Fra streghe, maliarde e meretrici. Alcuni processi di stregoneria tra il Cinquecento e il Seicento a Pisa.

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UNIVERSITÀ DI PISA

DIPARTIMENTO DI CIVILTÀ E FORME DEL SAPERE

Corso di laurea in Storia e civiltà

Tesi di laurea magistrale

Fra streghe, maliarde e meretrici. Alcuni processi di stregoneria tra il Cinquecento e il Seicento a Pisa

Relatore: Candidato:

Prof. Gaetano Greco Benedetta Buti

Correlatore:

Prof. Matteo Giuli

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INDICE

Introduzione p. 3

Parte prima p. 6

Breve storia del Tribunale dell’Inquisizione e nascita dell’Inquisizione romana p. 7 Il contesto pisano tra il Cinquecento e il Seicento p. 12 Chiesa e Inquisizione a Pisa tra Cinquecento e Seicento p. 16 L’inquisizione pisana nei documenti e alcuni processi pisani di stregoneria p. 19

Parte seconda p. 29

Il fenomeno della prostituzione e la situazione in Toscana tra

Cinquecento e Seicento p. 30 Analisi di alcuni processi di meretrici e di streghe fra Cinquecento

e Seicento al Sant’Uffizio di Pisa p. 32 Morale sessuale e rotture del canone tridentino p. 64 L’inquisizione di fronte alle autorità secolari p. 73 Forme e manifestazioni del demonio tra superstizioni del popolo e demonologia

della Chiesa p. 76 Conclusioni p. 87 Parte terza p. 89 Appendice documentaria p. 90 Note bibliografiche p. 137 Sitografia p. 143

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INTRODUZIONE

Il tema della ‘caccia alle streghe’ rappresenta un grande classico della storiografia relativa alla storia moderna. Per molto tempo, e per molti studiosi, quest’interesse è stato coltivato in solido con la «tendenza sempre più diffusa a indagare comportamenti e atteggiamenti di gruppi subalterni o comunque non privilegiati, come i contadini e le donne»1: anche in virtù del fatto che «la grande maggioranza delle persone processate apparteneva agli strati più bassi della società», l’essere dediti a pratiche eterodosse era interpretato come «una protesta nei confronti delle classi sociali superiori, che a volte si traduceva in maledizioni o fatture»2. Molti studiosi hanno approfondito questo fenomeno anche sulla scorta dell’affermazione, sempre più vigorosa, del femminismo, oppure della «riscoperta di culture travolte dal capitalismo»3. I modelli storiografici più recenti si sono

sforzati di esaminare il «significato che le credenze nella stregoneria avevano non per le vittime dei malefizi, per gli accusatori e per i giudici, ma per gli accusati»4. Si è riflettuto,

inoltre, sull’azionarsi dei meccanismi di conflittualità interni al mondo femminile, che erano non di rado alla base delle delazioni5. Tenendo sullo sfondo queste tendenze storiografiche, ho ritenuto prendere in esame alcuni processi di stregoneria celebrati a Pisa fra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, tratti dal fondo inquisitoriale pisano.

Il fondo Sant’Uffizio di Pisa è conservato presso l’Archivio Storico Diocesano di Pisa, e si compone di 32 unità cartacee; queste ultime sono costituite perlopiù da filze rilegate, che raccolgono la documentazione prodotta dall’ente tra il 1574 e il 1772. Il fondo non vede alcuna suddivisione in serie, ma riunisce in modo frammisto varie tipologie documentarie. È composto per circa un quarto della sua consistenza da fascicoli unitari, i quali possono contenere un intero processo o solo una parte. Il restante materiale è invece costituito da carte singole cucite insieme e raccolte su base cronologica: tra di esse sono presenti comparizioni, interrogatori, denunce, carte relative all’attività di censura e scritti di varia natura. Compaiono inoltre brevi arbitrati, il carteggio scambiato con la Congregazione romana e altri soggetti (enti istituzionali e personalità), carte di sicurtà e fedi.

1 La cit. nel testo da C. GINZBURG, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Torino 1989, p. XIV. 2 B.P. LEVACK, La caccia alle streghe in Europa agli inizi dell’Età moderna, Roma-Bari 1987, p. 174 e p. 179.

3 Ivi.

4 Ivi, p. XVII.

5 D. WEBER, Sanare et maleficiare: guaritrici e medichesse, streghe e Collegio medico a Modena nel XVI

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Delineato, a grandi linee, il quadro documentario entro cui ci muoveremo, occorre spendere qualche parola circa la tipologia degli accusati di stregoneria sui quali ci concentreremo. Si tratterà di donne, preferibilmente dedite al meretricio pubblico, che esercitavano la loro attività in città e/o che in città vivevano quotidianamente. Insomma, la nostra sarà una “stregoneria cittadina”, in moderata contrapposizione dalla tesi sostenuta da Brian Levack, secondo cui la stregoneria fu un fenomeno «essenzialmente rurale»6. Come sostenuto da Levack, infatti, il contesto urbano – nel quale moltissimi uomini e donne vivevano a stretto contatto, condividendone lo spazio e gli spazi – era un ambiente intrinsecamente favorevole alle streghe, visto che «la vita cittadina generava un gran numero di tensioni che potevano sfociare in accuse di stregoneria»7.

Oltre alla facilità con cui nell’ambiente urbano potevano insorgere le accuse di stregoneria, c’è anche da tenere in conto il fatto che i soggetti sui quali abbiamo scelto di focalizzare l’attenzione sono meretrici, e quindi figure che, a causa della loro dimestichezza quotidiana col sesso e con le pratiche erotiche, maggiormente si prestavano – in virtù del loro carattere eterodosso, fuori dagli schemi e dalla norma socialmente cristallizzata – a essere additate come streghe e adoratrici del Demonio; ci muoviamo, insomma, in un milieu di «moralità molto carente» e di abituale «trasgressione morale»8. Anche Oscar Di Simplicio, analizzando la caratura sociale delle accusate di stregoneria nella Siena fra XVI e XVII secolo, ha messo in evidenza che «il nesso moralità/stregoneria enfatizzato dalla demonologia trova nei processi senesi una conferma decisiva»9. Relativamente al collegamento stringente fra meretricio e prostituzione, Di Simplicio parla di una «politica della marginalizzazione delle meretrici pubbliche», anche se questo non implicava il loro essere ‘più povere’ rispetto alle altre donne10.

Questa ricerca, inoltre, si inserisce nell’ambito degli studi sull’Inquisizione romana, che sarà tra breve analizzata, e in particolare sulle procedure giudiziarie adottate da questo tribunale in merito al reato di stregoneria.

Le indagini di John Tedeschi e di Giovanni Romeo si sono sforzate, a questo proposito, di tratteggiare un quadro innovativo del S. Uffizio e degli uomini che lo

6 LEVACK, La caccia alle streghe, cit., p. 150. 7 Ivi, p. 153.

8 Ivi, p. 178.

9 O. DI SIMPLICIO, Autunno della stregoneria. Maleficio e magia nell’Italia moderna, Bologna 2005, p. 108.

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componevano11. I tribunali inquisitoriali non appaiono più istituzioni sanguinarie e crudeli, ma al contrario garantiste con regole razionali e capaci di tutelare meglio gli imputati, moderate nell’impiego della tortura e miti nell’infliggere le pene.

Questo mio studio consente infine di far venire alla luce le vicende di personaggi di dubbia moralità, altrimenti sconosciute, di cogliere nelle loro azioni, le loro idee e le loro convinzioni entrando, in questo modo, nel loro modo di vivere e nelle loro comunità.

11 J. TEDESCHI, The prosecution of Heresy. Collected studies on the Inquisition on Early modern Italy, Binghampton, New York, 1991 e G. ROMEO, Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della

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BREVE STORIA DEL TRIBUNALE DELL’INQUISIZIONE E NASCITA DELL’INQUISIZIONE ROMANA

L’Inquisizione non fu una creazione dell’età moderna, ma esisteva già durante il Medioevo: prima della crociata contro gli Albigesi, proclamata dal papa Innocenzo III nel 1209, ai vescovi era stato demandato il compito di perseguire coloro che si opponevano alla Chiesa sia in senso spirituale che politico. Dalla fine del XII secolo, infatti, i fermenti religiosi attirarono sempre più proseliti, dando luogo a deviazioni eterodosse come l’eresia valdese e quella catara, che rifiutavano l’autorità del papa. L’eresia catara, nello specifico, propagatasi nella parte meridionale dell’Europa, rigettava i sacramenti, il culto delle immagini, le indulgenze e altre pratiche per mezzo delle quali il fedele era indirizzato dalla Chiesa Romana sulla via della salvezza1.

Ponendosi alla testa della lotta, a tratti feroce, contro questi movimenti ereticali, e incaricandosi della repressione dell’eresia in Europa, la Chiesa di Roma rafforzò enormemente il suo potere: nell’anno 1184 il pontefice Lucio III, presiedendo il concilio di Verona, emanò la costituzione Ad abolendam, che di fatto rappresentò l’origine dell’inquisizione episcopale. Il documento elaborato dal papa imponeva a tutti i signori laici di sostenere la Chiesa nella guerra contro le eresie a pena di scomunica, stabilendo, nel contempo, che gli abitanti di ogni paese giurassero di denunciare al vescovo ogni individuo sospettato di eresia, che i vescovi visitassero, due volte l’anno, le città e i villaggi della loro diocesi al fine di scoprire gli eretici, e che i colpevoli di eresia fossero dichiarati infami per sempre e fossero privati del loro impiego2.

Il ruolo di primo piano dei vescovi fu ribadito nel concilio di Tolosa del 1229, che sancì il dovere di denunciare gli eretici all’ordinario del luogo, prescrivendo, nel contempo, di considerare costoro colpevoli soltanto dopo il giudizio emesso dal presule. In quello stesso periodo di inquietudine religiosa la Chiesa riuscì a fidelizzare i seguaci di Francesco e a istituire gli Ordini mendicanti (francescani, domenicani e agostiniani), i quali, con il tempo, furono esentati dalla giurisdizione diocesana e raccordati direttamente alla Sede Apostolica. Mentre privavano i vescovi delle loro competenze inquisitoriali

1 Su queste vicende fondamentale C. VINCENT, Eglise et société en Occident (XIIIe-XVe siècle), Paris 2016.

2 D. BONDIELLI, Inventario del fondo del Tribunale dell’Inquisizione pisana (1574-1628), tesi di laurea, Università degli studi di Pisa, rel. L. Carratori, a. a. 1995-96, p. VII. Ma sull’irrobustimento dell’Inquisizione cfr. ora L. AL SABBAGH, D. SANTARELLI, H.H. SCHWEDT, D. WEBER, I giudici

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perché ritenuti troppo esitanti a procedere contro personaggi di rango elevato, i pontefici preferivano sempre più affidarsi ai mendicanti, cui fu assegnato il compito di guidare il clero secolare a combattere l’eresia, dedicandosi anche alla predicazione. Fu il papa Alessandro IV a istituire un legame preferenziale con i domenicani, benché sancisse per questi ultimi l’obbligo di consultare i vescovi anche nel caso di eretici che rifiutavano di pentirsi.

Le sempre più ampie competenze riconosciute all’Inquisizione ingenerarono acuti contrasti tra gli inquisitori e gli esponenti del clero secolare, i quali, vedendosi scavalcati, indirizzarono un numero crescente di lamentele alla Sede Apostolica. Fu soprattutto per rispondere alle istanze del clero diocesano che il papa Gregorio X, nel 1273, dispose che gli inquisitori impegnati ad emanare una sentenza agissero di concerto con i vescovi e i loro delegati. Un modello di processo tipicamente medievale è rappresentato da quello svolto ai danni di Elena, la ‘ncantatrice vissuta a Travale (castello del Senese in diocesi di Volterra) nella prima metà del XIV secolo: la sua condotta fu esaminata dal vicario del presule Stefano da Prato (1411-1435), che emanò la sua sentenza nel giugno 1423.3 Il primo ingranaggio della macchina deputata a sradicare l’eresia era costituito dai vescovi, aspetto che, nel giro di pochi decenni, sarebbe stato completamente rivisto da parte del Concilio di Trento.

Le procedure che gli inquisitori avrebbero dovuto seguire nell’Italia centro-settentrionale, invece, furono fissate dalla bolla Ad extirpanda di Innocenzo IV (15 maggio 1252): nel documento si stabiliva che i magistrati cittadini, una volta che le autorità diocesane avessero individuato dei possibili eretici, fossero tenuti a procedere contro di loro anche ricorrendo alla tortura4. I funzionari del tribunale dovevano essere dei buoni cattolici che vivevano sul territorio compreso nella giurisdizione dell’inquisitore; restavano in carica sei mesi e le spese per il loro mantenimento e lo svolgimento della loro missione era a carico dello Stato. Le autorità civili – il cosiddetto brachium secolare – avevano anche l’obbligo di arrestare gli accusati e di consegnarli all’inquisitore.

La prevaricazione della Chiesa Romana nei confronti dell’autorità degli ordinari diocesani era un fatto tutt’altro che nuovo: dal tardo medioevo, infatti, la Sede Apostolica

3 C. GHIRLANDINI, La “‘ncantatrice a Travale”. Un processo per maleficium nella diocesi di Volterra (1423), «Rassegna Volterrana», LXXVIII (2001), pp. 33-72.

4 Sulla tortura in Toscana durante il XVII secolo cfr. D. EDIGATI, Gli occhi del Granduca. Tecniche

inquisitorie e arbitrio giudiziale tra stylus curie e usus commune nella Toscana seicentesca, Pisa 2009, pp.

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agiva sia come istanza d’appello supremo, sia esaminando i casi riservati exclusive al pontefice, di cui si consolidò via via la centralità all’interno della Curia romana. Fra questi tribunali si possono ricordare la Camera Apostolica, attiva nelle materie di natura fiscale, la Sacra Penitenziaria, impegnata a concedere indulgenze e remissioni dei peccati, la Dataria Apostolica, attiva per la salvaguardia dei beni ecclesiastici occupati dai laici e per le dispense di “foro esterno” in ambito matrimoniale, la Congregazione sull’Immunità, costituita a partire dagli inizi del Seicento, e la Sacra Rota, con particolare riferimento alle cause matrimoniali e beneficiali5.

La macchina inquisitoriale che abbiamo descritto fu rinnovata nel XVI secolo, soprattutto per combattere le eresie nate dalla riforma luterana, presente in Italia già dagli anni Trenta del Cinquecento6. Adriano Prosperi, a questo proposito, ha evidenziato che

«le autorità romane lo avevano ammesso ufficialmente fin dal 1532 che in multis Italiae locis era diffusa l’eresia luterana: lo si legge nel breve papale di nomina con cui un celebre agostiniano di Piacenza, Callisto Fornari, fu nominato inquisitore generale per tutta Italia»7. Il primo passo che portò all’istituzione dell’Inquisizione romana fu compiuto nel concistoro del 15 luglio 1541, che assegnò a Roma il controllo dell’Inquisizione, affidata ai cardinali Aleandro e Carafa: questi ultimi, in particolare, incaricati di occuparsi della «cura universale della Inquisitione», erano una garanzia di intransigenza e durezza. La morte del cardinale Aleandro offrì a Paolo III la possibilità di allargare il numero di responsabili dell’inquisizione, e il 4 luglio 1542 il numero dei cardinali inquisitori salì a 6: il nome del Carafa, in testa all’elenco riportato nella bolla, precedeva i nomi di Giovanni Moroni, Pietro Paolo Parisio, Bartolomeo Guidiccioni, Dionisio Laurerio e Tommaso Badia.

È, però, a partire dalla bolla Licet ab initio, emanata dal papa Paolo III il 21 luglio 1542, che possiamo considerare l’Inquisizione romana come un’istituzione compiutamente formata. Nella disposizione papale si riconoscono alcuni, decisivi elementi di discontinuità rispetto al passato, giacché un gruppo di sei cardinali avrebbe goduto di poteri eccezionali e inusitati per estirpare l’heretica pravitas dal corpo

5 G. GRECO, Tribunali e giustizia della Chiesa nella Toscana moderna, in La documentazione degli organi

giudiziari nell’Italia tardo-medievale e moderna. Atti del convegno di studi Siena (Archivio di Stato,

15-17 settembre 2008), Roma 2012, pp. 950-1073, pp. 970-971.

6 Su questo cfr. A. PROSPERI, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino 1996, nello specifico pp. 35-56; e G. ROMEO, Ricerche su confessione dei peccati e inquisizione nell'Italia del

Cinquecento, Napoli 1997.

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cristiano8. La Congregazione ricevette dal papa pieno potere per combattere gli eretici, potendo avvalersi dell’aiuto del “braccio secolare”; le era inoltre riservato il diritto di assolvere e riconciliare con la Chiesa quegli eretici che, pentiti, volessero tornare «al lume della verità»9. I cardinali, in quanto inquisitori generali con autorità apostolica in tutta la «respublica christiana», potevano procedere a piacimento contro i sospetti di eresia, gli eretici, i loro fautori e i loro seguaci10. Essi avevano, inoltre, la facoltà di scegliere degli inquisitori delegati, che furono pressoché sempre scelti fra gli Ordini mendicanti. Nessuno poteva opporre ai cardinali privilegi o esenzioni di alcun tipo, e i chierici, anche insigniti del presbiterato, non potevano sottrarsi all’azione inquisitoria della congregazione. Se fino a quel momento i tribunali dell’Inquisizione erano organizzati su base locale e presieduti dal vescovo diocesano, con la Licet ab initio il compito di vigilare sull’ortodossia passò a una struttura direttamente controllata dal papa che, da parte sua, si riservava il diritto di giudicare in appello le sentenze.

Gli inquisitori acquisirono, con il tempo, una gamma di compiti sempre più ampia: essi agivano non solo contro i sospetti di eresia, ma si occupavano anche di altri reati non strettamente legati al luteranesimo, la cui repressione era stata affidata, fino ad allora, ai tribunali ecclesiastici ordinari. Fra queste condotte vi erano la bigamia, la superstizione magica e la stregoneria, la bestemmia, intesa come pensiero ereticale con cui si affermavano dottrine contrarie ai dogmi della fede cattolica, e il giudaismo (gli inquisitori procedevano contro gli ebrei che dopo la conversione al cattolicesimo compivano apostasia, contro quelli che facevano convertire i cristiani al giudaismo e contro quelli che bestemmiavano i riti cristiani). Infine, anche il possesso dei libri proibiti fu assimilato all’eterodossia: nel 1571, infatti, il papa Pio V istituì la Sacra Congregazione dell’Indice, che aveva il compito di redigere l’elenco dei libri non conformi ai dogmi cattolici. I libri riportati nell’Indice non dovevano essere pubblicati, letti, tradotti o commerciati, ma consegnati subito alle autorità ecclesiastiche.

I successori di Paolo III non fecero che potenziare il Sant’Uffizio e nel 1588 Sisto V, con la bolla Immensa aeterni Dei, riorganizzò l’insieme delle Congregazioni, il cui numero fu fissato a 15: 6 per l’amministrazione dello Stato pontificio e 9 per il governo della Chiesa universale. La bolla ribadì, inoltre, l’estensione delle competenze del

8 Su Paolo III cfr. G. FRAGNITO, Paolo III, papa, in Dizionario Biografico degli Italiani, 81 (2014), in rete sul portale treccani.it.

9 PROSPERI, Tribunali della coscienza, cit., p. 38. 10 La citazione nel testo ivi, p. 40.

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Sant’Uffizio a tutte le manifestazioni dirette e indirette del dissenso religioso e delle pratiche sospette11. L’Inquisizione si trasformò, quindi, in un organismo ramificato con sedi locali, in grado di irraggiare la sua esclusiva autorità su tutta la Penisola. Gli inquisitori tenevano un filo diretto con la Congregazione e i nunzi apostolici: in questo modo, era il Sant’Uffizio che poteva stabilire la soluzione dei casi e le modalità di agire nei confronti dell’eretico.

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IL CONTESTO PISANO TRA IL CINQUECENTO E IL SEICENTO.

Il periodo da noi preso in analisi è quello che va dagli anni Ottanta del Cinquecento fino agli anni Venti del Seicento. Questa temperie fu caratterizzata da una congerie di città, alcune di vecchia tradizione, altre di nuova invenzione, che mantenevano i rispettivi contadi1. Veri e propri padri di questa formazione politica a carattere regionale furono certamente Cosimo I de’ Medici e i suoi figli Francesco I e Ferdinando I, a partire dagli anni Trenta del Cinquecento2 e, a loro volta, i loro successori Cosimo II, Ferdinando II.

In questo nuovo Stato – che comprendeva i domini originariamente fiorentini (il cosiddetto “stato vecchio”) e la maggior parte della Repubblica di Siena (lo stato nuovo), di più recente assoggettamento – il principe ricorreva alla collaborazione sia degli esponenti del patriziato della città dominante, ovvero di Firenze, sia di uomini provenienti dai centri minori della Toscana o persino da altri Stati italiani.

Durante il periodo mediceo Pisa era governata da un commissario fiorentino nominato dal Granduca, scelto fra le grandi famiglie fiorentine; il commissario era in continua corrispondenza con il principe e comunicava a lui tutte le decisioni riguardanti la città in modo che il potere centrale fosse sempre informato di quello che succedeva. Dal canto suo egli trasmetteva gli ordini sovrani alle magistrature cittadine e regolava i rapporti tra la comunità di Pisa e Firenze. Possiamo quindi dire che il commissario costituisse il tramite diretto fra la Corte e la città. Tra le magistrature più importanti vi era quella dei Priori, la quale aveva il compito di amministrare le entrate della città e controllare l’operato degli ufficiali minori3.

Il Consiglio, invece, era formato da trenta cittadini ed era un organo consultivo, convocato ad arbitrio dei Priori per partecipare, a seconda delle circostanze, insieme alle magistrature comunali, a qualche «negozio ordinario e straordinario» come la vendita di

1 G. GRECO, Pisa nella monarchia delle acque. Il contesto e la metodologia della ricerca, in M. Gasperini, G. Greco, M. Noferi, S. Taglialagamba, Il Principe, la città, l’acqua. L’acquedotto mediceo di Pisa, Pisa 2015, pp. 1-19, p 1.

2 Su Cosimo di Toscana cfr. E. FASANO GUARINI, Cosimo I de’ Medici, duca di Firenze, granduca di

Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXX (1984), in rete sul portale treccani.it; su Francesco

I cfr. invece G. BENZONI, Francesco I de’ Medici, granduca di Toscana, ivi, XLIX (1997); e l’ancora utile L. BERTI, Il principe dello studiolo, Firenze 1967; su Ferdinando I, infine, E. FASANO GUARINI,

Ferdinando I de’ Medici, granduca di Toscana, Dizionario Biografico degli Italiani, XLVI (1996), in rete

sul portale treccani.it.

3 Come nota EDIGATI, Gli occhi del Granduca, cit., p. 18, quella del commissario era una figura nata nel Quattrocento con carattere straordinario, in sostituzione del rettore in caso di operazioni belliche; poi, a Pisa e a Pistoia, si era istituzionalizzata.

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beni della comunità4. Aveva inoltre un compito particolare: quello di discutere le richieste della cittadinanza inoltrate, in genere, da persone che chiedevano di essere accolte tra i cittadini pisani dietro pagamento di 10 scudi d’oro. Vi erano anche due magistrature nel cui organico si avvicendavano magistrati fiorentini e pisani: l’Ufficio dei Fossi e quello della Grascia. Al primo di questi, che agiva di concerto con il Provveditore del Mare, era conferita l’autorità fino ad allora esercitata dai Commissari e dagli Officiali, oltre a quella di deliberare, statuire ordinare e fare tutto quello che poteva risultare considerato necessario e opportuno per il bene della regione. Il Magistrato della Grascia aveva il compito di sorvegliare il mercato e l’andamento dei prezzi5 e di fare affluire in città i

quantitativi di cereali necessari all’alimentazione. Controllava inoltre la diponibilità la qualità delle merci commestibili e i diversi rivenditori di prodotti agricoli.

Con Cosimo I la Tuscia, devastata da decenni di guerra, divenne una regione ordinata e pacificata, economicamente prospera e coesa6. Le condizioni della città di Pisa e del suo contado potevano dirsi migliorate: l’Università risorgeva a buona vita e i commerci ripresero notevolmente. Il principe imbastì un programma di governo innovatore che favorì la nascita di un sistema di scambi fra diverse località, grazie soprattutto alla messa in piedi di una fitta rete di mercati e fiere, connessi da linee di comunicazione terrestri e fluviali7, mentre il territorio appariva regimato da opere di contenimento delle acque interne, approntato sotto la direzione e il controllo di magistrature appositamente individuate8. Furono di primaria importanza le opere idrauliche volute fortemente da Cosimo I: s’iniziarono infatti i lavori per convogliare nel modo migliore le acque, per smaltirle attraverso l’Arno o il Fiume Morto, mentre si crearono nuovi importanti canali quali il Fosso reale, costruito nel 1554, e il Fosso d’Arno, recuperando così vaste zone di territorio sommerse9.

In quegli stessi decenni fu attuato un imponente programma di costruzione di fortezze e bastioni, deterrente nei confronti di possibili invasori per circa due secoli10. Perno dell’opera di ammodernamento fu il porto di Livorno, grazie al quale la Toscana rimase collegata ai mercati europei e asiatici, smerciando i suoi prodotti anche in

4 La citazione da M.L. RATTI, La classe dirigente a Pisa tra il 1576 e il 1609, tesi di laurea, Università degli studi di Pisa, rel. E. Fasano Guarini, a. a. 1976-77, pp. 40-41.

5 Ivi, p. 59.

6 RATTI, La classe dirigente di Pisa, cit., p. 3. 7 Ivi, p. 4

8 Ivi, p. 5

9 A.M. PULT QUAGLIA, Mercato dei prodotti agricoli e magistrature annonarie, in La città e il contado

di Pisa nello stato dei Medici (dal XV al XVII secolo), a c. di M. Mirri, Pisa 2000, pp. 57-140: 93.

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Oriente11. Anche Pisa beneficiò del generale clima di rinnovamento: la città tirrenica assisté, infatti, alla rinascita dello Studio e al completamento del palazzo della Sapienza, cominciato già da Lorenzo il Magnifico, alla realizzazione del Giardino dei Semplici12 e, soprattutto, al ridisegno, da parte di Giorgio Vasari, dell’impianto urbanistico e architettonico di Piazza dei Cavalieri, che divenne la sede operativa dell’Ordine di S. Stefano. Come scrisse Vincenzo Pitti nella sua descrizione di Pisa,

la religione dei Cavalieri si S. Stefano, avendo la sua residenza in Pisa nobilita et fa gran giovamento alla Città per il numero di Cavalieri che continuamente abitano nel palazzo, e stanno alla religione i quali almeno sono sempre più di 20 et forestieri, i quali spendono e fanno risplendere la città, oltre a ciò hanno una chiesa bella e nobilmente offiziata e addobbata; con cappellani e priori un gentiluomo. La religione è ricchissima che si tiene che abbia oggi di fondo più di Pisa. Ha il gran maestro che è il Serenissimo Granduca di Toscana, sette gran croci degli offici principali che durano ordinariamente tre anni, un gran priore, gran contestabile, Gran cavalieri, Gran conservatore col Gran Tesauriere, Gran Spedalingo, Ammiraglio che ordinariamente si mutano ogni tre anni. Sono Cavalieri commende di gratia numero 60 in circa, rendono da fiorini 150 a 20013. E prosegue: la religione di S. Stefano ha più possessioni et entrate tanto che si calcula che abbi entrata l’anno fiorini 17 o 18mila in circa consistenti: possessione della Badia et dominio nel piano di Pisa, s’affitta fiorini 3800; possessione della Magona nel piano di Pisa, s’affitta fiorini 1300; possessione della Batia al Pontalto, rende circa fiorini 3000; possessione del Pino in Val di Pesa, rende circa 1500 fiorini14.

Con Cosimo I gli interventi di risanamento della città s’inserirono in una politica organica e di grande respiro, volta a creare un secondo polo economico e demografico nella parte nord-occidentale dello Stato fiorentino. La crescita fu favorita dal piano organico di provvedimenti per tutta l’area pisana portato avanti da quel sovrano, e ripresi da Ferdinando I. Il favore accordato ai settori industriali della lana e del cuoio, l’introduzione dell’arte della seta, l’espansione delle attività commerciali e la creazione delle ferie di Pisa, scelta come seconda sede della Corte, fecero muovere verso la città ingenti flussi migratori di artifices, attratti dalle nuove possibilità di lavoro15. Il complesso Pisa-Livorno venne ad assolvere alla funzione di emporio internazionale, o quanto meno, mediterraneo, dei grani. Le disposizioni granducali miravano del resto a favorire il rifornimento interno dello Stato: vi si stabiliva che i mercanti potessero condurre grani forestieri a Livorno o a Pisa, con la facoltà di riesportarli, purché entro

11 Ivi, p. 6

12 F. GARBARI, L. TONGIORGI TOMASI, A. TOSI, Giardino dei semplici. L’Orto botanico di Pisa dal

XVI al XX secolo, Pisa 1991.

13 Ivi, p. 87. 14 Ivi, p. 91. 15 Ivi, p. 39.

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l’anno e dietro pagamento di due soldi per sacco. Inoltre, i permessi di esportazione di cereali dal territorio pisano erano concessi dietro autorizzazione del granduca.

Francesco I, subentrato alla guida del Granducato nel 1574, continuò le politiche del padre, perseguendo il centralismo politico e amministrativo di Cosimo I. Alla morte di quest’ultimo, Pisa era una città abbastanza prospera, ma sottoposta al carattere imperioso del sovrano, che si dimostrava intenzionato a dominare tutto, e restio a concedere autonomia alle comunità soggette. Gli anni Ottanta e Novanta del Cinquecento non furono anni felici: in Italia settentrionale imperversarono la peste e il vaiolo; benché la Toscana fosse risparmiata, vi si diffuse l’epidemia del ‘mal del mattone’, che fece gravi danni. Come se non bastasse, a questa catastrofe seguì una lunga carestia, che aggravò le condizioni degli abitanti.

L’effetto combinato dell’epidemia e della carestia degli anni Ottanta del Cinquecento provocò, secondo il Galluzzi, «un cambiamento così inaspettato che tutti ne rimasero sbigottiti, decadde la mercatura, frequenti furono i fallimenti, mancarono di conseguenza le arti»16. Francesco I morì il 19 ottobre 1587, al termine di anni funestati da epidemie e catastrofi naturali; gli successe il fratello, il cardinale Ferdinando, il quale trovò Pisa in condizioni molto precarie: alla morte di Francesco, infatti, la città era passata da 22.000 a 8.000 abitanti. Sotto Ferdinando I, la popolazione di Pisa crebbe in modo esponenziale e la crescita fu favorita dal piano organico di provvedimenti per tutta l’area pisana portato avanti da Cosimo I.

L’istituzione delle fiere delle merci dovette fare di Pisa un grosso emporio commerciale: le fiere si tenevano all’ombra della cattedrale due volte all’anno con inizio a metà aprile e a metà settembre, e duravano circa quindici giorni. Al tempo di Ferdinando I la manifattura serica più importante fu quella di Giuseppe Comelli che, a sua volta, ereditò da Lorenzo Fabbri: il Comelli, secondo la volontà testamentaria di Fabbri, doveva seguitare a tenere aperta la bottega di seta. Egli ampliò il giro di affari e arrivò a far lavorare 48-50 telai, riuscendo a garantire una produzione di prima qualità, tanto che a lui si rivolgevano anche altre botteghe per avere certi tessuti di pregio. Poco dopo la morte di Ferdinando I, tuttavia, l’industria della seta a Pisa entrò in una profonda crisi.

16 J.R. GALLUZZI, Istoria del granducato di Toscana sotto il governo della Casa Medici, Firenze 1781, IV, p. 443.

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CHIESA E INQUISIZIONE A PISA FRA CINQUE E SEICENTO.

I primi inquisitori pisani, come in tutte le sedi inquisitoriali italiane, erano domenicani; quando, però, papa Urbano VII nel 1263 divise le province italiane tra Domenicani e Francescani, la Toscana fu affidata a questi ultimi. Qui i Francescani continuarono ad occuparsi dell’Inquisizione fino alla soppressione del Tribunale stesso. Questa lunga continuità non fu scevra da forti tensioni: alla metà del XVI secolo, infatti, Cosimo I si oppose alla volontà di Pio V di togliere l’Inquisizione ai Minori conventuali per affidarla ai Domenicani: è del resto nota l’ostilità dei Medici nei confronti dei frati neri, insorta nelle fasi in cui la casata fu cacciata da Firenze.

A Pisa, il tribunale dell’Inquisizione aveva sede nel convento di S. Francesco ed era amministrato dai Minori Conventuali. Nei primi anni della sua attività, la spesa del mantenimento del tribunale gravò sulla Mensa Arcivescovile: all’epoca dell’arcivescovo Giovanni Ricci (1567-1574), nominato da Pio V, fu deciso che l’arcivescovo contribuisse alle spese del tribunale con una sovvenzione annua di cento scudi1.

La Mensa arcivescovile pisana, infatti, era la più importante della Toscana dal punto di vista patrimoniale. Molte altre mense vescovili dell’Italia settentrionale, invece, avevano perso gran parte delle loro proprietà (basti pensare all’episcopato di Lodi, che aveva visto andar perduto gran parte del suo patrimonio per mano dei Visconti). Le terre arcivescovili di Pisa potevano essere gestite direttamente, essere concesse a livello oppure infeudate. Enrico Roveda ha determinato, in proposito, l’estensione di alcune grosse tenute date in affitto2.

Quando si celebrò il processo contro Clarice da Pontedera e successivamente, quando presero vita gli altri provvedimenti della Chiesa nei confronti delle inquisite, era arcivescovo di Pisa Matteo Rinuccini, ex canonico fiorentino, posto sulla cattedra arcivescovile dal papa Gregorio XIII, e fratello del priore del convento di S. Caterina dei Domenicani. Egli si diede da subito a emanare decreti di riforma dell’ufficio dei Cantori della Primaziale e dell’uffiziatura delle messe e del regolamento del coro della Primaziale; fece minacciare la carcerazione a ogni ecclesiastico trovato in compagnia di

1 G. GRECO, Chiesa locale e clero secolare a Pisa nell’età della Controriforma, in Ricerche di Storia

moderna, III, Pisa 1984, p. 233.

2 E. ROVEDA, Le proprietà fondiarie dell’arcivescovado di Pisa dal XV al XVI secolo, in La città e il

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meretrici; vietò inoltre a tutto il clero di partecipare alle mascherate e ai balli di carnevale; indisse e portò a termine un Sinodo diocesano, le cui costituzioni rimasero in vigore fino al 1615; stabilì l’incorporazione al Seminario dei chierici di una dozzina di chiese e benefici rurali e della Prioria suburbana di S. Cataldo alle Piagge3. Alla morte del Rinuccini, nel settembre 1582, papa Gregorio XIII, su richiesta di Francesco I, scelse il piemontese Carlo Antonio Dal Pozzo, un funzionario mediceo che avrebbe governato la diocesi per venticinque anni4.

Di notevole importanza sono le istituzioni dei collegi che nobilitarono la città di Pisa durante l’arcivescovado di Dal Pozzo, come ci ricorda Vincenzo Pitti:

due cose nobilitano la città di Pisa, la religione di S. Stefano e lo studio, nel quale sono circa 600 scolari e numero 53 dottori, le provvisioni dei quali importano l’anno circa ducati 1600 mediante il quale studio sono quattro Collegi di studenti ricevuti et spesati, senza alcuna spesa particolare. Il collegio di Sapienza, detto collegio ducale; nel quale sono spesati 39 scolari a spese del Granduca: importa la spesa circa fiorini 1500 l’anno. Il collegio Ferdinando nel quale sono spesati 42 scolari a spese di diverse città e terre dello stato, che avendo obbligo di mantenere alcuni scolari a studio a fiorini 50 per scolare l’anno, e sono stati messi insieme gli assegnamenti, si spende così fiorini 6500 di ciascun luogo è formato detto Collegio. Il collegio Puteano fatto dall’Arcivescovo Dal Pozzo ne quale si mantengano 8 scolari di Piemonte con assegnamenti di ducati 8 il mese per ciascuno et ne ha cura e sopraintendenza l’Arcivescovo. Il collegio di Montepulciano mantiene 8 scolari, per lascio fatto del Cardinale Monte Pulciano et ha d’entrata fiorini 85 il mese per scolare5.

Nel 1607 Carlo Antonio Dal Pozzo morì a Seravezza e gli successe Sallustio Tarugi da Montapulciano, che ebbe un episcopato breve e tormentato da un duro conflitto con il granduca Ferdinando I a causa dell’esenzioni e delle pretese giurisdizionali dell’Ordine di S. Stefano; a lui dobbiamo l’ultima visita personale del clero pisano dell’età moderna6.

Gli succedettero Francesco Bonciani (1613-1619) e Giuliano de’ Medici (1620-1636). Il tribunale inquisitoriale pisano, benché dipendente dalla Congregazione romana, apparve profondamente inserito all’interno della vita ecclesiastica e politica cittadina. Se erano presentate delle denunce, o, per pubblica fama, si sospettava che qualcuno avesse peccato in materia di fede, s’istituiva il processo. Erano dunque interrogati sotto giuramento i testimoni spontaneamente comparsi alla presenza dell’inquisitore e del notaio che rogava gli atti. Quando il testimone riferiva l’accaduto al Tribunale, doveva anche affermare di non essere mosso da odio o da inimicizia verso l’accusato. Si

3 Cfr. GRECO, Chiesa locale e clero secolare, cit. p. 249. 4 Ivi, p. 251.

5 V. PITTI, Descrizione di Pisa fatta da Vincenzo Pitti l‘anno 1616, in rete sul portale bibliotecaitaliana.it. 6 GRECO, Chiesa locale e clero secolare, cit., p. 261.

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procedeva quindi all’esame di altri testimoni; se l’inquisitore non poteva presenziare agli interrogatori, il compito era demandato a un vicario, che operava quasi sempre quando il luogo designato non era quello abituale, ovvero il convento di S. Francesco.

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L’INQUISIZIONE PISANA NEI DOCUMENTI E ALCUNI PROCESSI PISANI DI STREGONERIA.

Come abbiamo precedentemente accennato per affrontare lo studio dei processi di magia e stregoneria tra la seconda metà del Cinquecento e gli inizi del Seicento si è fatto riferimento alla documentazione contenuta nel fondo dell’Inquisizione custodito nell’Archivio arcivescovile di Pisa. Il tribunale pisano poche volte ha fatto ricorso alla tortura e, anche se le sentenze sono poche, si tratta spesso di abiure pubbliche1.

Molti studiosi affermano che l’Inquisizione fosse molto più dura nei confronti delle donne e che il numero delle inquisite fosse assai maggiore rispetto a quello degli inquisiti; tuttavia, quest’interpretazione non risulta comprovata alla luce dei documenti del fondo pisano. Dalle carte processuali si deduce che il tribunale era sì temuto, ma allo stesso tempo era considerato meno repressivo di altri tribunali inquisitoriali; per il popolo, comunque, rimase una istituzione poco gradita e sentita come una presenza incombente nella vita di tutti i giorni. Un processo della prima filza del fondo oggetto della nostra attenzione, ad esempio, vede come protagonista uno spagnolo accusato di eresia perché faceva incanti e magie2. Un testimone interrogato sui fatti dello spagnolo rispose: «Aggiungo bene che un giorno riprendendolo io delle sopraddette cose e dicendoli: avvertite che andereti in Valentia e se havete simil cose sarete abrugiato; respose: in Valentia io non le farei perché l’inquisizione di là è più rigorosa e non è come qua che è sì piacevole»3. Oggi sappiamo che il paragone tra le due non può reggere: l’inquisizione pisana era un’istituzione puramente ecclesiastica, mentre quella spagnola dipendeva esclusivamente dal re ed era prerogativa dei sovrani indicare gli inquisitori: costituiva un vero brachium secolare rimase in vigore dal 1478 sino al 1820.

Il tribunale era composto generalmente dall’inquisitore generale e da altri due frati che avevano la funzione di testimoni. L’inquisitore generale era, a volte, affiancato dal vicario e faceva ricorso al parere giuridico di alcuni docenti di diritto canonico e di teologia della Studio pisano: tra essi si possono ricordare il canonico della cattedrale

1 O.M.R. PALAZZI, Alcuni processi per stregoneria e magia a Pisa nella seconda metà del Cinquecento, tesi di laurea presso l’Università di Pisa, rel. A. Prosperi, a. a. 1988-1989.

2 Documento citato in PALAZZI, Alcuni processi, cit., p. 17. 3 Ivi.

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pisana Simon Pietro Pitta e Antonio Baldosio. Quest’ultimo, di origine sarda, insegnò nell’accademia pisana dal 1569 al 15854. Il processo più corposo che concerne il reato di

magia e stregoneria della prima filza del fondo del tribunale comprendeva tre imputati: un cavaliere dell’Ordine di Santo Stefano (Tommaso Baldracane), un monaco olivetano del monastero di S. Ponziano di Lucca (don Cosimo) e un frate mendicante (fra Costanzo)5. Attorno a questi personaggi gravitarono altre persone che resero più oscura la vicenda. Il processo ebbe inizio con l’estratto dell’interrogatorio del frate Giovanni da Palermo, il quale era stato a Pisa e aveva stretto amicizia con Baldracane. I due si si erano legati con un forte sentimento di fratellanza, tanto che, stando alla denuncia di fra Giovanni, Baldracane chiese al frate di assisterlo in un rito che voleva fare. Dopo quanto dichiarato dal frate, all’inquisitore non bastarono più le parole della sua confessione e iniziò a torturarlo. Per porre fine ai tormenti, fra Giovanni disse: «ohimè, ohimè, signore se vi ho detto la vertà perché non mi scendete?»6.

Il 15 giugno 1576, l’inquisitore pisano fra Girolamo da Montepulciano si vide comparire davanti il cavaliere Baldracane. Egli si presentò all’inquisitore per mettere in chiaro le cose circa una conversazione avuta con un monaco, un certo don Cosimo. Il suo gesto era dettato dall’aver saputo che questo monaco era stato imprigionato e voleva evitare di subire la stessa sorte. L’inquisitore lo interrogò riguardo a ciò che Baldracane era andato a riferire. L’inquisitore chiese: «come havete saputo questo fatto, da chi e quando?», riferendosi a don Cosimo. Baldracane rispose: «io l’ho saputo in Lucca andandovi martedì ad accompagnarvi il signor Zacharia delli Spinoli»7.

Baldracane confessò di non sapere nulla della denuncia che riguardava fra Giovanni, e si presentò all’inquisitore per tutt’altro motivo, ma ebbe la sorpresa di vedersi

4 Simon Pietro Pitta era ordinario di Diritto canonico fino al 1608: cfr. Storia dell’Università di Pisa, Pisa, Pacini, 2000, ad nomen. Egli è ricordato anche da M. DE MONTAIGNE, L’Italia alla fine del secolo XVI, trad. italiana di A. D’Ancona, Lapi, Città di Castello 1889, p. 490, per una rissa fra i membri del Capitolo del duomo e i frati di S. Francesco in occasione di un funerale: «autori principali del disordine furono Cesare Nuti da Fossombrone vicario archiepiscopale, Giuseppe Bocca e Simone del Pitta, canonici e cittadini pisani». Antonio Baldosio fu docente di Teologia presso lo Studio pisano dal 1569 al 1585: cfr. G. SECHE, Vicende e letture di studenti pisani nel XVI secolo. Studenti sardi nell’Università di Pisa, «Archivio Storico Italiano», CLXXXIII (2015), pp. 313-340; cfr. anche P. TOLA, Dizionario biografico

degli uomini illustri di Sardegna, I, Torino 1837, p. 45; G. SOTTO PINTOR nota, in proposito, l’influsso

particolarmente favorevole della dominazione spagnola per lo sviluppo degli studi accademici in Sardegna (Storia letteraria di Sardegna, II, Cagliari 1843, p. 13).

5 Baldracane era figlio di Giorgio da Forlì, cavaliere di Santo Stefano dal 1564 (cfr. G.V. MARCHESI, La

galeria de l’onore, Forlì 1735, I, p. 566); L. ARALDI, L’Italia nobile, Venezia 1722, p. 206, lo registra

come cavaliere in quello stesso anno; A. PROSPERI, Anime in trappola, «Belfagor», LIV/3 (1999), pp. 257-287, p. 274: il cavaliere Baldracane fu deferito al S. Uffizio nel febbraio 1574 da fra Giovanni Piazza da Palermo.

6 PALAZZI, Alcuni processi per stregoneria, cit., p. 27. 7 Ivi, p. 29

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addossare colpe e reati che all’inizio cercò di negare, ma poi in parte, ammise. L’inquisitore, pur sapendo che sulla testa di Baldracane pendevano altre accuse, lo interrogò solo per sapere il rapporto tra il cavaliere e il monaco. Durante l’interrogatorio Baldracane raccontò di una sua visita, fatta a un certo messer Vincenzo, a don Cosimo presso il quale i due incontrarono un certo Orazio da Modena, amico anche lui di don Cosimo. Il cavaliere si recò ancora a Lucca, al monastero di don Cosimo, e vi ritrovò Orazio: il monaco e Orazio volevano cercare tesori e battezzare la calamita. Per sottolineare l’importanza dell’azione di “battezzare la calamita” si ricordano le parole di Adriano Prosperi: «tra le pratiche magiche conobbe una speciale diffusione il battesimo della calamita: si credeva che nascondendo una calamita sull’altare al momento del battesimo se ne potessero poi sfruttare i poteri per trovare tesori nascosti».8 Da queste

stesse parole si apprende che i fini del battesimo della calamita potevano essere i più vari: sicuramente alla base di esso c’era il sentimento di “farsi ben volere”. Di quale natura di “ben volere” si stia parlando è comunque difficile dirlo. Forse un bene sentimentale, per un amore non ricambiato, o professionale, per salire di livello di carriera, o altro ancora. Giovanni Corcioni sostiene che, al di là di quale sia il valore simbolico attribuibile ad essa (di attrazione o di legame), il far consacrare e battezzare una calamita, nel suo caso, era finalizzato alla trasmissione spirituale di una purezza divina all’interno dell’oggetto, in modo che esso fosse investito di un valore apotropaico atto ad allontanare pratiche demoniache e malvagie9. L’utilizzo delle calamite, le cui capacità magnetiche si credeva potessero essere incrementate tramite pratiche rituali, così da renderle capaci di attrarre non solo materiali ferromagnetici, ma come abbiamo sopra ricordato, anche ricchezza, fortuna e (nei sortilegi d’amore) persone in carne ed ossa. Rintracciare le origini di una pratica diffusa e antica è un compito arduo; Oscar Di Simplicio ci ha provato dicendo: «l’impiego e la manipolazione della calamita rientravano come principio ispiratore originario del desiderio di conoscere le forze manifeste e occulte dal mondo naturale, della volontà di indagarne gli elementi. Un atteggiamento conoscitivo definito magia naturale operante all’interno dell’idea che tra tutte le cose terrene e i pianeti e le stelle vi fosse una corrispondenza di antipatia e simpatia. Le qualità della

8 A. PROSPERI, Abuso di sacramenti o sacramentali, in Dizionario storico dell’Inquisizione, a cura di A. Prosperi, Pisa 2010, I, p. 16). Del resto, «predire il futuro, scoprire tesori nascosti, catturare un ladro, questi sono gli scopi che, nelle sue asserzioni dottrinali, la Chiesa comunemente attribuiva alla magia rituale» (cfr. N. COHN, I demoni dentro. Le origini del sabba e la grande caccia alle streghe, Milano 1994, p. 141). 9 G. CORCIONI, «Batezare un pezzo di calamita bianca et una pietra rossa di Topacio». Deposizioni di

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calamita erano un esempio di una simpatia immateriale. Il mondo della magia naturale era un mondo di sapienti, spesso ecclesiastici, che incontrò crescenti ostacoli nel cristianesimo antico, medievale e rinascimentale teso a strutturare la propria cosmologia in maniera rigida. Il potere conferito al sacerdote di operare la transustanziazione si trasmetteva come forza aggiuntiva a una quantità di oggetti. Ecco perché si battezzava la calamita»10.

Le prime attestazioni dell’uso della calamita nei processi inquisitoriali possono risalire al Rinascimento e, in secondo luogo, dalla seconda metà del XVI secolo. È significativo, per esempio che uno dei testi in cui è maggiormente esposta questa tematica sia Il Sacro Arsenale di Eliseo Masini, dato alle stampe per la prima volta nel 1621, periodo in cui si incontra un discreto numero di processi per uso di calamite11. Secondo

Masini erano da annoverare tra i sospetti d’eresia «quelli che, se bene non dicono parole, fanno però fatti hereticali, come abusare i Santissimi Sacramenti e in particolare l’Ostia consacrata e il Santo battesimo battezando cose inanimate come calamita, carta vergine, imagini,, candele e altre simili»12. Secondo gli scritti di Vincenzo Tedesco la calamita doveva dunque essere battezzata per accrescere il suo potere o meglio, per renderlo soprannaturale, ed è proprio qui che emergeva, nell’ottica degli inquisitori il crimine più grave contro la fede13. Questi oggetti venivano battezzati da uomini di chiesa secondo il rito tradizionalmente destinato a coloro che entravano nella societas christiana; talvolta si giungeva perfino a dare il nome alla calamita appena battezzata: a Milano, nel 1654 il sacerdote Andrea Manara le aveva imposto il nome arbitrario di Battistina, mentre nella Modena rinascimentale era usanza dare il nome della persona da ammaliare.

Tra le righe del Sacro Arsenale di Masini vi è un altro elemento interessante: Masini espone un meccanismo ben preciso di benedizione della calamita, la quale era posta sotto la tovaglia dell’altare per assorbire la forza del sacramento che veniva somministrato al sacerdote durante la celebrazione eucaristica. Come abbiamo già scritto in precedenza nella stragrande maggioranza dei casi erano usate per praticare dei sortilegi ad amorem, ossia per attirare a sé una persona amata che non corrispondeva il sentimento

10 O. DI SIMPLICIO, Luxuria. Eros e violenza nel Seicento, Roma 2011, p. 72. Per un caso di battesimo di una calamita nella Sicilia d’età moderna, che vide implicato don Antonino Panayno, cfr. M.S. MESSANA,

Inquisitori, negromanti e streghe nella Sicilia moderna: 1500-1782, Palermo 2007, p. 430.

11 E. MASINI, Sacro arsenale, ovvero prattica dell’officio della S. Inquisitione, Roma 1639 (I ed. 1621). 12 Ivi, pp. 13-14.

13 V. TEDESCO, «Una pietra della quale si servono le genti cattive». Inquisizioni e sortilegi a Siena nella

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e che spesso era già impegnata con altri14. Il “bersaglio” del sortilegio veniva toccato con la calamita, che poteva “farlo correre” dietro ogni qualvolta avesse voluto. In genere erano le malliarde che praticavano per la maggior parte dei casi il rito della calamita battezzata, ma nel nostro caso e, in particolare nel territorio senese in età moderna, è l’uomo a “toccare” la donna con la calamita per “farla correre a sé”.

Riprendendo il discorso relativo a Baldracane, costui ammise di aver chiesto al prete l’olio di talco, distillato a fine terapeutici. A questo punto Baldracane non disse nient’altro all’inquisitore; ma egli ne saggiò la sincerità con la seguente domanda: «havete mai fatto o detto cose altre volte appartenute al Santo Offitio, mediante la quale possiate sapere d’haver a che far seco?»; «Signor no», rispose «e non ho d’aver mai detto e fatto cose che appartenessero a detto Santo Offitio»; «Pensateci bene», ed egli rispose: «io ci penso benissimo»15.

Il 20 giugno 1576 Baldracane fu interrogato di nuovo, ma l’inquisitore ritenne nuovamente di non rivelargli che sulla sua testa pendeva una denuncia. In questo interrogatorio viene fuori un altro personaggio, di nome Ottavio, anch’egli incontrato durante una visita a don Cosimo, e amico di quest’ultimo. Egli si dilettava nell’arte del distillare, secondo la deposizione di Baldracane, per cui frequentava il monaco solo per sapere qualche segreto in più di quest’arte. Ma quando l’inquisitore cominciò a incalzarlo con le domande, Baldracane rispose sempre negativamente, sicuro di sé. Dal canto suo, l’inquisitore era sicuro che Baldracane mentisse per salvaguardare la sua posizione, che cominciava a essere sospetta e direttamente implicata, non solo nei fatti denunciati a Roma, ma anche in quelli denunciati da Baldracane stesso all’inquisitore. L’inquisitore intendeva sapere quali libri il cavaliere avesse mostrato ai due e perché era così importante negozio da muoverlo ad incaricare un suo servitore per il recapito della lettera al monaco. Dopo altre domande, Baldracane asserì di aver scritto la lettera su richiesta di Ottavio. Baldracane, però, si ostinava a dire di essere soltanto l’esecutore di quella lettera, e di essere all’oscuro dei rapporti intercorrenti tra don Cosimo e Ottavio16.

Solo verso la fine di questo secondo interrogatorio l’inquisitore fece il nome di fra Giovanni da Palermo: «cognoscete voj un certo frate Giovanni Piazza da Palermo?»;

14 Anche il Malleus maleficarum riconosceva alle streghe «la possibilità di suscitare l’amore e l’odio nella mente dell’uomo … o di cambiare l’odio in amore» (cfr. K. KRÄMER, J. SPRENGER, Il martello delle

streghe, Venezia 1977, p. 295). I due teologi scrivono: «L’amore a perdizione o l’amore disordinato di una

persona per un’altra può nascere da una triplice causa. Talvolta da una semplice imprudenza degli occhi, altre volte dalla tentazione dei diavoli […]).

15 Cfr. PALAZZI, Alcuni processi per stregoneria, cit., p. 30 16 Ivi, p. 35.

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«Signor sì»; «Come lo cognoscete? Dove e quando?»; «Io lo cognosco parecchi anni sono, in Pisa»17. «Havete mai parlato seco di cose di negromantia?»; «Signor no, mai»18. L’inquisitore, però, non si mostrava ben disposto verso Baldracane, che continuava a negare; così che, il 21 giugno 1576, fu convocato e interrogato il servitore di Baldracane che aveva avuto il compito di portare la famigerata lettera a don Cosimo da Lucca. Il servitore confermò ciò che aveva già detto Baldracane, e cioè che si era recato a Lucca per affari e per consegnare la lettera al suo padrone. Il 25 giugno 1576 Baldracane fu convocato e interrogato per la terza e ultima volta. In quest’interrogatorio il cavaliere confessò che la persona nominata nella lettera inviata a don Cosimo era lo scolaro Fabio Fata da Macerata: la lettera trattava di un affare molto particolare, ovvero l’intenzione di battezzare una calamita, tema ripreso anche nei processi da me analizzati e che costituiranno il nucleo centrale della tesi.

L’inquisitore chiese nuovamente a Baldracane dello scongiuro fatto con fra Giovanni, ma il cavaliere negò anche questa volta. Dalla carta datata 13 agosto 1575 si apprese che Baldracane era stato imprigionato. Nel periodo in cui il cavaliere era rimasto a Pisa, cioè dal 15 giugno al 13 agosto, l’inquisitore aveva cercato di non essere troppo rigido nei suoi confronti, tanto è vero che non risulta sia stato torturato. Da questo momento in poi, il personaggio principale del processo divenne don Cosimo: infatti la sua capacità di distillare vari elementi a scopi terapeutici gli conferì un’aurea negativa agli occhi dell’inquisitore. Nel primo interrogatorio don Cosimo ammise subito le sue colpe, ma l’inquisitore sembrò non credere alla sua sincerità, visto che lo lasciò due mesi in carcere. Durante il secondo interrogatorio, quello del 5 luglio 1576, don Cosimo affermò di aver letto il libretto e, solo per curiosità, di averlo ricopiato.

Egli aveva conosciuto fra Costanzo perché quest’ultimo voleva imparare l’arte del distillare. Invece, don Cosimo e il cavaliere si incontrarono diverse altre volte, ma a sentire don Cosimo non parlarono d’altro che di olii e acque che il monaco preparava. Don Cosimo ammise che con messer Vincenzo aveva intenzione di cercar tesori e che, una volta trovatili, avrebbe diviso equamente con il soldato; inoltre confessò di aver tenuto per sé i libri che Orazio gli aveva prestato. Il processo al monaco si chiuse con la sua abiura, con la quale egli rinnegò tutto ciò che aveva fatto contro la fede: il battesimo della calamita e credere agli incantesimi contenuti nel libro.

17 Ivi, p. 34. 18 Ivi, p. 35.

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Fra Costanzo è invece l’imputato cui furono ascritti gli errori più grandi contro la fede cristiana: il suo caso si apre con il primo interrogatorio (22 giugno 1575) e si chiude con la abiura il 22 gennaio 1579. Nell’interrogatorio ammise di conoscere Orazio da Modena e sostenne di averlo conosciuto a San Ponziano, cercando, nel contempo di attribuire a Orazio il possesso di libri eretici19. Nel secondo interrogatorio fra Costanzo ammise di aver letto il libro. Il 4 agosto 1575 fu interrogato Antonio Magnani, forse una spia dell’inquisitore messa di proposito nella cella di fra Costanzo; dopo la sua deposizione l’inquisitore pisano inviò una richiesta al vescovo di Volterra affinché perquisisse la cella del frate.

L’8 marzo 1576 fra Costanzo fu interrogato di nuovo, ma, dopo aver negato tutto di fronte all’inquisitore, il frate fu ricondotto in cella; qui, però, si ammalò, e gli fu concesso di starsene nel convento di Santa Croce alle Piagge. La pena che l’inquisitore inflisse a fra Costanzo non è configurabile come esemplare: il frate, infatti, avrebbe dovuto abiurare in pubblico, restare due anni nel convento di Santa Croce alle Piagge e dire ogni giorno delle preghiere. A questo riguardo, fra Girolamo si dimostra un inquisitore dalla stupefacente tolleranza e indulgenza. Dal suo comportamento si può dedurre che in fondo fra Girolamo dava ragione al cavalier Baldracane, che asseriva che questi incantesimi erano solo bagatelle. Come è già stato accennato in precedenza, il tribunale dell’inquisizione pisano costituisce un unicum rispetto agli altri tribunali della toscana; né la tolleranza di fra Girolamo fu una sua singolare peculiarità, visto che quasi tutti gli inquisitori che si occuparono del tribunale dell’inquisizione furono orientati più a capire che a condannare e, in genere, alla tolleranza.

Prima di addentrarci nell’analisi dettagliata dei processi dell’inquisizione pisana che vedono imputate un gran numero di meretrici e altre accusate di fare incantesimi e malie, è necessario spendere ancora qualche parola d’inquadramento generale. Nelle carte del Sant’Uffizio pisano vediamo che è soprattutto dal mondo delle classi subalterne cittadine che arrivano denunce e sospetti contro maliarde e streghe, alle quali erano di preferenza attribuite le disgrazie più comuni come le malattie e la morte dei bambini. Per porre rimedio a questi mali, spesso le persone si rivolgevano a donne in fama di essere guaritrici. Non c’era una linea di demarcazione tra una guaritrice e una strega malefica ed infatti quando una medicina non funzionava o causava il peggioramento di una malattia erano incolpate le stesse donne che si erano impegnate nella cura. Non a caso sul

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tavolo dell’inquisitore di Pisa giungevano lamentele e denunce da parte di clienti insoddisfatti, vittime di cattive medicine. Fatti simili capitarono a due donne che incapparono nella macchina inquisitoriale di Pisa tra il 1610 e il 1616: Doralice da Siena e Jacopa di Francesco20.

Nell’estate del 1610 un certo Tommaso Ciampoli, abitante a Pisa, denunciò al S. Uffizio che gli era stato «guasto overo stregato un figliolino di un anno o poco più»21 e che riteneva colpevole Doralice da Siena, abitante a Pisa, dietro al convento di San Paolo. Il 2 settembre dello stesso anno, Tommaso fu invitato dall’inquisitore fra Arcangelo da Piacenza a dare conto della accusa. L’uomo disse che i suoi sospetti erano caduti proprio sulla donna, perché tre persone di sua fiducia, Caterina da Vico, la serva di lei e Clemente, suo fattore, gli avevano raccontato di aver visto l’imputata prendere in braccio detto suo figlio. Alla vista del gesto compiuto da Doralice, Caterina da Vico, considerando che costei «era in voce di essere maliarda»22, ordinò alla sua serva di strappare il bimbo dalle braccia di Doralice e di riportarlo al padre. Caterina da Vico si convinse che era stata Doralice a fare una fattura al bambino, attribuendo a un suo incantesimo anche la morte del marito. Queste ragioni avevano indotto Tommaso Ciampoli a sospettare di Doralice, sospetto che si tramutò in certezza quando portò il figlio dall’imputata a fargli togliere il malocchio. Dopo alcuni giorni di cura, il bambino, invece di guarire, andò peggiorando sempre di più e il padre si rivolse all’inquisitore affinché trovasse la vera causa di tanto male23.

Come si vedrà più avanti nel caso di Clarice, anche il processo avverso Doralice poggiava sulle voci e sul sentito dire, corroborate da deduzioni e accostamenti più o meno improbabili. Tuttavia, la vertenza che vedeva protagonista Doralice ebbe un esito differente: mentre, infatti, Clarice fu giudicata colpevole di eresia, ancorché la sua vicenda fosse usata, come vedremo, dall’Inquisizione per costruire un caso esemplare di anima redenta, l’inchiesta contro Doralice da Siena si concluse con l’interrogatorio del denunciante: segno che l’inquisitore aveva ritenuto che le accuse mosse alla donna fossero infondate o le prove contro di lei insufficienti per portare avanti le indagini. Del resto, come ricorda Adriano Prosperi, l’atteggiamento invalso fra i giudici del S. Uffizio

20 P. SENESI, Un processo di stregoneria a Pisa nel Seicento, tesi di laurea presso l’Università di Pisa, rel. A. Prosperi, a. a. 1998-1999.

21 Ivi. 22 Ivi.

23 Anche il Malleus Maleficarum riconosce alle streghe la capacità di danneggiare i fanciulli (cfr. KRÄMER, SPRENGER, Il martello delle streghe, cit., pp. 248-255).

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era che, una volta che la rea confessava, la sua colpevolezza era pressoché certa: «invece di stare a sottilizzare sul contenuto delle confessioni spontanee, si dovevano accettare le dichiarazioni delle pentite come prova valida, non bisognosa di riscontri oggettivi»24.

Una vicenda molto simile a quella di Doralice vide protagonista Jacopa di Francesco, una donna fiorentina di circa 46 anni. Il procedimento contro di lei iniziò ex officio, dalla voce che ella compisse malie e incanti. Il 1° marzo 1611 l’inquisitore, per avere informazioni su Jacopa, mandò a chiamare due conoscenti della donna, affinché si presentassero a testimoniare. Il 6 marzo fu la volta della stessa accusata. Jacopa non era, del resto, nuova ai sospetti di stregoneria: quattordici anni avanti era stata accusata di aver fatto una medicina contro il malocchio al figlio di Menica di Piero. Le testimoni chiamate a deporre contro Jacopa in questa nuova vertenza erano Lisabetta di Bartolomeo da Pisa e Menica di Sabatino da Prato, entrambe abitanti a Pisa. Lisabetta era stata presente alle cure che Jacopa aveva impartito a una sua vicina di casa, Antonia da Vicopisano. Quest’ultima sentiva dei forti dolori alla vita e allo stomaco e per guarire e per questi mali era andata da padre Leandro nella chiesa di S. Stefano fuori porta a Lucca, vista le inutilità delle cure di Jacopa. Questa testimonianza dimostra come le popolane per curare i propri mali si rivolgevano indistintamente a preti o guaritrici, non facendo distinzione tra la liberazione da un maleficio operata nel nome del demonio o quella operata in nome di Dio anche perché molto stesso i riti che si compivano erano simili.

Quella fra benefici elargiti dalla Divinità e benefici elargiti dal Demonio era, d’altra parte, una classificazione elaborata dalla Chiesa, e dunque gli esorcismi compiuti dalle guaritrici non erano considerati legittimi. Tanto più che, come è stato affermato da studi recenti, «la dicotomia sanare/maleficiare era una delle costanti del fenomeno della stregoneria ed era basata sul principio che coloro che sapevano come alleviare i dolori e le sofferenze, erano anche a conoscenza dei mezzi per crearle. Infatti, non essendoci una conoscenza eziologica sistemica, le varie patologie venivano volentieri attribuite alla volontà malefica di persone che, tramite sortilegi, potevano provocare i malesseri che affliggevano la vittima»25.

Jacopa aveva cercato di far guarire Antonia con la «medicina dello spiede»26. Compiendo il suo rito, Jacopa affermava: «un potava, un legava et il mal dello spiede su

24 A. PROSPERI, Inquisitori e streghe nel Seicento fiorentino, in Gostanza, la strega di San Miniato.

Processo a una guaritrice nella Toscana medicea, a cura di F. Cardini, Roma-Bari 1989, pp. 217-250, p.

223.

25 WEBER, Sanare et maleficiare, cit., p. 50. 26 SENESI, Un processo di stregoneria, cit., p. 9.

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tirava»27. L’altra testimone citata, Menica detta la Grassa, disse che almeno quindici e sedici volte Jacopa si era recata a casa sua a ungerla con l’olio e, prima di ungerla le faceva dire le solite orazioni. I trattamenti terapeutici di guaritrici come Jacopa erano un miscuglio di credenze della medicina popolare con l’aggiunta della recitazione di preghiere cattoliche, retaggio di nozioni elementari di catechismo (elemento che ritroveremo nella vicenda che coinvolse Lucrezia del Peloso).

Jacopa dovette andare incontro all’ira di un cliente insoddisfatto. Torquato Cavalliggieri, un amico di Menica, visto che le cure non davano risultati positivi sulla salute della donna, si arrabbiò con Jacopa, e quest’ultima, per la paura di essere denunciata al Sant’Uffizio, restituì il compenso ricevuto. Il procedimento a carico dell’imputata si concluse rapidamente: dopo che ella ammise di aver curato Antonia da Vicopisano e Menica di Sabatino, l’inquisitore, visto la povertà e l’età avanzata di Jacopa, fu clemente: la condannò, infatti, a non lasciare casa sua senza permesso e a presentarsi davanti al tribunale ogni volta che fosse stata citata.

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IL FENOMENO DELLA PROSTITUZIONE E LA SITUAZIONE IN TOSCANA TRA CINQUE- SEICENTO.

Durante il Medioevo furono creati i postribola pubblica1 sottoposti, in forme e modi diversi, al controllo delle autorità civili, affinché la prostituzione vi si potesse svolgere in sicurezza: A San Gimignano il Comune s’interessò di delimitare un luogo per l’esercizio del meretricio a partire dal 1328, mentre a Colle si deliberò riguardo all’alloggiamento delle prostitute nel 13312. Il postribolo pubblico di San Gimignano

aveva sede presso una casa di proprietà dei fratres di San Giovanni; tuttavia, a partire dagli anni Settanta del XIV secolo, il Comune destinò un immobile di sua proprietà a questa specifica mansione, edificio che fu in seguito ceduto in appalto insieme alla ‘licenza’: il primo appaltatore noto fu Tommaso di Fortino di Firenze, nel 1370.

A Firenze, nel 1403, fu creato l’Ufficio dell’Onestà: il compito assegnato alla nuova istituzione fu quello di tutelare la moralità pubblica legiferando sulla prostituzione3. Le misure relative alla prostituzione erano incardinate sull’apertura di un postribolo pubblico, in città. Agli ufficiali erano conferiti poteri assai ampi sulla gestione e sull’amministrazione del bordello. La legge stabiliva che le meretrici che fossero confluite nel luogo scelto dagli ufficiali in questione non dovessero avere lenoni senza autorizzazione degli stessi; che gli ufficiali potessero imporre tariffe a loro piacimento e che nessun altro pubblico ufficiale delle città potesse estrarre dal bordello, di giorno o di notte senza autorizzazione dell’Ufficio dell’Onestà. La zona dei postriboli era nel cuore della città. La Macciana, come era denominata la ‘casa’ più conosciuta di Firenze, sorgeva tra il Mercato Vecchio e il palazzo vescovile4.

Nella seconda metà del Cinquecento il sistema postribolare entrò in crisi, e Firenze fu surclassata da Roma. Qui, a partire dai pontificati di Alessandro VI (1492-1503) e dei suoi successori, Giulio II (1503-1513) e Leone X (1513-1521), erano affluiti artisti, intellettuali e saltimbanchi, che contribuirono a rendere la vita della città molto attiva e brillante. La maggior parte di costoro, inoltre, erano celibi: non solo ecclesiastici di ogni grado, ma anche membri della nobiltà che avevano acquistato uffici connessi alla Curia

1 R. CANOSA, I. COLONNELLO, Storia della prostituzione in Italia. Dal Quattrocento alla fine del Settecento, Roma 2000, p. 14.

2 Cfr. ad esempio R. RAZZI, La pubblica moralità a San Gimignano, «Miscellanea Storica della Valdelsa», CCXXIII (2017), pp. 103-155.

3 CANOSA, COLONNELLO, Storia della prostituzione, cit., p. 28. 4 Ivi, p. 31.

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e, come abbiamo già accennato, artisti e intellettuali. Se si aggiunge il gran numero di uomini di passaggio come banchieri, pellegrini e ambasciatori, nella popolazione romana si coglie nettamente la preponderanza dell’elemento maschile su quello femminile. Data questa caratteristica della vita demografica della città, la domanda di prostitute era molto alta5. A molte di esse fu dato il nome di “curiales”, termine che traduciamo con “cortigiana”. Sono stati molti ad avanzare un paragone fra le etere della Grecia antica e le cortigiane del Cinquecento: entrambe hanno vissuto in una società che esaltavano la bellezza femminile e le une e le altre sono state corteggiate da politici, filosofi e uomini di cultura. Tra le cortigiane più famose si ricordano: Imperia De Paris, Camilla Pisana, Alessandra Fiorentina, Beatrice Spagnola, Lucrezia da Clarice e Beatrice Ferrarese6. La più importante fu Imperia, nata a Roma il 3 agosto del 1481. La famiglia da cui proveniva la cortigiana romana, destinata a diventare una delle più grandi del Rinascimento, aveva un’estrazione sociale popolana; tuttavia, ciò non le impedì di diventare l’amante del ricchissimo banchiere senese Agostino Chigi, in virtù degli insegnamenti del suo maestro, Nicolò Campano. Fu importante anche Veronica Franco, la cortigiana che, nel 1574 ebbe un incontro con il re di Francia Enrico III, di passaggio a Venezia per recarsi in Francia a cingere la corona regia.

Diversi anni dopo la morte di Imperia (1512) si colloca il processo nei confronti di Clarice (cfr. Appendice documentaria), di cui parleremo fra poco: a uno scarto temporale di circa 70 anni si aggiunge una differenza notevole dal punto di vista dell’estrazione sociale della prostituta e dei suoi clienti, giacché, mentre Imperia operava fra i membri dell’élite di una delle principali capitali europee, la seconda trovava i propri clienti nel contesto medio-basso di una città relativamente piccola e periferica.

5 S. MANTIONI, Donne della Storia, Roma 2016, pp. 22-23. Sull’argomento da notare anche cfr. T. STOREY, P. TRABUCCHI, Storie della prostituzione nella Roma della Controriforma, «Quaderni Storici», XXXVI (2001), pp. 261-285.

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