Che cos’è il biopotere?

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 59-64)

L A POLITICA DELLA VITA

3.1. Che cos’è il biopotere?

1. Se il problema della libertà non è posto in relazione all’essenza umana, al diritto (in Foucault troviamo un esplicito rifiuto dei modelli giuridici), al libero arbitrio, qual è allora il campo concettuale entro cui viene posto ed elaborato? A questo punto, occorre analizzare la proposta positiva di Foucault, il biopotere, e definirne le categorie.

Innanzitutto, occorre notare che tra biopotere e potere sovrano sembra che Foucault stabilisca un doppio legame, di continuità e di discontinuità ad un tempo, facendo valere contemporaneamente entrambe le ipotesi interpretative124. Nella Volonté de savoir infatti

prevalgono gli aspetti di continuità, mentre nei corsi al Collège de France Foucault sembra propendere per una compresenza tra i due poteri seguita da un lento processo di differenziazione.

1) Nel primo volume della Histoire de la sexualité, Foucault presenta il biopotere come un potere radicalmente differente rispetto al potere sovrano. Per marcare la discontinuità tra le due forme di potere, egli prende l’esempio della manifestazione più estrema della sovranità: il diritto di vita e di morte. Nelle società dell’ancien régime questo diritto è nei fatti – dice Foucault – «un diritto di far morire o di lasciar vivere»125; nella nascente società disciplinare invece «Si potrebbe dire che al

vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte»126. Con questa affermazione Foucault sembra voler enfaticamente sottolineare la

differenza tra un potere che si esercita nella forma negativa ed un altro, totalmente differente e addirittura opposto, che persegue invece un effetto positivo. Il potere sovrano, come abbiamo visto

124 Esposito nota che Foucault «oscilla tra un’attitudine continuista ed un’altra più incline a marcare soglie differenziali»

(R. Esposito, Bíos, cit., p. XIII).

125 VS, p. 178. 126 VS, p. 181.

precedentemente, si manifesta soprattutto come istanza di prelievo e fissazione di limiti. Esso è “anti-energia”, vieta e censura. Il potere sulla vita, al contrario, è un potere che produce, plasma delle attitudini, persegue un potenziamento delle forze del corpo al fine di convertirle in forza economica. In un regime di bio-potere l’antico diritto, privilegio del sovrano, perde la propria ragione di essere. Il potere si è dato altri obiettivi, il più importante dei quali è la protezione attiva della vita. La vita di tutti e di ciascuno diventa un oggetto di pertinenza dello Stato, che si incarica di gestirla razionalmente. Questa operazione è dipesa dall’innesto di nuovi meccanismi di controllo immanenti alla popolazione, tesi a regolare il corretto svolgimento dei processi vitali. Questo nuovo potere agisce non in riferimento ad un paradigma di sovranità o al sistema dei diritti, ma secondo una giustificazione scientifica costituita dalla norma. Il biopotere è infatti un potere-sapere, che trova la propria veridizione nei saperi bio-medici. Occorre ora far rispettare una norma in grado di funzionare all’interno di un determinato “regime di verità”.

2) Nel corso al Collège de France del 1978 Foucault offre una differente ricostruzione dei rapporti tra sovranità e biopotere, privilegiando gli aspetti di continuità e di sovrapposizione tra le due forme di potere. Sarà questa seconda ipotesi ermeneutica ad avere la meglio. Egli afferma infatti che il sistema legale e quello costituito dal biopotere (le discipline e i meccanismi di sicurezza), «non si succedono dunque gli uni agli altri, quelli che emergono non fanno sparire quelli che li precedono. Non esiste un’età legale, un’età disciplinare e un’età di sicurezza. I meccanismi di sicurezza non prendono il posto dei meccanismi disciplinari che avrebbero a loro volta sostituito i meccanismi giuridico-legali. Si tratta in realtà di una serie di edifici complessi in cui ciò che cambia, oltre alle stesse tecniche, destinate a perfezionarsi e a divenire sempre più complicate, è soprattutto la dominante o, più esattamente, il sistema di correlazione tra i meccanismi giuridico-legali, disciplinari e di sicurezza. In altri termini si avrà una storia delle tecniche propriamente dette... non c’è una successione legge-disciplina-sicurezza, ma... la sicurezza è una certa maniera di aggiungere, e far funzionare, oltre ai propri meccanismi, anche le antiche armature della legge e della disciplina»127. Possiamo quindi affermare che, nonostante l’indecisione iniziale, a partire dal 1978

Foucault decide per la seconda ipotesi ermeneutica, privilegiando l’attitudine continuista.

2. Ma che cos’è, concretamente, il biopotere? Nella Volonté de savoir Foucault ne chiarisce le condizioni di funzionamento:

Concretamente, questo potere sulla vita si è sviluppato in due forme principali a partire dal XVII secolo; esse non sono antitetiche; costituiscono

piuttosto due poli di sviluppo legati da tutto un fascio intermedio di relazioni. Uno dei poli, il primo sembra ad essersi formato, è stato centrato sul corpo in quanto macchina: il suo dressage, il potenziamento delle sue attitudini, l’estorsione delle sue forze, la crescita parallela della sua utilità e della sua docilità, la sua integrazione a sistemi di controllo efficaci ed economici, tutto ciò è stato assicurato da meccanismi di potere che caratterizzano le discipline: anatomo-politica del corpo umano. Il secondo, che si è formato un po’ più tardi, verso la metà del XVIII secolo, è centrato sul corpo-specie, sul corpo attraversato dalla meccanica del vivente e che serve da supporto ai processi biologici: la proliferazione, la nascita e la mortalità, il livello di salute, la durata di vita, la longevità con tutte le condizioni che possono farle variare; la loro assunzione si opera attraverso tutta una serie d’interventi e di controlli regolatori: una bio-politica della

popolazione. Le discipline del corpo e le regolazioni della popolazione

costituiscono i due poli intorno ai quali si è sviluppata l’organizzazione del potere sulla vita. La creazione, nel corso dell’età classica, di questa grande tecnologia a due facce – anatomica e biologica, agente sull’individuo e sulla specie, volta verso le attività del corpo e verso i processi della vita – caratterizza un potere la cui funzione più importante ormai non è forse più di uccidere ma d’investire interamente la vita128

Il biopotere è quindi innanzitutto un potere sulla vita, e si manifesta attraverso due “tecnologie politiche” differenti, che hanno come correlativo tutto un campo di realtà. La prima, sviluppata a partire dalla metà del XVII secolo, si applica al corpo-macchina, perseguendo una vera e propria meccanizzazione del corpo, mentre la seconda, sviluppatasi durante il XVIII secolo, opera sul corpo inteso come organismo, corpo-specie. In via preliminare, potremmo fare nostra la definizione di biopotere offerta da Foucault durante la prima lezione del corso del 1978: «il biopotere: una serie di fenomeni di un certo rilievo, ovvero l’insieme dei meccanismi grazie ai quali i tratti biologici che caratterizzano la specie umana diventano oggetto di una politica, di una strategia politica, di una strategia generale di potere. In altri termini, si tratta di capire in che modo la società, le società occidentali moderne, a partire dal XVIII secolo, si siano fatte carico dei dati biologici essenziali per cui l’essere umano si costituisce in specie umana. È il fenomeno che chiamo genericamente biopotere»129. Il biopotere viene presentato come una forma di potere che si è costituita

storicamente, all’interno delle società europee moderne, in funzione di due obiettivi differenti: il dettaglio, preso in carico dai sistemi disciplinari analizzati da Foucault in Surveiller et punir, e la massa, trattata dai controlli regolatori studiati nella Volonté de savoir. Possiamo affermare che il campo di esercizio del biopotere va dall’infinitamente piccolo, gli aspetti microscopici della condotta, all’analisi delle popolazioni nel loro insieme, in modo da investire la vita degli esseri umani in tutte le sue manifestazioni.

128 VS, pp. 182-183. 129 STP, p. 3.

Se il potere moderno si è sviluppato a queste condizioni e alla ricerca di questi obiettivi - la correlazione tra individualizzazione e totalizzazione -, allora, dice Foucault, «bisognerà parlare di “bio-politica” per designare quel che fa entrare la vita ed i suoi meccanismi nei campo dei calcoli espliciti e fa del potere-sapere un agente di trasformazione della vita umana»130. Il paradigma

biopolitico rappresenta quindi il campo razionale in cui opera il potere, ed è costituito dalla serie di oggetti sui quali effettivamente può intervenire. Si tratta di un campo metastabile, in continua variazione, in quanto risultato di un insieme di tattiche locali che, connettendosi le une alle altre, finiscono per concentrarsi in una strategia d’insieme. Questa strategia si incarica di prendere in gestione i processi biologici appartenenti ad una popolazione determinata all’interno di un territorio. Il termine biopolitica designa dunque una strategia complessa (basata su calcoli razionali e modelli statistici di previsione) che si incarica della gestione del “vivente”, e funzionante attraverso specifiche tecnologie (disciplina, dispositivi di regolazione) e specifiche forme di sapere (medicina, biologia, tattica).

Biopotere e biopolitica non devono quindi essere assunti come sinonimi: il primo designa la tecnologia politica, i metodi e le tecniche che concretamente sono rivolte alla manipolazione della vita degli uomini; la biopolitica invece designa il campo di intervento e le forme di razionalità che presiedono al funzionamento dei biopoteri. Non sarebbe, tuttavia, nemmeno corretto pensare il biopotere al singolare, dato che Foucault ha rifiutato programmaticamente l’elemento trascendente nell’analisi del potere. Si dovrebbe, a rigore, parlare di biopoteri, così da sottolinearne la molteplicità, tenendo presente che queste forme singolari tendono ad essere riassorbite ed integrate ad un numero limitato di strategie e di linee di penetrazione, razionalizzate e coordinate tra loro131.

Il biopotere è quindi un potere essenzialmente normalizzatore. Questa considerazione ci porterà, nel prossimo capitolo, a considerare il fondamentale rapporto che lega Foucault alla figura di Georges Canguilhem, il quale ha dedicato gran parte della propria ricerca, nel campo dell’epistemologia e della filosofia della scienza, alla definizione del concetto di “norma”. Riteniamo infatti, e questo sarà un punto di metodo sul quale dovremmo ritornare, che l’intera concezione foucaultiana del biopotere e della biopolitica non sia pensabile senza il fondamentale apporto di Canguilhem. L’intera riflessione di Foucault sul biopotere necessita dunque di essere contestualizzata nel solco della tradizione aperta da Canguilhem negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. Fin dal corso sugli anormali Foucault afferma il proprio debito nei confronti di colui che considera come un vero e proprio maestro132:

130 VS, p. 188.

131 Sulla definizione di biopotere cfr. M. Donnelly, Des divers usages de la notion de biopouvoir, in Michel Foucault

Philosophe, cit., pp. 230-235.

132 Didier Eribon, nella sua importante e documentata biografia di Foucault, riporta il testo di una lettera scritta da

Foucault a Canguilhem nel 1965, che ci sembra indicativa sulla natura del rapporto che legava i due studiosi: «Quando ho incominciato a lavorare, dieci anni fa – scrive Foucault -, non conoscevo né lei né i suoi libri. Quello che ho fatto in

Vorrei in conclusione rinviarvi – afferma Foucault nella lezione del 15 gennaio 1975 – ...a un passo che potete trovare nella seconda edizione del libro di Canguilhem su Le normal et le pathologique... In questo testo, in cui si affronta la questione della norma e della normalizzazione, si trovano alcune idee che mi sembrano storicamente e metodologicamente feconde. Da un lato, il riferimento ad un processo generale di normalizzazione sociale, politica e tecnica, che vediamo svilupparsi nel XVIII secolo, e che produce i suoi effetti nell’ambito dell’educazione, con le scuole normali; nell’ambito della medicina, con l’organizzazione ospedaliera; e poi, nell’ambito della produzione industriale e, senza dubbio alcuno, anche nell’ambito dell’esercito. C’è dunque, nel corso del XVIII secolo, un processo generale di normalizzazione e una moltiplicazione dei suoi effetti sull’infanzia, l’esercito, la produzione. Nello stesso testo cui faccio riferimento, trovate anche l’idea, a mio avviso importante, che la norma non si definisce affatto nei termini di una legge naturale, ma a seconda del ruolo disciplinare o coercitivo che è capace di esercitare negli ambiti cui si rivolge. La norma, di conseguenza, è portatrice di una pretesa di potere. La norma non è un principio di intelligibilità; è un elemento a partire dal quale un determinato esercizio del potere si trova fondato e legittimato. Concetto polemico – dice Canguilhem. Forse si potrebbe dire politico. In ogni caso - ed è questa la terza idea che mi sembra importante – la norma porta con sé, al tempo stesso, un principio di designazione e un principio di correzione. La norma non ha per funzione quella di escludere, di respingere. Al contrario, essa è sempre legata ad una tecnica positiva di intervento e di trasformazione, a una sorta di progetto normativo. Vorrei dunque cercare di mettere in opera storicamente questo insieme di idee, questa concezione che è al contempo positiva, tecnica e politica della normalizzazione133

Foucault qui si riferisce alla seconda edizione della principale opera scritta da Canguilhem, Il

normale e il patologico, testo che segna anche il passaggio alla riflessione del “secondo”

Canguilhem, caratterizzata dalla volontà di mettere alla prova del sociale le posizioni maturate in ambito biologico. Egli infatti, dopo aver analizzato il concetto di “norma” nella storia della biologia, a partire dagli scritti del periodo 1963-‘66, estende le sue considerazioni anche al campo sociale. Il concetto di normalizzazione infatti intende spiegare la funzione coercitiva svolta dalla vita sociale, che sovrappone una propria norma artificiale, tecnica e razionalizzata, all’ordine naturale delle funzioni organiche. Gli individui che fanno parte di una società si trovano infatti piegati a ritmi, tempi e spazi che non posseggono alcuna relazione originaria rispetto alla loro individualità biologica. Vi è sempre un processo di adattamento, da parte dei singoli, alla norma che viene loro imposta dall’esterno. Canguilhem afferma che «Normare, normalizzare, significa

seguito, non avrei potuto farlo se non li avessi letti. Il mio lavoro in fondo porta la sua impronta. Non saprei dirle con precisione come, né esattamente dove, né in che spunto metodologico; lei deve però rendersi conto che anche e soprattutto le mie “controposizioni” (per esempio sul vitalismo) sono possibili soltanto grazie al lavoro svolto da lei, dal quadro analitico che lei ha introdotto, da quella “eidetica epistemologica” che lei ha inventato. In effetti la Clinica e ciò che segue vengono proprio da lì e forse vi sono interamente compresi. Bisognerà che un giorno ne stabilisca l’esatto rapporto» (D. Eribon, Michel Foucault, Milano, Leonardo, 1989, p. 141). Riprenderemo questa testimonianza nel prossimo capitolo.

imporre un’esigenza a un’esistenza» cioè «a un dato la cui varietà e la cui differenza si offrono, al

riguardo dell’esigenza, come un indeterminato ostile più ancora che estraneo. Concetto polemico, in effetti, è quello che qualifica negativamente il settore del dato che non rientra nella sua estensione, nel momento in cui esso sfugge alla sua comprensione»134. Va specificato che attraverso queste

posizioni Canguilhem non si propone un utopico ritorno all’origine, alla norma “naturale”. “Naturale” e “sociale” sono termini assolutamente privi di significato. Non vi è infatti alcun ordine essenziale legato alla “natura” umana, poiché essa è pensata da Canguilhem come assoluta differenza, creazione continua di nuove forme che non è possibile presupporre: «l’infrazione è non l’origine della regola, ma l’origine della regolazione. Nell’ordine del normativo, l’inizio è l’infrazione... L’esperienza delle regole è la messa alla prova, in una situazione di irregolarità, della funzione regolatrice delle regole. Ciò che i filosofi del XVIII secolo hanno chiamato stato di natura è l’equivalente razionalizzato dell’età dell’oro»135. Il biopotere, in quanto potere normalizzatore,

costituisce una forma di regolazione imposta dalla società all’organismo vivente, obbligandolo ad un determinato sviluppo. Occorre dunque abbandonare l’opposizione semplice, evitando di istituire un ipotetico conflitto tra natura e società. L’ordine naturale, non è infatti mai niente altro che un certo adattamento, tale fin dall’origine, dell’organismo alla forme di vita che trova già da sempre istituite nell’ambiente in cui si sviluppa. Come ha sostenuto P. Macherey, sia in Foucault che in Canguilhem non si esce dall’ordine della norma: «Se la norma non è esteriore al suo campo d’applicazione, non è soltanto... perché essa lo produce; ma è perché vi si produce essa stessa producendolo... In altri termini ancora, la norma non può essere pensata che storicamente, in rapporto con i processi che la effettuano. Qui, Foucault segue chiaramente la lezione di Canguilhem»136.

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 59-64)