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Centro sociale A.03 n.07. Inchieste sociali servizio sociale di gruppo educazione degli adulti

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Academic year: 2021

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Centro Sociale

inchieste sociali

servizio sociale di gruppo

educazione degli adulti

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Centro Sociale

inchieste sociali - servizio sociale di gruppo educazione degli adulti

a. I li — n. 7, 1956 — un numero con tav. alleg. L. 400 — abbonamento a 6 fascicoli e 6 tavole 7 0 x 100 allegate L. 2.200 — estero L. 4.000 abbonamento alle sole 6 tavole L. 900 — spedizione in abbonamento postale gruppo IV — c. c. postale n. 1/20100 — Direzione Redazione Amministrazione: piazza Cavalieri di Malta, 2 — Roma — telefono 593.455

S o m m a r i o i Valore di una conquista c. Bar ill i 2 Sport per tutti?

J. Ader 8 Lo sport mezzo di cultura

p . V 'olponi 17 Il linguaggio sportivo

22 Opinioni

J. L e c o q Uno stile di vita

A. O s s ic in i Tifo

F. Ferrarotti Un sociologo e gli sport 31 Gli impianti sportivi di Roma 34 Documenti 40 Notizie 46 Estratti e segnalazioni S o c i o l o g i a e S e r v i z i o S o c i a l e - L a d e m o c r a z i a n e i p i c c o l i g r u p p i - A z i o n e d e l l a « S c u o l a d e i G e n i t o r i » . Allegati

Gli Organi costituzionali (tavola di A lbe Stei­ ner, commento di A . Paradiso)

Documentari

Periodico bimestrale redatto a cura del Centro Educazione Professionale Assistenti Sociali sotto gli auspici dell’ UNRRA CASAS Prima Giunta Comitato di direzione: Achille Ardigò, Vanna Casara, Giorgio Molino, Ludovico Quaroni, Giorgio Ceriani Sebregondi, Giovanni Spagnoili, Angela Zucconi - Direttore responsabile:Paolo Volponi - Redattore:Anna Maria Levi

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Valore di una conquista

« La missione che noi intraprendevamo non aveva affatto ai nostri

occhi l’aspetto d’ima gigantesca competizione in cui noi andassimo a supe­ rare le gesta delle spedizioni precedenti, per sensazionale e popolare che possa essere una tale maniera di presentare la cosa. l]n realtà, i tentativi che si succedono allo scopo di conquistare una montagna difficile si distinguono,

o dovrebbero distinguersi, in maniera essenziale da quelli di una gara

sportiva. Se proprio vogliamo trovare un’analogia in questo campo, dobbia­ mo pensare semmai alla corsa a staffetta, nella quale ciascun corridore, alla fine del percorso assegnatogli, consegna al compagno di squadra il bastone, fino a quando la corsa non è tutta compiuta. L’anno scorso gli svizzeri ricevettero il bastone — un tesoro d’esperienze — dalle mani

dell’ultimo della lunga catena degli alpinisti inglesi, e a loro volta, dopo aver compiuto un brillante percorso, lo trasmisero a noi. E’ capitato che fossimo noi gli ultimi a prendere parte a questa corsa particolare; ma poteva anche darsi che a noi non riuscisse di condurla a termine, nel qual caso avremmo passato la nostra esperienza agli alpinisti francesi che si stavano preparando a raccogliere la sfida.

Ma questa accanita partita, giocata tra gli uomini e una montagna esorbita dal campo dell’alpinismo considerato sotto il suo aspetto pura­ mente fisico. Pare a me ch’essa simbolizzi la lotta dell’uomo per trionfare sulle forze dello natura; essa dichiara eloquentemente la continuità di tale lotta, e il legame che stringe tutti coloro che vi hanno preso parte. L’avver­ sario non era un’altra spedizione, di qualunque nazionalità fosse, ma l’Eve-rest stesso.

E la storia che racconto non sarà quella dei due soli uomini che rag­ giunsero la vetta. In questa come in ogni altra avventura di montagna, una scalata ben condotta e riuscita è essenzialmente un fatto di lavoro collettivo. Una determinata via dei nostri monti o d’una montagna di tipo alpino può anche essere scalata con sicurezza da due soli uomini, senza altro aiuto. Ma, anche in questo caso, i due uomini faranno una cordata; essi sono legati da ima corda che è ben più che un mezzo di reciproca sicurezza: è il simbolo della loro unità di intenti. Ciascuno dei due uomini svolge una sua parte importante, sia che si trovi ad essere il capocor­ data, a cercare e preparare un passaggio, sia che venga secondo, por­ tando l’equipaggiamento, migliorando se possibile la via, e vegliando sulla sicurezza del suo compagno. Più l’impresa si fa vasta ed ardua, più il lavoro collettivo diventa importante, e più numeroso dovrà essere il gruppo. Per conseguire la vittoria sull’Everest, cioè sulla più alta montagna del mondo e, per certi aspetti, quella che presenta le difficoltà più ardue, noi avevamo bisogno d’esser forti non solamente di questo sentimento di con­ tinuità e di cameratismo nei riguardi dei nostri predecessori, ma anche d’una saldissima solidarietà fra noi ».

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Sport per tutti?

di Cecrope Barili! L 'a t t i v i t à s p o r t iv a d eve essere co n ­ s id e r a t a c o m e un se tt o re t r a i più im p o r t a n t i d e ll'e d u c a z io n e d e g li a d u lt i.

L 'im p o r t a n z a d e llo s p o r t n e lla fo r ­ m a z io n e d e ll’in d iv id u o non può s f u g g ir e a g li e d u c a to ri.

G l i ste s si r e s p o n sa b ili e a n im a t o r i s p o r t iv i so n o , più o m e n o co scien- t e m e n te , d e g li e d u c a to ri.

I rapporti fra il mondo dello Sport e quello dell’edu­ cazione degli adulti, oggi, in Italia, non esistono. E potrebbe sembrare strano, se si considerasse che coloro che operano nei due campi si occupano degli uomini, degli stessi uomini, sotto un angolo visuale leggermente diverso, ma rapidamente convergente. (Ma convergenze del genere non esistono forse anche fra l’educazione de­ gli adulti e il mondo politico, amministrativo e sinda­ cale? Anche qui, i rapporti sono irrilevanti. Non c’è quindi da stupirsi : la nostra società cammina come può, vivendo i suoi momenti fondamentali per schemi, per compartimenti stagni).

Tocca allora di trovare i modi capaci di colmare queste fratture innanzitutto chiarendo le ragioni che devono portare gli uni e gli altri a sentire e ad agire in comune, per giungere, come risultato finale, a considerare l’at­ tività sportiva come un importante settore dell’edu­ cazione degli adulti. Giungere cioè alla figura del responsabile sportivo educatore consapevole e preparato.

Per gli educatori, impegnati nella loro « routine », il discorso sullo sport può essere considerato come un importante centro di interesse, e punto e basta. Ma, si sa, come oggetto di esame e di discorso, lo sport non esaurisce tutta la sua portata formativa. Esiste il fenomeno vissuto « dal di dentro », e non soltanto come semplice passione di « t ifo s o » , ma come pratica diretta, con tutte le sue implicazioni importantissime nella formazione dell’uomo. Noi non crediamo che la pratica sportiva di per se stessa sia necessariamente capace di avviare i suoi adepti a sviluppi in senso demo­ cratico e civico. Tutto dipende dalla scala dei valori che determinano l’ambiente e l’atmosfera in cui si opera. (Avremo comportamenti profondamente diversi nel caso che il massimo valore sia vincere oppure gio­ care meglio possibile). E tali comportamenti si basano su modi di sentire di non piccolo conto nella vita sociale. Per queste ragioni innanzitutto noi pensiamo che i responsabili sportivi sono, lo sappiano, lo vogliano o no, degli educatori. A seconda, buoni o cattivi. Sono essi che determinano la scala dei valori, l’ambiente, l’atmosfera. La vita associativa che si svolge intorno ad essi deve farsi strumento di partecipazione alla società e infine farsi cultura.

L’interesse per lo sport è centrato sullo spettacolo. A volte si sente domandare: «L ei è uno sportivo?». La parola consei-va ancora un sapore un po’ vecchiotto: una giacca chiara a quattro tasche riportate, magari con cintura, capelli tagliati a spazzola, corporatura e

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anda-tura, appunto, « sportiva », Ma oggi già le cose sono cambiate: «sportivo» è colui che legge la «rosea », che va alle partite di calcio e riempie uffici e bar della sua passione incontenibile ; la sua figura, che possa richiamare un suo rapporto fisico diretto con l’attività sportiva, non c’entra.

E’ un fenomeno di massa, per tantissimi versi preoc­ cupante, che dovrebbe essere meglio studiato e capito a fondo. Si allinea con tutti i fenomeni di massa mo­ derni. di cui condivide la soddisfazione delle esigenze emotive elementari, e tutti i significati connessi con il divismo. L’idoleggiamento del campione rivela una rinuncia profonda ad esistere, ad agire, ad essere pre­ sente nel mondo col proprio essere, con la propria ori­ ginalità. Lo spettacolo, nel contesto odierno, è anche scuola di cattiva educazione civica, per il fanatismo e la violenza che provoca, per la corruzione che deter­ mina in tutti i suoi meccanismi, dove si giocano vera­ mente i miliardi. In questo ambito, la retorica non si spreca, con tutte le stanchezze che vanno dal naziona­ lismo al campanilismo. (A leggere le cronache della provincia, succede spesso di trovare situazioni e apprez­ zamenti che illustrano la mentalità per nulla democra­ tica che circola intorno allo spettacolo sportivo. Se la squadra locale è in ribasso, perché non ci sono soldi, toccherà al Prefetto concedere, doverosamente, un con­ gruo contributo, perché si salvi il decoro e il prestigio della città. La politica, naturalmente quella più scorag­ giante per l’avvenire del costume democratico, ne appro­ fitta. Merito del Sindaco è di aver pagato la squadra cittadina, sempreché esca vittoriosa ; calciatori alla mo­ da sono contesi quali candidati alle amministrative... La Radio, la TV soffiano sul fuoco, per apparire effi­ cienti a buon mercato).

Milioni e milioni di uomini e di donne di ogni età, (anche la vecchietta bocciata alla TV...) sono impre­ gnati di questa atmosfera.

Cosa rimane dei vecchi ideali sportivi : la bellezza delle regole del gioco, l’arte di saper perdere, il rispetto e l’amore per l’avversario? Se ne parla ancora, ma sem­ pre più a sproposito (1). Siamo ben certi che il pro­ blema è più vasto, appunto perché sorge e si alimenta nell’ambiente sociale. Inutile deprecare, proibire, (e chi lo potrebbe? solo le dittature che per loro natura ten­ dono ad esasperare queste cose) ; sono questi sintomi di un malessere profondo; la gente non è contenta. Ma non è contenta di che? Non necessariamente del salario, o del tetto che manca. « Gli sportivi » son gente che se la cava, ma priva, per mancanza di esercizio, di libertà e di capacità creativa, triste e povera di immagina­ zione, ma con aneliti che non riesce ad esprimere, insoddisfatta di tutto: uno stato d’animo

qualunqui-L o s p o r t è o g g i fe n o m e n o d i m a s s a , e c o m e t a le è s o g g e t t o a p e r ic o li e d e v ia z io n i. G l i id e a li s p o r t iv i d i un t e m p o , lo s p o r t c o m e g io c o c a v a lle re sc o , h a n n o c e d u to il p o s to a llo sp e t­ t a c o lo .

(1) Nel 1936, a Berlino, sul frontone dei Giochi Olim­ pici, i nazisti avevano scritto : « Possa la fiamma olimpica unire nella sua luce tutte le razze, per una umanità sempre più forte e pura... ».

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C h i v u o le v e r a m e n t e p r a tic a r e u n o s p o r t , si t r o v a d i f r o n te d iffic o ltà in a s p e tta te . Le a s s o c ia z io n i s p o r tiv e esisto n o , m a n o n si in te r e s s a n o d e g li in d i­ v id u i c o n le lo r o n o r m a li e sig e n z e e c a p a c ità , si c u r a n o s o lt a n t o dei p o s s ib ili ” c a m p io n i

stico, insomma. Certamente le cause di tutto questo stanno nel particolare modo di sentire la società e di agire in essa; le strutture politiche ed economiche influiscono su questi modi di essere ; ma non si tratta innanzitutto di una educazione indirizzata proprio verso questi risultati? In altri tempi dal punto di vista del progresso sociale più arretrati, correvano rapporti più semplici e paesani, più civili, insomma (si pensi alla Roma di 50 anni fa) ; ora le cose, i gusti, si son fatti grossolani e organizzati. Si può reagire a questo sulla base di un impegno educativo che, naturalmente, coin­ volga la parte più responsabile del Paese.

Non si vuole, con questo, abolire lo spettacolo, ma restituirlo nei suoi giusti limiti e nelle sue funzioni. Non per decreto, ma in modo che la gente trovi altrove, e innanzitutto in se stessa, altre occasioni, dove svilup­ pare i propri interessi, completare la propria per­ sonalità.

Un esempio, per rimanere nel nostro campo, potrebbe essere la pratica sportiva. Di fronte ai milioni di « spor­ tivi », quanti saranno quelli che praticano gli sport? Non abbiamo dati in proposito, ma si ha l’impressione che siano poche migliaia. Non possediamo nemmeno dati sulla spesa fatta per gli impianti rivolti rispet­ tivamente allo spettacolo e allo sport per tutti ; ma se si pensa che lo Stadio Olimpico è riservato esclusiva- mente allo spettacolo possiamo farci un’idea.

Ma vediamo un po’ più da vicino l’ambiente e le per­ sone che praticano lo sport. Non si può praticare lo sport, negli appositi campi, se non si è membri di una associazione sportiva. Sarebbe forse più conveniente concepire il campo sportivo, quello costruito con il de­ naro pubblico, come un servizio pubblico, dove pagando un modesto biglietto di ingresso (in Francia 100 fran­ chi), chiunque ha a sua disposizione il terreno e i monitori specializzati. Ma per un paese come il nostro così poco curante di incoraggiare la vita associativa, può essere una buona cosa che gli appassionati si iscri­ vano ad una associazione e ne vivano democraticamente i problemi. Il guaio è che tutto il sistema associativo, con il CONI in testa o sulla testa, è ben poco demo­ cratico (cfr. C. Doglio, Comunità, n. 13).

Ma a parte questa, a mio giudizio, importante e scon­ fortante constatazione, v’è di più. Le associazioni non hanno alcuna vocazione « popolare ». Alle associazioni non interessa l’uomo, esse vanno alla caccia del cam­ pione, del « fuori classe ». Così tutto l’apparato spor­ tivo esistente funziona sulla misura di una abbastanza ristretta cerchia di persone, allevate per la gloria delle associazioni e quale humus da cui si traggono i suc­ cessi per le Olimpiadi. La misura « Olimpiade » tende a riconoscere lo sport come fine e non come mezzo. In tal senso è indirizzata la politica sportiva in Italia.

Ci sono pure altre occasioni organizzate che potreb­ bero attenuare l’assurdità della situazione. Il discorso sull’E'NAL viene subito alla penna. Ma come conti­ nuare a prendere sul serio questo monumento alle più

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stanche sciocchezze che la rassegnazione umana possa mantenere? Tutto sfiorisce e si spreca nei corridoi di questo Ente tenacissimo. Un’altra occasione è data da­ gli spazi liberi delle città, dove almeno si possa cor­ rere, saltare, dare un calcio alla palla, insomma rea­ lizzare associazioni spontanee più o meno provvisorie. Questi spazi, come è troppo noto, vanno sempre più ridu­ cendosi per far posto alla costruzione intensiva di fab­ bricati, sicché alla scomparsa dei terreni si aggiunge la concentrazione moltiplicata degli abitanti. Su tale argomento un gruppo di ingegneri e architetti del Ser­ vizio Urbanistico del Ministero dei Lavori Pubblici ha elaborato un « schema di proposta per una regolamen­ tazione delle zone sportive nei piani regolatori ». « Sif­ fatta regolamentazione, si dice nella premessa, potrà tener conto tanto dei criteri e dei metodi già in uso altrove, quanto della varia struttura fisica sociale ed economica del nostro Paese che ha bisogno di rinno­ vare e perfezionare taluni modi di vita alla stregua di un più aggiornato sentire ». Tale « aggiornato sen­ tire » richiede, per es., che nessuna scuola elementare, media o universitaria debba mai sorgere senza che in­ torno od a fianco dell’edificio non sia garantito uno spazio libero di ricreazione e di sport non inferiore al triplo dell’area coperta. (Quest’inverno in Roma sol­ tanto per le altissime proteste degli studenti furono salvate poche magre aiuole, già destinate alla costru­ zione, poste all’ingresso del Liceo Giulio Cesare...). Se­ condo i risultati degli studi urbanistici dovrebbero es­ sere riservati come minimo 6-8 mq. per abitante ai complessi sportivi, ivi comprese le aree annesse a scuo­ le, collegi, circoli ecc. Alcuni dati, citati nella relazione, ci mostrano quanto quelle esigenze siano largamente superate in diversi paesi : in Germania mq. 5 per abi­ tante, in superficie utile dei campi di gioco, cioè con esclusione delle attrezzature per gli spettacoli sportivi, le zone di rispetto, ecc.; in Inghilterra mq. 20 per abi­ tante, URSS mq. 25-35 di cui 8 per impianti specializ­ zati. Negli Stati Uniti per le città da 50 a 100 mila abitanti il 5,2% della superficie urbana è destinata a parchi e a campi di gioco. Per l’ Italia non abbiamo nemmeno le statistiche.

Un’altra possibilità infine è data dalla Scuola. Ri­ guardo agli impianti, ci limitiamo a citare alcuni docu­ menti : Circolare dell’Ufficio E. F. del Ministero della P. I. del 28 febbraio 1952: «...Allo scopo di alleviare il più possibile la gran deficienza di palestre quasi ovun­ que lamentata... le SS. LL. vigilino in modo partico­ lare affinché nella costruzione di nuovi edifici scola­ stici non venga omessa o stralciata la parte dei rispet­ tivi progetti riguardante la palestra... ». « Siamo a co­ noscenza che in una sola provincia dal 1950 a tutto il 1952, sono sorti, complessivamente, oltre 160 nuovi edi­ fici scolastici... Tutti indistintamente questi edifici sono sorti senza palestra ». (Carlo Cascino in Educazione

Fisica, 14 luglio 1954). Le scuole private trovan comodo inviare gli allievi nelle palestre delle scuole di Stato.

G li sp o z i lib e r i c it t a d in i, d o v e p o t r e b b e r o s v o lg e r s i a t t iv it à lib e re e sp o n ta n e e , v a n n o s e m p r e p iù ri- d u c e n d o s i, p e r f a r p o s to a lle n u ove c o s t r u z io n i. Le p re o c c u p a z io n i d e g li u r b a n is ti p e r q u a n to r ig u a r d a i c o m p le ss i sp o r tiv i, d iv e r s a m e n te ch e a lt ro v e , t r o v a n o s c a r s a eco nel n o s tr o paese.

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N e lle sc u o le si p r a t ic a “ l'e d u c a ­ z io n e fis ic a ” , m a a n c h e qui l'im p o ­ s t a z io n e g e n e r a le r ise n t e d e ll’esi­ b iz io n is m o , d e ll'e s a lt a z io n e dei più d o t a t i. L a v it a fis ic a in I t a lia h a a v u to d a lle su e o r ig in i c o m e g iu s t ifi­ c a z io n e la r a g io n e m ilita r e .

Jl Commissariato della G. I. esige l’affìtto per l’uso delle palestre da quei Comuni ai quali esso le ha tolte.

Riguardo ai campi sportivi, il Ministero, con una sua circ. del 17 settembre 1954 dell’Ufficio Speciale di E. F., ha dato notizia di una convenzione col CONI, che pagherebbe la spesa, per la costruzione di 28 campi sportivi per le Scuole in altrettanti capoluoghi di pro­ vincia. Dice fra l’altro la circolare: « ...non è chi non veda l’importanza e la grande utilità dell’iniziativa la quale, oltre a consentire la migliore organizzazione ed il regolare svolgimento, almeno nei capoluoghi di pro­ vincia, dell’attività sportiva programmata da questo Ministero... ».

Ma anche nella Scuola che, come si è visto, tien conto dell’educazione fisica specialmente come omaggio for­ male verso le brillanti dottrine pedagogiche di cui fa sfoggio (1), quel tanto che si fa è inquinato dalla ma­ lattia del secolo : la corsa all’esibizione, al divismo. E perché dovrebbe essere altrimenti se tutta la sua strut­ tura e la mentalità dell’ambiente è indirizzata all’esal­ tazione dei « migliori » ? Non diversamente avviene nelle « recite », incoraggiamento al divismo dei fumetti, o nel canto, dove gli « stonati » sono dei colpevoli esclusi.

La mentalità CONI (a onor del vero bisogna dire che il CONI sventola tanti denari da render strabico tutto il Ministero della P. I.) ha imposto una sele­ zione dei giovani in vista di prove agonistiche fra gli istituti delle città, fino ai campionati provinciali (2). Abbiamo così nella vita dell’istituto un’educazione fisica a orario normale per tutti, e un’altra fuori orario per i « migliori ». Qui può aprirsi la domanda se non sa­ rebbe meglio fare il contrario e più seriamente, in una scuola dove uno studente può fare tutto il suo curri­ culum di studi senza sapere, per es., di essere affetto da scoliosi.

Come mai tanta incertezza e atonia su problemi così importanti e così veri del nostro mondo di oggi? La vita fisica in quanto consapevolmente e quindi tecnica- mente organizzata ha avuto in Italia le sue prime mani­ festazioni nelle associazioni ginnastiche (prima fra tut­

ti) In questo campo, nulla di nuovo. Cfr. Gotta, Linea­ menti storici dell’educazione fisica in Italia, in « Educa­

zione Fisica », 1954 : « Il dott. Giuseppe Monti, preside del R. Istituto di Magistero per l’E. F. di Torino, ad un congresso internazionale che formulava voti, così diceva: ” A proposito dei voti del Congresso è da notare che di tutte quelle proposte, almeno per quanto riguarda l’Italia, non ce n’è neppure una che sia nuova. Teoricamente in fatto di educazione fisica l’Italia è il paese più fortunato del mondo, poiché essa possiede leggi di Stato che rispon­ dono quasi in tutto alle ottime deliberazioni del Con­ gresso di Parigi. Praticamente, si capisce, è tutto il con­ trario... ». (L’episodio è di cinquant’anni fa).

(2) Il Centro Sportivo Italiano, organizzazione catto­ lica, raccoglie poi il fior fiore organizzando campionati regionali e nazionali.

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te Torino nel 1844). Ma occorre tener presente che da allora fino al fascismo tra le tante sue giustificazioni, quella più insistente e permanente fu la ragion militare.

« Nel decennio del preparamento, tra il 1849 e il 1859, la gioventù piemontese subì i benefici effetti di una edu­ cazione ad un tempo fisica ed intellettuale, i cui frutti maturarono più tardi. Il vecchio Obermann svizzero, auspici il conte di Cavour ed Alfonso Lamarmora, fon­ dò in Torino una palestra ginnastica, dove noi fanciulli delle scuole due volte la settimana ci esercitavamo nei ludi cari agli svizzeri. E rammento benissimo con quan­ ta frequenza il piccolo e tarchiato Camillo di Cavour e l’alto e magro Lamarmora venissero ad assistere ai nostri giochi » (Jack La Bolina, Educazione geniale del corpo, 1894). Anche Rosmini (citato in Antologia pedagogica a cura di G. Pu s in ie r i) : « I pubblici giochi di moto, promossi saviamente in Europa, avrebbero i vantaggi seguenti : 1) rinforzerebbero la salute, 2) non pur darebbero a’ Principi soldati più robusti, ma sareb­ bero questi stessi giochi una cotal preparazione al ser­ vizio militare, per la quale si diminuerebbe il numero necessario dei soldati e si porrebbe negli spiriti quel­ l’inclinamento volontario alla milizia, la cui utilità ab­ biamo altrove ragionato... ». Per lungo tempo dopo l’unità, gli insegnanti furono per la gran parte sottuf­ ficiali, selezionati dal Ministero della Guerra, che prov­ vedeva inviando i « lavativi ». L’art. 1 dello statuto del­ la Federazione Ginnastica così suonava: « La Fed. Gin­ nastica Nazionale ha per fine l’unione di tutte le forze ginnastiche italiane e la diffusione degli esercizi e dei giuochi ginnastici nelle loro varie forme, quale mezzo di educazione fisica, morale e militare del Paese» (1).

Tali motivazioni avevano tuttavia il merito di riem­ pire un certo vuoto ideologico, intorno alla pratica spor­ tiva. Il fascismo le esasperò; altri motivi, tipici delle dittature, entrarono in gioco a valorizzare lo sport e la gioventù. E ora? Perdute le giustificazioni di natura militare, confinato l’onore nazionale nei pochi esemplari trionfanti negli sport più popolari, sembra si abbia vergogna a dedicarsi seriamente e con metodo e con amore all’uomo.

Prima che sia troppo tardi, occorre che tutto il pro­ blema venga studiato e discusso su basi meno eclet­ tiche e con una nuova moralità sociale. Chi dovrebbe farlo se non i dirigenti delle associazioni, i responsa­ bili dell’educazione fisica e gli educatori degli adulti, insieme ?

Cecrope Barili!

(1) Anche la « sinistra » repubblicana e garibaldina, inseguendo il suo ideale dell’esercito popolare, e quindi del cittadino-soldato, contribuì per parte sua a far spendere allo Stato somme favolose per la costruzione dei poligoni del « Tiro a segno ».

Il fa s c is m o si in c a ric ò d i e s a s p e r a r e q u e s ta g iu stific a z io n e , c o r r e d a n ­ d o la d i a l t r i e le m e n ti t ip ic i d i u n a d it t a t u r a .

È q u in d i u r g e n t e e n e c e ssa rio che o g g i si g u a r d i a l p r o b le m a d e llo s p o r t r ip r e n d e n d o lo a lla b ase , c o m e un fe n o m e n o s o c ia le c o m ­ ple sso , d a s t u d ia r s i co n c h ia r e z z a di idee e se n so d i r e s p o n s a b ilità .

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Lo sport mezzo di cultura

di Jean Ader

Realtà sociale dello sport

Un rapido sguardo storico ci darà modo di entrare subito in argomento.

L’abitudine di contraddistinguere i secoli attraverso gli elementi sto­ rici o culturali che li caratterizzano non è nuova. Così siamo passati dal secolo di Luigi XIV al secolo dell’il­ luminismo e da quello della macchi­ na a vapore a quello dell’elettricità. Il XX secolo, che viene chiamato il secolo del cinema, potrebbe pure dirsi il secolo dello sport. Mai, effet­ tivamente, nella storia, lo sport ha occupato un posto così grande nella vita sociale delle nazioni; la stessa Grecia, che ne fece un’istituzione, lo riservava ad una stretta élite di cit­ tadini.

Oggi, in ogni stato moderno, lo sport ha il suo bilancio, i suoi uomi­ ni d’affari, i suoi giornali e, soprat­ tutto, la grande folla dei suoi attori e dei suoi spettatori. Ben di rado una manifestazione politica riesce a spo­ stare tanta gente come un incontro domenicale di calcio. Il giornale spor­ tivo « L’Equipe » figura tra i quoti­ diani francesi a maggior tiratura : in certi periodi dell’anno, particolar­ mente per il giro di Francia, si rag­ giunge quasi un milione di copie. In Francia vi sono circa 2.000.000 di di­ plomati fra tutte le Federazioni spor­ tive ed il numero dei praticanti è va­ lutato a 2.500.000. Nel 1952, 800.000 ragazzi hanno ottenuto il brevetto sportivo popolare. Non si può restare indifferenti a queste cifre ed a questi fatti : lo sport, nelle sue form e socio­ logicamente analizzabili, commerciali o no, richiama lo nostra attenzione verso un tipo di necessità imperioso

e largamente diffuso, di cui rappre­ senta la soddisfazione nei modi che esamineremo in seguito.

Questa constatazione ha condotto numerosi responsabili di educazione popolare, preoccupati di dar consi­ stenza al loro compito fondandosi sugli interessi genuini delle masse, a considerare lo sport uno dei mezzi privilegiati di accesso ad una vera cultura popolare. Si trattava di se­ guire una corrente sempre più forte che tende a fare dell’educazione popo­ lare non un insegnamento di carat­ tere intellettualistico, ma una pratica metodica delle attività del tempo libero.

Il movimento « Peuple et Cultu­ re » (1), assumendo ben presto una posizione di primo piano in questa direzione, ha costituito nel suo seno una commissione sportiva, che ha messo a punto un metodo tendente a dare allo sport la sua giusta funzione nell’educazione dell’uomo.

Vogliamo in questa sede presentare sommariamente questo orientamento pedagogico nato dalla riflessione su di una serie di esperienze condotte nel corso di oltre 10 anni (2).

Equivoci e contraddizioni

Bisogna, prima di tutto, situare questa prospettiva in rapporto ad una certa ideologia moralizzante che attri­ buisce allo sport delle virtù, e parti­ colarmente delle virtù educative. Non ci si può nascondere, infatti, che tra

(1) Vedi « Centro Sociale », n. 4, 1955. (2) Per una più vasta conoscenza del metodo, v. J. e J. Dumazedier: Regards

Neufs sur le Sport, Editions du Seuil, coll. « Peuple et Culture », Parigi.

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questo idealismo che si condensa in formule per discorsi ufficiali, e i fatti che rivela la pratica dello sport, vi siano delle strane contraddizioni.

« Uno spirito sano in un corpo sa­ no » è la formula amena con la quale si è voluto inserire lo sport nella pro­ spettiva di un umanesimo che ricer­ ca le sue origini nella civiltà greca. In realtà la vita sportiva di numerosi giovani che si limitano all’aspetto tec­ nico dello sforzo, non risveglia in es­ si alcuna sana curiosità, con la quale potrebbe alimentarsi la loro vita in­ tellettuale.

I giornali sportivi che costituisco­ no la loro lettura distillano, d’altron­ de, una forma di abbrutimento di cui non sempre si ha coscienza, indulgen­ do sul mito del campione e sul culto esclusivo della gara (un quotidiano sportivo francese ha pubblicato non molto tempo fa, a firma del suo di­ rettore sportivo, un ampio, ampolloso parallelo tra Fausto Coppi e la più bella perla dei gioielli della Begum); si tratta di una letteratura aneddoti­ ca, nella quale la curiosità si ferma al risultato numerico, di una mito­ logia sommaria dei superuomini mu­ scolosi, che rivelano i sintomi di un infantilismo sportivo troppo facil­ mente soddisfatto della fronte bassa dei suoi atleti.

« Lo sport è una scuola di bellez­ za » : ma pochi sono quelli che vedono, al di là dell’esercizio ginnico, altra cosa all’ infuori della competizione acrobatica ; pochi tra gli sportivi sono colpiti dalla bellezza dei gesti di un corridore, di un saltatore, di un lot­ tatore o di un giocatore di pallaca­ nestro. Per la grande maggioranza lo stile non è che una tecnica messa bene a punto.

D’altra parte, basta guardare la collezione dei trofei e dei premi di un club per rendersi conto come lo sport non formi necessariamente il senso estetico. La bruttezza di queste statuette, di questi ciondoli e coppe,

lascia perplessi sul gusto degli atleti di cui hanno fatto la gioia.

« Lo sport permette agli uomini di classi, di regioni, di nazioni diverse, di conoscersi... ». E ’ certamente vero che un avvenimento sportivo come i giuochi olimpici di Helsinki ha con­ tribuito più di molti discorsi politici alla reciproca conoscenza degli uomi­ ni, separati dalla opposizione di due mondi. Ma si tratta di una eccezione e la realtà corrente è tutt’altra. L’ope­ raio gioca al calcio e l’ingegnere al tennis; essi non si incontrano; e an­ che se in alcuni casi, molto rari, que­ sto incontro si verifica, esso non mo­ difica il loro atteggiamento nella vi­ ta di lavoro. L’attività sportiva è troppo spesso isolata dalle attività quotidiane : i giuocatori in trasferta, subito dopo gli incontri, corrono a rinchiudersi, dovunque si trovino, nei bar e nei circoli anonimi, trascuran­ do la conoscenza della città che li ospita o le condizioni di vita dei loro avversari. Questo accade nella vita delle piccole squadre, ma anche in molti incontri internazionali : gli in­ glesi che vanno a giocare a rugby a Parigi conoscono di questa città quasi soltanto gli spettacoli di donne nude ; e gli avversari, anche se pranzano in­ sieme, si scambiano tra loro al mas­ simo qualche cianfrusaglia, qualche scherzo e qualche storiella.

Queste contraddizioni, e potremmo sottolinearne molte altre, non costi­ tuiscono però una requisitoria contro lo sport, un atto d’accusa in risposta al facile panegirico delle formule uf­ ficiali.

Sarebbe altrettanto fuori della real­ tà attribuire allo sport tutti i vizi co­ me lo scoprire in esso tutte le virtù. Semplicemente, queste contraddizio­ ni rivelate dai fatti, devono avere le loro cause. Lo sport in quanto tale non è in causa, e lo prova l’arricchi­ mento che da esso è derivato a tanti uomini.

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Numerose sono le testimonianze di lavoratori per i quali lo sport è stato il mezzo di una presa di coscienza, « una delle forze liberatrici che rinvi­ goriscono il senso di dignità dell’ope­ raio e lo trascinano alla lotta per vin­ cere » (1). Lo sport ha avuto anche nella vita del noto scrittore Giraudoux un posto così importante che nel per­ sonaggio che di lui ci siamo creati non sarebbe possibile separare l’atti­ tudine dell’uomo sportivo dall’abilità e dal coraggio del letterato. Mol­ ti sono gli esempi di esistenze che scoprono attraverso lo sport il meglio di loro stesse. Ve ne sono di modeste e di celebri : basterebbe ricordare il corridore Zatopeck, al quale lo sport ha permesso di diventare, da piccolo calzolaio che era, un educatore la cui influenza ha un’importanza nazionale, un uomo la cui qualità non sfugge a nessuno che lo abbia avvicinato.

Risultati di questa portata si spie­ gano col fatto che questi uomini non si sono accontentati di praticare lo sport, ma hanno riflettuto su questa pratica, e sullo stesso sport. Non hanno mai separato la loro attività sportiva dalla loro attività culturale, ma hanno trovato « la via della cul­ tura attraverso una pratica cosciente dello sport » ; hanno dunque scelto fra i tre significati dello sport, l’ultimo : lo sport può essere la ricerca di una

impresa eccezionale, e questa specia­ lizzazione ha spesso delle conseguenze mostruose ; lo sport può essere un pu­

ro divertimento che riposa; lo sport può essere infine un mezzo di cultura, cioè un mezzo per divenire un uomo più completo. Vi è dunque una cultura nata dallo sport, una cultura spor­ tiva.

Il nostro compito di educatori è di promuoverla, perché lo sport è oggi, come abbiamo detto, un fenomeno di

(1) Vedi G. Cousin, in Regards Neufs sur le Sport.

massa; poiché è dominato da forze economiche che alimentano una mito­ logia rudimentale ; poiché numerosi educatori disprezzano lo sport, mentre altri, non meno numerosi, si limitano ad essere dei buoni tecnici. Infine poiché l’alternativa tra la pura pra­ tica dello sport che non porta a riflet­ tere a niente, e i discorsi sulle virtù educative dell’atletismo o del calcio che non interessano nessuno, costitui­ sce un metodo di cui non è più neces­ sario provare l’inefficacia.

Cosa intendere per “ cultura sportiva ”

Resta da definire che cosa sia que­ sta cultura sportiva. Sia ben chiaro che, malgrado certe opere letterarie che possono a volte aver avuto suc­ cesso, ma che più spesso sono cadute nell’oblio, lo sport non pretende di co­ stituire una religione o una morale e ancora meno una dottrina sociale, per la buona ragione che può accompa­ gnarsi a qualsiasi religione, a qualsia­ si morale e che, lungi dal risolvere i problemi sociali, può diventare, ed è diventato nella storia recente, lo stru­ mento di differenti regimi sociali.

La cultura sportiva deve, anzitutto, essere senz’altro inserita nella cultu­ ra, dalla quale non è separata, come la vita sportiva non è separata dalla vita reale. Dovrà essere definita, nel suo contenuto, come una cultura viva, « un insieme di nozioni e di valori necessari all’educazione completa dello sportivo attraverso lo sport, e all’or­ ganizzazione dello sport per mezzo de­ gli stessi sportivi ».

La prima dimensione della cultura sportiva è quella storica. I limiti del­ l’articolo non permettono di ripren­ dere, sia pure in breve, la storia del­ lo sport, ma occorre sapere che que­ sta storia mette in luce il suo stretto legame con lo sviluppo della civiltà umana. L ’organizzazione economica e sociale delle società ha influito con­ siderevolmente sulla pratica dello

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sport e sulle sue regole; particolar­ mente l’evoluzione dei sistemi di la­ voro, offrendo nella vita dei popoli un tempo libero più esteso, ha favo­ rito una più vasta espansione dello sport. Così « la conquista progressi­ va del tempo libero è andata di pari passo con lo sviluppo dell’attività sportiva».

Questo sviluppo, che procede per 10 stesso cammino della società, tra­ sforma a sua volta le condizioni della vita quotidiana : modifica il linguag­ gio, l’alimentazione, trasforma l’abbi­ gliamento, impone alcune forme di svago, pesa sulla stampa, sulla radio.

E’ dunque chiaro che se l’uomo sportivo acquisisce una p ie n a co­ scienza del senso della sua attività, può giungere ad una conoscenza pro­ fonda delle civiltà. La cultura spor­ tiva infatti, che parte da una rifles­ sione sulla vita sportiva dei popoli e delle nazioni, porta alla comprensione dei loro regimi sociali, delle loro forme di vita, in una parola, del loro grado di civiltà.

L ’ educazione civica mediante l’ educazione sportiva

Si comprende quindi come la pra­ tica dello sport possa condurre, paral­ lelamente, ad un’educazione sociale, che è raggiunta quando l’individuo prende coscienza del posto che occupa nella società, quando si pone i pro­ blemi reali della vita sociale e quando ne nasce il sentimento di sacrificio per 11 gruppo.

Nella pratica, infatti, il giovane sportivo vede prospettarsi problemi che, anche se pratici, non hanno per questo ripercussioni meno ampie. Praticare lo sport significa porsi il p r o b le m a dell’equipaggiamento. E questo si intende in due modi. C’è un equipaggiamento individuale e collet­ tivo : calzature, maglioni, palloni, rac­ chette, ecc. Ogni sportivo deve affron­ tare problemi di denaro : molti gio­

vani sono costretti a rinunciare al tennis, allo ski, malgrado l’attrattiva di questi sports, perché gli equipag­ giamenti sono troppo costosi. Lo sport offre un’occasione per riflettere sul proprio livello di vita, sulle cause che lo spiegano e sulla giustizia di una tùie situazione. Ma non si può riflet­ tere senza cercare delle soluzioni : la pratica dello sport potrebbe diven­ tare, per es., una iniziazione al si­ stema cooperativo.

Vi è anche un altro equipaggia­ mento che consiste in stadi, piste, palestre, piscine. O g n i sportivo è l’utente, al livello della collettività nella quale vive (fabbrica, scuola, co­ mune, regione o nazione), di instal­ lazioni il cui scopo è di rispondere a determinati bisogni. In quale misura questi bisogni sono soddisfatti? In ogni importante agglomerato fran­ cese si trova una piscina ogni 300.000 abitanti, ma un caffè ogni 250 ; è giusto? La risposta a queste domande esige dunque una doppia valutazione dei bisogni e delle realizzazioni. Ciò non è possibile se non con un raf­ fronto tra ciò che si fa qui, in una determinata collettività, in una deter­ minata nazione, e ciò che si fa altrove, in altri settori, in altri paesi.

Questa valutazione conduce infine a ricercare le cause di questo stato di fatto. Lo sportivo si scopre così il diritto di critica sul bilancio dello dello Stato, del Comune, e, più in generale, sulla loro politica. Gli si offre un vasto campo d’azione per ricercare, con mezzi appropriati, il miglioramento delle condizioni dello sport : così sono nate in Francia, da queste azioni, interessanti realizza­ zioni sportive, come la creazione di una rete di alberghi della gioventù.

Lo sportivo cosciente deve anche saper apprezzare il rapporto funzio­ nale ed estetico che si stabilisce tra le installazioni sportive e l’insieme di una città; uno stadio ha una sua ar­ chitettura: si accorda con quella del

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quartiere? La posizione di una piscina corrisponde al suo scopo in un dato agglomerato? L’accesso alle installa­ zioni sportive può permettere l’ini­ ziazione ai problemi dell’urbanistica. La cultura sportiva consiste dunque, da questo punto di vista, nel fare dello sport una questione sociale.

L’educazione s o c ia le per mezzo dello sport si consolida maggior­ mente attraverso la vita nei clubs. Spesso n club o la squadra sono con­ siderati dagli allenatori o dai diri- genti-mecenati come una cosa di loro proprietà. Questo uso deve cedere il posto ad una organizzazione democra­ tica del club. Ciò presuppone che l’al­ lenatore o l’assistente non sia né una specie di tiranno, né un puro tecnico, ma un uomo completo la cui forma­ zione sia insieme fisica, intellettuale, pedagogica e morale. E presuppone pure che lo sportivo prenda sul serio la sua parte in seno alla sua organiz­ zazione e che si inizi ai meccanismi delle grandi Associazioni e Federa­ zioni Nazionali attraverso le quali si organizza la vita sportiva.

Da queste considerazioni risulta che la pratica sportiva non dovrebbe es­ sere separata dall’analisi delle condi­ zioni stesse della vita sportiva.

Le competizioni che suscitano il più vivo interesse degli sportivi non pos­ sono svolgersi se non nel quadro delle Federazioni Nazionali la cui impor­ tanza e complessità amministrativa non sono immediatamente comprese. La loro funzione deve dunque essere analizzata e giudicata. In Francia, per esempio, vi sono considerevoli diffe­ renze tra i princìpi e l’azione nelle Federazioni unisport, come la « Fede­ razione Francese del Ciclismo », nella quale predominano gli interessi delle case di biciclette, e delle Federazioni omnisports, come la « Federazione Sportiva e Ginnica del Lavoro », che si preoccupa di organizzare lo sport per i lavoratori, in collegamento con i sindacati.

L’unità d’azione tra queste federa­ zioni è lontana dall’essere realizzata e la riflessione sulle ragioni del disac­ cordo non si esaurirà molto presto. Problemi di organizzazione delle com­ petizioni e delle grandi gare che muo­ vono gli entusiasmi delle masse, del trasferimento degli sportivi, della preparazione degli arbitri, della ge­ stione degli spettacoli sportivi : tutte questioni che lo sportivo può e deve esaminare nel loro aspetto ammini­ strativo, finanziario, politico. Perché se lo sport può condurre quelli che lo praticano a divenire cittadini più con­ sapevoli, lo si deve al posto impor­ tante che occupa nella vita nazionale. Lo sport, come il cinema, è il grande fenomeno del secolo.

Valore morale deU’ allenamento

A fianco di questa educazione ci­ vica, lo sport può essere il mezzo per un’educazione morale. Non perché lo sport abbia una « sua » morale, ma perché si può scoprire uno « spirito dello sport ». Questo spirito non può essere definito in modo teorico, per non ricadere in una fraseologia che abbiamo criticato.

Ci limiteremo a segnalarne uno dei principali elementi : l’allenamento. Nello sport non c’è né valore perso­ nale né valore d’équipe al di fuori di un lavoro metodico e continuo. La spontaneità e l’ispirazione non occu­ pano che un posto secondario. L’evo­ luzione dell’atletismo dopo i campio­ nati d’ Europa del 1954 lo dimostra : il ritmo col quale il record dei 5.000 metri è stato migliorato da Zatopek, Kuts, Chataway, Kuts, ancora Cha- taway, Kuts, poi Iharos, dimostra con evidenza che le qualità degli atleti contano forse meno del loro sforzo incessante per dimostrare che le pos­ sibilità del fisico umano non hanno limite.

L’allenamento sportivo è effettiva­ mente guidato da alcuni princìpi che

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bisogna conoscere; anzitutto un più forte desiderio di azione : l’allena­ mento non ha niente a che vedere con l’esercizio formale e gratuito : mira ad un « risultato reale ». Poi non si vale di ricette uniformi ; ognuno deve ricorrere ai mezzi che si adattano meglio al suo temperamento, al suo tempo, al suo ambiente. In terzo luogo implica una chiara conoscenza della azione, e dunque una conoscenza di sé.

Lo sportivo che si allena si osserva e sa che la volontà e la ragione pos­ sono superare la natura. Aggiun­ giamo ancora che l’allenamento ob­ bliga all’analisi ; non basta l’appren­ dimento globale di un movimento, perché non si potrebbe arrivare su­ bito alla perfezione. La riflessione interviene proprio al momento del­ l’errore e la pratica richiama la teo­ ria, al di là della quale l’azione sco­ prirà una nuova efficacia. L’attività globale si alterna all’attività anali­ tica, la pratica alla teoria. L’allena­ mento inoltre mira a dei progressi

misurabili e dosa le difficoltà, impo­ nendo un ritmo di vita ed una igiene che ne sono le condizioni.

Questa presa di coscienza non si chiuderà in se stessa, poiché la rifles­ sione sulla pratica deH’allenamento può avviare alla conoscenza dei prin­ cìpi generali di una educazione effi­ cace. In questa prospettiva pedago­ gica lo sforzo dello sportivo si aggiun­ gerà a quello degli educatori, dei moralisti, persino degli uomini di teatro (1).

L’allenamento sportivo offre alla educazione popolare la preziosa possi­ bilità di una trasposizione sul piano intellettuale : il doppio movimento che nell’allenamento sportivo va dal globale all’analitico (gli errori della pratica spontanea hanno certe cause che bisogna scoprire) e dall’analisi alla sintesi (la rettificazione di ogni

(1) « Le comédien est un athlète affectif

(Jean Louis Barrault).

movimento porta ad un migliore at­ teggiamento d’insieme) servirà da modello ad una educazione intellet­ tuale che cerca, nel contatto con i problemi reali, l’occasione di aumen­ tare i mezzi di riflessione e di espres­ sione di coloro che vi si applicano.

Il legame tra l’allenamento fisico

e l’allenamento mentale è uno dei principi fondamentali di una educa­ zione popolare che si proponga la formazione generale degli sportivi.

Bellezza dello sport

La cultura sportiva non sarà sol­ tanto civica, morale o intellettuale. Essa tenderà alla formazione estetica dello sportivo. Lo sport può risve­ gliare e perfezionare il sentimento del bello. Il gesto sportivo è bello. Almeno lo è alla fine di questo sforzo di allenamento, e rivela come non vi sia bellezza senza tecnica. Questa è una verità di portata generale; tocca agli educatori di permetterne la tra­ sposizione. La bellezza dello sport consiste nello sforzo efficace, nel per­ fetto adattamento dei m e zz i del­ l’atleta ai fini che si propone. Questo adattamento elaborato lentamente costituisce, in quanto si manifesta nello stadio, sulla pista o sul ring, 10 stile sportivo. L’ uomo vi si espri­ me, non come nell’arte, perché ciò che egli ricerca è un’azione, non un linguaggio, ma perché il suo corpo, 11 suo temperamento, la sua volontà sono interamente presenti nel suo gesto, segnato e reso autentico dal marchio della personalità. E lo sport è anche bello per l’aspetto drammatico delle lotte : un match, una corsa, sono situazioni che si evolvono, raggiun­ gono un massimo d’ intensità per arri­ vare a uno scioglimento. Nel dramma sportivo le passioni entrano in con­ flitto o si oppongono ad un destino avverso. Lo sport somiglia al teatro, ma non bisogna confonderli per non cadere nell’artifìcio. Bisognerebbe sol­

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tanto far p r e n d e r e coscienza allo sportivo e allo spettatore delle ra­ gioni delle loro emozioni e farne rile­ vare la fonte. Ecco perché il disprezzo che troppi educatori nutrono per lo spettacolo sportivo ci sembra nega­ tivo per l’educazione popolare. Si tratta di uno spettacolo d’arte le cui risorse sono s p e s s o misconosciute. Coprirsi gli occhi davanti agli eccessi o alle debolezze che vi si possono nascondere non porta a nessun risul­ tato. Bisogna riconoscerne il valore e cominciare a liberarlo dalla schiavitù commerciale, ed educare il pubblico sportivo il quale è, senza alcun dub­ bio, « popolare ».

Come promuovere una cultura sportiva

La definizione e l’analisi della cul­ tura sportiva p o r t a n o necessaria­ mente all’esame dei metodi suscetti­ bili di promuoverla.

L ’ iniziazione a questa cultura pre­ suppone una pedagogia in rapporto alla pedagogia dell’educazione popola­ re e dimostreremo che si può, a pro­ posito dello sport, sviluppare dei me­ todi la cui applicazione sia comune a più campi.

Primo metodo: lo studio dell’ambiente sportivo.

Abbiamo detto che lo sport non si separa dalla vita reale. Ciò conduce a dire che l’ambiente sportivo non è per nulla fittizio, ma è reale, e che vi si possono scoprire dei problemi umani la cui portata supera lo stesso sport.

Si può giungere a questa scoperta attraverso l’inchiesta.

La mancanza di interesse degli sportivi che abbiamo prima sottoli­ neato è un ostacolo che l’educatore dovrà rimuovere. Gli utenti degli stadi devono informarsi sulla loro costituzione, sulla loro amministra­

zione. Gli spettatori sportivi non de­ vono più ignorare il rovescio della medaglia: le g r a n d i installazioni sportive, il palazzo degli sports a Parigi, uno stadio di una grande città, meritano una visita. I grandi clubs che hanno un peso importante nella vita sportiva sono molto spesso lieti di fa r conoscere, per mezzo dei loro dirigenti, la loro organizzazione e le loro difficoltà. Il contatto con i campioni e le interviste ben condotte sono sempre fruttuosi.

Nell’agosto del 1954 « Peuple e Culture » ha organizzato un viaggio a Berna per i campionati europei di atletica. Aveva raggruppato un cen­ tinaio di partecipanti, educatori, ani­ matori di clubs e semplici sportivi. Furono organizzati degli incontri con i campioni francesi, cecoslovacchi, rumeni e inglesi. Non si trattava di una questione di divismo, ma bensì di cercar di capire i metodi di allena­ mento, di cogliere le reazioni umane che lo sport ha rivelato, di scoprire la ragione dei progressi dell’atletica inglese, di un certo scompiglio fran­ cese, della fiducia dei rumeni.

Questo contatto diretto che cerca, attraverso i legami di simpatia, di cogliere i veri problemi psicologici, morali, finanziari, professionali o più largamente politici, conferisce alle testimonianze non soltanto un inte­ resse documentario, ma anche un valore formativo.

L’esperienza può essere ripetuta in circostanze meno eccezionali ed estesa ad altri soggetti; così a Ber­ na si è potuta condurre un’inchiesta sulla organizzazione degli spettacoli sportivi, sull’accoglienza degli atleti e degli spettatori, e naturalmente sul­ le ripercussioni dell’avvenimento sul­ la vita della città.

In ogni caso ricordiamo che l’ in­ chiesta non può mai essere proposta come un esercizio formale, ma deve partire dai reali interessi degli spor­ tivi. Il calendario sportivo, gli avve­

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nimenti dello sport, forniranno dei centri di interesse e l’inchiesta si inse­ rirà nel ritmo della vita sportiva, ma in seguito l’interesse si spingerà in campi che non riguarderanno più esclusivamente lo sport; in secondo luogo interessa soprattutto ciò che avviene al di là dell’inchiesta.

Oltre che preparata, l’inchiesta deve anche essere « sfruttata » : imparare a servirsi meglio della macchina foto­ grafica cercando di tradurre meglio la propria comprensione degli stili o dei drammi dello stadio, arricchire e precisare il proprio linguaggio, sia scritto che morale, sforzandosi di trasmettere le proprie scoperte, le proprie impressioni, i propri senti- timenti, le proprie idee. L ’inchiesta, insomma, deve creare un’abitudine, e questa curiosità metodica deve costi­ tuire un atteggiamento costante, l’elemento di uno stile di vita (1).

Secondo metodo: i gruppi di studio su argomenti sportivi.

Benché non vi sia dubbio sull’in­ teresse che soprattutto i giovani hanno per gli avvenimenti sportivi, e che si tratti di argomenti che sol­ levano discussioni in genere appassio­ nanti, a nessuno verrebbe in mente, soprattutto nel campo dell’educazione popolare, di organizzare conferenze o corsi su vari problemi legati allo sport. Si tratta di trasformare le di­ scussioni in gruppi di studio.

Gli avvenimenti della vita del cir­ colo, della squadra, una partita vinta con difficoltà, la cattiva condotta di un giocatore, sono buoni punti di par­ tenza, perché suscitano reazioni vi­ vaci e si può trarne delle considera­ zioni sullo spirito dello sport. Gli avvenimenti esteriori (la sostituzione

(1) Vedi Regards Neufs sur le Tourisme, Ed. du Seuil, Parigi.

sensazionale di un giocatore di calcio, un’accusa di corruzione lanciata con­ tro una squadra, l’assenza di Coppi dal giro di Francia) pongono dei pro­ blemi : qual’è il peso del danaro nella vita sportiva? quali sono i vantaggi e gli svantaggi del calcio professio­ nale? quel tale spettacolo sportivo non assomiglia più ad uno spettacolo di varietà? e perché? e così via.

Il dibattito più frequente è, alme­ no nell’esperienza francese, quello sul professionismo ; problema che si cerca di nascondere, ma che regolarmente si ripresenta in occasione degli scan­ dali o degli avvenimenti dell’inizio di stagione. Appare subito chiara una contraddizione tra purismo teorico e fatti reali. D ’altra parte i fatti non possono essere capiti se non in rife­ rimento a situazioni reali : i giocatori di rugby inglesi, di un eccessivo pu­ rismo, appartengono anche a classi agiate, mentre in Francia (dove sotto l’etichetta del dilettantismo si na­ sconde un professionismo di fatto) i giocatori provengono da classi sociali meno abbienti per le quali le spese di equipaggiamento, di trasferimento, e la mancanza di guadagno sarebbero troppo pesanti.

Il problema non può dunque esser trattato in astratto.

L’evoluzione dello sport che oggi esige specialisti e a lle n a m e n to molto intenso, la condizione degli atleti in alcuni paesi (come gli stu­ denti americani), le enormi somme che si incassano, la demoralizzazione e il torbido che provocano le squalifi­ che spettacolari pronunciate periodi­ camente dalle federazioni, sono al­ trettanti fatti che danno a questo problema dimensioni molteplici.

Così lo sport, come soggetto di di­ scussione e di riflessione, permette l’iniziazione ai problemi generali, eco­

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nomici e sociali e l’introduzione alle conoscenze specializzate, psicologiche, storiche.

Terzo metodo: utilizzazione del ci­ nema.

Su questo piano si è particolar­ mente s v ilu p p a t a la esperienza di

« Peuple et Culture ». Nel 1948-49, una cronaca con films sui giochi olimpici di Londra fu presentata ad un pubblico popolare in 45 città e paesi della Francia.

Aprivano il programma dei pezzi di attualità sui giochi, seguivano una cronaca, dei racconti, una lettura drammatica sugli 800 m. di Martin alle Olimpiadi del 1924 (A. Obey), poi ancora due films, uno dei quali sullo stile del salto. Nel 1951-52 ebbe luogo una nuova tournée nelle stesse condizioni, con un programma inti­ tolato : « Dalla 14a alla 15" Olim­ piade ». I films si alternavano anche in questo montaggio con racconti e letture, specie a proposito dei cam­ pionati europei del 1950 a Bruxelles. Infine, nel 1953-54, il film che « Peuple et Culture » aveva realiz­ zato in proprio ai giochi olimpici del 1952 di Helsinki, fu presentato, a un pubblico numeroso e variato, da tutti gli amatori dell’associazione. Si tratta di un film di montaggio che presenta il quadro geografico e socio­ logico dell’azione, l’importante muta­ mento che i giochi impongono alla vita quotidiana della piccola Finlan­ dia, le lotte volta a volta appassio­ nanti, eroiche, angosciose ed esaltanti degli atleti negli stadi; e che infine chiarisce il significato pacifico di un tale avvenimento. Questo film ha ri­ scosso un successo molto vivo in ogni ambiente. Era accompagnato da una presentazione che prendeva ge­ neralmente l’aspetto di una cronaca

ed era seguito da una discussione nella quale gli spettatori interveni­ vano dicendo le loro impressioni, ana­ lizzandole e giustificandole grazie agli interventi del presentatore, che arri­ vava così a proporre al suo pubblico i reali problemi dello sport.

Si tratta di un mezzo le cui risorse non si esauriscono facilmente, uti­ lizzando i metodi dei cine-clubs nella scelta, presentazione e commento dei films sportivi.

Possono essere usati vari tipi di films : i documentari tecnici, il cui di­ fetto essenziale, tuttavia, è quello di essere spesso didattici ; i documentari di attualità, la cui qualità è spesso inferiore ma le cui immagini hanno una vita molto preziosa, sono sfortu­ natamente in genere mal montati; i films di montaggio come « Les dieux du Stade » (giochi olimpici di Ber­ lino, 1936) e « Olimpia 52 », che per­ mettono discussioni più nutrite e che possiedono una maggiore unità; infine i films a lungo metraggio, a soggetto sportivo, come « Le Cham­ pion ».

Infine, un ultimo metodo sarà co­ stituito daH’utilizzazione pedagogica dei testi della letteratura sportiva.

Non si tratta di aprire dei circoli letterari per sportivi, ma di convo­ gliare gli sportivi a dei « clubs di let­ tura » o di utilizzare il libro sportivo per animare una veglia.

In conclusione, insisteremo ancora sull’importanza dello sport nel nostro mondo moderno, sottolineando il fatto che molti sportivi restano tuttavia estranei alla cultura.

La pratica dello sport non basta evidentemente a rivelarne le risorse umane. La cultura sportiva, che con­ duce a questa rivelazione, contribuirà a creare un uomo più completo.

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Il linguaggio sportivo

di Paolo Volponi

Ieri 16 luglio 1956 il corridore ciclista Nino De Filippis della Squa­ dra Nazionale Italiana, ha vinto la tappa Baiona-Pau, del 43° Tour de

France.

Intervistato dalla RAI nel corso della trasmissione di Radio Sera, sempre il 16 luglio, De Filippis parlava con tono modesto e sommesso, con grave accento settentrionale, raccontando come si era svolta la corsa, sottolineandone alcune fasi con quell’affetto comune a tutti coloro che raccontano dei buoni risultati del proprio lavoro. Il tono generale del suo serio discorso contrastava con le frasi e la pronuncia metalliche, vibranti, invadenti, retoriche, tante volte ripetute, dei cronisti sportivi della RAI, alla ricerca del consueto e falso brivido d’entusiasmo. De Fi­ lippis alla fine dell’intervista, raccontando la volata finale corsa con altri assi internazionali, disse testualmente : « sono rinvenuto sulla destra e ho vinto in bellezza ». Anche quest’ultima frase ingiusta nella bocca del vincitore e vanagloriosa, fu invece pronunciata con modestia e sempli­ cità dal corridore.

Altre volte nel corso di trasmissioni simili abbiamo sentito i pro­ tagonisti esprimersi in tal modo, parlando con una ingenuità sorpren­ dente della loro stessa irresistibilità e magnificenza di stile o del carat­ tere eccelso del risultato raggiunto, in caso di vittoria ; o di « ali tar­ pate » da un casuale punto degli avversari, da una decisione arbitrale, dal verificarsi fatale di altri fatti trascendentali, in caso di sconfìtta.

De Filippis e tutti gli altri sono le vittime innocenti del linguaggio sportivo, creato e divulgato dalla stampa sportiva, sotto il segno della più esasperante retorica, a dispetto della varietà, delle norme e del costume sportivi.

« Aquile, vessilli svettanti, trionfi, destini, orifiamme, débàcle, cicli, vittorie alate, cataclismi, fenomeni, miracoli », sono i termini che si affac­ ciano ogni giorno dai titoli d’ogni formato della versatile stampa spor­ tiva, dai molti colori ma dallo stesso tono.

Le imprese e i campioni non hanno più niente dell’umano e si pon­ gono, per una nuova mitologia, nel regno del sovrannaturale e dei semi­ dei. Tra il pubblico e lo sport si crea una magica barriera di carta stampata.

Il praticante sportivo è letteralmente gonfiato dalla convinzione, in­ stillatagli dalla stessa carta, di possedere doti straordinarie, sino a sen­ tirsi un unto e un inviato ed a trascurare l’allenamento delle proprie umane qualità di sportivo.

Allora la stessa stampa non gli risparmia rimproveri e invettive altrettanto indebiti e urlati come se avesse, con la pressione del piede, sommerso nel mare per buoni dieci minuti la sonante penisola.

Tutto questo ci sembra causa d’avvilimento dello sport, sia che lo si intenda come spettacolo offerto da speciali e degne d’ogni riguardo e lode, categorie di professionisti, che, più modestamente e democratica­

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mente, come un allenamento individuale e collettivo, mentale e fìsico, dei cittadini, per un rafforzamento di tutte le loro qualità e per una migliore espressione delle stesse in senso sociale.

Noi che possiamo accettare tutte e due le interpretazioni, l’una a servizio dell’altra, consideriamo soprattutto lo sport come un grande mezzo di cultura popolare e per questo, e per nessuna malignità lette­ raria, cerchiamo di porre il problema del linguaggio che circola nei suoi larghissimi ambienti; tanto più che sono ambienti di giovani e popo­ lari, nel senso della vastità e diffusione degli interessi, oltreché della posizione sociale delle categorie interessate.

Oggi lo sport è quasi esclusivamente tifo, cioè partecipazione emo­ tiva al fatto sportivo, attraverso lo scatto di meccanismi psicologici : di identificazione con l’atleta, di evasione da angustie personali, d’ acclima- tamento collettivo su basi affettive e pertanto, per questa sua stessa qua­ lità dominante, tendente a sfuggire a ogni controllo reale di critica e di giudizio, sino a portarsi in regioni superiori.

Sappiamo che questo non è male, per assicurazioni degli psicologi, giac­ ché costituisce una valvola di sicurezza e di uscita di istinti repressi e frustrati, in sostanza una liberazione. Ma perché tale liberazione possa giovare dovrebbe avere un costante riferimento alla realtà, agendovi attra­ verso una serie di fatti chiarificatori, attraverso un vaglio di giudizio che consenta il ristabilirsi di un equilibrio, il porre, in definitiva, le im­ prese e gli atleti nella giusta prospettiva, riducendoli a un fatto reale ed umano, ricco di significati e soprattutto di aiuto, valido proprio di fronte ai problemi della vita quotidiana. Allora possono derivarne uno spirito d’ iniziativa e di lotta, un incentivo alla preparazione metodica e diffìcile per raggiungere dei risultati, doti che possono giovare a tutti in ogni campo. In più possono verificarsi uno stimolo a nuovi interessi, la forza­ tura di un cerchio d’apatia, un allenamento mentale e fisico, ed anche un invito diretto alla lettura, ad immettersi in un circolo di idee e di di­ scussioni.

Di fronte a questi problemi sta la stampa sportiva, il cui compito dovrebbe essere proprio quello di ancorare i fatti sportivi alla realtà e di muovere nei loro confronti le leve della critica, aiutando i lettori, la cui grande massa non ha nessun altro contatto con la carta stampata, a porsi su un piano autonomo di valutazioni, a uscire da quello di stupe­ fatta passività, di evasione di esaltazione a cui l’abituano il cinema, la radio, la televisione, il frastuono del mondo moderno in genere, oltre che lo stesso sport.

La stampa sportiva non sembra invece per nulla preoccuparsi di tutto questo : si abbandona a quella corrente di retorica e di euforia, da lei stessa originata, che purtroppo ha ormai impregnato il gusto del pubblico, al quale, anche per ragioni commerciali, non si sente più di opporsi.

Per essere obiettivi, è doveroso riconoscere che il tono generale del linguaggio sportivo, soltanto però in diversi giornali e non ancora nel gergo degli appassionati, è un poco migliorato in questi ultimi anni, forse perché è migliorato in generale il costume democratico del Paese, con ripercussioni anche in questo camipo.

Con tutto ciò corrono ancora definizioni troppo facili e sempre ripe­ tute, slogans dannosi e tendenziosi, incentivi al campanilismo, deforma­ zioni interessate delle cronache, giudizi passionali, vocaboli fuori d’ogni

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