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Gavino Sale, guerriero pacifista e romantico La Nuova Sardegna, 22 maggio 2004, pag 6.

CAGLIARI. Gavino Sale, 48 anni, nato e residente a Banari, leader di Indipendentzia Repubrica de Sardigna, ha trascorso già molte ore di febbrile campagna elettorale. Ora, instancabile, è in una libreria. Attende uno studente romano di scienze politiche che deve fare una tesi di laurea sull’indipendentismo sardo. E, visto il tema, non ha rinunciato alla tentazione di discutere con passione della sua passione. Nata da una costola di Sardigna Natzione, l’Irs si è presentata da sola a queste elezioni e Gavino Sale è il suo candidato alla presidenza della Regione. Con un doppio obiettivo: contrastare non solo gli schieramenti «italiani» ma anche, e forse soprattutto, i rivali di Sardigna Libera, l’alleanza formata da Psd’Az e, appunto.

- Gavino Sale, da quando è indipendentista?

«Da quando ho conosciuto il povero Angelo Caria all’epoca di Su Populu Sardu».-

- Subito militante?

«No. Dopo ho trascorso quattro anni a Parma per gli studi universitari e ho girato mezza Europa, l’Algeria, il Marocco».

- Viaggi utili per il successivo impegno politico?

«Utili in assoluto, ma stando fuori mi sono reso conto della ricchezza della

Sardegna. E ho visto che la cultura, la storia e le vere tradizioni sarde, da noi tenute ai margini, incantavano i miei interlocutori».

- Per lei è stato un arricchimento?

«Per me e credo anche per i miei interlocutori».

«Né migliore né peggiore, ma sicuramente diversa».

- Che cosa affascinava di più i suoi interlocutori?

«I profumi della terra, l’aria pulita, i colori del mare e del tramonto. Ma c’era dell’altro».

- Che cosa?

«Il calore e l’umanità della gente sarda rispetto alla freddezza delle metropoli o di gran parte dell’Europa».

- Parlava anche della storia?

«Certo, e denunciavo che ai sardi la loro storia veniva negata. Per fortuna

oggi questa nebbia si sta diradando».

- Come?

«Grazie ai nuovi studi, come quelli di Sergio Frau e di Francesco Sedda.

Sedda è il candidato numero due del nostro listino».

- Altri partiti le contestano che proporre l’indipendenza è una fuga dalla realtà. Cosa replica?

«L’Olanda che è più piccola della Sardegna è forse fuggita dalla realtà. E Malta non è lì che dice la sua a gran voce?».

- Perchè ha fondato il movimento Irs?

«Perché la Sardegna è a un bivio».

- Quale bivio?

«O accettare di essere una regione perifica dell’Europa e l’immondezzaio

d’Italia, o iniziare a costruire il nostro cammino e progettare la nascita della Repubblica sarda indipendente».

«E’ la storia che oggi ci impone una scelta. Noi vogliamo provocare

l’indispensabile scossa tellurica per tutte le sensibilità esistenti in Sardegna».

- Ma era proprio necessaria la scissione da Sardigna Natzione?

«Era fondamentale rielaborare la storia sarda, anche quella recente, e

uscire dal fraintendimento di questi cinquant’anni di autonomia».

- Dà un giudizio negativo sull’autonomia?

«E’ stata una parvenza di autogestione, utile soprattutto all’Italia come antidoto alle pulsioni indipendentiste sia del secondo dopoguerra sia degli anni ottanta».

- Cioé gli autonomisti sarebbero funzionali al rafforzamento dello Stato centrale?

«Le spinte indipendentiste sono state regolarmente frenate e fatte assopire grazie a quella ideologia sardista-rivendicazionista che, in posizione subordinata, chiedeva umilmente all’Italia quello che è già nostro».

- E’ contro il sardismo?

«Il sardismo ha prodotto l’autonomismo, che è un’ipotesi frenante. Noi

vogliamo andare oltre il sardismo».

- In quali forme?

«Assolutamente non violente».

- Eppure si definisce un combattente, addirittura un guerriero».

«Certo, un guerriero pacifico e pacifista».

- E’ possibile ottenere l’indipendenza senza ricorrere a forme traumatiche o violente?

«Assolutamente sì».

- Ne è sicuro?

«I casi del Quebec, della Repubblica Ceca e quello di Timor Est dicono di sì. Sono bastati dei referendum».

-Basterà un referendum? «Basta volerlo».

- Ma più passano gli anni e più aumentano le sigle indipendentiste. Non serve l’unità per un progetto così ambizioso?

«Serve innanzitutto maggiore chiarezza».

- Quale chiarezza?

«Se restiamo dentro il fraintendimento storico della subalternità non ci svezziamo da Mamma Italia.Ormai siamo maggiorenni».

- In grado di camminare da soli?

«Certo. Dicano gli altri che hanno paura della libertà».

- Come giudica il moltiplicarsi delle sigle che si ispirano al

sardismo?

«Noi li sfidiamo: si pronuncino chiaramente sul processo di liberazione.

Se non lo fanno significa che vogliono lasciare le cose come stanno». – Non c’è una via di mezzo?

«Non basta ritoccare alcune cosucce».

- Non c’erano le condizioni per un accordo con sardisti e Sardigna Natzione?

– I “nemici” non dovrebbero essere i cosiddetti “italianisti”?

«Io non ho nemici neanche in Italia, dove ho anzi molti amici che condividono il nostro progetto».

– Può citarli?

«Ricordo prima di tutti Fabrizio De Andrè. Oggi, per farle un altro esempio, sono andato a prendere all’aeroporto il deputato verde Mauro Bulgarelli e ho lavorato con lui».

- Fa campagna elettorale con i Verdi?

«Non con i Verdi, solo con Bulgarelli».

- E perché?

«Ci ha aiutato nel caso dei depositi inquinanti a Porto Torres, nella battaglia contro le scorie nucleari. E’ uno dei paradossi di noi sardi».

- Quale paradosso?

«Alcuni italiani si definiscono sardi e prendono la cittadinanza sarda. Mentre molti sardi diventano italiani».

- Qual è la causa del paradosso?

«E’ la classe politica, è la classe intellettuale. Negano l’esistenza della nazione sarda o ne parlano come all’interno della nazione italiana».

- Non è d’accordo?

«Non possiamo avere due madri».

- Considera dei traditori i militanti nei partiti italiani?

«Non sono così rigido, ognuno è libero di fare le proprie scelte come noi

- Quello indipendentista è un sentimento diffuso?

«La nostra sorpresa è che la gente sta avvertendo un senso di liberazione e ci dice che finalmente, dopo trent’anni, qualcuno parla di indipendenza senza tentennamenti e senza compromessi».

- Ma se i partiti italiani hanno i voti della quasi totalità dei sardi, non significa che il progetto indipendentista è residuale?

«Certo, sino adesso è successo questo. Ma il nostro è un progetto più ambizioso di eleggere qualche consigliere regionale».

- Quale ambizione?

«Che i sardi che ci voteranno possano dire di aver scritto una pagina storica della futura Repubblica sarda indipendente».

- Come formare questa coscienza? «Partendo dalla conoscenza della storia».

- E’ sufficiente?«E’ l’atto principale, direi fondamentale». - Perché?

«Centinaia di anni fa perdemmo la libertà scontrandoci con i catalano-

aragonesi. L’Irs riparte da lì». - In che senso?

«Nella bandiera con l’albero di Arborea abbiamo messo i quattro mori. Quella repubblica sardista era all’avanguardia con la sua legislazione scritta. Invece la storia ufficiale italiana dice che in Sardegna a quell’epoca c’erano gli arabi. Un falso».

«Sarà decisivo puntare sulla riscrittura della storia, sulla scuola, per

riappropriarci di noi stessi, per esaltare la nostra esistenza, per prendere coscienza del valore che l’identità sarda ha per tutti, non solo per i sardi». - Cos’è l’indipendentismo moderno?

«E’ far uscire la Sardegna dall’isolamento e proiettarla in Europa come

popolo libero che pretende il riconoscimento mondiale della sua esistenza negata. Abbiamo tante cose da dire e da dare».

- Faccia un esempio.

«Guardi Costantino Nivola. Ha rielaborato la dea madre mediterranea e l’ha proiettata nel mondo moderno. E così noi possiamo far capire che rispetto al grigiore di questa società mondiale abbiamo la pretesa di proporre a tutti un altro tipo di esistenza».

- Un progetto di così grande portata?

«Rispetto alla corsa sfrenata dello sviluppo proponiamo la calma, rispetto al grigiore dell’omologazione proponiamo i colori e la diversità dei popoli, rispetto alla competizione selvaggia proponiamo la collaborazione in un’economia dolce e in una felicità semplice».

- Belle parole per dire semplicemente no alla globalizzazione?

«Assolutamente sì».

- Come si reggerebbe economicamente e finanziariamente la

Sardegna indipendente?

«La Fondazione Agnelli ha sfatato un vecchio mito e ha spiegato che lo

Stato porta via dall’isola 19 mila miliardi di lire e ne restituisce 10 mila. Ci avanzerebbero pure dei soldi».

«Potrei ripetere la musica di tutti i programmi, che sono tutti identitici: costo energetico, continuità territoriale, ma è un discorso noioso e fastidioso. Quello che manca è la volontà di fare».

- E lei cosa farebbe? «Allo Stato non chiedo nulla, questa terra ha già

tutto quello che serve a un milione e mezzo di persone». - Perché invece non basta?

«A causa del saccheggio compiuto dall’esterno con la complicità delle classi dirigenti complici. Sembra che si sia una cappa di rassegnazione, un velo di apatia, come se ci fosse un destino segnato e predefinito».

- Che la Sardegna non sia autosufficiente basta pensare all’energia.

«E che vuol dire? Non bisogna chiedere ma bisogna praticare la riduzione del 40 per cento. I militanti di Irs si autoridurranno le bollette. Ci staccheranno la luce? E noi la riattacchiamo. Poi vediamo se siamo in torto noi o chi fa le rapine».

- E che cosa pensa di ottenere?

«Se il nostro esempio fosse seguito da tutte le aziende sarde, cosa fanno

gli altri, staccano la corrente a tutti? Li vorrei vedere».

- A proposito, perché ha denunciato anche il caso delle pale eoliche. «E’ uno scandalo. Come minimo, visto che i sardi mettono la terra e il vento, ci dovrebbero dare il cinquanta per cento, invece ci lasciano le briciole. Un Comune vuole fare da sé? Non può. Il budget è già stato venduto alle multinazionali».

- Cosa pensa dello sviluppo turistico? «Non è turismo, è speculazione

edilizia».

«Sono stato un grande viaggiatore, quando venivo ben accolto ero contento. Il turismo aiuta il dialogo tra i popoli».

- E’ favorevole ai vincoli di inedificabilità per difendere le coste? «Certo che sono d’accordo.

- L’industria pesante è da smantellare? «Quell’industria è finita».

- Va smantellata?

«Ma bisogna difendere l’esistente sino a quando non c’è un’alternativa».

- Eppure è stato protagonista di alcune polemiche.

«Il fatto assurdo è che gli operai vengano usati come ricatto per avere

altri finanziamenti».

- Costruire le alternative, però, non è facile per nessuno.

«Sicuro, è più facile difendere i posti di lavoro che crearne di nuovi».

- Lei ha una ricetta?

«Imporrei il consumo della carne sarda, un affare da cinquemila miliardi di

lire l’anno che invece ci viene sottratto. Se non si interviene, tra qualche anno perderemo ventimila posti di lavoro in campagna».

- Per contrastare la disoccupazione è utile il piano straordinario del lavoro? «A me i conti non tornano. Siamo una terra ricca di tanti beni e

non riusciamo a far lavorare un milione di persone».

- Come far tornare i conti?

«Le faccio l’esempio delle sabbie silicee, che sono l’oro moderno. Bene, noi le abbiamo, ma le esportiamo per far lavorare ventiduemila persone a

Sassuolo. E da lì ci rispediscono i residui di lavorazione: ci trattano da immondezzaio».

- Ha una soluzione per ogni settore?

«Le soluzioni tecniche ci sono tutte e tutti le conoscono. Serve la volontà politica».

- Ha mai fatto esperienza nelle istituzioni pubbliche?

«Stando ai diecimila voti che ho preso sono stato eletto consigliere provinciale a Sassari, ma con il loro manualetto mi hanno fatto fuori». - Perché?

«Non volevano la volpe nel pollaio». - Come vi finanziate?

«Le faccio un esempio e colgo l’occasione per ringraziare la persona che i pastori chiamano il comandante Masia, anche lui candidato nel listino: i pastori di Kuiles hanno versato una giornata di latte».

- Se fosse eletto presidente della Regione, quale sarebbe il suo

primo atto?

«Darei i soldi dell’indennità al movimento. Non vorrei una lira».

- Primo atto di governo?

«Sospenderei tutti gli esperimenti balistici e le esercitazioni militari. La Sardegna lancerebbe un bel messaggio al mondo. Un bel messaggio di pace».

«La Sardegna è come una piccola nazione»

La Nuova Sardegna, febbraio 2009, pagina 22.

SASSARI. Da anni l’iRS si batte per l’indipendenza dell’isola. La filosofia del movimento è questa: «La Sardegna è una piccola Nazione che si potrebbe muovere con velocità e successo nel mondo globale se fosse veramente sovrana, libera di fare le proprie scelte senza impedimenti in settori come l’energia, i trasporti, la fiscalità, la cultura». Tra gli obiettivi del movimento, arginare la perdita di sovranità e la deculturalizzazione: «La sovranità ha due funzioni: guidare il processo di sviluppo; ridare alla cultura sarda, una delle più importanti e fini del Mediterraneo, l’importanza che gli spetta, in modo da invertire quel meccanismo di dimenticanza del “sé” che attanaglia la memoria sarda». Il primo passo per raggiungere l’indipendenza, è il raggiungimento dell’autosufficienza energetica. «Basterebbero 42 kmq di pannelli termodamici per garantire alla Sardegna l’indipendenza energetica». «La Sardegna produce prevalentemente energia rinnovabile e paga le bollette energetiche più salate d’Europa. Una pala eolica produce un milione di euro di profitto all’anno. Alle società esterne va il 98% mentre a noi sardi rimane il 2%. Bisogna ribaltare questa proporzione verso contratti più vantaggiosi per le nostre comunità, per investire in innovazione, cultura e istruzione». Poi il tema della fiscalità: «Da 16 anni lo Stato italiano si tiene tutte le nostre tasse. E’ tempo che i nostri soldi restino in Sardegna. Per gestirli noi. Per i nostri servizi, per la nostra sanità, per le nostre politiche del lavoro proponiamo di istituire una Cassa Sarda delle Entrate». Secondo l’iRS la Sardegna ha bisogno di una piena sovranità fiscale, per decidere, come ha fatto la Repubblica d’Irlanda (punto di riferimento costante per il movimento sardo), di ridurre il carico fiscale alle imprese». Quindi il tema dei trasporti: «l’iRS porterà dei cambiamento in Consiglio Regionale. Proporremo un bando internazionale grazie al quale poter scegliere quale sia il servizio migliore da erogare ai sardi per quanto riguarda i trasporti e la creazione

di una flotta Sarda». Altro punto saldo è la difesa della cultura: «La lingua sarda deve riacquistare la sua dignità diventando strumento di comunicazione delle istituzioni, della scuola e dei mezzi d’informazione. Avviamo un piano decennale per la lingua, sul modello catalano, all’interno di una politica pluringuistica che ci apra davvero al mondo. Formiamo degli insegnanti, creiamo una Accademia della lingua sarda e un centro di terminologia, agevoliamo l’editoria e la didattica della lingua sarda». Infine il patrimonio archeologico: «Migliaia di nuraghi, tombe dei giganti, domus de janas, pozzi sacri, dolmen, menhir, chiese e castelli medioevali, qualsiasi oggetto che ritroviamo e tutto quello che è custodito nei musei sardi è di proprietà dello Stato italiano. Tutta la ricchezza culturale e materiale della Sardegna deve essere gestita dal popolo sardo e deve tornare in mano ad esso. Bisogna mettere in rete e tutelare le competenze maturate nel territorio nella gestione dei beni culturali».

“LA STANZA DI MONTANELLI”

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