Norma di vita: Canguilhem

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 128-135)

P ENSARE UNA BIOPOLITICA AFFERMATIVA

4.5. Norma di vita: Canguilhem

1. L’individualità biologica viene quindi pensata come un’attività capace di istituire da sé la propria norma, grazie ad un perpetuo movimento di morfogenesi che si effettua nel processo di individuazione. Nella sua opera principale, Il normale e il patologico, Canguilhem aveva affrontato diffusamente questo problema, considerato a partire (come indica il titolo stesso) dall’opposizione tra lo stato normale e lo stato patologico all’interno di un organismo. Nei due concetti, secondo Canguilhem, - ed è la tesi centrale del libro - non è contenuta alcuna determinazione essenziale, che possa essere espressa in termini quantitativi: «Non esistono fatti normali o patologici in sé. L’anomalia o la mutazione non sono in se stesse patologiche. Esse esprimono altre possibili norme di vita. Se queste norme sono inferiori, quanto a stabilità, a fecondità, a variabilità di vita, alle norme specifiche precedenti, esse verranno dette patologiche. Se eventualmente queste norme si rivelano, nello stesso ambiente, equivalenti, o in un altro ambiente superiori, verranno dette normali. Esse trarranno la propria normalità dalla propria normatività. Il patologico non è l’assenza di norma biologica, bensì una norma altra ma respinta per comparazione dalla vita»315. Canguilhem

immagina alla base della vita un meccanismo di selezione capace di discriminare le norme efficienti, che permettono cioè lo sviluppo del vivente, dalle altre. Ogni vivente, in quanto tale, è detentore di una propria norma specifica di funzionamento, che lo espone quotidianamente alla prova dell’ambiente esterno. Il patologico è, in definitiva, una norma con meno possibilità di sopravvivenza, in quanto possiede un minor margine di variazione. La normalità corrisponde quindi alla normatività biologica, la quale garantisce la possibilità della sopravvivenza all’interno di un

314 G. Simondon, L’individu et sa genèse physico-biologique, cit., pp. 10-11. 315 G. Canguilhem, Il normale e il patologico, cit., p. 114.

ambiente ostile, ed è resa possibile dalla sua capacità di variare la propria norma in relazione ad esso. Normale e patologico, in questo senso, sono considerate da Canguilhem come delle valutazioni espresse dalla vita stessa. Questa concezione non-ontologica della malattia e della salute tende a rappresentare questi concetti come differenti “forme” di vita, differenti “andamenti” vitali.

A questo livello analitico, Canguilhem introduce un suo concetto originale di “vita”, intesa in primo luogo come polarità: «la vita è polarità e proprio per questo istituzione inconscia di valore; in breve... la vita è di fatto un’attività normativa. Per normativo si intende in filosofia ogni giudizio che consideri o qualifichi un fatto in relazione a una norma, ma questo tipo di giudizio è in fondo subordinato a quello che istituisce delle norme. Ed è in questo senso che noi proponiamo di parlare di una normatività biologica»316. Ciò significa che in ogni individualità biologica è possibile

rinvenire qualcosa come una “norma individuale”, l’espressione di un giudizio della vita nella forma di un vivente singolare. Salute e malattia diventano allora giudizi di valore, e non giudizi scientifici: «la malattia è un giudizio di valore virtuale»317, dice Canguilhem, specificando che «È in

rapporto alla polarità dinamica della vita che si può qualificare come normali dei tipi o delle funzioni. Se esistono delle norme biologiche, è perché la vita, essendo non solo sottomissione all’ambiente ma anche istituzione del proprio ambiente, pone proprio in tal modo dei valori non soltanto nell’ambiente ma anche nello stesso organismo. È ciò che chiamiamo la normatività biologica»318.

Questo concetto è per noi fondamentale, in quanto ci consente di ripensare la questione della biopolitica affermativa. Se ogni vivente, in quanto individualità biologica, è colui che impone all’ambiente una propria norma, strutturandolo in ragione dei suoi bisogni, allora forse è possibile intravedere una linea di fuga tra le maglie dei biopoteri. Grazie a questo concetto, è forse possibile ripensare il dispositivo del biopotere come un sistema a doppia entrata, strutturante la soggettività, ma anche strutturato da essa, configurato in vista di un fine individuale. Lo stesso Esposito ha intravisto nel concetto di “norma di vita” una possibile alternativa nei confronti della normalizzazione: «È da lì, da quella “norma di vita”, che occorre ancora oggi ripartire – egli afferma – non solo per restituire ai due termini tutta la ricchezza del significato originario, ma anche per invertire la relazione reciprocamente distruttiva istituita tra essi. [Al] dispositivo di normativizzazione della vita va contrapposto un tentativo di vitalizzazione della norma»319.

Esposito, in base alla “regola d’immanenza” posta da Foucault nella Volonté de savoir, ricerca le forme di resistenza sullo stesso livello operativo delle tecnologie di potere; occorre dunque «pensare la norma insieme alla vita – non sulla vita e neanche a partire dalla vita, ma nella vita,

316 Ivi, p. 96. 317 Ivi, p. 93. 318 Ivi, p. 189.

vale a dire nella costituzione biologica dell’organismo vivente»320. Il fine della norma di vita è

definito chiaramente: essa è «la regola immanente che la vita dà a se stessa per raggiungere il punto massimo della sua espansione»321. A queste affermazioni occorrerebbe evitare di attribuire una

colorazione “spinozista”. Il riferimento, neanche troppo nascosto, di Canguilhem è Nietzsche. Il concetto di “volontà di potenza”, così come si definisce nei Frammenti postumi, viene rielaborato da Canguilhem e re-introdotto nella teoria della vita322.

Il problema della norma costituisce per Canguilhem l’occasione per un ripensamento della relazione tra individuo e ambiente attraverso una riflessione sul concetto di salute: «La salute è un margine di tolleranza nei confronti delle infedeltà dell’ambiente» poiché «il vivente qualificato vive in un mondo di oggetti qualificati, esso vive in un mondo di eventi possibili. Nulla avviene per caso, ma tutto capita sotto forma di evento. In ciò l’ambiente è infedele. La sua infedeltà è proprio il suo divenire, la sua storia» afferma Canguilhem, sottolineando che «Essere sano non significa soltanto essere normale in una situazione data, ma anche essere normativo, in quella situazione e in altre situazioni eventuali. Ciò che caratterizza la salute è la possibilità di oltrepassare la norma che definisce il normale momentaneo, la possibilità di tollerare infrazioni alla norma abituale e di istituire norme nuove in situazioni nuove»323. La salute è quindi concepita da Canguilhem come una

vera e propria forma di “assicurazione sulla vita” (e della vita), che le garantisce di affrontare i rischi sempre nuovi che l’esistenza stessa comporta (le infedeltà dell’ambiente). In questo senso, la vita è presentata come un divenire imprevedibile che espone continuamente il vivente al rischio della mutazione o della morte.

Questo concetto di salute, così come appare in Il normale e il patologico, non è assolutamente declinato in senso auto-conservativo, in quanto il suo obiettivo non è il mantenimento della norma. Custodire invariata una medesima norma è segno di debolezza, in quanto rende la vita incapace di esprimere il suo potenziale dinamico, che ha bisogno, per conservarsi efficiente, di una stimolazione continua324. Vivere significa quindi affrontare sempre

320 Ivi, p. 205. 321 Ivi, p. 204.

322 Le Blanc nota in queste affermazioni di Canguilhem il punto della sua massima vicinanza a Nietzsche: «La creazione

dei valori sottintende l’affermazione della vita. È precisamente ciò a cui Nietzsche giunge quando cerca nella Volontà

di potenza di pensare la vita come forza di incorporazione, facendo della nutrizione uno dei mezzi essenziali del vivente

che non può comprendersi che a partire dalla sua creazione intesa come scelta e completamento della scelta. Così la vita è in se stessa, secondo Nietzsche, creazione di valore» (G. Le Blanc, Canguilhem et les normes, Paris, P.U.F., 1998, p. 57).

323 G. Canguilhem, Il normale e il patologico, cit., pp. 160-162.

324 Su questo punto Le Blanc ha notato una differenza di orientamento di fondo, che separa Canguilhem da Goldstein sul

valore dinamico da attribuirsi al concetto di “normale”. Per Goldstein infatti normale sarebbe un individuo capace di mantenere una “regola di costanza” in grado di garantire la “stabilità relativa” del sistema. Canguilhem invece “oltrepassa la biologia di Goldstein” costruendo un nuovo concetto di normalità: «Mentre, per Goldstein imbavaglia l’attività organica secondo una struttura di mantenimento, norma in espansione ma tuttavia delimitata, per Canguilhem al contrario, non c’è forma che non sia debordata da una forza vitale. La normatività corrisponde esattamente a questo eccesso della forza sulle forme che costringe ad un rinnovamento, salvo normatività ristretta come nel caso della malattia, sia limitazione ad una forma dominante. Goldstein mantiene l’individuo biologico nei limiti di una totalità

nuovi rischi. La migliore norma di vita è allora quella in grado di tollerare il maggior numero di sollecitazioni e di variazioni ambientali, così da adattarsi a differenti andamenti della vita. È probabilmente proprio questo il concetto di Canguilhem che più risente dell’influenza di Nietzsche. Canguilhem afferma che è soltanto «comprendendo come la vitalità organica si sviluppi nell’uomo in plasticità tecnica e in avidità di dominio dell’ambiente» che potremmo accedere ad una definizione del fenomeno vitale nel suo insieme. La salute viene allora definitivamente compresa come «un sentimento di assicurazione nella vita che non si attribuisce da sé alcun limite. Valere, da cui “valore”, significa in latino “stare bene”. La salute è un modo di affrontare l’esistenza sentendosi non soltanto possessori o portatori ma, al bisogno, creatori di valore, instauratori di norme vitali»325. La filosofia biologica della norma si presenta quindi come una filosofia dei valori

vitali.

2. Questa prima “filosofia della vita” espressa da Canguilhem viene integrata e rinnovata nei suoi contenuti nella seconda edizione del saggio sul Normale e il patologico, che comprende anche gli scritti del periodo 1963-‘66. A distanza di vent’anni dalla pubblicazione della propria tesi di dottorato, Canguilhem ritorna sulla questione della norma, trasponendola questa volta all’ambito sociale. Egli non intende questo déplacement come un cambiamento di oggetto. Quello che si tratta di cambiare è il “punto di vista” sul fenomeno vitale, considerandolo dal lato dell’influenza dell’ambiente, e quindi della normalizzazione.

Questo movimento interno al pensiero di Canguilhem è stato rilevato da Guillaume Le Blanc, il quale ha sottolineato che «Due modelli teorici possono essere convocati per sostenere una tale affermazione; il modello del radicamento delle norme sociali nelle norme vitali che presuppone che il vivente umano prolunghi, nelle attività che gli sono proprie, la dinamica della vita; il modello della produzione che considera che la vita umana è originale e che essa produce a questo titolo una ridefinizione dell’idea stessa di vita. Canguilhem ha a poco a poco percepito l’insufficienza del primo modello e formulato i termini del secondo modello. È possibile far risalire una tale rottura nella filosofia di Canguilhem al 1966. Quando appare Le normal et le pathologique, L’essai sur

quelques problèmes concernant le normal et le pathologique, libro pubblicato nel 1943, non forma

più che la prima parte del nuovo libro. La seconda parte “Nouvelles réflexions concernant le normal et le pathologique”, contiene un testo che si intitola “Du social au vital”, sottolineando nel titolo

organica normativa mentre l’individuo è rapportato per Canguilhem ad un’attività prima sempre all’opera negli scarti creatori. Il vivente è allora attraversato da un’attività il cui nervo è la capacità individualizzante e propriamente creatrice della normatività. Canguilhem opera un ribaltamento. La normalità dell’individuo assicurata dalle norme di regolazione e di centrazione presuppone, a monte, una normatività individuale resa possibile da delle creazioni di scarti, da delle invenzioni di norme» (G. Le Blanc, La vie humaine. Anthropologie et biologie chez Georges Canguilhem, Paris, P.U.F., 2002, p. 39).

325 Ivi, p. 165. Per un approfondimento sul concetto di salute in Canguilhem cfr. Id., Scritti sulla medicina, Torino,

stesso l’impossibilità di partire dalla vita per andare verso l’uomo sociale e sottolineando al contrario quanto una definizione antropologica della vita affermata nel riconoscimento dell’originalità sociale»326. Le Blanc non vede, pertanto, nella riproblematizzazione interna al

pensiero di Canguilhem qualcosa come una “seconda filosofia”, ma ritrova un tentativo di ridefinizione del proprio concetto iniziale ottenuto attraverso una moltiplicazione delle prospettive sul fenomeno stesso. Come abbiamo anticipato nel capitolo precedente, a nostro avviso è possibile inscrivere la riflessione di Foucault sul biopotere nella concettualizzazione aperta da Canguilhem a proposito della filosofia biologica. A partire dalla seconda edizione del Normale e il patologico, Canguilhem si propone programmaticamente di testare la portata del suo concetto di norma in relazione all’ambito del sociale, considerato come un ambiente artificiale e strutturato di vita, e inerente ad essa. Nonostante la convergenza iniziale, cercheremo di dimostrare che i percorsi di Canguilhem e di Foucault si separano rapidamente, fino a diventare punti di vista opposti.

In questo “secondo momento” della sua riflessione, Canguilhem attribuisce un potere creatore, non soltanto alla vita, ma anche al fatto sociale. Non è più la vita quindi che può ergersi a giudice dell’ordine sociale vigente, perché anche a quest’ultimo viene attribuita da Canguilhem una capacità di metamorfosi ed un potenziale di innovazione. Si delinea in questo modo un punto di vista differente sui rapporti tra vita e ambiente, organico e inorganico. La vita, immettendo nel mondo il proprio giudizio di valore, rende il mondo significativo per la vita. Il mondo tecnico non rappresenta più un “prolungamento” della vita, ma viene pensato come “produzione stessa della vita”, senso e valore. Per Canguilhem non esiste una “innocenza biologica”. Se il sociale è un prodotto della vita, in quanto si configura in base alle esigenze ed ai bisogni ad essa inerenti, allora non dev’essere compreso come un che di “artificiale”, ma come emanazione stessa della vita. Al sociale, in questo senso, non pertiene più quella funzione creativa soltanto “di secondo grado” che gli veniva attribuita dalla prospettiva della normatività biologica, ma diventa, esso stesso, “creazione” della vita.

Il “secondo” Canguilhem dice di volersi permettere “qualche incursione nella società”, conservando sempre “lo sguardo rivolto all’organismo”. La sua modestia non gli consente di presentarsi come un teorico della società. Egli, da questo punto di vista, rimane uno storico della scienza ben attento a non estendere oltre misura i propri risultati. Per questo motivo, le sue posizioni indicano solamente i problemi da risolvere, riservando ad altri, più competenti, il compito di sottoporli a verifica empirica. Nello scritto Dal sociale al vitale egli chiarisce il concetto di

normalizzazione così come si effettua nel campo sociale, per esempio nelle istituzioni pedagogiche

o ospedaliere: «Tanto la riforma ospedaliera quanto la riforma pedagogica esprimono un’esigenza di razionalizzazione che si profilava anche in politica, così come essa si profilava in economia sotto l’effetto della nascente automazione industriale, e che sfociò infine in ciò che in seguito è stato chiamato normalizzazione»327. Canguilhem specifica che «normalizzare, significa imporre

un’esigenza a un’esistenza»328. La normalità, nella pratica di normalizzazione, è imposta in maniera

coercitiva, sottomettendo la resistenza degli individui. Il potere della norma opera attraverso la razionalizzazione, che si presenta essenzialmente come una riduzione di complessità. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, Canguilhem delinea, servendosi del concetto di normalizzazione, alcuni aspetti che verranno ripresi e sviluppati da Foucault nel corso degli anni ‘70. Egli afferma che «l’esperienza di normalizzazione è esperienza specificamente antropologica e culturale»329 che riguarda, in forme diverse, tutti gli individui; ma è anche un’esperienza che nelle

nostre società si è estesa in maniera capillare: «Si comincia con le norme grammaticali, per finire con le norme morfologiche degli uomini e dei cavalli ai fini della difesa nazionale, passando per le norme industriali e igieniche». Notiamo che proprio a partire dalle norme igieniche, e dalla medicalizzazione della società, Foucault delinea i contorni del paradigma biopolitico. Canguilhem continua sottolineando che «La definizione di norme igieniche suppone l’interesse accordato, da un punto di vista politico, alla salute delle popolazioni considerata statisticamente, alla salubrità delle condizioni di esistenza, all’estensione uniforme dei trattamenti preventivi e curativi messi a punto dalla medicina»330. In questo testo, che ci sembra cruciale per istituire un confronto tra le posizioni

sul biopotere espresse da Canguilhem e da Foucault, Canguilhem si spinge fino a delineare il sistema della «normalizzazione dei bisogni per via di persuasione pubblicitaria»331. La

normalizzazione viene descritta come un processo che coinvolge una serie di norme differenti (tecniche, economiche, giuridiche) che si richiamano le une alle altre formando un sistema. Canguilhem dunque, nei testi aggiunti nel 1966, abbozza soltanto le linee di un possibile sistema di normalizzazione. Foucault darà una consistenza storica a queste ipotesi, esaminandone i concreti meccanismi di funzionamento.

3. Foucault e Canguilhem mostrano di condividere la medesima posizione relativamente alla diagnosi dell’attualità. Ciò che li divide è la rispettiva valutazione dei processi in corso. Ci pare infatti che l’assunto più originale del secondo Canguilhem sia costituito dall’intenzione di revocare la posizione che aveva caratterizzato l’inizio della sua riflessione sulla normalizzazione. Egli infatti,

327 G. Canguilhem, Il normale e il patologico, cit., p. 199. 328 Ivi, p. 201

329 Ivi, p. 206. 330 Ivi, pp. 207-208. 331 Ivi, p. 209.

nel 1966 non ritiene più di dover esaltare unilateralmente la componente “vitale” del rapporto macchina/organismo, ma al contrario, attribuisce una specie di originalità anche al fatto sociale. Quest’ultimo non esiste più come funzione secondaria e subordinata nei confronti della vita, ma viene ripensato come espressione di “esigenze” della vita stessa. La società non è un artificio, ma una allure della vita, un suo prolungamento. Ecco allora che, di fronte alla normalizzazione, Canguilhem imbocca una strada divergente rispetto a quella che deciderà di seguire Foucault. La distanza che separa adesso le due posizioni può essere colta in questa frase di Canguilhem: «a ben guardare, la normalizzazione dei mezzi tecnici dell’educazione, della salute, dei trasporti di persone e di merci, è l’espressione di esigenze collettive il cui insieme, anche in assenza di una precisa coscienza da parte degli individui, definisce in una società storica data il suo modo di riferire la propria struttura, o forse le proprie strutture, a ciò che essa stima essere il proprio singolare bene... Una norma trae il proprio senso, la propria funzione e il proprio valore dal fatto che fuori di essa esiste ciò che non risponde all’esigenza da cui essa dipende»332. In base a queste posizioni,

diametralmente opposte a quelle di Foucault, è possibile rinvenire in Canguilhem una risoluzione affermativa della questione della norma, in quanto quest’ultima non possiede esclusivamente un significato coercitivo, ma è costituita anche dal risultato di una negoziazione dei bisogni individuali portata avanti in modo non normato dai soggetti stessi.

Foucault e Canguilhem dimostrano di condividere le medesime tesi di fondo sulla specificità del vivente e sulla normalizzazione, ma sviluppano la propria riflessione in direzioni differenti, che si trovano inscritte e sono riconducibili, in ultima istanza, alle rispettive posizioni sul “vitalismo”. Possiamo certamente sottoscrivere le posizioni di Le Blanc sugli esiti dei due tipi di riflessione, esiti che divergono proprio sulla possibilità dello “scarto” rispetto alla norma: «Mentre lo scarto rappresenta una possibilità (storicamente definita all’interno della società disciplinare) di oblio o di interruzione del processo normalizzatore per Foucault, lo scarto diviene con Canguilhem una possibilità costante di rinnovamento delle norme da parte del soggetto. Mentre il soggetto è

normalmente compreso da Foucault a partire dall’assoggettamento ed eccezionalmente a partire dalla soggettivazione, il soggetto per Canguilhem, che sia un individuo, un gruppo o una società, è compreso attraverso la sua capacità normativa permanente della soggettivazione. L’invenzione di

sé, forma teorica, pratica, storica, rara con Foucault, resta per Canguilhem il fondo permanente attraverso cui una soggettività si afferma soggetto delle proprie norme»333.

332 Ivi, pp. 200-201.

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 128-135)