad essi12.

La valorizzazione museale delle miniere è diventata un'occasione per mostrarne i valori storico-culturali, sociali, economici, ambientali, paesaggistici e turistici, a maggior ragione se si considera la loro proliferazione in tutta Europa negli anni passati e il conseguente cambiamento apportato nell'ambiente in cui avevano sede. Oltretutto in ambito italiano le miniere sono state praticamente il primo esempio inerente al mondo dell'industria su cui lo Stato ha esercitato attività di tutela e valorizzazione, e ciò è dovuto a diversi fattori: in primis per le comunità che si sono create attorno ad esse, secondariamente perché, una volta terminata l'attività produttiva, non ci sono iniziative di attività sostitutive, infine perché la loro dismissione comporta una diffusione di forza lavoro che generalmente non ha possibilità di reimpiego. Per la musealizzazione in simili contesti sono state adottate soluzioni diversificate13, ora ispirandosi ai musei della scienza e della tecnica,

illustrando le tappe del progresso scientifico e tecnologico della produzione, ora seguendo il modello di museo antropologico, che mette al centro di tutto la figura dei lavoratori, e quindi legato alle condizioni lavorative, alle lotte sindacali, ai sistemi di sicurezza sul posto di lavoro, alle malattie ed agli incidenti degli operai. Altro modello adottato è quello del parco, portando l'allestimento ad inglobare non solo il “contenitore”, ma anche impianti, territorio, attrezzature ed edifici14. Non è

12 Preite, 2000. 13 Patanè, 2011.

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impossibile, anzi tutt'altro, che questi differenti modelli possano combinarsi tra loro15.

È anche possibile fare una particolare distinzione tra i siti estrattivi soggetti potenzialmente a musealizzazione legati alla natura mineralogica del materiale estratto (oltre che distinti anche sotto un profilo prettamente giuridico): i più comuni sono le miniere, ossia siti adibiti all'estrazione di minerali appartenenti alla prima categoria (come i metalloidi) e generalmente “in galleria”, e le cave, i giacimenti generalmente legati all'estrazione di materiali utilizzabili nell'edilizia e solitamente “a cielo aperto”. Tra le due tipologie le cave raramente sono soggette a forme di musealizzazione perché, anche se generalmente più facili da mettere in sicurezza, sono soggette al regime fondiario, rendendo più difficile un intervento pubblico e scatenando contenziosi tra gli Enti e i proprietari; ed anche qualora si venga a trovare un accordo, la loro tutela è spesso riservata a quei siti aventi un particolare interesse storico-archeologico16.

Tra i più famosi musei dedicati all'estrazione mineraria sicuramente vi è il Deutches Bergau-Museum (DBM) di Bochum (Fig. 1.2), nell'ex-regione carbonifera della Rhur, il più antico museo minerario europeo17, nato quando nel 1930 la Westfalische

Berggwerkschaftkasse (WBK, ossia l'associazione degli imprenditori dell'industria mineraria della Vestfalia) stipulò un accordo con il Comune per istituire e gestire un museo storico sull'industria mineraria, che venne inizialmente allestito in un antico mattatoio per poi essere spostato nel '72 in un nuovo edificio a causa della demolizione del precedente. Originariamente la collezione era costituita da modelli dimostrativi usati per la formazione di minatori della WBK, ed in seguito arricchita da reperti provenienti dal museo della miniera e della metallurgia di Berlino. Nel corso degli anni tanti furono gli ampliamenti dell'allestimento, come il Bergau-Archiv, istituito nel '69, resosi necessario dopo la chiusura delle miniere di carbone tra il '67 e il '68. Sempre negli anni Sessanta è stato inserito anche un centro di ricerca sulla storia mineraria a cui si è aggiunta, una decade dopo, una sezione riservata all'archeologia mineraria. Il museo si è sempre posto l'obiettivo di mostrare ai suoi visitatori (ormai oltre 400.000 annui) il progresso scientifico e la sua evoluzione storica, economica e sociale, e pertanto fin da subito fu chiaro che non

15 Preite, 2000.

16 Sertorio, Di Lovisetto, 2011. 17 Colini, 2000.

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sarebbe stato un museo regionale basato sull'industria della Rhur, bensì un'istituzione museale legata all'intera storia dell'industria mineraria del paese (da qui il nome del museo). Con l'ausilio di macchinari originali e fedeli ricostruzioni e con una raccolta suddivisa per aree tematiche su una superficie di circa 12.000 metri quadrati: al piano terra il museo mostra la sezione “l'industria mineraria e ambiente” (riguardante l'estrazione, le tecniche esplosive, il sistema di drenaggio e di ventilazione, gli strumenti di lavoro), al piano superiore la sezione “minerali e fossili”, dove vengono mostrati i processi di trattamento del materiale e sale dedicate agli aspetti sociali del lavoro in miniera, nel seminterrato vengono mostrati i macchinari estrattivi ed infine un “pozzo dimostrativo”, ossia un ambiente sotterraneo di 2,5 chilometri che riproduce l'ambiente di una miniera di carbone e relativi metodi di estrazione18.

Oltre alle funzioni espositive e didattiche il DBM collabora con centri di ricerca ed università, nazionali ed estere, per lo studio e la documentazione dei reperti.

Fig. 1.2: Deutches Bergau Museum – Veduta aerea. Immagine da Preite, 2000, fig. 4.7, pag. 67.

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Quello della Rhur è uno degli esempi di maggior rilievo sul tema museale, ma non è un caso isolato: al di fuori della Germania molti hanno eseguito musealizzazioni di questo genere, basti pensare ai vari siti minerari in Inghilterra tra i quali il Blist Hill, museo minerario dello Shropshire nato nel '73 dove non solo viene musealizzata l'area estrattiva, ma si ridà vita al mondo industriale ottocentesco, con tanto di attori in costume, o alla Francia, che in questo campo offre un'ampia casistica, come il Centre Historique Minier, che rappresenta l'architettura mineraria nel suo periodo di maggior splendore19. Esso trova sede nella miniera Delloye, in Nord-Pas-de-Calais,

nata a inizio Novecento e chiusa poco dopo la metà dello stesso, portando nel novembre del '73 al progetto di allestimento museale e alla sua nascita formale dell'Associazione del Centre historique minier il 4 luglio 1982 e il suo progressivo inserimento nella miniera, avvenuto tra il 1984 e il 1994. Analogamente al DBM anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una ricca collezione di strumenti utilizzati in miniera, di modellini, foto e documenti inerenti l'attività estrattiva, non solo della miniera francese ma anche di tutto il panorama nazionale ed internazionale.

Dagli esempi citati è possibile evincere che le miniere-museo possano essere considerate come una sorta di punto di partenza per quel che riguarda l'evoluzione e la trasformazione da impianto a museo, e ciò è evidente dall'elemento che le caratterizza: una miniera che diventa un museo non può esimersi dal trattare della storia della stessa, a causa delle difficoltà di ospitare al suo interno materiali differenti e ad essa slegati, come opere d'arte, le quali invece sono tranquillamente inseribili in tutti gli altri contesti industriali, sia che si parli di fabbriche sia che si parli di centrali elettriche e via dicendo.

1.2.2 Musei “in fabbrica”

Sparse per il mondo sono tante le strutture legate alla produzione cadute in disuso, che si tratti di fabbriche di automobili, di cantieri navali o ancora di strutture per la lavorazione di materiali di vario genere, motivo per cui si è optato in questo paragrafo per una generica denominazione di “fabbriche”. Molto probabilmente insieme alle miniere costituiscono il caso più diffuso di archeologia industriale (e di una sua ipotetica rinascita a scopo museale), alcune legate alla musealizzazione della

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propria storia industriale, altre slegate da quest'ultima e rinate come musei per esporre materiali di tutt'altro genere.

Proprio a causa della loro diffusione e conversione in museo e della diversificazione d'allestimento delle esposizioni, si è scelto di esaminare solo alcuni significativi esempi, trattando prima i musei inseriti in contesto industriale slegati dalla funzione originaria di quest'ultimo, poi le strutture che hanno musealizzato se stesse, in modo da preservarne e divulgarne la storia.

1.2.2.1 Tra arte, cultura e industria

La scelta di edifici industriali per manifestazioni o esposizioni artistiche ha preso piede nel corso degli ultimi anni ed è diventata quasi una consuetudine, ed il motivo va probabilmente ricercato in due fattori: il primo è il grande numero di strutture industriali dismesse, il secondo è che l'arte è in grado di prestarsi ad una sua esposizione quasi ovunque e la scelta di un edificio caduto in disuso risulta essere un'ottima opportunità, che consente di rivitalizzare zone degradate, portando potenzialmente un maggior afflusso di visite e di introiti.

Da questa breve disamina sarà possibile notare come nelle strutture analizzate sia stato sostanzialmente lasciato invariato l'aspetto esteriore dell'edificio, salvo qualche modifica, ed anche per gli interni è stato fatto quanto possibile per mantenere la struttura originaria.

Legata a questo tipo di esposizioni, la pinacoteca Giovanni e Maria Agnelli è un museo d'arte con sede a Torino, dov'è raccolta una selezione delle opere della collezione di Gianni Agnelli, imprenditore ed esponente FIAT, e di sua moglie Marella (Fig. 1.3).

Il museo è stato inaugurato il 20 settembre 2002 in uno dei principali stabilimenti di produzione della FIAT, il complesso del Lingotto, che sebbene oggi sia un grande centro polifunzionale, rimane senz'ombra di dubbio un simbolo non solo di Torino, ma dell'Italia intera per quel che concerne la storia dell'industria. Esso sorge sui ruderi della villa dei conti Robilant, quando Giovanni Agnelli, nonno omonimo di Gianni Agnelli, decise la costruzione di un nuovo stabilimento FIAT, progettato nel 1915 sull'onda dello sviluppo siderurgico dettato dalla prima guerra mondiale, e completato pochi anni dopo, su progetto dell'ingegnere italiano Giacomo

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Mattè-Trucco20.

L'attività produttiva del Lingotto si bloccò parzialmente nel '39, a causa della guerra, dato che la fabbrica stessa era un obiettivo militare. L'anno successivo infatti parte della produzione era già stata spostata nello stabilimento FIAT Mirafiori, per continuare in questa sede fino agli anni Ottanta.

Il Lingotto fu ufficialmente spento nel 1982 e nello stesso anno una società a capitale misto guidata dalla FIAT promosse una consultazione internazionale per riqualificare la struttura: nel 1985 l'architetto Renzo Piano fu incaricato della ristrutturazione21.

Simbolo di archeologia industriale, la fabbrica ha subito un lungo processo di ristrutturazione, il quale ha portato a grandi modifiche all'interno ma che ha lasciato pressoché invariato l'aspetto esterno.

La collezione degli Agnelli, il cui il nucleo principale è composto da sette dipinti di Henri Matisse, è ospitata nel cosiddetto “scrigno”, una struttura in acciaio con una superficie di 450 metri quadrati a opera di Renzo Piano22.

Fig. 1.3: Pinacoteca Agnelli – Esterno. Foto da Ronchetta e Trisciuoglio, 2008, pag. 369.

20 http://www.pinacoteca-agnelli.it/visit/fondazione/lingotto/ 21 Cfr. nota precedente.

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Quando si parla di arte e industria un altro esempio di notevole rilievo è il Museo di Arte Contemporanea Roma (MACRO), un istituto museale avente due sedi, la prima situata nei pressi di Porta Pia nel quartiere Salario, nell'ex-birrificio Peroni, mentre la seconda, chiamata MACRO Future, situata in due padiglioni dell'ex-mattatoio Testaccio, vicino alla piramide Cestia. Nel 1989 il Comune designò l'ex-stabilimento di birra Peroni (la quale chiuse la struttura nel '71 e cedette l'edificio al Comune nel 1982) come nuova sede museale della Galleria comunale, e nel 1997 un padiglione del nuovo museo fu aperto al pubblico, mentre vennero ultimati i lavori in questo ed in un secondo padiglione nel 1999, per poi giungere al completamento dei lavori grazie all'architetto francese Odile Decq, vincitrice del concorso internazionale indetto nel 2000 dal Comune di Roma23. Il museo fu inaugurato ufficialmente l'11

ottobre 2002 e si occupa di esporre arte contemporanea, con una collezione di circa 600 opere (Fig. 1.4).

Il mattatoio era stato costruito dall'architetto Gioacchino Ersoch tra il 1888 e il 1891, in modo che la città avesse un nuovo complesso di lavorazione della carne idoneo alle norme igieniche riguardante questo tipo di edifici. Ciò che ne conseguì fu una struttura a padiglioni di forma rettangolare, con muri in mattoni, su frequenti elementi in ferro, tetti a doppia falda ed aperture arcuate ripetute a distanza regolare (una tipologia che si ripete in ogni padiglione). L'ingresso principale era originariamente adibito a dazio per il controllo e la pesatura del bestiame.

L'edificio venne dismesso nel 1975 per essere sostituito da una nuova struttura posta in zona Tor Sapienza, così nel 2001 fu ancora Odile Decq a ricevere l'incarico per la realizzazione dell'ampliamento museale: i lavori incominciarono nel luglio del 2004 e terminarono nel maggio 2010, e il 5 dicembre dello stesso anno venne aperto al pubblico, offrendo una serie di mostre temporanee che si sono susseguite nel corso degli anni fino a oggi (Fig. 1.5-6)24.

23 https://www.museomacro.it/pagine/il-macro-storia 24 https://www.mattatoioroma.it/pagine/presentazione

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Fig. 1.4: MACRO Future – Interno di uno dei padiglioni; sul soffitto sono ancora visibili parte dei

macchinari usati nel mattatoio. Foto dell'Autore.

Fig. 1.5-6: MACRO Future – opere in esposizione: quella di sinistra è riferita ad una mostra d'arte

ivoriana, mentre quella di destra ad una mostra artistica temporanea “La Luce Diversa”. Foto dell'Autore.

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A conclusione di questa rassegna si menziona brevemente il MUDEC, ossia il Museo delle Culture di Milano, in Via Tortona 56 (Milano), inaugurato nel 2014 nella vecchia acciaieria Ansaldo, dedicato alla valorizzazione e alla ricerca interdisciplinare sulle culture del mondo, dove trovano spazio i reperti e le collezioni delle raccolte etnografiche e antropologiche del Comune di Milano. L'Ansaldo era una società industriale sorta nel quartiere genovese di Sampierdarena nel 1853, che nacque per interessamento del governo sabaudo, con lo scopo di sviluppare un'industria nazionale per la produzione di locomotive a vapore, settore che era dipendente dalle importazioni straniere. Il fabbricato ospitò un'intensa attività produttiva fino agli anni Ottanta del secolo scorso, periodo in cui i cambiamenti tecnologici non consentirono di apportare ulteriori miglioramenti, portando ad un periodo di crisi culminato nel 1986 con la totale chiusura dello stabilimento da parte dell'Ansaldo, la quale nel 1993 confluì nella Finmeccanica, ora Leonardo (un'azienda italiana attiva nei settori della difesa, della sicurezza e aerospaziale).

Nel 1989 il Comune acquistò l'area vincolandone l'utilizzo ad attività culturali, e nel 1999 venne indetto un concorso internazionale per la progettazione del nuovo polo museale, il cui sviluppo prese avvio nel 2000 grazie all'architetto britannico David Chipperfield, il quale ha mantenuto, per quanto possibile, le caratteristiche del complesso industriale25. L'edificio occupa una superficie di 17.000 metri quadrati e si

sviluppa su tre piani, sebbene il percorso espositivo vero e proprio si collochi nel piano superiore, che si articola attorno ad una grande piazza centrale coperta di forma quadrilobata, da cui si diramano le sale dedicate alle collezioni permanenti e alle mostre temporanee26. Elemento distintivo dell'architettura è la contrapposizione

delle linee curve dello spazio di transito centrale e i volumi geometrici e lineari delle singole sale espositive: questo contrasto viene accentuato dalle diverse gradazioni di luce e colore dei diversi ambienti e dimostra ancora una volta l'importanza degli architetti nella progettazione e nell'allestimento museale. L'esposizione permanente del Mudec vanta 7.000 tra opere d'arte, oggetti quotidiani, tessuti e strumenti musicali da tutto il mondo ed intende fornire una rappresentazione della diversità assunta dalle culture del mondo nel tempo e nello spazio e si articola in sette sezioni. Il percorso inizia con una selezione del collezionista milanese del XVII secolo Manfredo Settala, in concessione d'uso dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana:

25 Orsini, Antonini, 2015.

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questa collezione risulta di enorme importanza in quanto è uno dei primi esempi di manufatti non europei, provenienti dalle Americhe, dal Vicino Oriente e dall'Africa sub-sahariana27. A seguire sezioni proponenti il nucleo dell'originaria Raccolta di

Paleontologia ed Etnografia del Museo Civico di Storia Naturale, dove confluirono una vasta quantità di oggetti dalle esplorazioni di ordini religiosi, un'altra con oggetti d'epoca coloniale, e altre ancora dedicate a reperti di un'esplorazione in Asia di metà Ottocento composta da opere di artigianato giapponese e cinese28, di reperti asiatici

messi in mostra originariamente durante l'Esposizione internazionale di Milano del 1906, per poi terminare con un'ultima sezione dedicata al collezionismo privato delle avanguardie post guerra, incentrato sull'arte africana e delle Americhe29.

1.2.2.2 Musealizzare se stessi

La conservazione di un edificio è una soluzione spesso adottata per divulgarne la storia, il valore e l'importanza che ha avuto per un centro urbano, e gli esempi in tal senso in Italia non mancano di certo; tra questi, uno dei più rappresentativi è il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna, che ha sede negli edifici ristrutturati di una fornace in laterizi della seconda metà del XIX secolo, posta in una zona caratterizzata in passato da opifici e fornaci.

Oltre a costituire uno degli esempi più significativi in Italia di recupero di uno stabilimento industriale a scopi museali, fa anche parte dell'Istituzione Bologna Musei, che gestisce e coordina l'attività dei musei comunali, prefiggendosi l'obiettivo di divulgare e preservare la storia produttiva bolognese dal XIV secolo ad oggi. Costruita nel 1887, la Fornace Galotti “Battiferro”, la cui attività ebbe termine nel 196630, era nel XIX secolo il più grande impianto per la produzione di laterizi sul

suolo bolognese, dotato di un forno Hoffmann a sedici camere, il quale era in funzione tutto l'anno grazie a ben 250 operai.

Il restauro della fornace nel 1994 da parte dell'Amministrazione Comunale ha permesso di ospitarvi una prima esposizione chiamata “Fare macchine automatiche”: il suo successo portò alla creazione nel 1997 del museo vero e proprio, assumendo

27 Orsini, Antonini, 2015.

28 Amadini, 2015.

29 Orsini, 2015.

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l'attuale denominazione.

Il museo è articolato su tre piani e nel corso degli anni ha anche ospitato moltissime mostre temporanee. Al piano terra, nel portico circostante il forno Hoffmann, viene delineata la storia della fornace e della produzione industriale di laterizi per mezzo di plastici, video, calchi e di alcuni manufatti esemplificativi. All'interno del forno invece sono collocati modelli, macchine e strumenti tecnico-scientifici proveniente dalla collezioni Aldini Valeriani, la più antica scuola tecnica della città, i quali permettono di ripercorrere le principali tappe della rivoluzione industriale. Vi è poi una sezione dedicata ad un vecchio setificio bolognese in attività dal XIV al XVIII secolo chiamata “Bologna dell'acqua e della seta”: anche qui non mancano video e diverse illustrazioni; tra queste degne di attenzione sono la ricostruzione di un mulino da seta in scala 1:2 e la ricostruzione di un filatoio-torcitoio azionato da una ruota idraulica e abbinato ad un incannatoio31. Un'altra sezione dell'esposizione

“Prodotto a Bologna” è dedicata alla cultura meccanica ed elettromeccanica della città con diverse strumentazioni che fanno da guida alla storia della città moderna e del suo distretto industriale. Oltre a questa sezione ve ne è una dedicata alle macchine adibite al confezionamento di prodotti e una dedicata ai simboli industriali dell'odierna città (come macchine da tortellini, condensatori ed auto)32.

Come si è potuto constatare la peculiarità del museo bolognese è quella di mostrare non solo la storia dello stabilimento in cui risiede, ma anche quella di tutta la città, divenendo quindi non solo un esempio di musealizzazione di sé ma anche, per estensione, un esempio di musealizzazione delle produzioni caratteristiche della città e del suo territorio.

Un esempio simile a quello bolognese è senz'altro il Museo Galata di Genova che, come per il museo marittimo di Barcellona che verrà esaminato nel prossimo capitolo, musealizza la storia marinara della città e lo fa all'interno di un antico cantiere navale, mettendo in mostra non solo imbarcazioni ma anche il modus vivendi della città, la quale era ed è strettamente legata alla vita per mare. Il Galata è uno dei musei dedicati alla storia delle navi più grandi dell'area mediterranea e uno dei più moderni d'Italia; esso è situato nell'antica darsena, base della flotta genovese ed incorpora il quartiere navale chiamato Galata, dal nome dello storico quartiere di Istanbul sede fino al XV secolo di una delle più importanti comunità genovesi del

31 http://www.museibologna.it/patrimonioindustriale/galleria_immagini/54201 32 http://www.museibologna.it/patrimonioindustriale/galleria_immagini/54225

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Mediterraneo; a fine Ottocento la città genovese costruì un quartiere di docks commerciali (gruppo di strutture volto alla gestione di imbarcazioni e navi), e al più antico di questi venne dato il nome della colonia. Nel Novecento il Galata perse la sua funzione commerciale e venne abbandonato fino alla fine degli anni Novanta, quando il Comune decise di stabilirvi la futura sede del museo marittimo della città. Inaugurato il 31 luglio 2004, il museo sorge nel Palazzo Galata, la cui ristrutturazione è dovuta all'architetto spagnolo Guillermo Vàzquez Consuegra33. Il

museo tratta, come già accennato, la storia della navigazione, sviluppandosi in venti sale su una superficie di 10.000 metri quadrati con sale interattive in cui capire, per le diverse epoche, cosa significasse l'andare per mare (attraverso filmati, fotografie, documentazioni e riproduzioni di navi come una galea genovese in scala naturale). Dal 26 settembre 2009 davanti alla darsena e antistante il museo del mare è ormeggiato il sommergibile Nazario Sauro (S 518), varato nel '76 dai cantieri della Fincantieri di Monfalcone34. Destinato dalla marina militare italiana alla municipalità

genovese, dal 29 maggio 2010 rappresenta un'appendice galleggiante del museo, e quasi interamente visitabile.

La particolarità del Galata è quella di legare assieme l'edificio antico con una nuova architettura, tanto che il museo appare foderato da una struttura di cristallo, con annessi diversi spazi commerciali e di servizio (Fig. 1.7), evidenziando come la struttura sia stata modificata ai fini allestitivi, andando a “mascherare” in parte l'essenza originaria della struttura, nascondendone quindi la vita passata. Il riuso dell'edificio pertanto non è dovuto tanto ad un fattore di tutela storica ma di “semplice” riqualificazione urbana, che per quanto possa avere un valore notevole dal punto di vista economico e sociale, viene parzialmente a mancare l'importanza storica di questo patrimonio dell'industria italiana.

33 Campodonico, 2006.

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Fig. 1.7: Galata – museo del Mare (Genova) – Esterno. Immagine dal web

https://it.wikipedia.org/wiki/Galata_

%E2%88%92_Museo_del_mare#/media/File:Galata_Museo_del_Mare_Genoa.jpg (Foto Jensens)

1.2.3 Le centrali

Tra gli esempi di strutture industriali riconvertite, le centrali elettriche hanno avuto una notevole importanza storica, perché da esse dipende il fabbisogno energetico di un quartiere, di un borgo, di una città intera. Nel caso siano a disposizione denaro e professionisti è talvolta possibile ristrutturare una vecchia centrale in modo da mantenerla in attività, ma in mancanza di risorse o nel caso della creazione di una struttura nuova e più efficiente, l'edificio preesistente viene pian piano abbandonato per la sua obsolescenza, presentando così un'opportunità per la sua riqualificazione. Un valido esempio è rappresentato dalla Centrale Montemartini, la quale sarà analizzata nei capitoli successivi, ma gli esempi non mancano e in questa sede se ne tratterà due, scelti in parte per la loro importanza, in parte per il loro approccio al contesto industriale in cui risiedono: la Tate Modern di Londra e il SantralIstanbul, situato nella capitale della Turchia.

La centrale elettrica londinese di Bankside (Fig. 1.8), realizzata in due fasi, tra il 1947 ed il 1963, su progetto di sir Giles Gilbert Scott35, fu concepita come un'enorme

struttura che doveva fronteggiare adeguatamente l'antistante cattedrale di St. Paul

35 Architetto a cui si devono la centrale di Battersea, la cattedrale anglicana di Liverpool, le biblioteche universitarie di Oxford e Cambridge, il Waterloo Bridge, nonché le famose cabine telefoniche rosse. Cfr. Forestiero, 2008.

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sulla riva opposta del Tamigi. La centrale venne chiusa nel 1981 a causa dell'incremento del prezzo del petrolio, essendo stati creati nel frattempo altri metodi più efficienti per generare elettricità. L'edificio rimase inutilizzato per tredici anni – fatta eccezione per una sottostazione operativa dell'azienda elettrica londinese che rimase ancora attiva – fino al momento in cui, nel 1994, la Tate Gallery acquistò un'opzione sul sito, fino a trasformarlo nel maggio del 2000 in un museo d'arte contemporanea, con artisti del calibro di Paul Gauguin, Giorgio De Chirico, Salvador Dalì, Umberto Boccioni e Henri Matisse, portandolo ad essere uno dei musei più famosi e visitati al mondo36.

Fig. 1.8: Tate Modern – Esterno. Immagine dal web

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Tate_Modern_2_IJA.PNG?uselang=it (Foto Ljanderson977)

Il SantralIstanbul è un complesso culturale aperto l'8 settembre 2007 all'interno di un campus della Instanbul Bilgi University. Il museo nasce dalla riconversione di Silahtaraga, la prima centrale elettrica dell'impero ottomano37, che si trova sul Corno

D'Oro, nel distretto Eyup di Istanbul, comprendente un anfiteatro, sale per concerti

36 Forestiero, 2008.

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ed una biblioteca pubblica.

La centrale turca aprì i battenti l'11 febbraio del 1914, e nel 1937 divenne di proprietà nazionale, fino ad essere consegnata alla Municipalità di Istanbul nel luglio del '3838.

La centrale venne chiusa il 13 marzo 1983 perché non funzionava più economicamente, venendo così abbandonata per vent'anni, per poi divenire sede museale, aperta preliminarmente il 17 luglio 2007, in presenza del Primo Ministro Erdogan, con tre mostre. L'apertura ufficiale è avvenuta l'8 settembre del medesimo anno, e dal 2012 il complesso è gestito dal Consiglio dell'Università.

La centrale, oltre a rappresentare forse il massimo esempio di archeologia industriale turca, ospita con continuità anche esposizioni artistiche. Il suo fulcro resta comunque dedicato alla storia del vecchio stabilimento: al suo interno sono conservate molte apparecchiature ad esso appartenute, fra cui una raccolta di turbine a vapore (esposte nell'omonima sala), generatori elettrici e così via, che lo hanno reso il primo museo su scala nazionale ad avere questo tipo di esposizioni in una sede industriale39.

Sempre al suo interno delle moderne scale mobili in vetro hanno sostituito i vecchi convogliatori. È presente un podio a dodici metri di altezza, in modo che i visitatori possano avere una buona panoramica dei macchinari esposti nell'enorme sala; esso conduce alla sala di controllo, conservata quasi totalmente nella sua forma originaria, dopo la quale il percorso riporta all'ingresso. Da sottolineare che nella parte inferiore del museo il visitatore viene incoraggiato a premere pulsanti e leve, in modo da generare un apprendimento interattivo.

Tra i due musei vi è una profonda differenza: se quello turco può tranquillamente essere racchiuso nella lista di quei musei che attingono le proprie per la musealizzazione della propria storia, impegnati cioè a conservare, valorizzare e diffondere la storia dello stabilimento (benché esponga periodicamente mostre artistiche per così dire accessorie), quello londinese invece è divenuto una sede permanente di esposizioni artistiche, totalmente estranea alla sua funzione originaria, servendosi della centrale per i suoi ampi spazi e come occasione di riqualificazione urbana.

38 Cfr. nota precedente.

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1.2.4 Treni e stazioni

I trasporti sono una componente essenziale alla società moderna: essi hanno costituito, fin dalla loro invenzione, un elemento di indubbio fascino per le persone, in quanto rappresentavano il primo mezzo di percorrenza via terra per lunghi tragitti, in un arco di tempo tanto breve quanto impensabile in precedenza. Da questo l'importanza di treni e stazioni ferroviarie, le quali necessitano di attenzione e manutenzione costante e, proprio come nei casi trattati in precedenza, possono cadere in disuso. Nonostante questo la loro memoria storica non viene meno e, in virtù della loro ubicazione, favorevole all'accesso della cittadinanza, e del livello qualitativo dell'edificio stesso, spesso di particolare pregio artistico, le stazioni ferroviarie possono rappresentare un ottimo polo museale.

L'esempio più noto è probabilmente il Museo d'Orsay di Parigi, aperto il 1o dicembre

del 1986, all'interno della Gare d'Orsay la quale è senza dubbio adatta ad accogliere manifestazioni artistiche: il valore storico della struttura, la sua grandezza e l'ariosità dell'edificio permettono massima leggibilità e chiarezza espositiva.

L'edificio era stato costruito dall'architetto Victor Laloux40 nel luogo dove

precedentemente sorgevano una caserma di cavalleria e il vecchio palazzo d'Orsay: i lavori per la sua costruzione ebbero inizio nel 1898 e terminarono due anni dopo. La stazione ebbe tuttavia vita breve, dato che nel 1939 le grandi linee ferroviarie furono spostate alla stazione di Austerlitz: da quel momento la stazione servì solo per il traffico locale. Nel '45 lo stabile divenne sede di transito per prigionieri di guerra e negli anni Cinquanta cessò completamente il servizio.

Nel 1961 ne venne decisa la demolizione; i provvedimenti presi dal ministro Georges Jean Raymond Pompidou prevedevano infatti, per il rinnovamento della capitale, la demolizione dell'edificio in favore di una nuova sede di eventi sportivi. Tuttavia, grazie all'intervento della cittadinanza la demolizione venne scongiurata e l'intera struttura venne classificata come monumento nazionale.

Nel corso degli anni prima di trasformarsi in museo la stazione venne adibita a nuove funzioni tra cui quella di parcheggio, di poligono di tiro, di sede della compagnia teatrale Renaud-Barrault, di casa d'aste. Finalmente nel '78, dopo una gara d'appalto, si diede inizio alla trasformazione in museo (Fig. 1.9). Il restauro venne affidato al gruppo ACT-Architecture, il quale decise di rispettare, per quanto fosse possibile, la

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struttura preesistente. All'architetta e designer italiana Gaetana Aulenti venne affidata la progettazione degli spazi interni e dei percorsi espositivi.

Il 1o dicembre 1986 il museo aprì al pubblico, con un allestimento articolato su tre

livelli: il piano terra, il tetto e le terrazze. L'allestimento segue la navata centrale, portando il museo a seguire un andamento longitudinale41, lungo questa in passato

correvano i binari, usata come percorso principale su cui si affacciano sale realizzate in pietra calcarea chiara, la cui luminosità è messa in risalto dalla luce che entra dal soffitto a volta in vetro e metallo.

Fig. 1.9: Gare d'Orsay – Sala principale. Foto da Zardini, 1986, fig. 6, pag. 49.

Il museo è oggi universalmente noto per ospitare capolavori degli impressionisti e dei post-impressionisti francesi, esposti seguendo un criterio sia cronologico che monografico, con opere di Monet, Manet Cezanne, Renoir, van Gogh, Gauguin e Degas attinte dalle collezioni del Louvre, dal Museo Nazionale d'Arte Moderna, del Jeu de Paume e del Palazzo di Tokyo. Sono anche presenti opere di scultori, architetti e fotografi, distribuite in diverse sale42, tutti attivi tra la Seconda Repubblica francese

41 Cfr. nota precedente. 42 Aulenti, 1987.

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(1848) e l'inizio della prima guerra mondiale (1914): questa scelta non è casuale, ma pensata per colmare la lacuna esistente tra la collezione del Louvre e quella esposta la Museo Nazionale d'Arte Moderna43.

Questo museo, nonostante la sua esposizione sia palesemente slegata dall'edificio ospitante, mostra un grande rispetto per la struttura, alla quale sono state apportate modifiche solamente quando necessario.

1.3 Realtà “marginali”

I musei finora esaminati sono inseriti in contesti di un certo spessore, posti in città importanti e in strutture di grande pregio storico. Ma la musealizzazione in quanto tale può avvenire ovviamente anche in realtà più piccole, e tuttavia da non sottovalutare, dato che possono presentare elementi di indubbio fascino dato dalla loro ubicazione, dalla struttura stessa, oltre a rappresentare spesso una parte importante dell'offerta turistica. Gli esempi presi in esame sono l'Arkad di Seravezza e il MAGMA di Follonica (rispettivamente in provincia di Lucca e Grosseto): il primo è scelto perché si tratta non solo della musealizzazione di una piccola realtà industriale, ma a anche di un esempio perfettamente riuscito di equilibrio tra contenuto e contenitore, inserito in un luogo affascinante ed immerso nel verde della Versilia, il secondo invece resta saldamente ancorato alle sue radici industriali.

Arkad è una fondazione senza fini di lucro nata nel 2002 con l'obiettivo di creare un centro interculturale destinato a favorire progetti artistici e promuovere la diffusione della cultura. Lo spazio della fondazione è allestito all'interno dello Studio ARTCO, a sua volta inserito in una segheria di marmo adiacente al Palazzo Mediceo della città di Seravezza, con il quale costituisce il polo museale, assieme alle scuderie granducali, situata tra le Alpi Apuane e la pianura della Versilia. L'edificio ha un passato estremamente ricco (Fig. 1.10): nasce come peschiera per l'allevamento delle trote per la famiglia Medici nel 1561, fatta costruire per Cosimo I dall'architetto Buontalenti, per poi diventare la sede di una ferriera della Magona44 nel 1788,

periodo in cui il Palazzo Mediceo era la sede legale della società. Nel secondo

43 Naturalmente il 1914 non è un limite tassativo ed invalicabile, visto che sono anche presenti alcune opere di Renoir e Monet degli anni Venti e Trenta. Cfr. Laclotte, 1987.

44 Istituzione di origini genovesi che altro non era che una sorta di azienda commerciale, in questo caso di minerale ferroso.

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decennio del XIX secolo l'imprenditore inglese Beresford trasformò questa ferriera in una segheria di marmi, tuttavia fin dagli inizi la società attraversò una crisi, tanto che già nel 1847 un altro imprenditore inglese, Walton, ne prese possesso, per poi passare nelle mani di Christian Augustus Dalgas, console di Danimarca, mentre parte del Palazzo si trasforma in un carcere (funzione che ricoprirà fino al 1913)45. La famiglia

Dalgas si occupò dell'impianto fino agli anni Venti dello scorso secolo, per poi cederla una volta che l'interesse per l'attività di famiglia andò scemando. Nel XX secolo l'edificio passò dunque alla ditta Pellerano, che si occupa tutt'oggi della lavorazione del marmo, per poi essere messo in vendita dopo la terribile alluvione del '96; l'impianto fu acquistato poco dopo dalla scultrice Cynthia Sah e dall'architetto francese Nicolas Bertoux, ora scultore a tempo pieno, fondatori di ARTCO, società italiana creata nel '98 per produrre sculture monumentali d'arte contemporanea o da loro stessi progettate o servendosi di collaborazioni con laboratori esterni.

L'edificio è stato recentemente riconosciuto dall'UNESCO come patrimonio mondiale dell'umanità e si sviluppa in diversi gruppi di costruzioni con due spazi aperti alle estremità: da lato monte un giardino e dall'altro lato un piazzale in cui è possibile vedere una grande gru usata un tempo per lo spostamento dei marmi.

Sono stati necessari diversi lavori di ristrutturazione per far sì che l'edificio potesse essere agibile nella sua interezza, non solo a causa della sua vetustà, ma anche, e soprattutto, a causa della violenta alluvione che ha colpito l'intero territorio nell'estate di oltre vent'anni fa, e tuttavia né le ristrutturazioni né l'alluvione hanno intaccato il valore storico e l'aspetto industriale dell'edificio, che tutt'ora mostra perfettamente il suo passato industriale con i resti dei macchinari delle ditte che vi hanno operato, quali gru, turbine e montacarichi (Fig. 1.11-12-13), che si fondono con facilità con le molte opere di grande pregio artistico esposte e porta il visitatore in una vera e propria full immersion nell'esposizione46.

45 Azzari, 1990. 46 Cfr. nota precedente.

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Fig. 1.10: Fondazione Arkad (Seravezza) – Planimetria dell'edificio, che evidenzia le varie fasi d'uso.

Realizzata dallo Studio ARTCO e cortesemente concessa da Nicolas Bertoux.

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Fig. 1.12: (Seravezza) Fondazione Arkad – Interno del grande laboratorio. Foto dell'Autore.

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Un'altra piccola realtà è quella del Museo delle Arti in Ghisa della Maremma (MAGMA), situato a Follonica nell'area dell'ex-comprensorio Ilva ed aperto dal 2013. La zona si trova all'interno del centro abitato di Follonica (Grosseto) e racchiude gli stabilimenti dell'Ilva, ormai dismessi, posti in posizione strategica tra le miniere di ferro elbane e i boschi necessari per la produzione del carbone di legna. Il nucleo originario del Forno San Ferdinando, sede del MAGMA, risale probabilmente al XV secolo e aveva la funzione di mulino; nel 1546 fu ampliato con la costruzione di una ferriera, smantellata nel XIX secolo per la costruzione del forno fusorio: si trattava di un piccolo forno dedicato a San Ferdinando, tra i più moderni in Italia e il primo in Toscana. Lo stabilimento fu poi ampliato con alloggi per gli operai e magazzini.

Esso rimase in funzione fino al 1888, smantellato nel 1907 per poi essere successivamente restaurato alla fine del secolo scorso, divenendo nel '98 sede del Museo del ferro e della ghisa, ed infine rinnovato e modernizzato con l'allestimento MAGMA, inaugurato il 29 giugno 2013 e aperto al pubblico il 9 luglio dello stesso anno47.

L'allestimento è suddiviso su tre piani, divisi a loro volta in più sale, oltre al centro di documentazione compreso nella struttura. Il percorso espositivo inizia al primo piano, dedicato all'arte della lavorazione del ferro e della ghisa, mentre al secondo viene trattata la storia del luogo, in modo da far capire ai visitatori le potenzialità minerarie del territorio; nel seminterrato viene mostrato il sistema utilizzato dallo stabilimento per la lavorazione della ghisa. Le sale che compongono i tre piani hanno il compito di approfondire, mediante testimonianze, documenti, filmati e ricostruzioni, tutti gli argomenti legati alla produzione della ghisa (Fig. 1.14)48.

A differenza dell'Arkad, il MAGMA resta ancorato alle proprie origini.

47 Catalani, 2017.

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Fig. 1.14: MAGMA Follonica – Riproduzione dell'altoforno. Immagine da Catalani, 2017, pag. 124.

1.4 Il Museo del Ferro di Piombino: un'occasione persa

Questo museo, progettato ma mai ultimato, con ogni probabilità non vedrà mai la luce. Quello piombinese ovviamente non è il solo caso di museo non terminato, ma risulta di notevole importanza, date non solo le potenzialità che la struttura è in grado di offrire per un possibile allestimento, ma anche per le vicende storiche ad esso legate, che hanno portato non solo ad una radicale trasformazione del paesaggio in cui risiede, ma anche all'avvio di un settore, quello metallurgico, che tra alti e bassi influenzerà la crescita e lo sviluppo dell'economia italiana, con caratteristiche che sono presenti ancora oggi.

Per tutti questi motivi si è ritenuto doveroso un suo inserimento nel presente lavoro e, per avere una chiara comprensione dei fatti, fornire un breve quadro storico, partendo dalle origini dell'attività metallurgica contemporanea nel territorio di Piombino.

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