Critica della libertà formale

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 46-49)

L A SOVRANITÀ COME SISTEMA DI PENSIERO

2.4. Critica della libertà formale

1. Ai fini del nostro discorso, che si concentra attorno al nucleo tematico costituito dalla problematica della libertà all’interno della riflessione di Michel Foucault, è necessario trarre fino in fondo le conseguenze del rifiuto della teoria giuridico-discorsiva portato avanti dal nostro autore. Foucault oppone il proprio concetto di libertà alla concezione giuridico-discorsiva della libertà. Occorre infatti ammettere che la categoria stessa di libertà ha seguito lo stesso destino delle altre categorie politiche della modernità. Il concetto classico di libertà, concepita come una proprietà o un diritto detenuti stabilmente da un soggetto, appare adesso inservibile. La libertà politica deve essere rimessa totalmente in discussione, in quanto, come Foucault stesso ha evidenziato, vi è stato uno scollamento tra il piano dei principi e quello dei fatti. Attraverso l’analisi dei testi di Foucault cercheremo, nel prosieguo di questo lavoro, di cogliere una nuova riflessione legata alla questione della libertà, intesa finalmente non come diritto, ma come pratica. Bisogna inoltre ammettere il fatto che, ricercando le definizioni del concetto di libertà all’interno dei testi o dei corsi tenuti da Foucault, ci si trova immediatamente di fronte ad una situazione paradossale. Egli si dimostra infatti

87 SP, p. 267. 88 STP, pp. 111-112.

un maestro nella “teologia negativa”, in quanto ci offre una serie di formulazioni atte ad indicare piuttosto ciò che la libertà non è89. Due formulazioni sono particolarmente significative:

La prima si trova in Surveiller et punir:

se, in modo formale, il regime rappresentativo permette che direttamente o indirettamente, con o senza sostituzioni, la volontà di tutti formi l’istanza fondamentale della sovranità, le discipline forniscono, alla base, la garanzia della sottomissione delle forze e dei corpi. Le discipline reali e corporali hanno costituito il sottosuolo delle libertà formali e giuridiche. Il contratto poteva ben essere postulato, come fondamento ideale del diritto e del potere politico; il panoptismo costituiva il procedimento tecnico, universalmente diffuso, della coercizione. Esso non ha cessato di operare in profondità nelle strutture giuridiche della società, per far funzionare i meccanismi effettivi del potere contro il quadro formale che questo si era dato. I “Lumi” che hanno scoperto le libertà, hanno anche inventato le discipline90

Con questa affermazione, che tradisce evidentemente una posizione critica nei confronti del programma riformatore portato avanti dai cosiddetti Idéologues illuministi, Foucault ci invita a considerare il fatto che dietro l’idealità del contratto sociale si celano una serie di processi di assoggettamento (di tipo disciplinare o securitario) che hanno costituito la contropartita di quanto il potere ha storicamente concesso in termini di libertà civili e politiche. Se non vengono messi in luce questi processi più profondi, ogni liberazione sarà vana. La concezione giuridico-discorsiva del potere induce a pensare alla libertà presupponendo un soggetto che è invece soltanto il risultato di tutta una serie di procedure di assoggettamento. Senza soggetti disciplinati e obbedienti, ovvero soggetti sottoposti ad un ininterrotto training in grado di ridurne la capacità di resistenza e di dissenso, le libertà formali non avrebbero potuto essere estese a tutta la società. Ciò significa, in definitiva, che è il potere a fungere da motore della libertà, e che non si dà, nelle società europee moderne, alcun tipo di libertà “selvaggia”.

Il rifiuto della teoria politica conduce Foucault a rivendicare apertamente la necessità del

nominalismo. La posizione nominalista sostiene che i concetti astratti, i termini di portata generale e

quelli che vengono chiamati gli “universali” non posseggono una propria esistenza autonoma, ma esistono soltanto come nomi, ed hanno un’esistenza, per così dire, post-rem, come convenzione verbale, a differenza degli oggetti fisici. Nel corso del 1979 Foucault è chiaro a questo proposito.

89 Nel corso inedito del 1980 egli era stato esplicito rispetto a questa caratteristica della sua riflessione affermando che il

lavoro teorico non consiste nello stabilire delle posizioni, ma, al contrario, nell’aprire campi di problematizzazione che ciascuno potrà percorrere liberamente, senza sentirsi vincolato ad una dottrina. Per questi motivi, dice Foucault, «io sono un teorico negativo» (cfr. lezione del 30-1-1980, in M. Foucault, Le gouvernement des vivants. Cours au Collège

de France. 1979-1980, IMEC-C62).

Egli afferma: «Io parto da una decisione, al tempo stesso teorica e metodologica, che consiste nel dire: supponiamo che gli universali non esistano; da qui in poi, sottopongo la questione alla storia e agli storici, a cui chiedo: è possibile scrivere la storia senza ammettere a priori che esistano cose quali lo stato, la società, il sovrano e i sudditi?... quello che vorrei mettere in atto... non interrogare gli universali, utilizzando come metodo critico la storia, bensì partire dalla decisione che afferma l’inesistenza degli universali per cercare di stabilire quale storia si può fare»91. Questa decisione di

nominalismo, si traduce, a proposito della questione della libertà, in una seconda affermazione:

la libertà non va considerata come un universale che presenterebbe, nel tempo, un compimento progressivo, o delle variazioni quantitative, o delle amputazioni più o meno gravi, degli occultamenti più o meno rilevanti. La libertà non è un universale che si particolarizza con il tempo e la geografia; non è nemmeno una superficie bianca con, qua e là e di tanto in tanto, delle caselle nere più o meno numerose. La libertà non è mai nient’altro - ma è già tanto – che un rapporto attuale tra governanti e governati: un rapporto in cui la misura del “troppo poco” di libertà che c’è, è data dall’“ancor più” di libertà che viene richiesta92.

Occorre dunque, secondo Foucault, assumere una posizione rigorosamente nominalista nei confronti dell’analisi del potere, rinunciando preliminarmente ai concetti tramandati dalla tradizione del pensiero politico moderno, in modo da essere liberi da qualsiasi presupposto concettuale capace di indirizzare l’analisi in una direzione precostituita. Ancora nel manoscritto del corso del 1983, egli rivendica la necessità di un deciso negativismo nominalista «poiché si tratta di sostituire a degli universali come la follia, il crimine, la sessualità l’analisi di esperienze che costituiscono delle forme storiche singolari»93. Essere nominalisti nei confronti della libertà vuol dire rifiutare di

presupporla, andandola a ricercare nelle connessioni concrete che via via si presentano all’analisi. Ciò significa, in definitiva, pensare la libertà come evento singolare, contingente, transitorio, mai dato una volta per tutte.

91 NB, p. 5. Cfr. anche É. Balibar, Foucault et Marx: l’enjeu du nominalisme, in Michel Foucault philosophe, cit., pp.

54-76.

92 NB, p. 64, corsivo nostro. 93 GSA, p. 7.

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 46-49)