La critica del discorso filosofico-giuridico

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 42-46)

L A SOVRANITÀ COME SISTEMA DI PENSIERO

2.3. La critica del discorso filosofico-giuridico

1. La microfisica del potere messa in luce da Foucault è irriducibile alla concettualità del potere sovrano. Foucault ha colto precocemente la crisi delle categorie politiche moderne, e lo ha fatto compiendo una serrata analisi della sovranità e del suo funzionamento. In questo senso, è illuminante il quadro offerto da C. Galli, che legge la crisi delle categorie politiche moderne come il passaggio dalla “mediazione” razionale costituita dal diritto, all’immediatezza di un potere che si esercita direttamente sulla vita. Da un potere trascendente, si tratta di pensare adesso un potere immanente:

Il pensiero politico del Novecento... [è] stato esposto a tensioni tanto gravi che nessuno dei concetti e delle forme politiche della tradizione moderna ha resistito alle sfide del XX secolo.

Così, lo Stato ha conosciuto metamorfosi della sua giuridica compattezza e certezza che lo hanno portato a essere prima “liberale”, in seguito “totale”, e infine “sociale”, e oggi largamente “residuale” rispetto ai flussi di potere sociale e economico che ormai scavalcano e by-passano la dimensione di mediazione razionale e istituzionale che allo Stato pertiene, e si presentano anzi come immediatezza; la rappresentanza del popolo ha cessato di avere il proprio snodo centrale nel parlamento e nella funzione legislativa, e si è spostata su forme carismatiche, plebiscitarie, virtuali, di legittimazione immediata dell’esecutivo, tanto nei totalitarismi quanto nelle liberaldemocrazie pluralistiche; lo stesso soggetto individuale, cuore della teoria politica moderna, si è trasformato da un Io trascendentale a un Io diviso e infine in un Io dominato e massificato nel conformismo; e le nuove soggettività politiche che nel secolo XX si sono affermate – la classe e la nazione – hanno a loro volta progressivamente perduto consistenza e capacità propulsiva, mentre ne sono sorte di nuove – le donne, i giovani, i migranti – che programmaticamente non presentano le caratteristiche ordinative di quelle tradizionali. Alla centralità del soggetto si è semmai sostituita quella del corpo e della vita, lungo un processo che vede la politica uscire dall’universo moderno della mediazione e presentarsi come potere immediato sulla vita di ciascuno.79

Tutte le categorie operative del pensiero politico moderno (Stato, rappresentanza, soggetto) mostrano, se confrontate con la realtà attuale, il loro esaurimento. La mediazione razionale costituita dal diritto è venuta lentamente meno. La legge non è più lo strumento esclusivo del potere sovrano. Ad essa si sono venute sovrapponendo, in un movimento lento e continuo, altre istanze, appartenenti ad un differente paradigma concettuale.

Nella Volonté de savoir Foucault afferma che, per darsi una nuova griglia di intelligibilità in rapporto ai fenomeni relativi al campo del potere, è necessario liberare preliminarmente proprio questo campo da altre teorie concorrenti, così da avere una diversa percezione di questo fenomeno: «In realtà – egli afferma – mi sembra che questa analitica non possa costituirsi che a condizione di far piazza pulita e di liberarsi di una certa rappresentazione del potere, quella che chiamerei... “giuridico-discorsiva”. È questa concezione che domina sia la tematica della repressione che la teoria della legge»80. I caratteri principali di questa teoria sono per Foucault “la relazione negativa”,

in quanto il potere assume la forma del limite attraverso un’azione di inibizione o di blocco, “l’istanza della regola”, perché esso viene identificato con il potere di stabilire la legge, e “l’unità del dispositivo”, visto che tutto il potere emanerebbe da un unico punto collocato all’interno dell’apparato dello stato o delle istituzioni e si esprimerebbe in forma giuridica. Potere-limite, potere-legge, potere-istituzione, sono questi i tre caratteri che vengono attribuiti alla teoria giuridico-discorsiva. Ora, per giustificare questo abbandono, Foucault adduce motivazioni che sono essenzialmente di carattere storico, affermando che le attuali forme statuali sono rimaste legate alle definizioni del potere in uso presso le monarchie amministrative da cui derivano. Queste stesse monarchie hanno avuto la loro origine in un momento ben preciso della storia del medioevo europeo: «la rappresentazione del potere è rimasta impigliata in questo sistema»81. Ma, afferma

Foucault, i teorici politici non hanno tenuto sufficientemente conto delle mutate condizioni storiche e sociali che nel frattempo si sono succedute, così che oggi ci troviamo di fronte a «meccanismi di potere completamente nuovi – probabilmente irriducibili alla rappresentazione del diritto»82, e da

questo minimamente contemplati. Questa concezione del potere caratterizza, secondo Foucault il pensiero politico moderno nel suo insieme: dal pensiero filosofico-giuridico del XVII secolo (Hobbes, Pufendorf) ai Philosophes illuministi del XVIII (Rousseau), fino al marxismo dei secoli XIX e XX (Marx, ma anche Reich e Marcuse). Ciò significa che l’analisi del potere rimane ancora tutta da fare. Bisogna dunque costruire «un’analitica del potere che non prenda più per modello e per codice il diritto» e, dandosi «un’altra teoria del potere, si tratta di formare contemporaneamente un’altra griglia di interpretazione storica; e, guardando da vicino un insieme di materiali storici, di

80 VS, p. 109. 81 VS, p. 116. 82 VS, p. 117.

avanzare a poco a poco verso un’altra concezione del potere»83. Enfaticamente, Foucault osserva

che occorre “tagliare la testa al re”, ossia pensare il potere affrancandosi dalla tirannia dell’uno, così da individuare la molteplicità tattica dei meccanismi che lo sostengono84.

2. Vediamo rapidamente quali sono i principali punti di frizione tra la teoria giuridico-discorsiva e l’analisi del potere intrapresa da Foucault.

1. Potere-limite / potere-illimitato. Innanzitutto, la teoria giuridico-discorsiva fa appello quasi esclusivamente alla forma del contratto come istanza capace di attuare la mediazione tra lo stato e gli individui. La teoria classica presuppone dunque un potere esercitato in seguito ad un consenso e istituito interamente nei limiti di esso. Il potere in quanto tale, è pensato dagli

Idéologues come completamente trasparente, accettato da coloro sui quali si esercita fin nei

suoi estremi. In base a questa “finzione” condivisa, viene creato tutto un quadro di mediazioni razionali attraverso la politica, e quindi una cornice di limiti formali, che trova come contrappeso i diritti dei cittadini. L’armamentario dei diritti civili si configura come il contro-potere per eccellenza, un’armatura protettiva di cui gli individui dispongono nei confronti degli abusi del potere del sovrano, poiché il diritto si pone come mediazione consensuale tra i due. Foucault mette in discussione interamente questo edificio teorico, affermando che invece ci troviamo, fin dalla prima modernità, di fronte ad un potere che non rispetta più limite alcuno, e fa presa direttamente sui corpi e sulle vite, un biopotere quindi, che non può essere ritradotto all’interno delle categorie della sovranità senza lasciar fuori un’eccedenza. Il “disciplinare” è proprio questa eccedenza, questo surplus di potere, che ha acquistato un’importanza reale sempre maggiore in seno alle nostre società. Per il potere inteso come rapporto di forze, come abbiamo visto precedentemente, non si pone affatto il problema del limite. Esso si esercita fino a quando lo può fare; il limite, in un certo senso, è la sua potenza stessa, il potere di penetrazione e la forza di cui dispone. Foucault mette quindi in evidenza il carattere di immediatezza che costituisce la vera novità del potere moderno. Questo potere immediato, sulla vita, capace di aggirare i diritti degli

83 VS, p. 120.

84 Abbandonando il discorso filosofico-giuridico, per Foucault si tratta di mettere in discussione la sua stessa logica

interna, la dialettica hegeliana. Nel corso del 1979 Foucault afferma chiaramente che «è... in un’analisi come questa, che possiamo far valere, se non vogliamo cadere nel semplicismo, una logica che non dev’essere una logica dialettica. Infatti, che cos’è la logica dialettica? È una logica che mette in gioco dei termini contraddittori nell’elemento dell’omogeneo. A questa logica della dialettica io propongo piuttosto di sostituire quella che chiamerei una logica della strategia. Infatti, una logica della strategia non fa valere termini contraddittori in un elemento dell’omogeneo, destinato a garantire la loro risoluzione in unità; al contrario, ha la funzione di stabilire quali sono le connessioni possibili tra termini disparati, che restano tali. La logica della strategia è la logica della connessione dell’eterogeneo, non quella dell’omogeneizzazione del contraddittorio» (NB, p. 44).

individui, mette in crisi le categorie politiche della modernità, che si tratta, a questo punto, di abbandonare, in quanto la mediazione razionale non è più in grado di compensare la contraddizione inerente alla società. Allo stesso modo, come nota Galli, Foucault mette in discussione la categoria di rappresentanza: nelle società attuali, chi rappresenta che cosa? Se il potere non ha a che fare con soggetti, ma con il corpo e la vita, come è possibile rappresentare quelle entità sotto-individuali investite dal potere? Come è possibile fare della vita stessa un “soggetto”?85

2. Potere-legge / potere-norma. Per Foucault il potere si esercita oggi in altre forme (disciplina, sicurezza) che non trovano riscontro nell’armamentario categoriale connesso alla teoria politica classica. Invece della legge, che reprime, egli analizza le “tecnologie del potere” che sono destinate a produrre. Ciò che è mutato è la modalità di esercizio effettiva del potere; se la sovranità pensa un potere-legge, in cui si presenta come un’istanza di divieto e di censura, anti-energia, la biopolitica è, al contrario, un potere-norma, che incentiva, induce, rafforza, è il potere di far compiere delle azioni positive e di far crescere le forze individuali e collettive. La norma in questo caso non si definisce in base alla semantica giuridica, ma a quella della biologia. Mentre il potere sovrano si autodefinisce come trascendente rispetto ai singoli soggetti, e si applica sui diritti formali dell’individuo, il potere-norma trova come superficie di applicazione il corpo, la dimensione biologica e somatica. Il riferimento costante delle analisi di Foucault è costituito dalla riflessione di Georges Canguilhem, nei confronti del quale egli si dichiara in più occasioni debitore. Foucault, in particolare, sviluppa le intuizioni del “secondo” Canguilhem applicandole direttamente alla storia e alla società. Nello scritto intitolato Dal sociale al vitale86, apparso

nella seconda edizione de Il normale e il patologico, Canguilhem affronta una serie di riflessioni che avranno importanti ripercussioni sul lavoro di Foucault, fino ad indirizzarne, in buona misura il percorso filosofico. Il potere-norma è un potere che si pone come obiettivo la maggiorazione delle forze, applicandosi alla ottimizzazione di una parte di esse, quelle utili ad un certo sviluppo della popolazione, economicamente redditizie e politicamente controllabili. Il biopotere agisce dunque attraverso tutta una serie di meccanismi positivi di potere.

85 Sul problema della rappresentanza politica nel mondo postmoderno si veda C. Galli, Immagine e rappresentanza

politica, in “Filosofia politica”, n. 1, 1987, pp. 9-29.

86 G. Canguilhem, Dal sociale al vitale, in Id., Il normale e il patologico, Torino, Einaudi, 1998, pp. 199-219. In questo

testo, che commenteremo in un capitolo successivo, Canguilhem si propone di applicare i concetti filosofici utilizzati nelle sue ricerche di storia della biologia all’ambito del sociale, e lo fa non contrapponendo astrattamente i due termini (sociale e vitale), ma dimostrando come siano coinvolti in una dinamica comune, tanto che sarebbe impossibile separarli in modo definitivo.

3. Potere-istituzione / microfisica del potere. Infine, la problematica dello Stato, e dell’istituzione in generale, perde progressivamente importanza. In Surveiller et punir Foucault dimostra che il potere di punire situato all’interno dell’istituzione-prigione viene progressivamente investito da tutta una serie di “istanze annesse” che non fanno parte originariamente del suo stesso sistema, in quanto non si tratta di meccanismi di tipo legale, ma si tratta essenzialmente di meccanismi disciplinari che «colonizzano l’istituzione giudiziaria»87 fino a modificarne la natura stessa. Nel corso del 1978, su cui torneremo più

avanti, a proposito della problematica dello stato, Foucault mette in luce il fatto che, in una certa fase della sua storia moderna, ci si trovi di fronte ad un movimento di “governamentalizzazione”88 dello stato, cioè che esso venga investito da tecnologie di tipo

non legale, i meccanismi disciplinari e i controlli di sicurezza, che caratterizzano invece il funzionamento del biopotere. Queste nuove tecnologie lo hanno ricoperto, lentamente e in modo non interrotto, rendendolo strumento di una tecnica di gestione che fa riferimento ad un differente paradigma di potere, quello del “governo”.

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 42-46)