L’analitica del potere

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 35-39)

L A SOVRANITÀ COME SISTEMA DI PENSIERO

2.1. L’analitica del potere

1. In questo capitolo intendiamo analizzare gli studi in cui Foucault si occupa direttamente del potere. Egli infatti ha dedicato allo studio delle relazioni di potere gran parte della sua ricerca, costruendo un’analitica del potere moderno, così come si esercita concretamente nelle nostre società. A partire da lavori che hanno come oggetto l’età classica (1550-1650) come Histoire de la

folie e Les mots et les choses, Foucault si è gradualmente avvicinato al funzionamento del potere

attuale. Già in Surveiller et punir l’analisi del potere disciplinare è basata sul periodo 1760-1840, e, attraverso i due corsi tenuti al Collège de France nel biennio 1978-’79 (Securité, territoire,

population e Naissance de la biopolitique), egli giunge ben presto allo studio del potere così come

si è esercitato nel corso del Novecento (l’analisi del neoliberalismo compiuta nel 1979 comprende gli anni dell’immediato dopoguerra fino al 1970). Cominciamo quindi la nostra analisi da una ricostruzione storico-filosofica della tematica biopolitica. Si tratterà, in primo luogo, di definire in che modo – attraverso quali studi, quali problemi - la questione biopolitica venga progressivamente assumendo un posto centrale all’interno delle ricerche foucaultiane delineando un quadro teorico unitario. La nostra ipotesi di partenza è che, nonostante l’assenza di opere esplicitamente dedicate, Foucault pone un problema teorico e pratico relativo alla libertà. La questione è ora analizzare come questo problema venga posto, in relazione a quali altri concetti e a quali problemi.

Dopo le considerazioni generali, riguardanti il metodo e le finalità della ricerca filosofica di Foucault (svolte nel primo capitolo), intendiamo adesso rendere conto del progetto d’insieme sviluppato dal nostro autore nelle ricerche compiute durante tutto il corso degli anni ’70. Questa decade ci sembra infatti caratterizzata da una certa continuità. A partire dalla lezione di

insediamento al Collège de France, tenuta il 2 dicembre del 1970 (L’ordre du discours68), avviene

un déplacement di capitale importanza. Questo intervento si pone come un vero e proprio spartiacque. Se, durante tutto il corso degli anni ’60, in opere come Histoire de la folie, Les mots et

les choses e L’archéologie du savoir Foucault ha assunto come oggetto d’indagine la dimensione

del “sapere”, egli si trova, al termine di questo periodo, di fronte ad una impasse. Il livello degli avvenimenti discorsivi non può essere indagato come uno spazio autonomo autosussistente, esente da influenze esterne. Lo sguardo dell’archeologo, che pretende la neutralità e l’osservazione distaccata dei fatti discorsivi, non è più sufficiente. Foucault scopre che il discorso si trova sempre avviluppato in una serie di relazioni che non appartengono al suo stesso livello, ma sono relative all’ordine prescrittivo del “potere”. La questione della volontà (messa a tema fin dal corso al Collège de France del 1971 – La volonté de savoir) sembra offrire la possibilità di assumere un nuovo piano prospettico, volto ad indagare la dimensione di queste relazioni. Qui Foucault afferma che le pratiche discorsive «sono caratterizzate dal taglio di un campo di oggetti, dalla definizione di una prospettiva legittima per il soggetto di conoscenza, dalla fissazione di norme per l’elaborazione dei concetti e delle teorie. Ciascuna di tali pratiche presuppone quindi un gioco di prescrizioni che reggono esclusioni e scelte... Questi principi di esclusione e di scelta... non rimandano a un soggetto di conoscenza... Essi designano piuttosto una volontà di sapere, anonima e polimorfa, suscettibile di trasformazioni regolari e presa in un gioco di dipendenza individuabile»69. Si apre in questo modo

davanti a Foucault un campo immenso. Nel momento in cui egli si appresta ad iniziare uno studio sulle relazioni di potere nelle società occidentali moderne, si rende immediatamente conto che gli strumenti concettuali messi a punto dalla tradizione filosofico-politica moderna necessitano di una radicale revisione. Il ripensamento delle categorie analitiche rivolte allo studio del potere lo occuperà infatti per tutto il decennio successivo. Possiamo quindi affermare che il potere è la grande questione che impegna Foucault per tutti gli anni ’70, dal corso del 1971 fino a quello del 1979.

Durante questo arco di tempo egli non svolge un lavoro sistematico, ma mette alla prova diverse opzioni filosofiche, seguendo, per tentativi, differenti piste di indagine, al fine di individuare quella più idonea allo studio dei meccanismi di potere. Foucault immagina la sua opera, nella prefazione al primo volume della Histoire de la sexualité, come «un lavoro di lungo respiro, capace di correggersi man mano che si sviluppa, aperto alle reazioni che suscita, alle congiunture che gli toccherà d’incontrare, e forse ad ipotesi nuove... un lavoro disperso e mutevole»70. In effetti,

se si analizzano nel loro insieme gli scritti dedicati alla questione del potere, appare evidente che le correzioni e i ripensamenti non mancano. Il modello iniziale dell’analitica del potere viene

68 M. Foucault, L’ordre du discours, Paris, Gallimard, 1971.. 69 M. Foucault, La volonté de savoir, DE, I, p. 1108.

costantemente corretto e integrato, a volte ripensato e abbandonato in alcune sue parti, dai risultati delle analisi storiche che nel frattempo egli sta conducendo durante i corsi al Collège de France. In questa sede intendiamo dunque discutere le nuove categorie analitiche approntate da Foucault, soprattutto attraverso una riflessione che tenga conto dei suddetti corsi (editi e inediti) pronunciati in questo intervallo di tempo, che ci permettono oggi una visione chiara del progetto d’insieme e dei suoi ripensamenti. Foucault infatti ha pubblicato soltanto due volumi (Surveiller et punir e La

volonté de savoir) sulla questione delle relazioni di potere, a fronte di un lavoro più vasto e

multiforme confluito in essi soltanto in parte, e svolto, con cadenza annuale, nelle lezioni al Collège de France.

Per seguire correttamente lo sviluppo delle ricerche foucaultiane, è necessario scomporre l’analisi su diversi livelli. Nei suoi testi troviamo infatti prima di tutto un livello analitico (che egli definisce “analitica del potere” in opposizione ad ogni pretesa esclusivamente teorica), nel quale Foucault procede alla messa a punto delle categorie ermeneutiche in grado di rendere conto delle relazioni di potere. Queste categorie sono però subordinate e messe alla prova di un’analisi storica che intende rendere conto dello sviluppo diacronico e della diffusione delle differenti tecnologie di potere. Questo tipo d’indagine viene definita come una “storia delle tecnologie di potere”. Foucault analizza infine il livello discorsivo, quella che potremmo chiamare la “coscienza di sé” del potere, indagando la formulazione programmatica delle diverse forme di governo degli uomini, in uno studio della “ragion politica”, cercando di individuare la modalità specifica attraverso la quale, in diverse epoche storiche e a diverse latitudini geografiche, vengono razionalizzate, pensate e riflesse le relazioni di potere. Si tratta di individuare, in questo caso, come il potere programma se stesso e il suo funzionamento. Conseguentemente, ci troviamo di fronte ad un’analisi strutturata almeno su tre diversi livelli: quello analitico, quello storico, e quello archeologico-discorsivo. Per cogliere la dinamica interna del potere, Foucault non si accontenta più di un punto di vista esclusivo, ma cerca, attraverso una raffinata metodologia storica, di individuare quelle connessioni e quelle relazioni - rispetto al fatto globale costituito dal fenomeno massivo del “potere” - che ci permettono di individuarne immediatamente la specificità e l’importanza. Il potere infatti si esercita attraverso i “dispositivi”, che sono connessioni di molteplicità concrete. Il dispositivo interseca ed articola più livelli, di qui la sua persistenza e la sua efficacia. Diversamente dall’analisi tradizionale, in cui viene studiato il “Potere” (trascendente), si tratta qui di analizzare dei dispositivi di sapere/potere, che si radicano in profondità nelle relazioni sociali e nei rapporti tra gli uomini. Comprendere il funzionamento del moderni dispositivi di potere è la premessa necessaria per una corretta formulazione della questione della libertà.

Foucault utilizza nelle sue indagini un elaborato metodo decostruttivo, che passa innanzi tutto per la disarticolazione dei presupposti teorici della sovranità, intesa come il discorso dominante, la “grande narrazione”, attraverso la quale il potere si è esercitato durante la sua storia moderna. In Foucault la decostruzione delle categorie politiche moderne passa attraverso la storia. È proprio la genealogia, con il suo complicato metodo storico, che consente di rimettere in discussione la teoria del potere grazie ad una serie di puntuali ricerche. Quella che Foucault propone è una genealogia dei differenti dispositivi di potere disseminati nella società. La sua è una prospettiva sulla realtà sociale contemporanea destinata – attraverso una decifrazione della genesi dei concetti e delle tecniche – ad indebolire il discorso filosofico-politico, rimettendolo in questione. Non si tratta di trovare un facile accordo con i suoi presupposti, ma del rifiuto integrale della teoria. Il potere di cui ci parlano i teorici del contratto rappresenterebbe soltanto la contropartita di meccanismi di coercizione molto più profondi, situati strategicamente all’interno della società, e che danno vita ad un potere effettivo, fisico e corporale.

La genealogia del potere moderno è posta al servizio della decostruzione. Foucault afferma che

Il ricorso alla storia – uno dei più grandi eventi del pensiero filosofico francese per almeno vent’anni – è sensato sino al punto in cui la storia serve per mostrare in che modo ciò che è non è sempre stato così, vale a dire, che le cose che ci sembrano più evidenti sono sempre costituite nella confluenza di conflitti e di possibilità, nel corso di una storia precaria e fragile. Si può perfettamente mostrare la storia di una ragione che si percepisce nella propria necessità, o meglio, di differenti forme di razionalità che si offrono nella loro necessità; e si può tracciare la trama di contingenze dalle quali emergono. I che non vuol dire, però, che tali forme di razionalità siano irrazionali, significa che esse riposano su una base di storia e di pratica umana; e che finché le cose sono fatte, possono anche disfarsi, non appena si conosca il modo in cui siano state fatte.71

Appare dunque essenziale comprendere la “logica” del montaggio. Inteso in questo modo, il ricorso alla storia ha una funzione liberatrice, in quanto, attraverso di essa, è possibile rimettere in discussione i giochi del vero e del falso vigenti nel momento presente. Fare la genealogia del potere comporta in primo luogo una presa di distanza dal problema trattato. Essa ci consente di liberarci dell’aspetto solenne e metafisico che la questione comporta, mostrando che “non è sempre stato così” e che il potere, in fondo “non è mai così necessario” come sembrerebbe far credere. La solennità con cui si presenta potrebbe non essere altro che una strategia per farsi accettare più facilmente, addomesticando preventivamente ogni possibilità di rivolta. Scetticismo radicale, dunque.

Foucault parte dal presupposto che “il potere ama nascondersi”. Per localizzarlo e metterlo in luce è quindi necessario partire dai casi-limite, immaginando che proprio attraverso di essi il suo funzionamento risulti più evidente. Egli analizza inizialmente le situazioni estreme, nelle quali la relazione di potere emerge con maggiore evidenza, permettendo di costituire un punto di confronto per l’analisi del potere disseminato in forme temperate all’interno dello spazio sociale. Per questo Foucault sceglie come primo oggetto di studio proprio la prigione. In Surveiller et punir egli analizza il “grado zero”, per così dire, del potere, cioè il luogo in cui esso si manifesta in modo più concentrato, la sua forma pura, astratta da ogni ostacolo. Ciò non significa che tutto il potere presente nella società sia di tipo carcerario. L’analisi della forma-limite ha il vantaggio di evidenziare quelle pratiche carcerarie (e cioè sperimentate e messe a punto all’interno della prigione e delle altre istituzioni “totali”) che invece sono presenti e funzionano all’interno della società senza suscitare alcuna reazione da parte degli individui che ne sono gli inconsapevoli oggetti. L’idea di una “società punitiva”72, cioè di una società interamente attraversata da tecniche di potere e forme di

razionalità carcerarie, è quindi il punto di partenza privilegiato.

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 35-39)