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Italian troops mail. I Gruppi di combattimento atttraverso la censura postale alleata. 1944-45

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INTRODUZIONE

Il Gruppi di combattimento nacquero formalmente nell’estate del 1944 dalla volontà del generale Alexander, in seguito alle ripetute insistenze italiane di ampliare e potenziare la propria partecipazione alla campagna d’Italia. A quel punto questa campagna non aveva più obiettivi di rilievo sul piano politico, militare propagandistico e passava in secondo piano, anche se le leggi della guerra totale imponevano la sua continuazione1. Occorreva reperire truppe che impegnassero ancora sul territorio italiano le venti divisioni tedesche scampate al crollo del fronte Anzio-Cassino, in sostituzione dei reparti angloamericani trasferiti sul fronte francese.

Per la prima volta truppe regolari italiane del Regno del Sud combattevano in numero significativo a fianco delle forze angloamericane e non erano più solo adibite ai pur importanti servizi logistici e di fatica nelle retrovie.. Ne facevano parte ufficiali e soldati appartenenti alle divisioni che nei giorni successivi l’8 settembre avevano reagito con maggior prontezza e determinazione di fronte all’aggressione vendicativa dell’esercito nazista, ex alleato. Secondo gli accordi presi, erano previsti circa 50.000 combattenti e i vertici italiani colmarono i vuoti d’organico immettendo nei reparti richiamati e volontari provenienti dalle regioni liberate. I Gruppi risultarono un amalgama di 1 Cfr. G. Rochat, Gli eserciti e la guerra, in G. Rochat, E. Santarelli, P. Sorcinelli (a cura di), Linea Gotica 1944. Eserciti, popolazioni, partigiani Atti del convegno di Pesaro 1985, Milano,

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soldati sottoposti a passati vincoli di leva, veterani reduci da lunghi anni di combattimento alle spalle, richiamati dai recenti bandi del novembre 1944 e volontari provenienti dalle file della Resistenza. I documenti coevi depositati presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito riferiscono dati evasivi e discordanti, mentre i primi volumi editi dallo Stato Maggiore, attenti nel descrivere l’impiego operativo e le gesta di questi reparti, non sempre rivolgono le dovute attenzioni alla natura composita di queste unità.

Questa ricerca è nata dal personale fortuito ritrovamento di fonti primarie presso i National Archives di Londra, collaborando alla consultazione e alla traduzione di alcuni fascicoli per conto terzi. Si tratta delle relazioni di censura postale del n. 7 Base Censor Group - Italian Section, redatte con cadenza settimanale e inviate al quartier generale degli Allied Armies in Italy2. Interamente in lingua inglese, la documentazione ha per oggetto la corrispondenza dei reparti del ricostituito esercito italiano ed in maniera privilegiata dei Gruppi di combattimento impegnati in zona di operazioni durante un arco di tempo che va da ottobre 1944 a febbraio 1945. Dal fondo sono purtroppo assenti le relazioni riguardanti il periodo successivo del conflitto, quando i reparti combattenti italiani parteciparono allo sfondamento definitivo della linea Gotica fino al termine del conflitto. La lacuna viene colmata dalle copie tradotte in italiano contenute negli allegati al Diario Storico della Missione italiana di collegamento con il Comando 15º Gruppo Armate angloamericano3.

2 National Archives Kew (Londra). Fondo WO 204/6759, G-2 (General Staff Intelligence).

Italian troops mail, censorship, reports,

3 La documentazione italiana riguardo alle relazioni alleate settimanali sulla corrispondenza

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La struttura di questo lavoro si articola in tre parti. Nella prima parte vengono sinteticamente analizzati i problemi storiografici e le vicende diplomatico-militari attraverso cui si è giunti gradualmente ad ottenere la possibilità di fornire un contributo sempre più importante alla campagna d’Italia, fino a organizzare e armare i Gruppi di combattimento. Nella seconda parte ho ritenuto opportuno trattare brevemente l'organizzazione italiana del servizio di Posta Militare e di censura a partire dalla prima guerra mondiale fino allo sbarco alleato in Sicilia, come premessa importante per comprendere la struttura del nuovo servizio di censura postale militare e civile allestito in Italia dalle autorità del Governo Militare Alleato, dopo che le strutture statali e militari italiane erano rimaste travolte dagli eventi successivi l'8 settembre. Questa parte si completa con un analisi delle relazioni della censura redatte dal n.7 Base Censor

Group, descrivendone l'intelaiatura e le principali tematiche trattate. La terza

parte, riservata ai soldati, prende in esame gli stralci contestualizzandoli con il particolare quadro bellico dei reparti e con la delicata situazione umana e sociale che il paese affrontava. Organizzate per capitoli tematici, le relazioni offrono una prospettiva incrociata di questa complessa fase bellica: i commenti analitici compilati dal capo censore britannico si alternano alle trascrizioni degli stralci più significativi, tradotti e corredati dalle indicazioni anagrafiche dei mittenti con il grado e il reparto di appartenenza. La documentazione presenta sia il punto di vista degli ufficiali britannici sia quella dei soldati e degli ufficiali

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italiani4. Affiorano così le profonde divergenze britanniche sul modo di intendere e di gestire le truppe da parte delle autorità militari italiane, ma emergono anche, in prospettiva dal basso, le esperienze, le opinioni e i bisogni di coloro che, inquadrati volenti o nolenti nel ricostituito esercito italiano, hanno contributo alla guerra di Liberazione.

I motivi che mi hanno spinto a condurre questo studio sono molteplici, legati sia all'originalità dei documenti trovati sia al particolare interesse sollevato in me da questa drammatica e controversa fase della storia italiana, fatta di memorie divise e controversie mai risolte.

4 La scelta alleata di controllare la tenuta morale e l'affidabilità delle truppe italiane attraverso la

censura e la decisione di impiegare i Gruppi di combattimento con funzione difensiva in settori tranquilli del fronte rispecchiano profondamente la sfiducia alleata nell'efficienza bellica e nelle capacità di comando da parte dell'istituzione militare.

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PRIMA

PARTE

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CAPITOLO 1: PANORAMA STORIOGRAFICO

1.1 CIL e Gruppi di combattimento nella storiografia: limiti,

interpretazioni e problematiche.

I saggi di storia militare consultati per questa ricerca che più danno risalto agli eventi, diversi per spessore e impostazione, appartengono al panorama storiografico del secondo dopoguerra e di questo riflettono le linee essenziali nel suo sviluppo1. La storiografia italiana relativa all’ultimo conflitto bellico ed in particolare alla partecipazione del ricostituito esercito alla guerra di Liberazione riflette le impostazioni eterogenee, le interpretazioni e le divisioni che hanno caratterizzato la storiografia militare in Italia.

Osservando il panorama della storiografia internazionale si può constatare l'esiguità degli studi monografici di matrice britannica e statunitense riguardo alla seconda fase della campagna d’Italia. Ciò riflette concretamente la marginalità nel quadro strategico operativo alleato assunta dal fronte italiano, divenuto secondario in questa fase del conflitto. Le memorie di grandi comandanti e le relazioni ufficiali alleate tendono a riservare le loro attenzioni alla prima grande fase della campagna d’Italia che vede impegnate le truppe alleate nelle battaglie di Sicilia, di Salerno, di Anzio e soprattutto di Cassino, superiori per importanza strategica e politica rispetto ai fronti marginali in cui

1 Nicola Labanca. Istituzione militare in Italia-Politica e società, Milano, Unicopli, 2002. L’autore presenta e descrive i principali orientamenti storiografici della storia militare nel suo evolversi temporale e metodologico, confrontando gli sviluppi italiani con quelli maturati in Francia, Gran Bretagna e Germania.

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erano state impiegate le divisioni italiane del CIL o rispetto al contrattacco alleato oltre la linea Pisa-Pesaro dei Gruppi di combattimento. Quando degli autori di sintesi storiche anglosassoni si interessano, seppur in maniera marginale, allo sforzo logistico e strategico italiano nella campagna d’Italia, emerge un quadro incompleto e talvolta poco lusinghiero. Risulta quindi difficile trovare anche minimi approfondimenti in merito alle truppe italiane che hanno accompagnato le armate alleate nella lenta avanzata verso l'Italia settentrionale.

Nella generale indifferenza della storiografia anglo-americana, spicca il contributo dello storico inglese Richard Lamb per la sua analisi critica e comun-que partecipe. L'autore, che ha preso parte personalmente alle operazioni italiane in qualità di ufficiale della 50ª British Liaison Unit, aggregato al Gruppo di com-battimento “Friuli”, dimostra di avere notevoli conoscenze della storia italiana di quel periodo e supporta le sue convinzioni con l’ampio utilizzo di fonti primarie depositate presso gli archivi britannici e statunitensi2.

In merito al panorama italiano, alla luce delle ricerche storiografiche per questo studio, ho potuto constatare una situazione piuttosto arida e condivido la posizione di Gian Luca Balestra quando evidenzia un «immotivato apparente di-sinteresse» da parte degli studiosi italiani riguardo al ritorno in linea dell’eserci-to italiano. Nonostante l'abbondanza di studi e ricerche sulle vicende italiane successive al 25 luglio '43 e sulle conseguenze subite dall'Italia in seguito alla dichiarazione di armistizio, dall'esame della bibliografia sul ricostituito esercito italiano e specificamente sui Gruppi di combattimento si evidenzia una grande

2 Richard Lamb, War in Italy 1943-1945: a brutal story” Londra, Da Capo Press, 1994, tradotto

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disattenzione degli studiosi verso questo aspetto dell’impegno italiano nella se-conda guerra. «Nel panorama storiografico italiano non mancano saggi e pubbli-cazioni in merito, tuttavia si tratta di attenzioni generiche e trattazioni sintetiche inserite in contesti storici più ampi3».

Ripercorrendo la bibliografia disponibile sull’esercito regolare italiano dopo l’8 settembre, si rilevano dei vuoti metodologici: l'inaccessibilità di impor-tanti documentazioni sfuggite alla distruzione nemica, chiuse negli archivi stori-ci militari, ha limitato per oltre un ventennio le possibilità di ricerca da parte di molti storici. Questo ha portato al monopolio della disciplina da parte di militari di professione che affrontavano la storia militare dal punto di vista strettamente bellico-strategico e all'impossibilità di un dibattito storiografico di spessore per l'assenza di “storici di professione”. Un'abbondante produzione editoriale pro-mossa dai comandi divisionali ha realizzato numerosi manuali di tattica e strate-gia bellica trascurando però le questioni cardine e gli aspetti umani e sociali del conflitto.

Da un punto di vista strettamente bibliografico, si può riconoscere il primo decennio postbellico come la fase sicuramente più produttiva: vengono edite e diffuse alcune pubblicazioni “corali”, redatte dai diversi comandi o comunque realizzate da personalità vicine alle forze armate4. Si tratta di alcune

3 Gian Luca Balestra, Una bibliografia in Nicola Labanca (a cura di) I gruppi di combattimento.

Studi, fonti, memorie (1944-1945), Roma, Carocci, 2006, pp. 102-103.

4 Giuseppe Bologna, Con la Mantova dall'armistizio alla Liberazione, Roma, Ausonia,, 1947;

Mario Attilio Levi, Il gruppo di combattimento Friuli nella guerra di Liberazione, Bergamo, Istituto italiano d'arti grafiche, 1945; Giuseppe Mastrobuono, Il Gruppo di combattimento

Cremona nella guerra di Liberazione, Roma, Tipografia regionale, 1946; Antonio Murero Il gruppo di combattimento Legnano nella guerra di Liberazione, Bergamo, Istituto italiano d'arti

grafiche, 1946. Inoltre Il gruppo di Combattimento Cremona, Divisione di fanteria Cremona, Torino 1945 e Ministero della difesa, Stato maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, I Gruppi di

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piccole opere, redatte tra il 1945 e il 1955 con finalità celebrativo-encomiastiche che costituiscono una lunga descrizione delle dotazioni belliche, delle tattiche strategiche adottate e delle azioni belliche condotte. I volumi, spesso ridotti per volume, isolano gli aspetti militari dal contesto sociale, economico e politico-umano dell'evento bellico, riflettendo un'impostazione “settoriale” della storia, propria di molti autori militari. Tra queste opere è opportuno evidenziare la produzione di Salvatore Ernesto Crapanzano come opera di sintesi, più ricca e documentata rispetto alle altre fino a allora prodotte. Tra il 1949 e il 1951 il colonnello Salvatore Ernesto Crapanzano ha recuperato parte dei volumi prodotti dai diversi comandi, li ha integrati con documentazione coeva recuperata dall’Ufficio Storico e, attraverso tre successive opere, ha realizzato lo studio più approfondito e completo che si potesse fare in quegli anni5. L’opera, edita dallo Stato Maggiore dell’Esercito e parzialmente ristampata nel 2010 fornisce molti dettagli sulla composizione dei reparti, sulla disponibilità degli armamenti e sull’impiego operativo, supportandoli con attente e minuziose descrizioni degli eventi e delle operazioni in cui le divisioni furono impiegate. I saggi si presentano come sintesi e completamento delle precedenti pubblicazioni che avevano trattato singolarmente le diverse divisioni. La posizione comune è quella ufficiale, “dall’alto”, dei comandi: tutte le opere prodotte si assomigliano nel contenuto divulgativo e nella impostazione encomiastica dei temi; l’intento

combattimento Cremona, Friuli, Folgore, Legnano, Mantova e Piceno, (1944-1945), Roma,

AUSSME, 1951.

5 Salvatore Crapanzano, Il primo raggruppamento motorizzato italiano 1943-44.

Narrazione-Documenti, Roma, USSME, 1949; Id, Il corpo italiano di Liberazione ( aprile-settembre 1944). Narrazione-Documenti, Roma, USSME, 1950; Id, I gruppi di combattimento. Cremona-Friuli-Folgore-Legnano-Mantova-Piceno (1944-1945), Roma, USSME, 1951.

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che ha accomunato tutte queste opere è quello di recuperare un'immagine alta e dignitosa delle Forze Armate attraverso la commemorazione e la celebrazione degli atti eroici compiuti durante la guerra di Liberazione.

Alle opere corali si aggiungono altri testi di tipo memorialistico con finalità celebrative o giustificatorie, scritti da alcuni comandanti e ufficiali reduci da quel tipo di esperienza6. Fino almeno agli anni ‘70 la storia militare italiana è rimasta appannaggio privilegiato dei militari di professione che hanno trattato la materia in termini puramente tecnici. Ennio di Nolfo evidenzia come i problemi di storia militare, trattati dai militari in modo diligente ma assai troppo tecnico, siano rimasti interni alla logica del loro lavoro, inteso come problema di risorse, tattica e strategia7. Sono questi i limiti evidenti di questo tipo di pubblicazioni e alcuni dei testi coevi consultati risentono delle lacune contenutistiche di questa prima fase, in cui l’apporto qualitativo e metodologico degli storici “di professione” è stato inconsistente, in gran parte a causa dei limiti posti dalle istituzioni militari sugli archivi, come già evidenziato, che rendevano obiettivamente difficile agli studiosi “laici” accedere alle documentazioni istituzionali.

6Paolo Berardi, Memorie di un capo di Stato Maggiore dell'esercito,(1944-45), Bologna ODCU, 1954; Mario Puddu, La guerra in Italia 1943-1945, Roma, Tipografia Artistica, 1965; Giovanni Bonomi, Dal Volturno al Po, con le truppe cobelligeranti in Italia, vol. I, Il 1º Raggruppamento

Motorizzato, Milano, Nuove Edizioni, 1974; Aa. Vv. La guerra di liberazione, scritti nel tren-tennale, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, 1976; Salvatore Loi I rapporti tra alleati e italiani nella cobelligeranza, Roma, USSME,1986. Utili Umberto Ragazzi in piedi! La ripresa dell'Esercito italiano dopo l'8 settembre, Milano, Mursia, 1979, Giacomo Zanussi, Guerra e catastrofe d'Italia, Roma, Libraria Corso, 1945.

7 Ennio di Nolfo in introduzione a Piero del Negro, Esercito, stato, società, Bologna, Cappelli, 1979, p. 7.

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Dopo questa fase di “ombra involontaria”, è iniziata negli anni settanta quella che potremmo definire la “colpevole disattenzione accademica”. Pur aprendosi per il mondo accademico nuovi scenari storiografici, lo studio dei reparti regolari è rimasto forse in posizione subalterna rispetto alle attenzioni rivolte al fenomeno storico della Resistenza, analizzato e studiato anche con il contributo delle discipline sociali. Grazie anche all’apporto di nuovi studiosi legati al mondo delle Università e a nuovi dibattiti storiografici, delle numerose attenzioni dedicate a questo tema beneficiarono anche coloro che alla Resistenza avevano concorso. I militari ritornarono così nelle pubblicazioni ufficiali, nella retorica pubblica e negli studi: le maggiori attenzioni vennero rivolte agli aspetti militari della Resistenza e all’esperienza resistenziale dei reparti militari, sia passiva che “in armi”8.

Si tornò quindi a parlare, sebbene in modo poco approfondito, anche delle vicende militari dei reparti militari impegnati nella guerra regolare della Campagna d’Italia. Alle vicende dell’esercito sono stati dedicati studi ancora marginali, che seppur interessanti sono limitati a determinati contesti. Nel 1973, con “L'ideologia politica del Corpo Italiano di Liberazione”, Don Lorenzo Bedeschi, che alla guerra di Liberazione ha partecipato prima come patriota e poi come cappellano militare, si pose il problema di analizzare i condizionamenti ideologici e politici che subivano questi soldati, attraverso la

8 Agli anni ottanta risalgono i primi importanti studi riguardo alla partecipazione singola o di

gruppo dei militari nelle bande partigiane dell’Italia centro-settentrionale e all’esperienza di resistenza passiva degli IMI.

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propaganda dell'esercito e dei nuovi partiti9. In questa pubblicazione, egli prende in esame le vicende di tutte quelle truppe che in diversa misura vennero impiegate in prima linea, applicando all'esercito i metodi di indagine finora utilizzati per la Resistenza: la tattica e la strategia vengono sostituite dalle ragioni politiche e ideologiche degli uomini10.

Non meno interessante l'analisi critica di Giuseppe Conti sulla crisi che l'esercito attraversò dopo l'8 Settembre, che si rifletté inevitabilmente nelle scelte operate in merito alla partecipazione alla campagna d'Italia, sebbene in una posizione nettamente inferiore rispetto alle altre potenze in gioco11. É opportuno riflettere sul fatto che due importanti contributi storici sul tema dell'esercito del Regno del Sud vengono pubblicati a distanza di pochi anni proprio sulla rivista dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, “Italia Contemporanea”: a tre anni di distanza l'uno dall'altro, gli articoli di Boatti e di Rizzi sono accomunati da analogo approccio verso l'esercito e le sue gerarchie12.

Il contesto politico e culturale degli anni ottanta ha comportato per gli studi militari di impostazione accademica una nuova fase di impoverimento e una sclerotizzazione dell'immagine della Resistenza. Era in corso una fase di

9 Lorenzo Bedeschi, L'ideologia politica del Corpo Italiano di Liberazione, Argalia, Urbino

1973

10 Contro la periodizzazione cronologica canonica del primo raggruppamento, del Corpo italiano

di liberazione e dei Gruppi di combattimento egli propone una diversa cronologia tripartita secondo i diversi condizionamenti ideologici cui questi combattenti erano esposti.

11 Giuseppe Conti, Aspetti della riorganizzazione delle forze armate del regno del sud (settembre

1943- giugno 1944), in “Storia Contemporanea” VI 1974, I, pp 85-123

12 Giorgio Boatti, Un contributo alla riforma delle forze armate nel 1944-45; l'esperienza del

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indubbia stanchezza di quegli studi13. L'attenzione dei mass media e dell'opinione pubblica venne invece catalizzata dalle tesi di De Felice che miravano alla radicale revisione del fenomeno resistenziale. In questa delicata fase, un importante convegno tenutosi a Pesaro nel settembre del 1984 rappresentò la prima vera occasione di incontro e scambio tra storici e cultori interessati alla guerra regolare del 1943-4514. Gli atti del convegno, raccolti nel saggio “Linea Gotica 1944. Eserciti, popolazioni partigiani”, curata da Giorgio Rochat, Enzo Santarelli e Paolo Sorcinelli presentano gli importanti contributi di storici italiani e internazionali che in quella circostanza hanno analizzato e confrontato, sotto molteplici prospettive, i vissuti e le realtà dei diversi protagonisti: la popolazione civile, i partigiani e i militari. Storici e studiosi con interessi e impostazioni diverse si sono confrontati sulle problematiche strategico-militari, sociali, economiche e psicologiche di questa particolare fase della Campagna d’Italia15. «Si trattava di non fare più solo la storia di manipoli di eroi, come ancora in parte era accaduto nel decennio precedente ma di scrivere la “storia di tutti” e di ambientare in questa gli esempi più fulgidi di Resistenza»16.

Il convegno rappresenta una nuova corrente e una diversa impronta metodologica: l'esercito e la guerra, non più oggetti isolati di studio, vengono

13 Nicola Labanca, Militari e resistenza. Le svolte della storiografia in ID, I Gruppi di

combattimento. Studi, fonti, memorie (1944-1945), cit., p. 31.

14 Conti vi partecipa con un suo intervento, “L'esercito italiano sulla linea Gotica fra gli alleati e

Partigiani”

15 Oltre a Giorgio Rochat, che è intervenuto e ha curato la parte iniziale sugli eserciti, Paolo

Sorcinelli e Enzo Santarelli, anche essi in veste non solo di curatori, erano presenti al convegno storici del calibro di Gerhard Schreiber, Giorgio Boatti, David Ellwood, Loris Rizzi e Mario Insenghi.

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studiati in un contesto economico e sociale più ampio. Alla storia militare tradizionale, intesa come “storia delle guerre” si è affiancata un’altra storia militare, incentrata sull’esercito come matrice di organizzazione e sapere, collegato ad una relazione strutturale più ampia. Le tematiche di studio sono sempre più di ordine sociale, economico, delle mentalità, delle culture17.

Le indagini storiografiche degli ultimi trenta anni rivelano un nuovo taglio della storia militare, non più e non solo legato agli aspetti operativi e tattico-strategici della storia militare. Sebbene non strettamente legati al periodo storico in esame, è doveroso ricordare studiosi come Giorgio Rochat, Aurelio Lepre, Piero Del Negro, Pietro Cavallo e Lucio Ceva, per i contributi personali apportati a questo tipo di storiografia militare, per il loro interesse agli aspetti sociali, organizzativi e economici più importanti dell'esercito.

Il nuovo approccio alla storia militare non sostituisce ma si affianca alla storia militare tradizionale. Senza significative interruzioni temporali, dagli anni '80 in poi, sono uscite alcune opere, edite dallo Stato Maggiore dell’esercito, progressivamente più valide da un punto di vista documentario che, seppur ancora fortemente legate all'impostazione tradizionale, hanno saputo riconoscere alcune criticità storiografiche che legate all'istituzione militare di cui e sono portavoce privilegiati18. Se le posizioni metodologiche dei vertici istituzionali si sono mantenute coerenti nell'impostazione delle loro pubblicazioni, possiamo

17 Ibid p. 35

18 Cfr. Filippo Cappellano Salvatore Orlando L'esercito italiano dall'armistizio alla guerra di

liberazione (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945), Roma, USSME, 2005 ; Salvatore Loi I rapporti fra alleati e italiani nella cobelligeranza; Roma, USSME, 1986, Nicola Della Volpe, Esercito e propaganda nella guerra di liberazione , Roma, USSME, 1998.

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riconoscere loro un interesse maggiore verso la scientificità nell'affrontare l'argomento e una progressiva disponibilità ad aprire i loro archivi anche ai non militari, che ha agevolato e stimolato il lavoro di nuovi storici.

Un rapporto complesso, a tratti ambiguo, fatto di gelosie e rivendicazioni si è instaurato invece tra associazioni che curano la memoria storica. L'“Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei Reparti Regolari delle Forze Armate”, rappresentata dal presidente Luigi Poli, si è assunta il primato di rivendicarne la memoria e i giusti onori, trascurati dall’opinione pubblica19. Accusata di aver trascurato i propri doveri, la storiografia italiana è stata più volte definita di parte, imputandole comunemente l'errore di aver sovrastimato i meriti della Resistenza civile ai danni di quella militare20.

Con l’avvicinarsi dei festeggiamenti del cinquantenario della Liberazione, l'associazione, favorita per una certa vicinanza alle istituzioni militari, ebbe l’opportunità unica di organizzare ripetuti convegni e seminari in previsione delle celebrazioni, pubblicando gli atti dei seminari ed alcune ristampe delle prime opere monografiche, recuperando e ripercorrendo le

19 Luigi Poli, senatore e generale di corpo d'armata recentemente scomparso, è stato capo di stato

maggiore dell'Esercito dal 1985 al 1987. Nato a Torino nel 1923. Fu sorpreso dall'armistizio durante il primo anno dell'86°Corso dell'Accademia di fanteria e Cavalleria a Modena e partecipò alla guerra di Liberazione con il “Primo Raggruppamento motorizzato”. É stato presidente dell'associazione per molti anni e attivo divulgatore per la rivista dell'associazione “Il secondo Risorgimento d'Italia”.

20 Lo studioso Massimo de Leonardis, relatore e presenza costante ai convegni indetti

dall'associazione, nell'ultimo convegno tenuto nel 1995 a Firenze ha parlato di «incomunicabilità tra la storiografia e la pubblicistica sul ruolo delle forze regolari», di «par condicio tra forze regolari e forze partigiane ben lungi dall'essere acquisita» e di altri concetti analoghi qui non facilmente sintetizzabili. Id, La riscossa delle forze armate: un percorso irto di

ostacoli in ANCGLRRFA (a cura di), I Gruppi di combattimento nella guerra di liberazione,

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strategie e le tattiche belliche adottate21. Pur dando spazio ad approfondimenti di vario genere e a numerose testimonianze “postume” da parte di alcuni protagonisti di allora, offrono un'analisi storica poco approfondita e scarsamente autocritica perché viziata da un atteggiamento ancora molto giustificatorio verso gli eventi dell'estate-autunno '43. Gli interventi pubblicati, seppur onorati dalla presenza di alcuni storici e studiosi universitari, evidenziano involontariamente la criticità del valore storico-metodologico di un certo tipo di memoria. Tuttavia, le pubblicazioni da loro curate offrono l'utilità di alcune rievocazioni, importanti per fare luce e precisare alcune questioni già sollevate dai combattenti negli stralci o solo accennate nei volumi ufficiali dell’immediato dopoguerra.

Non poche sono le pubblicazioni uscite in questi quasi settanta anni di tipo memorialistico: se nell'immediato dopo guerra erano soprattutto gli esponenti delle alte gerarchie militari a raccontare e raccontarsi, la democratizzazione degli anni settanta ha portato anche gli uomini della truppa e i sottufficiali a narrare le proprie esperienze, stimolati dalle iniziative commemorative locali e dalla promozione dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano22. Se molti soldati sono rimasti nell'ombra, desiderosi solo

21 ANCGLRRFFAA, (a cura di) “La riscossa dell’Esercito. Il Primo Raggruppamento Motorizzato. Monte Lungo”, Atti del Convegno di Studi, Cassino, 6-7 dicembre 1993, Roma,

1995; Cfr “Il secondo Risorgimento d’Italia. Riorganizzazione e contributo delle Forze Armate

regolari Italiane. La Cobelligeranza”, Atti del Convegno di Studi, Bari, 28,29,30 aprile 1994,

Roma, 1997; “Dalle Mainarde al Metauro. Il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.)”. Atti del Convegno di Studi, Corinaldo, 22,23,24 giugno 1994, Roma, 1997; “I Gruppi di Combattimento

nella Guerra di Liberazione”, Atti del Convegno di Studi, Firenze, 1-2-3 Febbraio 1995, Roma,

1999.

22 Si includono nella prima categoria le opere di comandanti e generali già citati quali Paolo

Berardi, Umberto Utili e Giacomo Zanussi. Nel secondo gruppo comprendiamo invece: Sergio Pivetta Una guerra da signori, Milano, Sperling & Kupfer, 1972; Vittorio Ziliani, Anni Perduti.

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di dimenticare, altri protagonisti hanno cercato visibilità: si tratta di quei volontari, giovani e meno giovani, provenienti da varie esperienze di resistenza, che avevano deciso di arruolarsi nelle file dell'esercito italiano23. Sono comunque pubblicazioni basate su rielaborazioni postume dei protagonisti, valide come studio sulla memoria storica ma “scientificamente” discutibili da un punto di vista storico a causa dei meccanismi di rimozione e idealizzazione che subentrano a modificare i fatti vissuti.

Tornando ai testi strettamente storici, dobbiamo effettivamente convenire con le accuse mosse dai membri dell'associazione e dallo stesso Gian Luca Balestra: la storiografia italiana ha effettivamente dedicato poche attenzioni alle sorti dei soldati del rinato esercito italiano24. Dopo i contributi di Rizzi, Conti, Bedeschi e Boatti dobbiamo attendere il 2003 per poter leggere una pubblicazione importante in merito. Carlo Vallauri, nella sua opera dedicata alle forze armate, analizza le vicende dell’esercito italiano dopo la disfatta dell’8 settembre, descrivendo le situazioni militari e politiche che i combattenti incontrarono, contestualizzate in una più ampia prospettiva psicologica, sociale e morale25. Il suo intento è di unire le due scelte possibili, la resistenziale e la regolare, in un unico scopo: la rinascita nazionale. Vallauri tratta delle divisioni

23 Giovanni Frullini, Alla guerra contro la guerra. Racconti di un ex combattente. Editori Del

Grifo, Firenze 1990; Fabio Masotti (a cura di) Dal fazzoletto rosso alle stellette 1944-1945:

l'esperienza dei volontari senesi nei Gruppi di Combattimento, Siena, Nuova immagine, 2005.

24 Nicola Labanca “Guerre, eserciti e soldati”, in Massimo Firpo, Nicola Tranfaglia, Pier Giorgio

Zunino (diretta da), Guida all’Italia contemporanea 1861-1997, vol. II, Politica e società, Milano, Garzanti, 1998, pp. 491-590; Id, Giorgio Rochat (a cura di), Il soldato, la guerra e il

rischio di morire, Milano, Unicopli, 2006.

25 Carlo Vallauri, Soldati: le forze armate italiane dall'armistizio alla Liberazione. Torino, Utet,

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abbandonate al proprio triste destino ma anche di quelle che, riorganizzate, risalirono l'Italia contribuendo alla liberazione.

Un obiettivo ancora più concreto nel ricongiungere le parti divise da opposte prospettive è stato raggiunto con l'ultimo saggio sui Gruppi di combattimento, a cura di Nicola Labanca, che ci mostra come il divario tra storici laici e chierici si vada attenuando con le due correnti che lentamente vanno integrandosi per tematiche e metodo di ricerca. I contributi di questo autore non si limitano al volume già citato: Labanca è l'unico storico al momento che si sia dedicato in maniera sistematica alla storia dei Gruppi di combattimento , divisioni d'élite appositamente organizzate dall'esercito italiano per partecipare concretamente in prima linea alla guerra26. Fatta eccezione per queste recenti pubblicazioni si evidenzia da parte della più recente storiografia italiana la colpa di aver lasciato troppe zone d’ombra sulle vicende del biennio 44-45, mantenendo ancora inesplorato un ambito di indagine storica che potrebbe offrire molti stimoli.

1.2 Scrivere in guerra, scrivere di guerra: lettere e diari di

guerra. Nuove prospettive storiografiche

Le tematiche dello studio della storia militare sono sempre più di ordine sociale, economico, delle mentalità, delle culture27. La storia militare ha esteso il suo

26 Pubblicazioni di Labanca Guerre, eserciti e soldati, in Massimo Firpo, Nicola Tranfaglia, Pier

Giorgio Zunino (diretta da), Guida all’Italia contemporanea 1861-1997, vol. II, Politica e società, Milano, Garzanti, 1998, pp. 491-590; ID, Giorgio Rochat (a cura di), Il soldato, la

guerra e il rischio di morire, cit.,

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campo di azione dal combattimento al combattente. Rinunciando alla storia impersonale dei fatti bellici, si iniziano a studiare i soldati come uomini e si cercano nuove, più personali, tipologie di fonti: nei testi autobiografici e nella corrispondenza privata, già strumenti di indagine propri di altri settori del sapere, gli storici hanno trovato una nuova fonte di informazioni. Attraverso le lettere, i diari e le scritture memorialistiche, i protagonisti lasciano tracce importanti per la ricostruzione della memoria collettiva del nostro tempo, offrendo nuove fonti e nuovi stimoli per l'indagine e la riflessione storico-sociale. Se la scrittura particolare trova riscontro e si intreccia con altre scritture private, dettate dalla stessa esperienza che sconvolge e accomuna gli scriventi, si supera il limite della microstoria, attraverso un’interpretazione generale della situazione del paese. Così le lettere e le scritture private sono divenute per gli storici fonte insostituibile di ricerca, apportando nuove stimolanti prospettive di indagine a temi spesso già affrontati. Per quanto riguarda il primo conflitto bellico, Mario Isnenghi ha per primo rivolto l’attenzione alle fonti memorialistiche e letterarie sulla guerra, anticipando in Italia temi poi diffusi da Leed e Fussell a livello internazionale28. In Italia l’opera di Isnenghi ha trovato con Antonio Gibelli e Giovanna Procacci ulteriori sviluppi storiografici, giocati sull’eterno equilibrio tra consenso, rassegnazione e dissenso alla guerra. L’uso della epistolografia, insieme alla memorialistica, come fonti primarie hanno arricchito lo studio della prima e della seconda guerra mondiale, aggiungendo

28 Il volume I vinti di Caporetto nella letteratura di guerra prodotto da Isnenghi risale al 1967

mentre le opere originali di Eric J. Leed e di Paul Fussell sono successive. No man’s land.

Combat and identity in WW1” di Leed è stato pubblicato nel 1979 e l’opera di Fussell, Wartime,

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alle vicende militari nuovi elementi di carattere sociale e psicologico prima trascurati.

La raccolta e la pubblicizzazione di lettere esemplari si era già affermata durante il primo conflitto ad opera della propaganda: attraverso la divulgazione dei loro scritti gli ufficiali di estrazione borghese e colta incarnavano gli ideali civili e militari nazionali da diffondere e trasmettere a tutta la popolazione. Attraverso le loro lettere venivano pubblicizzati gli ideali recuperati dal patrimonio mazziniano-garibaldino del Risorgimento. Si trattava sicuramente di una scrittura “alta”, selezionata appositamente per l’alto valore pedagogico dei valori che trasmetteva, divulgando precisi topoi patriottici mediante formule stilistiche eleganti ed efficaci. Degli scritti di ufficiali caduti in guerra si è servito l'Omodeo in “Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti 1915-1918” per constatare che la guerra è diretta e ispirata dalla borghesia, cui appartengono in maggioranza gli ufficiali: secondo lui sono questi che si sforzano di dare ai soldati, cioè ai contadini e agli analfabeti, le motivazioni ideali e morali per cui combattere, motivazioni al sacrificio e alla morte tratte dal patrimonio ideale risorgimentale. L'epistolografia popolare è rimasta invece a lungo trascurata e inesplorata: si credeva che la scrittura popolare, limitata dalla censura e dai limiti della scarsa pratica scrittoria non potesse avere sufficiente eloquenza.

Finalmente, a partire dagli anni ottanta, i soldati della truppa hanno sottratto agli ufficiali e ai documenti istituzionali l’attenzione dei moderni ricercatori, interessati ad una nuova prospettiva dal basso. Il volume della posta

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circolante durante il primo conflitto bellico ammontò a 8 miliardi di lettere e cartoline da e per il fronte: la mobilitazione bellica e le drammatiche esperienze ad esso collegate indussero migliaia di contadini analfabeti a prendere graduale confidenza con la scrittura; il grande bisogno di comunicare e di superare la lontananza portò molti combattenti a confrontarsi con la dimensione scritta e a una modifica delle attitudini all'auto-rappresentazione. In Italia va a Gibelli e al gruppo di studiosi legati all’Archivio Ligure della Scrittura Popolare il merito di aver riscoperto un patrimonio infinito di testimonianze che, superando il limite delle scarse competenze linguistiche, hanno aperto nuove prospettive all'indagine storiografica del primo conflitto mondiale. Analizzando la percezione degli avvenimenti da parte della gente comune e le differenze di genere sulla visione della guerra si sono aperti e moltiplicati nuovi scenari storiografici, moltiplicando i possibili sviluppi nel campo della ricerca anche su questioni controverse29. Se posso sorvolare sull’epistolografia sul primo conflitto e su quegli storici che con diverse prospettive hanno indagato le esperienze belliche del soldato comune durante la prima guerra mondiale, devo soffermarmi su quegli studiosi che nel panorama storiografico del secondo conflitto bellico hanno fatto ricorso all’epistolografia come indispensabile strumento di indagine.

Con una serie di importanti studi, Rochat, Isnenghi e Colarizi, hanno contribuito a far luce sull'esperienza di guerra da parte dei combattenti,

29 In questo campo non si possono non citare studiosi del calibro di Gibelli, Rasera, Zadra,

Procacci, tutti strettamente legati all'indagine della dimensione umana attraverso la scrittura e l'epistolografia.

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analizzando l'istituzione militare da una nuova prospettiva: umana, sociale, ideologica. Inoltre hanno offerto alla storia militare un contesto storiografico più ampio. L’attenzione rivolta al soldato di truppa o all’ufficiale di grado inferiore permette di raccogliere valori, sentimenti e ideali più sinceri e onesti, con una trasparenza maggiore di quanto possano offrire colonnelli o generali, spesso impegnati a costruirsi alibi giustificatori e tuttavia vittime più o meno consapevoli dei condizionamenti culturali e retorici propri della gerarchia.

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CAPITOLO 2: PREMESSE STORICHE. RUOLO

DELLA PARTECIPAZIONE ITALIANA NELLA

CAMPAGNA D'ITALIA

2.1 Equilibri precari: dalla deriva alla cobelligeranza.

8 Settembre: quello che nella memoria collettiva è divenuto uno dei momenti più tragici nella storia dell'Italia unita, ebbe conseguenze drammatiche e irreparabili per i soldati, per la popolazione civile e per la nazione intera: per quasi due anni il paese sarebbe divenuto un enorme campo di battaglia tra due eserciti contrapposti1. I colpevoli ritardi e la mancanza di ordini portarono l’esercito ad una disfatta che, secondo una storiografia vicina alle gerarchie militari italiane, sarebbe stata comunque inevitabile, perché dovuta soprattutto alla superiorità qualitativa, di potenza, di fuoco, di mobilità delle truppe tedesche2. In realtà, se vi fossero stati da parte di Badoglio e dello Stato

Maggiore una presa di posizione e un chiaro impegno a rivolgere tempestivamente le armi contro la Wehrmacht, non avremmo avuto, in termini di sacrifici umani, la grande quantità di deportazioni e di esecuzioni che la storia ci tramanda. Inoltre in termini strettamente politico-diplomatici, secondo Elena Aga Rossi, un'adeguata preparazione delle forze armate al cambio di alleanze e un adeguata reazione militare avrebbe trovato una maggiore disponibilità degli

1 Elena Aga Rossi, L'inganno reciproco. L'armistizio tra l'Italia e gli angloamericani del

settembre 1943, Roma, Ministero per i beni culturali e ambientali, 1993, pp., 8-9.

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alleati a modificare il loro atteggiamento punitivo nei confronti dell’Italia e ad alleggerire le condizioni di armistizio3.

I fatti sono stati lentamente portati alla luce grazie anche alle ricerche svolte presso gli archivi britannici, statunitensi e tedeschi, che hanno chiarito le zone d'ombra e le numerose lacune della documentazione italiana coeva. Possiamo oggi affermare che la storiografia è riuscita a ricostruire la successione degli eventi nella loro interezza, dopo che narrazioni soggettive e giustificative, espunte dalla memorialistica inattendibile, avevano sostanzialmente modificato la memoria dei fatti, imponendo la propria verità. Nonostante le interpretazioni, che continuano ad essere profondamente divergenti, data la complessità del fenomeno, è importante qui sottolineare che il vuoto istituzionale creatosi dopo l'8 settembre e le negligenze compiute portarono conseguenze irreparabili dal punto di vista militare, politico, umano e morale. Senza voler qui ripercorrere la cronaca di quegli eventi che hanno seguito l'8 settembre, cerco di sintetizzare le condizioni politiche e diplomatiche che hanno permesso il contributo bellico dell'esercito italiano negli anni 1943-1945.

La condotta e gli sviluppi militari della campagna d'Italia sono stati determinati da divergenti priorità politiche da parte del governo britannico e statunitense, l'uno interessato ad estendere la propria egemonia sull'area mediterranea e l'altro interessato ad un attacco centrale all'Asse mantenendo gli equilibri esistenti nel Mediterraneo4. L'intera strategia alleata nel Mediterraneo e 3 Elena Aga Rossi, “Una nazione allo sbando. L'armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze”, Bologna, Il Mulino, 1998, p.11.

4 Le prime divergenze si erano già manifestate nel novembre 1942 in merito alla politica da

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quindi anche la campagna d'Italia, furono il prodotto di un compromesso tra la decisione del Combined Chiefs of Staff di concentrare tutte le risorse nel preparare un'invasione dell'Europa occidentale attraverso il canale della Manica e il desiderio della Gran Bretagna di utilizzare nel Mediterraneo quelle forze che sarebbero altrimenti rimaste inattive fino al completamento dei preparativi per il secondo fronte5. Se i dirigenti politici e militari statunitensi riconobbero la validità della proposta britannica ed acconsentirono ad impiegare le forze militari eccedenti nel Mediterraneo fintanto che non fosse giunto il momento opportuno per sferrare l'attacco diretto all'Europa centrale, rifiutarono di assumersi responsabilità e oneri ulteriori che riguardassero la prosecuzione della campagna d'Italia dopo gli sbarchi francesi. La penetrazione angloamericana nel Mediterraneo seguì un andamento incerto e male coordinato. La campagna d'Italia fu condotta «senza alcun piano né militare né politico a lungo termine, ma come risultato di successivi compromessi tra le diverse strategie inglese e americana»6. Tutte le concessioni militari e politiche accordate all'Italia dagli alleati rispecchiarono parzialmente sia l'andamento

disponibilità alle concessioni da parte statunitense contrastava con la volontà di imporre una pace punitiva, manifestata dalla corrente britannica. La conferenza di Casablanca, fatta eccezione per le risoluzioni generali comuni in merito alla resa incondizionata e alla prosecuzione delle operazioni nel Mediterraneo, evidenziò le sostanziali divergenze tra le diverse posizioni, senza che si potesse definire alcun programma dettagliato d'intervento militare. Le successive decisioni imposte dagli Stati uniti alla Conferenza di Teheran, con la data di apertura del secondo fronte, escludevano seriamente ogni iniziativa di largo respiro in Italia. A quel punto, le mire britanniche sul Mediterraneo miravano all'occupazione dell'Italia fino a Roma.

5 Cfr. Elena Aga Rossi, Bradley F. Smith, La resa tedesca in Italia, Milano, Feltrinelli, 1980, p.

41.

6 Elena Aga Rossi, La politica degli alleati verso l'Italia nel 1943, in L'Italia nella sconfitta:

politica interna e situazione internazionale durante la seconda guerra mondiale, Napoli,

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incerto della campagna che l'esigenza del Combined Chiefs of Staff di soddisfare le diverse posizioni alleate.

All'alba del 9 settembre un'esigua rappresentanza del governo italiano aveva abbandonato la capitale e dopo un lungo viaggio, prima per terra e poi per mare, raggiunse Brindisi nel pomeriggio del giorno successivo. Con Badoglio, il re e la famiglia reale si erano allontanati De Courten, Sorice e Sandalli, rispettivamente ministri della marina, della guerra e dell’aviazione, insieme ai più alti comandi militari dello Stato Maggiore e del Comando Supremo. Responsabili dei destini di migliaia di uomini, il governo e i vertici militari italiani rifiutarono di comprendere l'entità e le conseguenze politiche del crollo organizzativo e morale causati dalla loro irresponsabilità e dal loro attendismo7.

Le autorità militari italiane ritennero senza esitazione di potersi inserire

inter pares nel quadro operativo angloamericano8. I generali di Stato Maggiore,

credevano infatti di avere ancora un ampio margine di potere decisionale rispetto alle scelte della Missione Militare Alleata e dei comandi alleati sull'impostazione

7 Sulla questione e sulle responsabilità del re, di Badoglio e dei generali coinvolti cfr. Giorgio

Rochat, L'armistizio dell'8 settembre 1943, in Dizionario della Resistenza. Storia e geografia

della Liberazione, p. 36 sgg. Vedi anche G. Schreiber, I militari italiani internati nei campi di concentramento, cit., p. 156 sgg.

8 I comandi italiani pretesero più volte di prendere il sopravvento sulle decisioni Alleate. Proponevano un'importante operazione di sbarco nella zona di Ancona e la formazione di una grande unità mista fondendo il 9°Corpo d'armata italiano con il 5° Corpo. Lo stesso Badoglio, pretendeva di poter consigliare Eisenhower sulle operazioni in Italia e lo invitò a unirsi alla missione alleata a Brindisi. Il suggerimento non venne ben accolto: «Still grievously disappointed in the performance of the Italian Government from the time of the armistice announcement, Eisenhower was in no mood to confide his plans to members of that government. It seemed hardly logical, now that the Italian Fleet had surrendered and the Army had dissolved into virtual nothingness, for Badoglio to tell Eisenhower how to wage the war and for Eisenhower to listen. Cfr. Albert N. Garland, Howard Mcgaw Smyth Sicily and the surrender of

Italy, Center of Military History , US Army, Washington 1964, p.540. <http://www.history.army.mil/html/books/006/6-2-1/CMH_Pub_6-2-1.pdf>

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strategica nel proseguimento della campagna d'Italia9.

Accomunati da «una totale mancanza di responsabilità e una parallela incomprensione dei reali rapporti di forza tra un paese sconfitto e prostrato e i vincitori», il Governo e il comando militare si valutarono nella posizione di poter dispensare agli alleati consigli e direttive in merito alle scelte strategiche per la campagna in corso10.

Illudendosi che un'ampia collaborazione nella lotta ai tedeschi avrebbe contribuito a mitigare in maniera significativa le dure clausole dell'armistizio, le autorità di Governo cercarono di favorire in ogni modo una forma di collaborazione diretta con gli anglo-americani11. In merito alla propria collaborazione «i vertici politici e militari del Regno del Sud puntarono a rendere in qualche modo operante e politicamente redditizio, come garanzia della continuità dello stato e del potere dinastico, lo spiraglio aperto dalle dichiarazioni alleate alla Conferenza di Quebec»12.

Facendo riferimento al Memorandum di Quebec, il governo del Regno del Sud assunse l'obiettivo prioritario di favorire in ogni modo la partecipazione

9 Il 15 settembre a Brindisi, fermamente intenzionati a contribuire alla guerra al fianco dei nuovi

alleati, Governo e Stato Maggiore, costituirono il 51° Corpo d'Armata attingendo dalle divisioni Legnano, Puglia e Mantova. Questa grande avrebbe dovuto affiancare il 5° Corpo britannico in fase di sbarco in Puglia. Intendevano inoltre trasferire le truppe presenti in Corsica e Sardegna e costituire nuove grandi unità con personale sbandato della Sicilia e dei Balcani e con prigionieri di guerra dell'Africa Settentrionale. Ognuno di questi progetti fu vanificato.

10 E. Aga Rossi Una nazione allo sbando, cit., p. 194.

11 Le rassicurazioni a Cassibile da parte del capo di Stato Maggiore Bedell Smith apparvero a

Castellano come una prima legittimazione della ripresa delle armi contro i tedeschi.

12 Marco di Giovanni, I paracadutisti italiani. Volontari, miti e memoria della seconda guerra

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italiana nella guerra contro i tedeschi13. In tal senso il governo Badoglio si adoperò per riorganizzare un esercito ormai dissolto e per fornire adeguata collaborazione ai servizi segreti statunitense e britannico, impegnati nel supportare le azioni di guerriglia nell'Italia occupata14.

Nonostante le diverse linee di pensiero cui abbiamo già accennato, gli alleati erano concordi nel considerare l'Italia un paese aggressore, a cui imporre le dovute sanzioni. La caduta del fascismo e l'eliminazione dell'Italia dal conflitto come nemico avevano rappresentato l'obiettivo prioritario15. L'armistizio rappresentava l'atto di resa di un paese occupato e vinto e gli alleati tennero fede a questo principio, privando le autorità italiane di qualunque autonomia decisionale. Del resto, vi era il bisogno di rispondere a due opposte esigenze: garantire la continuità politica del governo che avrebbe garantito le condizioni dell'armistizio e al tempo stesso confermare lo status di paese aggressore e sconfitto quale in effetti l'Italia era.

13 «La misura nella quale le condizioni [di armistizio] saranno modificate in favore dell'Italia

dipenderà dall'entità dell'apporto dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite durante il resto della guerra. Le Nazioni Unite dichiarano tuttavia senza riserve che ovunque le forze italiane e gli Italiani combatteranno i Tedeschi distruggeranno proprietà tedesche od ostacoleranno i movimenti tedeschi, essi riceveranno tutto l'aiuto possibile delle forze delle Nazioni unite». Testo parziale del Memorandum di Quebec contenuto in Salvatore Loi, I

rapporti fra alleati e italiani nella cobelligeranza: Military Mission – Stato Maggiore Regio Esercito, Roma, USSME, 1986, p. 22.

14 Dalla collaborazione del SIM con il OSS e il SOE ebbero origine diverse missioni clandestine

condotte da personale italiano e angloamericano, finalizzate al rifornimento di diverse formazioni partigiane, all'istruzione e coordinazione di importanti attività di guerriglia.

15 «The surrender had eliminated a ground force of tremendous size that, even though

ill-equipped and low in morale, had confounded and troubled Allied planners and intelligence experts. Had the Italian Government not surrendered before the Salerno invasion, the Italian units manning the coastal positions along the Salerno beaches, acting in concert with the Germans, perhaps might have increased Allied casualties.[...] What the Allies really achieved by the Italian capitulation was an enormous psychological victory, not only in the eyes of the world, but, more important, for the fighting man. One of the three major enemy powers had fallen to the combined weight of joint Allied arms, and this gave increasing hope that the end of the conflict would not be far distant.» A.N. Garland, H. M. Smyth, The surrender of Italy cit, p. 552.

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Nell'autunno 1943, ciascuna concessione alle richieste di partecipazione avanzate dai vertici politici e militari italiani rappresentarono per gli alleati un termine di contrattazione: occorreva poter fugare le resistenze Italiane verso la firma del testo completo e, successivamente, ottenere da parte italiana una chiara presa di posizione contro la Germania per la piena leale disponibilità alla causa alleata16. Come ebbe a riconoscere Eisenhower, «La questione principale che abbiamo dinanzi a noi ed ha le più importanti conseguenze sulle nostre operazioni militari in Italia è data dallo status da attribuire all'Amministrazione Badoglio ed all'Italia come tale. Questo punto vitale di politica guiderà tutta l'azione esecutiva nella sfera militare, politica e di propaganda»17.

Le scelte operate inizialmente dal Combined Chiefs of Staff furono quindi dettate da ragioni diplomatiche, non militari: le vaghe concessioni elargite mirarono più a garantire la validità del governo garante dell'Armistizio che a legittimarne la collaborazione nelle operazioni belliche. Consapevoli delle debolezze strutturali e organizzative delle forze armate italiane, gli alleati sapevano che l'esercito italiano aveva poco da offrire18: l'unico beneficio della cobelligeranza apprezzabile dal punto di vista materiale era costituito dalle

16 Non è un caso che solo alla vigilia della riunione di Malta del 29 settembre gli anglo-americani

abbiano concesso la costituzione di un'unità di 5 mila uomini, destinata a combattere a loro fianco.

17 E. Aga Rossi, L'inganno reciproco cit, doc, 9.2, p. 428-429. Richiesta di Eisenhower ai vertici

alleati di concedere all'Italia lo status di cobelligerante e di emendare l'armistizio lungo, 18 settembre 1943.

18 La relazione di Mason MacFarlane, redatta nel settembre 1943 e destinata a Eisenhower,

espresse giudizi poco lusinghieri nei confronti dell'esercito italiano: «Of the divisions in southern Italy, all had "hardly any motor transport left"; their armament was "mostly 1918" type, they had "practically no petrol," very little ammunition, and were "very short of boots." Except for the fleet, "the genuine military help we are likely to get [...], is going to be practically nil."». A. N. Garland, H. M. Smyth, The surrender of Italy cit, pp. 542-543.

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risorse navali e mercantili acquisite con la collaborazione della Marina militare italiana, che aveva seguito alla lettera le condizioni armistiziali. Per il resto l'aeronautica aveva apparecchi obsoleti e dell'esercito rimanevano sul territorio nazionale per lo più divisioni territoriali e costiere di scarsa efficienza bellica. Dopo gli scontri dell'8 settembre molti reparti si erano disciolti o frazionati e gli uomini recuperati erano in gran parte demoralizzati. Non c'era da parte alleata l'interesse materiale di far combattere un esercito lacero e male armato, uscito sconfitto dagli scontri con i tedeschi e non ancora epurato dagli elementi fascisti.

Gli alleati richiesero, invece, la collaborazione delle forze militari italiane per assolvere mansioni logistiche e di sicurezza: completata la missione

Avalanche a Salerno, era richiesta molta manovalanza da impegnare per lo

scarico dei materiali dalle navi, per pattugliare gli aeroporti e per il ripristino delle vie di comunicazioni. Le divisioni e i mezzi da sbarco a disposizione del comandante in capo delle forze in alleate nel Mediterraneo, sufficienti all'azione su Salerno, erano in via di riduzione, perché destinati ad un impiego sul fronte francese19. Alle sempre crescenti richieste alleate di manovalanza, i vertici italiani reagirono organizzando “campi di riordinamento” per tentare di recuperare gli sbandati e sottrarre al controllo alleato la massa dei disertori che, reclutati dai comandi angloamericani, collaboravano in qualità di lavoratori civili20. Allo stesso tempo, Governo e Stato Maggiore ritennero fondamentale

19 In questa ottica le truppe alleate destinate al fronte francese vennero gradualmente trasferite,

riservando gli incarichi ausiliari e di pattuglia alle truppe italiane.

20 Cfr. S. E. Crapanzano Il primo raggruppamento motorizzato (1943-1944), cit., p.23.

«Immediatamente dopo l'armistizio, statunitensi e britannici, con l'allettante stimolo di un buon salario, al sicuro dai pericoli della guerra, attirano al loro servizio ed utilizzano in modo casuale e disorganico parecchi italiani, siano essi disertori o sbandati, sottoposti o meno a vincoli di

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contribuire da protagonisti alla campagna d'Italia e proseguirono le trattative diplomatiche per riuscire a impiegare in misura sempre maggiore delle truppe combattenti, riuscendo progressivamente a strappare agli alleati piccole concessioni per un maggior contributo.

2.2 Il Primo Raggruppamento motorizzato

In Sardegna si trovavano le divisioni del 13° Corpo d'Armata schierate nella parte centro-meridionale e settentrionale dell'Isola: la maggior parte del personale, costituito al momento dell'armistizio da circa 120.000 uomini, era raggruppato in brigate e divisioni costiere schierate con fini difensivi lungo le coste. Un'aliquota di 50.000 uomini faceva parte delle divisioni di fanteria Sabauda, Calabria, Bari e della 184ª divisione paracadutisti “Nembo”, che fu oggetto di severi procedimenti disciplinari e organizzativi, dopo che il 12° battaglione e alcuni reparti minori avevano seguito i tedeschi della 90ª Panzer

Division prima in Corsica e poi in continente21.

A partire dal mese di novembre giunsero dalla Corsica in Sardegna anche la

leva». M. Ruzzi Gli Italian Pioneer nella Guerra di Liberazione, cit., p 109.

21 I battaglioni della Nembo che avevano precedentemente solidarizzato con i tedeschi della 90ª

divisione corazzata durante l'intensa attività addestrativa svolta in comune, in seguito all'armistizio furono colpiti da una profonda crisi ideologica che li portò, in alcuni casi, a defezioni e scontri armati contro i propri comandi: il 12° Battaglione del 184º Reggimento Nembo seguì i reparti tedeschi nel loro spostamento verso la Corsica e poi verso il continente. Tuttavia il cambio di alleanza causò una crisi morale e ideologica profonda anche presso altri battaglioni che, pur essendo rimasti formalmente compatti e fedeli alla monarchia italiana, avevano al loro interno molti uomini di fede fascista. Per garantire l'ordine nei reparti e restituire una certa rispettabilità ideologica alla divisione fu avviato un tentativo di epurazione che costò l'allontanamento dai ranghi di circa 900 uomini, arrestati o espulsi nel tentativo di restituire al corpo affidabilità disciplinare e unità dei comandi.

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divisione “Friuli”, dopo aver sostenuto ripetuti scontri con le truppe tedesche e la divisione “Cremona”, sopravvissuta quasi indenne allo sgombero delle divisioni tedesche in fase di smobilitazione. Fatta eccezione per la divisione “Sabauda”, tutte le truppe attesero sull'isola per quasi un anno prima di poter raggiungere la penisola22. La lunga permanenza e la grande quantità di truppe stanziate sull'isola, insieme alla mancanza di approvvigionamento creò situazioni alimentari e igienico-sanitarie molto precarie.

La maggior parte delle truppe, residui di tante divisioni di varia provenienza si trova nell'Italia meridionale: la divisione “Mantova” e il 21º Corpo d'Armata si trovavano in Calabria mentre in Puglia erano dislocate le Divisioni Piceno e Legnano, le divisioni costiere 209ª e 210ª con il 9º Corpo d'armata23. Fatta eccezione per la “Mantova” a Crotone, parte della divisione di fanteria “Legnano” e la divisione di fanteria di occupazione “Piceno” dislocate vicino Brindisi, il resto era costituito da sette formazioni costiere, impreparate a combattere per armamento e per scarso addestramento24..

Più volte avanzate dai vertici politici e militari italiani, le proposte di un

22 Rimasero quindi inascoltate le insistenti richieste dello Stato Maggiore italiano per trasferire i

reparti sul continente per utilizzarli come truppe combattenti. Una piccola aliquota di 6000 soldati della divisione “Friuli” fu trasferita sul continente per occuparsi di lavori agricoli nel Foggiano.

23 I residui di varie divisioni erano stati sorpresi dall'armistizio nel Lazio e in Abruzzo: i soldati

erano riusciti a superare le linee e a raggiungere il resto delle divisione nel Regno del Sud.

24 La militarizzazione fascista aveva accentuato un errore già verificatosi nella storia dell'esercito

italiano. Secondo Rochat l'esercito italiano ebbe tra l'Unità e la prima guerra mondiale una struttura più ampia di quanto i suoi bilanci permettessero e il problema si ripeté in maniera accentuata nella seconda guerra mondiale: a un grande numero di mobilitati e di divisioni non corrispose adeguato armamento e sufficiente addestramento. Ne fecero le spese soprattutto le divisioni costiere, truppe stanziate su un ampio territorio con funzione prevalentemente difensiva ma in realtà del tutto impreparate ad un azione di guerra.

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inserimento di nuove forze italiane in combattimento a fianco degli alleati vennero ripetutamente sconfessate, sebbene i primi colloqui con Eisenhower fossero sembrati incoraggianti25. La prima formale richiesta di partecipare alle operazioni militari avanzata da Badoglio nell'incontro del 18 settembre venne negata da MacFarlane che ribadì la priorità di completare le operazioni di sbarco a Taranto e quindi sola la necessità di utilizzare a tal fine automezzi e personale italiano, in special modo del genio26. L'8ª armata avevano necessità di recuperare dei lavoratori per sostituire tredici compagnie pionieri britanniche destinate al turno di riposo prima del trasferimento in Francia27. Agli statunitensi interessava particolarmente poter disporre degli aeroporti presenti in Puglia per consolidare il dominio assoluto del cielo e pertanto occorreva loro del personale specializzato italiano preposto al controllo e pattugliamento delle aviosuperfici.

Le autorità italiane non si fecero sconfortare ed approfittarono, anzi, delle piccole divergenze tra i Comandi alleati per tentare nuovamente di soddisfare le proprie aspirazioni. Come ho già affermato, ogni concessione alleata fu determinata da sopravvenute circostanze, strettamente dipendenti dagli equilibri tra le grandi potenze alleate coinvolte e legate agli esiti inattesi della conduzione

25 Lo Stato Maggiore dell'Esercito aveva studiato un progetto per far sbarcare ad Ancona nuclei

dell'esercito per organizzare e guidare una resistenza organizzata contro le truppe tedesche. Il 21 settembre Mac Farlane, a capo della Missione Militare Alleata affermò che “per ordine superiore, le truppe italiane non avrebbero dovuto partecipare ai combattimenti fino a nuovo ordine” e Alexander ribadì che i piani erano ormai stati predisposti in maniera minuziosa, tale da impedire inserimenti di nuove forze.

26 Fermamente intenzionati a limitare l'apporto di forze combattenti italiane, gli alleati rifiutarono

sia i progetti di riorganizzazione del Comando Supremo sia i mezzi navali per trasferire in continente le unità presenti in Sardegna anche per scopi diversi dall'impiego bellico in linea. Solo a luglio 1944 venne acconsentito il trasferimento definitivo delle truppe sulla penisola, in previsione di recuperare effettivi per i Gruppi di combattimento.

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della campagna d'Italia28. Alla riunione di Malta del 29 settembre l'Italia, Eisenhower dette il via libera alla costituzione di un'unità di élite destinata a combattere a fianco degli anglo-americani29.

Lo Stato Maggiore si affrettò ad approntare la costituzione di una brigata mista motorizzata con comandi e truppe provenienti dalle diverse divisioni rimaste compatte e operative dopo l'8 settembre e facilmente reperibili. Inoltre dispose l'approntamento di tre divisioni provenienti dalla Corsica e dalla Sardegna e la trasformazione delle divisioni costiere in “divisioni d'occupazione”30. Parallelamente nessuna occasione fu tralasciata per tentare di persuadere i comandi alleati rispetto ad una definitiva partecipazione alla campagna da parte delle truppe italiane.

Nella generale illusione di una imminente liberazione di Roma, la questione di una sempre maggiore partecipazione alla guerra di liberazione era divenuta «un chiodo fisso» per le autorità [italiane] le quali non tralasciarono nessuna

28 Il proseguimento e le linee strategiche della Campagna furono oggetto di contrapposizioni e

divergenze all’interno dei diversi vertici alleati. Schematicamente si contrapponevano diverse posizioni: da un lato stavano i vertici statunitensi, intenzionati a potenziare il fronte francese per affermare la propria sfera di influenza sull’Europa occidentale. Dall’altro, la posizione britannica legata a Churchill, mirava al controllo del Mediterraneo per contrastare la preponderanza russa nell’Europa centrale e balcanica. Una terza posizione di compromesso, quella dei comandi alleati in Italia, accettò le priorità dello sbarco francesi ma insistette e ottenne il proseguimento della Campagna d’Italia seppure con mezzi inadeguati agli obiettivi strategici reali da raggiungere: l’immobilizzazione e il logoramento delle venti divisioni tedesche, altrimenti destinate ad altri importanti fronti.

29 «É molti importante che le truppe italiane concorrano a liberare il territorio italiano. Perciò io

sceglierò le divisioni migliori che dovranno essere armate con l'armamento delle meno buone. [...] Prego perciò il maresciallo Badoglio di scegliere subito le truppe e iniziare l'organizzazione per armare le migliori». Affermazioni riportate in “Comando Supremo, Ufficio operazioni”, folio nº 1615/Op, 1 ottobre 1943 in S. E. Crapanzano, Il primo raggruppamento motorizzato cit., doc. nº 8, p. 142. Le parole di Eisenhower sembrarono più volte venir sconfessate dalle iniziative dei comandi angloamericani, miranti a potenziare i battaglioni lavoratori a discapito dell'unità combattente promessa.

Figura

Tabella 2: - 2 aprile '44- Organico del Corpo italiano di liberazione  (10.000 organici)
Tabella 3 – Giugno '44 - Struttura organica definitiva del CIL.

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