Un potere repressivo?

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 49-53)

L A SOVRANITÀ COME SISTEMA DI PENSIERO

2.5. Un potere repressivo?

1. La teoria del potere come “repressione” si pone programmaticamente in opposizione, e in alternativa, alla teoria giuridico-discorsiva. Questa concezione è stata sostenuta, nel corso del Novecento, da alcuni esponenti della Scuola di Francoforte. Foucault la analizza nella sua meccanica interna a partire dal 1976, giungendo ad opporvisi frontalmente. In un’intervista del 1984, Foucault sintetizza le sue perplessità:

Sono sempre stato un po’ diffidente nei confronti del tema generale della liberazione, nella misura in cui, se non lo si tratta con qualche precauzione e all’interno di certi limiti, rischia di riportare all’idea che esiste una natura o un fondo umano che, in seguito a alcuni processi storici, economici e sociali, si è trovato mascherato, alienato o imprigionato in alcuni meccanismi, in certi meccanismi di repressione. In base a quest’ipotesi, basterebbe far saltare i chiavistelli repressivi perché l’uomo si riconcili con se stesso, ritrovi la sua natura o riprenda contatto con la sua origine e restauri un rapporto pieno e positivo con se stesso94

Queste posizioni del 1984 si basano, come abbiamo detto, sulle analisi condotte nella Volonté de

savoir, in cui Foucault studia la teoria del potere come repressione. Qui egli sottopone a critica la

credenza secondo la quale nel campo della sessualità operi un potere di tipo eminentemente repressivo, un potere del no, del divieto, della censura, interessato a catturare tutte le forze vitali degli individui per dirigerle sul lavoro. Queste stesse forze, al di fuori di questa dinamica, troverebbero libera soddisfazione nell’attività sessuale. Foucault propone di osservare questi discorsi da un punto di vista tattico, ricercando, armati di un atteggiamento permanente di sospetto, quelle istanze che possono avere un interesse reale ad affermare che “il sesso è represso”. Vi sono saperi, in primo luogo la psicanalisi, che hanno fondato il proprio potere sulla teoria della repressione, accreditandosi per questa via come operatori di liberazione. Foucault non si spiega il fatto che, se è vero che il sesso è represso, da secoli – almeno da quando è stata istituita la pastorale cristiana – gli individui non abbiano fatto altro che parlarne. E allora dimostra, attraverso una serie di esempi storici che vanno dall’istituzione della confessione nei primi secoli del cristianesimo (IV- VI sec.) ai controlli ottocenteschi sulla sessualità, che l’occidente ha conosciuto, contrariamente a quanto affermano i teorici della repressione, una “grande predica sessuale”, e che gli individui sono stati spinti, proprio dagli stessi canali istituzionali che avrebbero dovuto esercitare la censura, ad un’infinita richiesta di mettere in discorso la propria sessualità al fine di conoscere la verità di se stessi. La messa in discorso del sesso, sostiene Foucault, è stata funzionale allo sviluppo di tutta una

serie di controlli normalizzatori, i quali – sotto garanzia di scientificità, costituita proprio dalla nascente scientia sexualis – hanno individualizzato e costituito i soggetti stessi nella loro interiorità. L’analisi storica dimostra che la sessualità, lungi dall’essere un campo in cui si esercita un potere di tipo repressivo, è stata oggetto di una produzione sempre più meticolosa del “rapporto a sé” degli individui, fino a caratterizzare, sempre attraverso un’azione produttiva, la verità stessa dei soggetti (come avviene nel caso della pratica psicanalitica). Il sesso è divenuto quindi, nelle nostre società, il significante universale in grado di dire la verità del soggetto. Esso è stato il bersaglio di una “grande ingiunzione polimorfa” ai discorsi che si è materializzata nella pratica della confessione (aveu). L’uomo occidentale, dice Foucault, è divenuto in questo modo una “bestia da confessione”: «l’obbligo della confessione ci è ora rinviato a partire da tanti punti diversi, è ormai così profondamente incorporato in noi che non lo percepiamo più come l’effetto di un potere che ci costringe; ci sembra al contrario che la verità, nel più segreto di noi stessi, non “chieda” che di farsi luce; che se non vi accede è perché una costrizione la trattiene, perché la violenza di un potere pesa su di essa e non potrà articolarsi alla fine che al prezzo di qualcosa come una liberazione. La confessione rende liberi, il potere riduce al silenzio; la verità non appartiene all’ordine del potere, ma è in una parentela originaria con la libertà: altrettanti temi tradizionali della filosofia che una “storia politica della verità” dovrebbe capovolgere, mostrando che la verità non è libera per natura, né l’errore servo, ma che la sua produzione è interamente attraversata dai rapporti di potere. La confessione ne è un esempio»95. Parlare del sesso, dire la verità della propria sessualità dunque non

libera, ma, al contrario, conduce ad una oggettivazione sempre più meticolosa dell’interiorità degli individui, oggettivazione che, attraverso le categorie della “scienza” del sesso, normalizza indefinitamente la soggettività di ciascuno. La sessualità dev’essere studiata come un dispositivo di potere complesso.

Questo primo volume della Histoire de la sexualité si pone fin dall’inizio in polemica e in alternativa ad una concezione del potere molto diffusa al momento della sua apparizione e anche oggi, quella di stampo freudo-marxista portata in auge dai lavori di W. Reich ed H. Marcuse, che hanno costituito, a cavallo della seconda guerra mondiale, uno schema di intelligibilità per pensare i rapporti tra sessualità e potere96.

Il paradosso è che la teoria della repressione, invece di essere alternativa alla concezione giuridico-discorsiva, ne fa proprie le strutture teoriche. Reich e Marcuse, secondo Foucault, non hanno fatto altro che trasporre in un dominio differente una vecchia concezione del potere. Anche per questi autori il potere è pensato come quel puro limite che opprime una bio-energia essenziale presente nei corpi degli individui assoggettati. Questa teoria della repressione si inscrive

95 VS, pp. 80-81.

perfettamente nel solco del progetto politico di tipo marxista, facendo corpo con lo sviluppo del capitalismo: «facendo nascere l’epoca della repressione nel XVII secolo, dopo centinaia d’anni all’aria aperta e di libera espressione, la si porta a coincidere con lo sviluppo del capitalismo»97.

L’azione del potere sarebbe quella di porre in essere tutta una serie di divieti capaci di direzionare le energie vitali verso i processi produttivi sottraendole al mondo ludico e naturale della sessualità. In realtà, come Foucault ha dimostrato in Surveiller et punir, è proprio grazie al biopotere che diviene possibile lo sviluppo del capitalismo, in quanto senza un addestramento disciplinare ed una serie di sorveglianze continue ed ininterrotte non sarebbe raggiungibile quel livello di razionalizzazione che è necessario al funzionamento dei moderni ateliers industriali. Senza la disciplina, cioè senza un potere capace di incrementare le attitudini individuali, non è pensabile la nascita di un fenomeno complesso come il capitalismo, che richiede, da una parte, la standardizzazione delle macchine e, dall’altra, la produzione di una serie di attitudini coordinate tra loro. Foucault propone dunque una teoria sulla genesi del capitalismo in concorrenza rispetto a quella sostenuta da Reich e da Marcuse.

In definitiva, lo schema Reich-Marcuse si presenta come un vero e proprio “sistema” di pensiero, che Foucault definisce una “logica” del sesso98. Questa concezione del potere sulla

sessualità si traduce in una serie di prescrizioni volte a “liberare” i corpi fino a far scaturire il vero piacere, quello rivoluzionario, che coincide con la felicità del singolo e della società. La teoria della repressione viene definita da Foucault una “trappola”99 in quanto la sua accettazione lega il soggetto

a tutta una serie di strategie di libertà che fanno corpo con essa. Se accettiamo che il potere ha nella repressione il suo modo privilegiato di funzionamento, la prima azione che si tratta di compiere è un atto di trasgressione, una violazione del divieto. «Ci viene spiegato – afferma ironicamente Foucault – che, se la repressione è stata, a partire dall’età classica, il tipo fondamentale di legame fra potere, sapere e sessualità, non ce ne si può liberare che ad un prezzo molto alto: ci vorrebbe addirittura una trasgressione delle leggi, una rimozione dei divieti, un’irruzione della parola, una restituzione del piacere nel reale, e tutta una nuova economia nei meccanismi del potere»100. La

trasgressione secondo questa logica si configurerebbe quindi immediatamente come una pratica di libertà, permettendo di collegare «la rivoluzione e la felicità»101.

2. Notiamo infine che questo schema concettuale presenta, come modalità di attuazione quasi esclusiva, la soluzione rivoluzionaria. Se la sessualità degli individui è repressa, allora occorre un atto capace di sovvertire questo rapporto, scardinando i chiavistelli del potere. Occorre ridare voce

97 VS, p. 12. 98 VS, p. 102.

99 VS, p. 81: «Il faut être soi-même bien piégé par cette ruse interne de l’aveu». 100 VS, p. 12.

alla sessualità, relegata così a lungo al silenzio. Vi è una specie di “beneficio del locutore” - afferma Foucault - nei discorsi che affrontano direttamente la questione del sesso:

È perché si afferma questa repressione che si può ancora far coesistere, discretamente, quel che la paura del ridicolo o l’amarezza della storia impedisce alla maggior parte di noi di accostare: la rivoluzione e la felicità; o la rivoluzione ed un corpo diverso, più nuovo, più bello; o ancora la rivoluzione ed il piacere. Parlare contro i poteri, dire la verità e promettere il godimento; legare l’una all’altra l’illuminazione, la liberazione e innumerevoli voluttà; fare un discorso in cui si uniscono l’ardore del sapere, la volontà di cambiare la legge ed il giardino sperato delle delizie – ecco probabilmente che cosa sorregge in noi l’accanimento a parlare del sesso in termini di repressione

E quindi

L’enunciato dell’oppressione e la forma della predicazione rinviano l’uno all’altra, si rafforzano reciprocamente102

La rivoluzione sessuale si collega quindi immediatamente ad un progetto politico ben preciso, collocandosi nell’orizzonte della teoria marxista della società, che, come abbiamo visto precedentemente, è da Foucault considerata una variante del discorso filosofico-politico. Il discorso della repressione porta con sé, come soluzione e come forma egemone di contro-potere, quello della liberazione. Che la libertà sia raggiungibile in seguito ad una rivoluzione operata nei confronti di uno stato oppressivo fa ancora parte dell’armamentario teorico della sovranità. Ci troviamo di fronte ad un sistema repressione/liberazione che colonizza l’immaginario e i concetti delle forme di resistenza. La rivoluzione fa integralmente parte delle categorie politiche della sovranità, è uno “strumento” della politica moderna. La teoria della sovranità contiene già le forme del suo rifiuto, le codifica ancor prima che possano nascere. La rivoluzione fa pur sempre parte del sistema che pretende di spodestare103.

102 VS, p. 14.

103 Nell’intervista intitolata La philosophie analytique de la politique, Foucault oppone la microfisica del potere disciplinare alla macrofisica della sovranità. Da questo nuovo potere non ci si libera con un atto solenne di rivoluzione, poiché non è un potere centralizzato, che si esercita cioè a partire da un unico punto (l’istituzione, lo stato) ma è diffuso su tutta la superficie della società. L’efficacia di una sommossa generale si rivelerebbe quindi inconsistente nei suoi confronti. Siamo, dice Foucault, nell’epoca della fine del “monopolio” della rivoluzione come strategia emancipativa: «Mi sembra che una filosofia analitica del potere di questo tipo dovrebbe verificare l’importanza delle lotte e dei fenomeni a cui fino a oggi è stato attribuito solo un valore marginale. Si dovrebbe dimostrare quanto questi processi, queste agitazioni, queste lotte sconosciute, comuni, anche piccole, si differenzino dalle forme di lotta che in Occidente sono state esaltate nel segno della rivoluzione. Qualunque sia il vocabolario utilizzato e qualunque siano i riferimenti teorici di chi partecipa a queste lotte, è del tutto evidente che abbiamo a che fare con un processo che, pur essendo molto importante, non è affatto una variante formale, morfologica, della rivoluzione: non lo è nel senso classico della parola “rivoluzione”, con cui si definisce una lotta globale e unitaria di un’intera nazione, di un intero popolo, di un’intera classe, con cui si designa una lotta che promette di sconvolgere da cima a fondo il potere costituito, di annientarlo nei suoi fondamenti, una lotta che garantisce una liberazione totale, una lotta imperativa che, in fondo, esige

La storia della sessualità mostra che la repressione non è assolutamente un’evidenza storica. Nel campo della sessualità non abbiamo a che fare con un potere sovrano. Invece di negare il sesso, il potere lo ha prodotto per meglio controllarlo. Foucault, spostando la sua attenzione verso un potere-disciplina che si esercita nella modalità del rapporto di forze, fa emergere altre forme di resistenza, che non sono rappresentabili all’interno delle categorie del grande evento rivoluzionario.

Nel nuovo quadro politico che Foucault cerca di descrivere non vi è più posto per i grandi eventi, in quanto la sovranità costituisce ormai soltanto una piccola regione all’interno della cartografia del potere moderno. È invece una dinamica delle lotte, integrate nell’elemento strategico, a costituire il reale modo di funzionamento del potere moderno. Allo schema della battaglia campale occorre sostituire il modello delle piccole battaglie dislocate strategicamente sul territorio, capaci di collegarsi le une alle altre come una rete produttiva di nuovi poteri e di nuove forme di giustificazione.

Nel documento Biopolitica e libertà in Michel Foucault (pagine 49-53)